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Conosciuta non riconosciuta – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la corposa recensione di Franco Pezzini al manuale uscito per Odoya Almanacco dell’Italia occulta. Orrore popolare e inquietudini metropolitane, a cura di Fabio Camilletti e Fabrizio Foni.
Cedo volentieri il posto al maestro Pezzini, che delinea magnificamente i contorni dell’opera.

Seguito ideale dell’Almanacco dell’orrore popolare. Folk horror e immaginario italiano degli stessi curatori Camilletti e Foni e per gli stessi tipi Odoya, questo nuovo Almanacco – il termine è importante, a suggerire una varietà di temi da compendio popolare – torna anche a riproporre la dialettica del volume precedente tra Folk Horror e Urban Wyrd. Soffermandosi qui maggiormente su questo secondo aspetto, per cui l’inurbarsi dell’orrore popolare legato alla civiltà rurale a seguito dei fenomeni di migrazione interna al Paese, e lo stesso imprevisto innesto di storie perturbanti sul tessuto cittadino, conducono all’assorbimento di inquietudini specifiche della vita metropolitana. Ne emergono paure dai connotati arcaicissimi ma in realtà sempre presenti – magari con disagio, vergogna o strappando ironie forzate – al nostro orizzonte interiore, irruzioni dell’occulto, dell’insolito e dello strano che in un’indagine di questo tipo (in gran parte saggistica e memoriale, con modiche dosi di fiction) permettono di svelarsi anche a noi quale conosciuto non riconosciuto: in sostanza, perturbante. Il volume richiama anche uno studio precedente di Camilletti, Italia lunare. Gli anni Sessanta e l’occulto (Lang, 2018), virato su editoria, cinema e televisione nei Sixties: in questa coppia di Almanacchi ne troviamo l’ideale sviluppo cronologico con una fase topica negli anni Settanta e strascichi fino all’oggi.

Articolato in tre parti, dopo la bella introduzione Storie arcane di Fabrizio Foni (qui maestro di cerimonie, come Camilletti lo era stato del primo volume), il volume presenta ricche spigolature dai rotocalchi e incomparabili amarcord, con storie altrimenti destinate a perdersi. Teniamo presente il ricchissimo fondo di storie familiari che nutre gli annali dei fantasmi nostrani: sarebbe davvero prezioso che si prendesse l’abitudine di trascrivere tali storie, con tutte le ricchezze e le trasversalità delle appartenenze sociali. Come ricorda Pupi Avati,

“La tavola veniva sgombrata, tutti si sceglievano una sedia e mia zia Laura tirava fuori da non so dove un tabellone con le lettere e un piattino: era il momento della seduta spiritica. Non avendo televisione né altri passatempi, la grande passione di quel periodo era l’evocazione dei defunti, praticata come gioco, senza alcuna titubanza in una famiglia cattolica come la mia, malgrado la tassativa proibizione della Chiesa”.

A casa mia non si usava (lo faremo noi, da ragazzi, negli anni Settanta, con un ruspante spirito sperimentale che oggi mi appare piuttosto naïf), però ricordo il fascino e il brivido quando questi temi venivano evocati, magari alla venuta dei parenti, a casa di mia nonna. Storie spesso legate alla guerra: dall’amica che pettinandosi al mattino allo specchio se n’era uscita nel raggelante e incomprensibile epiteto “vedova” senza sapere che il marito era appunto caduto su qualche fronte, al conoscente di mio zio angosciato perché sapeva quali dei compagni d’armi non sarebbero tornati dalle missioni, doveva resistere alle loro pressioni sul tema e rientrando in casa si vedeva accogliere dal tavolino – tanto gonfio di medianità da muoversi sua sponte, lasciando tracce di sporco dove la gamba andava a battere sulle imbottiture circostanti… Prendeteli come mi sono arrivati: ma io li trovavo – e li trovo, ancora – terribili e meravigliosi.

Recensione: “Il potere necessario”, di Andrea Lonardo – TRIBUNUS


Su Tribunus la recensione al saggio storico Il potere necessario, di Andrea Lonardo, che tratteggia il periodo di transizione del papato italiano dall’Impero Romano all’autarchia cattolica – VII-VIII secolo, post Guerra Gotica. Un estratto:

Se ti interessa la Storia d’Italia nel periodo longobardo e degli Esarchi, nonché la Storia della Roma altomedievale, questo è un libro che dovresti decisamente avere. “Il potere necessario” è un corposo testo di circa 600 pagine, nel quale si esplora un tema molto particolare e spesso dato velocemente per scontato, quando se ne parla: il passaggio del Papa da elemento sottomesso all’impero a soggetto politico, di fatto, indipendente.

Se spesso si dà per scontato che il passaggio sia stato veloce e “naturale”, che i vescovi di Roma insomma non aspettassero, questo è inesorabilmente dalla profonda analisi che l’autore, Andrea Lonardo, svolge, a partire dalla nostra fonte principale per seguire queste vicende: il Liber Pontificalis, un’opera scritta nel corso di almeno un secolo nella quale sono presentate le biografie di tutti i Papi. Un’analisi che guarda in modo critico e puntuale a questa fonte, senza mancare di indicarne criticità, le omissioni dei redattori (sia palesi, sia quelle davvero nascoste) e le loro possibili posizioni.

La tesi efficacemente dimostrata da “Il potere necessario” è che il distacco del Papa dall’impero romano fu un processo molto graduale, non del tutto voluto, e che il contrasto tra il vescovo di Roma e i diversi imperatori ed Esarchi fu in realtà molto altalenante. Il Papa, pur man mano godendo di autonomie sempre più grandi nel grado di gestione della città di Roma (una situazione comune anche ad altri vescovi nel periodo tardo antico), rimase sempre uno degli ingranaggi della macchina imperiale, sottoposto ai suoi meccanismi e non estraneo ad essi.
Il libro si chiude con la vita di Zaccaria: egli fu infatti il primo pontefice a entrare in carica senza ratifica imperiale. Ma siamo in un momento storico nel quale la distanza tra Roma e Costantinopoli è al vertice. Un processo di distacco che, come si evince dal sottotitolo del libro, dura ben un secolo e mezzo, e che vede il mescolarsi di lotta politica e religiosa (una posizione diversa da quella dell’imperatore era del resto vista come un atto politico). Un libro fondamentale e ricchissimo di informazioni per capire un periodo davvero complesso e intricato, nonché oggi pressoché ignorato, della Storia della Penisola.

Prima recensione a Tuono d’Estate


Sul blog di Alessio Brugnoli la prima recensione al suo appena uscito Tuono d’Estate, a cura di Davide Del Popolo Riolo. Un estratto del post che omaggia anche il Connettivismo, di cui Alessio è comunque una componente importante:

Davvero un bel romanzo questo di Alessio: in una Roma Anni ’20 ucronica in cui la marcia su Roma l’ha fatta il Vate D’Annunzio l’oppositore Mussolini viene rapito (davanti a Matteotti!). La vicenda ucronica è però più che altro un pretesto per un pastiche divertente e colto che mescola Gadda e Brancati, fa comparire Crowley, cita Emilio Lussu e chissà quanti altri di cui non mi sono accorto. Nota di merito per l’eccellente uso di vari dialetti. Unica pecca del romanzo secondo me è che è troppo breve e lascia tante curiosità, è praticamente la prima parte di un affresco più complesso. Confido però che il bravo autore, di cui questa secondo me è l’opera migliore, troverà voglia e tempo per completare il quadro.

L’altra questione ben identificata da Davide è quella della lingua: una volta la fantascienza aveva una straordinaria capacità di sperimentazione. Ampliava il ridotto ambito semantico della lingua letteraria italiana, introducendo termini provenienti dal lessico scientifico e tecnico e soprattutto è stata una inesauribile fucina di neologismi e sperimentazioni sintattiche. Questo aspetto, con rare eccezioni, come il Connettivismo, si è progressivamente perso: la lingua della fantascienza italiana è diventata sempre più anonima, fredda e vuota, appiattendosi sul doppiaggese (l’italiano del doppiaggio filmico) e quella del traduttese (l’italiano delle traduzioni). Per recuperare la forza eversiva dell’innovazione linguistica, bisogna ritornare a Gadda. Ricordiamolo: una delle caratteristiche principali della lingua usata dal gran Lombardo è la presenza del dialetto, anzi, di molti dialetti: soprattutto del milanese e del romanesco, ma anche del fiorentino (come supporto espressivo autobiografico), del molisano, del napoletano, del veneziano (come supporto espressivo al protagonista del Pasticciaccio, il commissario Ingravallo, e ad altri personaggi, il dottor Fumi e la contessa Menegazzi).

Ma ciò che importa non è tanto il numero dei dialetti e la loro capacità di resa espressiva, quanto il motivo – il significato etico – del loro uso: Gadda, come il poeta Giochino Belli, ma in condizioni storiche e ambientali, culturali, molto diverse e molto più complesse e difficili, aggredisce sia la lingua comune (che esprime il “senso comune”) sia la lingua letteraria (che esprime il conformismo letterario), quando diventano una media d’espressione di per se stessa falsa e ipocrita. L’obiettivo dello scrittore era quello di evidenziare la profonda ipocrisia sottesa alla realtà dello stile di vita della borghesia a lui contemporanea, giocando su un tono sarcastico impietoso e corrosivo, con un linguaggio sferzante ed innovativo, costruito attraverso una miscellanea di strutture dialettali (in parte lombarde, in parte toscane e in parte laziali) unite a termini della lingua colta e ad espressioni e modi del linguaggio scientifico, filosofico e burocratico; costringendo anche i registri stilistici a continui mutamenti, fondendoli in un particolare ed efficace melting pot linguistico, che – seppur spesso di non agevole lettura – appare sempre in grado di produrre nel lettore effetti sbalorditivi: i repentini ed improvvisi passaggi dal sublime al comico, dal tragico al patetico, dal sarcastico al grottesco, colgono infatti sempre di sorpresa anche il lettore più avvertito.

Kirlian Camera – The 8th President (Italian Version)


Capolavoro multimediale dei Kirlian Camera, una delle più grandi e misconosciute band della storia musicale nostrana.

Come navi nella notte | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione a Come navi nella notte, romanzo di Tullio Avoledo in salsa Giallo, e anche distopica noir. Un estratto:

In Come navi nella notte, uscito per Marsilio lo scorso agosto,il romanzo noir/poliziesco si fa distopico. Siamo in anni di poco successivi alla pandemia che ha lasciato tracce profonde, sia nella psiche dei sopravvissuti che nel sistema-paese. Il protagonista, un ex poliziotto italiano, diventato scrittore di successo in Germania, torna dopo anni in una località balneare del Friuli dove la sua famiglia possedeva una villetta che vorrebbe vendere per chiudere i ponti una volta per tutte con il paese d’origine. Si accorge ben presto che tutto è cambiato: la regione è stata colonizzata economicamente (e non solo) dalla Cina, al punto che il commissario di polizia Feng, cinese, percepisce un’indennità di missione per operare in una “sede disagiata”. L’Italia è ormai una lontana provincia del Celeste Impero.

Marco Ferrari è fortuito testimone del rapimento di uno sconosciuto e del ferimento del suo cane. Una serie di circostanze, più o meno fortuite, lo portano a indagare. Sulla sua strada incontrerà una veterinaria che lo aiuterà nella sua ricerca e molti altri personaggi doppiogiochisti. Dalla seconda metà in poi il romanzo diventa un spy story e un intrigo internazionale, con tanto di ricerca di un documento che spunta da un lontano passato.

I colpi di scena si susseguono con il classico ribaltamento di ruoli da“amici” e “nemici”, delitti, attentati e retroscena di ogni tipo. L’Eroe e l’Eroina riusciranno a salvarsi, come vuole il canone, a prezzo però di molte altre vite.Il fine lieto non è contemplato, per cui tutti a loro modo riporteranno ferite difficili da rimarginare perché ormai una metaforica pandemia (che non cito per non rovinare la sorpresa) sta dilagando in Europa.

25 anni di “Arcano Incantatore”: conversazione con Pupi Avati – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi una bella intervista ed esegesi della sua opera a Pupi Avati, fatta in occasione del venticinquennale di L’arcano incantatore, film da subito pietra miliare del genere weird italiano, o meglio, gotico padano. Un estratto della chiacchierata:

“Fola esoterica dalle nostre campagne”: il cartello che compare nei titoli di testa riassume i due elementi fondanti dell’avatiano “Gotico padano”: il mondo rurale e le sue storie di paura (che furono d’ispirazione, già vent’anni prima, per La casa dalle finestre che ridono). Uno dei due termini è però qui contraddetto: pur idealmente ambientato nelle campagne intorno a Bologna (l’accento d’alcuni caratteristi è eloquente), il film è stato girato tra l’Umbria e il Lazio, per lo più nelle campagne fra Todi e il lago di Corbara: e il fatto che questo lago, all’epoca nella quale il film è ambientato, non esistesse contribuisce allo straniamento dello spettatore – lo stesso nel quale sprofonda Giacomo lungo il corso del film – trasponendo la vicenda in un mondo che non c’è.

Pupi Avati – Mi colpisce che tu abbia trovato Il mattino dei maghi proprio dopo aver partecipato a un mio film, perché per me e per la mia formazione, per il mio panorama e per il mio immaginario, è un testo fondamentale.

Tommaso de Brabant Jung parlerebbe di sincronismo, “coincidenza significativa”.

PA – Proprio così. Tieni da conto quel volume, è introvabile. Il mattino dei maghi fa parte di quella cultura esoterica alla quale ho dedicato tanto interesse, ancora prima che arrivasse Dan Brown col suo “Codice da Vinci” a gettarla in caciara. Ma sono studi che mi interessano ancora, e che mi hanno portato a realizzare L’arcano incantatore. Sono arrivato all’idea per quel film da lunghi studi, da una documentazione che assieme a mio fratello ho curato per anni… ma si è anche trattato di pura ispirazione. Soprattutto dall’ispirazione.

Nonostante Avati si schermisca affermando d’aver seguito l’ispirazione più immediata, i suoi film – e quelli dell’orrore in particolare – dimostrano una cultura vasta e profonda. Proprio L’arcano incantatore, fiaba gotica sospesa tra scorci bellissimi d’un Settecento realistico e sognante al contempo, è forse il suo film più colto. Cultura che traspare dalla bellezza del film e della ricostruzione che offre dell’epoca in cui è ambientato, ma non solo. I riferimenti letterari (e non solo) ci sono: precisi, documentati, accurati. Tutta una cultura sta dietro la crittografia per la quale Monsignore si avvale del suo novello segretario, Giacomo. Ed è uno dei testi capitali di questa cultura a fare da “manuale” per i communiqué che il sospettoso (ma per lo più ignaro) ex seminarista affida a Severina, la conversa (diversamente da lui, consapevolissima) che lo traghetta attraverso il lago: novella Caronte sia per il ruolo di rematrice, che per il mondo infernale al quale pertiene.

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Valerio Evangelisti sulla fantascienza italiana – Eymerich.com


Su Eymerich.com la segnalazione di una videoconferenza cui ha partecipato Valerio Evangelisti sulla Fantascienza italiana. Qui il filmato del dibattito: https://www.crowdcast.io/e/international-conference/11.

Recensione: “I Bizantini in Italia”, di Giorgio Ravegnani – TRIBUNUS


Su Tribunus la recensione a I Bizantini in Italia, saggio storico di Giorgio Ravegnani che indaga i secoli in cui i Bizantini – ma sarebbe più corretto dire i Romani d’Oriente, alla fine sempre i Romani – tentarono di riprendere e governare a lungo l’Italia, come parte integrante di un impero che si dichiarava ed era romano a tutti gli effetti. Un estratto:

Per quanto Ravegnani, da buon accademico, userà “Bizantini” per tutto il testo, ci tiene a sottolineare come questo sia un uso che non riflette la realtà delle cose. La sua premessa funge anche da utile introduzione e riassunto al tema. Vediamone uno stralcio.

“I Bizantini in realtà non sono mai esistiti: essi chiamavano se stessi ‘Romani’ e la definizione con cui li indichiamo è un portato della cultura moderna che così li indicò per distinguerli dai Romani dell’epoca classica. E lo facevano a ragion veduta dato che ciò che noi abitualmente definiamo bizantino altro non era che l’evoluzione dell’impero romano di Oriente. […] nel 330 […] iniziarono a differenziarsi due realtà statali, Occidente e Oriente romano […]. La divisione non significò la fine di ogni rapporto: dal punto di vista giuridico lo stato romano continuò a essere considerato unico e, nella pratica, Costantinopoli intervenne in più occasioni, direttamente o indirettamente, nelle fasi cruciali del dissolvimento dell’altra metà dell’impero. Nel secolo successivo poi i Bizantini arrivarono in armi per ricondurre sotto il loro dominio quanto dai barbari era stato sottratto, illegalmente secondo il loro punto di vista. Iniziava così la lunga storia dell’Italia bizantina che, sia pure con vistosi cambiamenti territoriali, si protrasse fino alla seconda metà dell’XI secolo.”

Il prof. Ravegnani, più avanti nel libro, riconosce anche un’accelerazione della trasformazione sotto Eraclio, ma con questa premessa siamo rassicurati sul fatto che i Bizantini di cui leggiamo altro non sono che, ovviamente, i Romani. Inizia così l’avventura nell’Italia bizantina. Come accennavo sopra, un’avventura lunga quasi settecento anni.

Infatti Ravegnani non si limita a partire da Giustiniano (imperatore al quale il professore ha dedicato numerose pubblicazioni, come L’età di Giustiniano, La corte di Giustiniano, Soldati e guerre a Bisanzio, Il secolo di Giustiniano) e dalla riconquista dell’Italia con la guerra gotica, ma parte da più lontano. Il primo capitolo, “Collaborazione e conquista” (il più lungo del libro) prima di lanciarsi nella lunga guerra tra Romani e Ostrogoti, dedica infatti diverse pagine agli interventi dei Romani d’Oriente in Occidente tra IV e V secolo, a partire dalle campagne di Teodosio contro Magno Massimo prima, contro Eugenio e Arbogaste poi.

Black Dog presenta “Racconti italiani gotici e fantastici. Oltremondi” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione del terzo volume di Racconti italiani gotici e fantastici. Oltremondi, antologia della migliore produzione horror dell’800 italiano, a cura di Dario Pontuale con tavole illustrate da Alex Raso. La quarta:

Una raccolta di storie gotiche, fantastiche e grottesche dove il volto oscuro dell’Ottocento italiano mostra tutta la propria potenza.
Autori del calibro di Luigi Capuana, Ippolito Nievo e Giovanni Verga conducono il lettore in quel territorio crepuscolare in cui non si distingue la realtà dall’incubo. Gli scrittori che tutti incontrano nei testi scolastici stupiscono con queste novelle dal gusto moderno e sorprendente. Filo conduttore dell’antologia sono gli Oltremondi: luoghi oscuri che incutono timore. Meandri della mente umana, nei quali si nascondono le pulsioni più bestiali e inconfessabili. Oppure veri e propri oltremondi, luoghi fuori dal tempo e dallo spazio dove il fantastico esprime tutte le sue potenzialità.

Storia del giallo italiano | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione a Storia del giallo italiano, corposo saggio a cura di Luca Crovi: 500 pagine che analizzano e raccontano il giallo italiano dai suoi albori, sino alle ultime tendenze editoriali. Un estratto della rece:

Si tratta di un libro destinato a diventare un punto di riferimenti imprescindibile per tutti coloro che si vogliono avvicinare a questo genere letterario. Un’opera che segna uno spartiacque nella valorizzazione e nella comprensione dell’importanza di quei romanzi e di quelle opere che tante volte hanno fatto storcere il naso alla cd. letteratura alta, ma che in realtà dimostrano giorno dopo giorno, di non essere seconde a nessuno.

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