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Archivio per Islam

La danza mistica dei sufi – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un lungo articolo incentrato sui sufi, la parte più mistica della religione islamica che per molti versi mi ricordano gli sciamani. Perché? Un estratto che spiega meglio di molte mie circonvoluzioni.

Ci diamo appuntamento al santuario l’indomani. Ahmed mi ha detto che dovrebbe esserci musica, ma bisogna andarci quando fa buio. Esco di notte. Prendo un taxi che si ferma di fronte a un cordone di persone in una stradina secondaria. Scendo senza sapere dove andare e dispero di riuscire a trovare il mio amico. Ma lui compare dopo pochi secondi, e mi dice di seguirlo. Il cugino non c’è, ma siamo fortunati, dice. Lasciamo i sandali su una montagna di calzature e saliamo una scalinata. Compaiono i primi cortili del santuario, affollatissimi. Si sentono percussioni, entriamo in una bolla di sudore e hashish. Ahmed mi fa segno di salire ancora, e accediamo a un altro cortile piastrellato con padiglioni coperti e centinaia di persone, uomini, donne, bambini, seduti per terra in attesa della performance. Tutti vestono in maniera semplice, qualcuno indossa amuleti, si sente profumo di rosa e olio che brucia nelle lampade. Cerchiamo un angolo libero, e da una finestra traforata a motivi floreali vedo i musicisti. Ecco la fortuna: sono i famosi fratelli Gunga e Mithu Sain, con il dhol a tracolla, in brillanti camicie verdi e con i lunghi capelli sciolti, che cominciano a suonare. Tra gli spettatori girano piatti di riso, ne passano uno anche a me. Mithu dà il ritmo, Gunga gli va dietro. La tecnica dei due è impressionante: con la mano sinistra e il piccolo bastone nella destra producono grappoli di note sulle due pelli ai lati opposti del tamburo, con timbri e ritmi in continua evoluzione. Suonano in perfetto unisono, con un’intesa tanto più notevole se si pensa che Gunga è sordo dalla nascita e segue la musica grazie alle vibrazioni delle pelli e del legno.
La gente si fa da parte e compaiono i dervisci. Indossano camicie lunghe, ognuna di un colore molto carico. Alcuni hanno i capelli intrecciati dietro la nuca. Sembrano solo camminare in circolo, in attesa concentrata, assorbendo il ritmo. Gradualmente cominciano a oscillare la testa di lato, facendo sbattere i capelli sul viso, sempre più rapidamente. Il pubblico segue con entusiasmo, qualcuno si unisce alla danza, o semplicemente si avvicina alla fonte della musica. Seguire il ritmo con attenzione è il mio modo di tenermi aggrappato a qualcosa di razionale, di noto. Mentre l’energia cresce a dismisura, perdo il conto dei colpi, scompaiono le mani iperveloci, i danzatori sono scie colorate, l’individualità è sospesa. Mi accorgo di una ragazza vicino a me, che ha un’espressione attenta e serena. Mi guarda intensamente, felice che io, straniero, apprezzi la scena. da quando sono in Pakistan, è il primo sguardo di una donna locale che sostiene il mio, se si eccettuano le bambine. La danza arriva al culmine, ogni distanza è abolita: la deflagrazione del senso di cui parlava Lévi-Strauss è anticipata in questa esperienza, che lava via le ferite della storia e lascia un vuoto aurorale.
La musica defluisce, s’interrompe. I danzatori si stendono immobili. I musicisti si siedono per riposare. Arriva del cibo. La gente parla rilassata. Ahmed si fa avanti dicendo qualcosa, a quanto pare avverte Mithu Sain che un europeo è venuto ad assistere al dhammal. I due mi fanno cenno di avanzare, di sedermi vicino a loro e mangiare qualcosa. Non parlo urdu, e Gunga con la sua aria malinconica mi mette soggezione. Si riempie la coppa di riso, tace. Mithu ha un’espressione severa e carismatica.

La mezzaluna occidentale – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a un testo di saggistica che “è uno studio sul problema delle origini. Intendo le origini della civiltà “occidentale” sui cui il cristianesimo ha impresso un’orma profonda. L’Islam, benchè possa spiacere a molti, è parte integrante di questa civiltà. L’Islam è pienamente “occidentale”. Si parla di L’Islam, religione dell’Occidente, di Massimo Campanini.

La recensione tocca alcune verità storiche, misconosciute ma innegabili, ma la cosa che più mi ha colpito è il passo sottostante, che rende perfettamente l’idea della truffa cristiana per eccellenza, la Donazione di Costantino, che fa da base a un bluff smisurato in cui si provava a vendere qualcosa di cui non si aveva diritto in nome di una potestà terrena che il mistico e l’ascetismo non dovrebbe nemmeno concepire, in nome di una rivalità che alla fine ha visto vincitrice la Chiesa Cattolica di Roma e che, tronfiamente, festeggia sui cadaveri di altri cristiani; mi viene il vomito…

Ed è nota la lettera che papa Pio II scrisse nel 1460 – sicuramente mai spedita ma fatta circolare tra le corti europee a scopo polemico – nella quale il Pontefice invitava al battesimo Mehemet II, fresco conquistatore di Costantinopoli, condizione soddisfatta la quale il capo della Chiesa sarebbe stato disposto anche a conferire al Sultano il titolo di Imperatore Romano, in quanto legittimo padrone della “seconda Roma”. Un paradosso colossale, in cui il conquistatore ottomano avrebbe potuto acquisire il soglio più alto della regalità d’Occidente. Una idea di prossimità, oggi inconcepibile.

 

La fantascienza musulmana | L’indiscreto


Su L’Indiscreto un intervento articolato che cala il mondo musulmano nel Fantastico, fianco nella Fantascienza. Un estratto dell’interessante articolo, tanto per aprire un po’ le menti.

Negli Emirati Arabi Uniti, il romanzo per giovani adulti di Noura Al Noman, Ajwan (2012), segue il viaggio di una giovane aliena anfibia, che combatte per ritrovare il figlio rapito; da cui è stata tratta anche una serie TV, e tocca temi quali i rifugiati e l’indottrinamento politico. In Arabia Saudita, il debutto letterario di Ibraheem Abbas Yasser Bahjatt, HWJN (2013), esplora le relazioni di genere, il fanatismo religioso e l’ignoranza, e offre una spiegazione naturalistica dell’esistenza dei jinn, che nel romanzo risiedono in una dimensione parallela. O ancora il desolante romanzo dello scrittore egiziano Ahmad Towfiq, Utopia (2008), che immagina una comunità del 2023, dove la creme della società egiziana si ritira dopo il collasso economico e sociale del paese. Nel periodo successivo alla primavera araba in Egitto, il romanziere Basma Abdel Aziz evoca invece un mondo kafkiano in Nella coda (2016) – un libro ambientato a seguito di una rivolta fallita, in cui i cittadini indifesi lottano per sopravvivere sotto il governo di un dittatore assurdo e inquietante.

La fantascienza è spesso assimilata al romanticismo europeo e letta come una reazione alla rivoluzione industriale. Ma se questo percorso attraverso secoli di creatività musulmana dimostra qualcosa, è che le tecnologie fantastiche, le ambientazioni in assetti sociali utopici, il gioco con i confini tra mente, macchine e animali, non sono un appannaggio esclusivo dell’Occidente.

Strani giorni: Sottomissione – Michel Houellebecq


Bella recensione di Ettore Fobo a Sottomissione, il nuovo romanzo di Michel Houellebecq. Interessante il contesto di fantapolitica che, se non è propriamente Fantascienza, può essere tranquillamente assimilata a tale genere che conferma l’autore francesse come uno degli esponenti di punta della cerebralità sociale d’avanguardia.

Un estratto della rece:

Con Sottomissione Houellebecq scrive un romanzo potente, dando vita a uno spaccato sociale della Francia – e in fondo dell’Europa – fondamentale per cercare di capire questi anni convulsi più che mai. Le polemiche sorte intorno al testo sono dimostrazione della sua vitalità e della sua profonda ambiguità. Houellebecq gioca con i generi (in fondo il suo è un romanzo di fantapolitica), scrive quello che è anche un saggio di critica letteraria su Huysmans, ha un interessante approccio storico, arriva a una condensazione filosofica dei concetti; il risultato finale è una mescolanza arguta di sorprendente modernità. Ormai non ci può essere che un approccio multidisciplinare, una fusione alchemica di conoscenze eterogenee, per scrivere un romanzo all’altezza dei tempi (della Storia e della letteratura).

E come Orwell, come Huxley, Houellebecq disegna uno scenario di fantapolitica, immaginando che in una Francia del prossimo futuro (2022) un fantomatico partito islamico, la Fratellanza musulmana, riesca democraticamente a formare un governo, con tutto quello che questo significa per l’applicazione in occidente di un’ idea di sharia (esclusione della donna dalla vita pubblica, poligamia, sottomissione al Dio islamico…)

È un’idea in fondo abbastanza paradossale che però lo scrittore francese sviluppa riuscendo a essere credibile. Non sono però, come potrebbe sembrare, lo spauracchio dell’islamismo e la retorica sulla perdita dell’identità francese il fulcro del romanzo; se così fosse stato il libro sarebbe stato, a mio modo di vedere, un fiasco. Esso verte intorno all’idea base che Dio tornerà, sta tornando, è tornato protagonista sullo scena del mondo.

L’idea di Dio diventa così una risposta al nichilismo del personaggio protagonista, François, professore universitario, intellettuale ormai esausto, quasi senza vita, senza desideri, senza prospettive, simbolo dell’europeo medio devitalizzato. Le diagnosi di Nietzsche sulla decadenza dell’occidente, sul trionfo del nulla, trova riscontri nel romanzo. Houellebecq racconta così la forma e la subdola formula del nichilismo contemporaneo, sostenendo con l’impianto del suo romanzo che l’ alternativa al nichilismo è questa religiosità forse farsesca, sicuramente opportunistica, finta e di comodo, di matrice islamica in questo caso. L’umanesimo laico, illuminista, su cui si crede sia fondata la modernità, (François stesso si definisce ateo) si scopre così debole e ormai al collasso, davanti alla seducente irrealtà di Dio.

Così finito il marxismo che aveva fornito un orizzonte di senso, la risposta al nulla che l’uomo sente dentro di sé ritorna a essere di tipo religioso. Questo è il futuro che immagina Houellebecq: infatti, nel romanzo islamici e cattolici sono praticamente alleati in questa lotta per la restaurazione di Dio, del senso, della famiglia, del patriarcato, fondata sull’esclusione della donna dalla vita pubblica e del suo asservimento.

.:: VERSUS_ ISIS: GEOGRAFIA DI UNO STATO-CONFINE 4c/? | PEJA


Terza puntata dell’inchiesta di Emmanuele “Peja” Pilia sull’Isis, lo Stato Islamico che sta destabilizzando anche l’Occidente. Qui e qui le altre due puntate; un estratto.

Sforzi inutili. Lo Stato Islamico non teme barriere, è esso stesso barriera, limite, confine, tra se stesso e l’altro, pianificando la sua estensione in termini che non è possibile comprendere attraverso gli strumenti canonici della pianificazione territoriale e della strategia militare intese come discipline separate. I termini e le definizioni che ne tratteggiano le caratteristiche sono sempre più mescolati tra loro: l’urbanistica è sempre più un’arma geopolitica.

.:: VERSUS_ ISIS: GEOGRAFIA DI UNO STATO-CONFINE 4b/? | PEJA


Seconda puntata della ricerca dedicata da Emmanuele “Peja” Pilia allo Stato Islamico; continua l’indagine sulle cause della nascita e dell’ascesa di questo organismo sociale integralista che così tanto sta condizionando le terre del Medio Oriente e non solo, essendosi espansa la loro conquista fino al Nord Africa. Un estratto qui sotto, mentre la prima puntata è qui.

I confini allargati viaggiano anche attraverso i social media, che diventano così uno strumento di conquista. Casa per casa, le ambasciate dell’ISIS nel mondo spostano il confine, frantumando la periferia dell’impero, smembrandone il tessuto, depositandosi come semi sull’intero territorio globale sperando che attecchiscano. I vari frammenti sono le singole abitazioni, stanze, scrivanie, dove le operazione di reclutamento hanno successo. È una guerra che dà i suoi frutti palmo a palmo, dove nessuno penserebbe mai di cercare, nascondendosi nell’ombra, o sullo schermo di uno smartphone.

Ogni giorno vengono così impiantate ambasciate di uno stato senza estensione in tutto il mondo, seguendo un rito che ha più la funzione di incitamento all’emulazione e di esibizionismo iconografico, che di testimonianza di fedeltà. Paradossalmente, un movimento che si presta come assolutamente iconoclasta non può che usare l’immagine come elemento unificatore. L’intero apparato comunicativo dello Stato Islamico si basa sull’immagine, sia essa usata per richiedere un riscatto, che per far salire il prezzo di opere d’arte utili al suo finanziamento. L’iconoclastia si piega rapidamente alle necessità di un mondo ormai reso immagine, e la distruzione delle opere del museo di Mosul trae la propria forza proprio dall’essere trasmutata in immagine, in icona. Non importa che le opere non siano state realmente distrutte (come sosterrebbe Fawzye al-Mahdi, responsabile del Dipartimento delle Antichità dell’Autorità per il patrimonio culturale dell’Iraq): è l’immagine che ne emerge a essere importante. Le immagini servono a dimostrare l’inutilità di una struttura come l’UNESCO e quindi l’impotenza occidentale, serve a mostrare che è possibile farlo, serve a far circolare un nome, quello dell’ISIS, che altrimenti rischia di essere sommerso dal liquame informativo. Da qui, l’importanza la necessità dell’iconofilia per comunicare la propria iconoclastia: solo la violenza delle immagini può denunciare il disprezzo per l’immagine.

.:: VERSUS_ ISIS: Geografia di uno stato-confine 4a/? | PEJA


Sul blog di Emmanuele “Peja” Pilia un’interessantissima prima parte della genesi e della conformazione dell’ISIS, il famigerato Stato islamico che sembra nato da una costola malata dell’Islam e che, a pensarci e guardare bene, è molto altro. Un estratto:

Il costo umano e biopolitico di questa espansione è difficilmente quantificabile. Ma anche questa volte, il paragone con una strategia di gestione del territorio ben collaudata in occidente resta valido: la gentrificazione. Questa volta non è il reddito a fornire una discriminante, ma obbedienza, genetica e credo: appropriandosi degli assi principali che servono la sussistenza degli insediamenti, le comunità sono spinte fuori dal confine. Come la Roma del mito coincise con il suo pomerium, anche lo Stato Islamico ha nel suo confine la sua vera estensione. Ed attraversare tale confine da indesiderati avrebbe richiesto un pedaggio assai elevato, come Remo scoprì suo malgrado. Non è quindi casuale la continua ricerca di un collegamento continuo con Roma in quanto simbolo. Roma, sotto la cui bandiera si unirono gli eserciti la cui onta è ormai giunto il tempo di lavare.

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