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Archivio per J.R.R. Tolkien

J.R.R. Tolkien e la caduta di Artù – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un trattato su J.R.R. Tolkien e la sua poetica incompiuta, in questo imperniata su Artù, un altro tassello – dopo quello inserito da Kipple – che sviscera gli aspetti poco conosciuti del grande romanziere inglese, creatori di mondi unici.

Probabilmente mai come in questo periodo, in Italia, si era parlato di John Ronald Reuel Tolkien. Dalla nuova traduzione prevista per Il Signore degli Anelli, all’uscita del film biografico sulla figura del professore, fino alla serie tv targata Amazon dal budget stellare ma ancora in fase embrionale, la figura di Tolkien occupa un ruolo centrale nel panorama odierno.

Eppure, ci sono ancora molte sue opere che non hanno raggiunto il grande pubblico, rimanendo di dominio di pochi. Una di queste è sicuramente La caduta di Artù, poema allitterativo rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 2013 dalla HarperCollins. Come di consueto, l’edizione è curata dal figlio maggiore di J.R.R., Christopher, il quale ha messo assieme il materiale del padre (comprese le bozze), arricchendolo con contributi notevolmente interessanti. Nel corso di questa trattazione faremo spesso riferimento a questo apparato critico, al fine di inquadrare l’opera tolkieniana nello spazio e nel tempo.

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Tolkien: Light and Shadow (Tolkien: la Luce e l’Ombra), di AA.VV – Curatela e traduzione di Giovanni Agnoloni | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Kipple Officina Libraria è lieta di presentarvi – non senza un pizzico d’orgoglio – Tolkien: Light and Shadow un’opera saggistica che indaga il metamondo letterario creato da J. R. R. Tolkien, attraverso le principali opere come Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit e Il Silmarillion, con la curatela di Giovanni Agnoloni. Dieci saggisti internazionali s’interrogano sui momenti cruciali e fondanti della poetica tolkeniana, estrapolandone gli aspetti più significativi del Professore di Oxford, spesso trascurati dall’esegesi mondiale.

L’edizione è disponibile in versione bilingue italiano e inglese, in formato cartaceo e digitale. Le traduzioni sono a cura di Giovanni Agnoloni, la copertina è di Giorgio Agnoloni.

Sinossi

Luce e Ombra sono i temi alla base di questa monumentale opera, intesi non come assoluti ma possibili manifestazioni del reale, e sono concetti utilizzati per riferirsi alla complessità emotiva sollecitata dalla lettura delle opere di Tolkien. Dove l’una (l’Ombra) si lega maggiormente all’idea di Paura, l’altra (la Luce) rappresenta il riflesso di quel divino che da sempre è stato fonte di ispirazione per l’intera opera del Professore di Oxford, pur non dichiarandosi mai esplicitamente.

Roberto Arduini, nel suo contributo Lo Hobbit: stilemi fiabeschi dell’opposizione tra luce e ombra, parte dal presupposto che Tolkien si era messo alla ricerca di un mito integralmente inglese, scartando leggende ’importate’ come il ciclo di re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda e analizzando i più grandi maestri in questo campo, da Chaucer a Milton, da Shakespeare a Morris. Arriva così a sottolineare come ne Lo Hobbit, storia pensata per bambini, l’opposizione tra Luce e Ombra svolga un ruolo estremamente importante. Il Professore era infatti convinto che esistesse un legame profondo tra i bambini e le fiabe.

Patrick Curry, in L’incantesimo in Tolkien e nella Terra di Mezzo, effettua una disamina degli aspetti salienti del tema dell’incantesimo, strettamente legato alla natura elfica e centrale nell’arte subcreativa tolkieniana, colta nella sua dialettica energetica di fondo, che racchiude Luce ed Ombra. Si apre così a considerazioni di ordine filosofico e spirituale, con riferimenti non solo al cristianesimo, ma anche al buddhismo.

Colin Duriez, in Forze demoniache e immagini del male in Tolkien, tratta il tema del rapporto tra Bene e Male nel Legendarium tolkieniano, effettuando un confronto tra la visione manichea (dualistica) dello stesso e quella d’impostazione agostiniana, per cui il Male non ha una sostanza in sé, ma è la perversione del Bene. Effettua così anche dei confronti con altri autori fantastici, tra cui gli Inklings C. S. Lewis e Charles Williams, e l’autrice della serie di Harry Potter, J. K. Rowling.

John Garth, con il suo Visioni di guerra nelle Paludi Morte, offre una penetrante trattazione della genesi del capitolo del Signore degli Anelli che descrive l’attraversamento delle Paludi Morte da parte di Frodo, Sam e Gollum, e individua la radice dei suoi desolanti scenari nei ricordi delle esperienze vissute da Tolkien durante la Prima Guerra Mondiale.

Gino Scatasta, in Tolkien, nostro contemporaneo? Un esperimento di ’mooreeffochismo’, affronta il problema della dialettica tra Luce e Ombra in Tolkien come un aspetto del tema più ampio della sua contemporaneità. Analizza la questione dal punto di vista dei valori toccati dalle opere del Professore e della loro permanenza o tendenza evolutiva nel tempo, anche alla luce di un confronto con altri importanti autori classici e contemporanei.

Il contributo di Guglielmo Spirito (La ’Luce della Santità’: il potere curativo della narrativa tolkieniana) consiste in una trattazione delle radici cristiane del tema della Luce e dell’Ombra nel pensiero di Tolkien. Contiene molteplici riferimenti alla tradizione mistica del cristianesimo occidentale e orientale, che offrono chiarimenti esemplari rispetto al sostrato fideistico che anima e percorre l’intero Legendarium tolkieniano.

Michaël Devaux, in “L’Ombra della Morte” in Tolkien, svolge un’analisi approfondita del problema della morte e della paura della morte nelle razze elfica ed umana, in relazione ai temi della mortalità degli uomini (destinati a uscire dai confini del mondo, appunto morendo) e dell’immortalità degli elfi (legati però al destino di Arda).

Thomas Honegger, con Più Luce che Ombra? Approcci junghiani a Tolkien e all’immagine archetipica dell’Ombra, compie un’operazione di scavo psicologico nei personaggi tolkieniani alla luce dei concetti di fondo della psicologia junghiana, passando in rassegna gli studi letterari che fino ad oggi hanno privilegiato questo tipo di analisi. L’Ombra, in quest’ottica, è il fondamentale archetipo junghiano, laddove la Luce emerge come quella del riconquistato Sé.

Michael D C. Drout, in Luce e Ombra, Trionfo e Caduta nella lettura del Silmarillion, fotografa l’ombra del dolore e la luce di un conforto che nasce sua accettazione, lenita dalla nostalgia, nelle pagine del Silmarillion, prendendo spunto dalla sua personale vicenda biografica di bambino, quando, all’età di nove anni e nel bel mezzo di una terribile tempesta di neve, si trovò, per un gradito regalo di Natale, a scoprire per la prima volta il magnum opus di Tolkien, che era stato pubblicato solo l’anno prima.

Infine, il saggio di Giovanni Agnoloni, Tolkien. L’Ombra della Paura e la Luce del Desiderio, analizza i due poli dell’oscuro e del luminoso in chiave psicologico-energetica. Alla luce di considerazioni di stampo junghiano, che trovano riscontro nelle tradizioni mistiche occidentali e orientali, il tema dell’Ombra si può ricondurre all’(eccesso di) attività razionale, laddove la luce (del Sé) tende ad emergere dove riesce a operare l’intuito, voce dei desideri più profondi, in cui si esprime l’identità individuale. Ce lo dimostra uno studio comparato di alcuni personaggi del Professore.

Simone Bonechi, membro dell’“Associazione Italiana Studi Tolkieniani”, ha fornito preziosi chiarimenti filologici concernenti le edizioni del saggio di Tolkien “Sulle fiabe”.

Estratto

Dall’introduzione:

Nello scrivere un pezzo di presentazione di questa raccolta di saggi di dieci autori di diverse nazionalità, formazioni e percorsi di vita, mi rendo conto di scendere come non mai a fondo nel magma sempre vivo di concetti, percezioni e rivelazioni a cui le opere di J. R. R. Tolkien ci rimandano. In quest’antologia compariranno scritti figli di approcci ora più accademici, ora più filosofico-spirituali o personali. Sono da sempre convinto, infatti, che le opere del Professore di Oxford consentano una molteplicità di chiavi di lettura, da quelle più strettamente filologico-letterarie a quelle di natura in senso lato riflessiva, ma più specificamente contemplativa e meditativa.
Esisteva ed esiste, tuttavia, un centro comune sul quale concentrarsi per impostare una riflessione a più voci sul tema della letteratura tolkieniana. Meglio ancora, forse ne esistono diversi, ma uno è, in particolare, quello che mi ha sempre affascinato, perché sembra echeggiare le energie intime e profonde che stanno alla radice della vita, e che fin dall’inizio del suo manifestarsi si propagano nel cosmo. Sto parlando della Luce e dell’Ombra.

La quarta

Una raccolta di saggi scritti da dieci studiosi internazionali del Legendarium di J. R. R. Tolkien, focalizzata su Luce e Ombra. Tali fili conduttori della sua produzione letteraria sono qui presi in esame come temi universali da interpretarsi in molti sensi diversi – etico, filosofico, psicologico, spirituale, storico e biografico – con ulteriori approfondimenti sulle loro innumerevoli sfumature. Le principali opere del Professore (su tutte, Lo Hobbit, Il Signore degli Anelli e Il Silmarillion) vengono esaminate nei loro molteplici aspetti, in rapporto agli eventi della sua vita e tenendo presente la sua opinione, attraverso l’epistolario e il suo saggio Sulle fiabe. Grazie a queste penetranti e coinvolgenti riflessioni, emerge una vasta gamma di punti di vista sul suo intero opus, a conferma della sua altissima rilevanza per la storia della Letteratura, con l’ulteriore ricchezza offerta da alcune nuove intuizioni sullo spirito delle sue creazioni.

Gli autori

Roberto Arduini, giornalista de “L’Unità” e presidente dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, è membro del Comitato Scientifico della collana Tolkien e Dintorni della casa editrice Marietti 1820. È co-autore e co-curatore di: Il Kalevala. Poema nazionale finnico, nella traduzione di Paolo Emilio Pavolini (Il Cerchio, 2007), La trasmissione del pensiero e la numerazione degli Elfi (Marietti, 2008), La Falce spezzata. Morte e immortalità in J. R. R. Tolkien (Marietti, 2009), La biblioteca di Bilbo. Percorsi di lettura tolkieniani nei libri per ragazzi (Effatà, 2011), Tolkien e la Filosofia (Marietti, 2011) e C’era una volta… Lo Hobbit (Marietti, 2012). È della postfazione di Tom Shippey ne Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm di J. R. R. Tolkien, curata da Wu Ming 4 (Bompiani, 2010). Autore di articoli accademici in materia di studi tolkieniani, ospitati su varie riviste scientifiche, ha anche visto due dei libri da lui curati tradotti in inglese da Walking Tree Publishers. Tiene abitualmente conferenze in Italia e all’estero.

Patrick Curry vive a Londra. È l’autore di Defending Middle-Earth: Tolkien, Myth and Modernity, edizione riveduta (Houghton Mifflin, 2004), tradotto recentemente in italiano col titolo Tolkien, mito e modernità. In difesa della Terra di Mezzo, di Paolo Palmieri (Bompiani, 2019). È anche autore di numerosi articoli e saggi che sono raccolti in Deep Roots in a Time of Frost: Essays on Tolkien (Walking Tree Books, 2014). Tra gli altri suoi libri, Ecological Ethics: An Introduction, edizione riveduta (Polity Press, 2017) e Enchantment: Wonder in the Modern World (Floris Books, in uscita nel 2019), ed è curatore di una rivista online: The Ecological Citizen (http://ecologicalcitizen.net). Maggiori informazioni possono trovarsi sul suo sito: http://www.patrickcurry.co.uk.

Michaël Devaux, titolare di una borsa della Fondazione Thiers (C.N.R.S. – Académie des sciences morales et politiques, 2000-2003), si è addottorato in Metafisica all’Université Paris IV – Sorbonne (2004). Insegna Filosofia dal 2007 presso l ’Université de Caen Normandie, e letteratura tolkieniana a Parigi (presso il Collège des Bernardins). Su Tolkien, ha coordinato diverse pubblicazioni (negli anni 2001, 2003, 2011, 2014), pubblicato circa venti articoli e curato testi del Professore sul tema della reincarnazione degli Elfi.

Michael D.C. Drout è Professore di Inglese e Direttore del “Center for the Study of the Medieval” al Wheaton College, in Massachusetts. È autore di How Tradition Works, Tradition and Influence in Anglo-Saxon Literature, Drout’s Quick and Easy Old English, e How to Think: the Liberal Arts and their Enduring Value, e inoltre co-autore di Beowulf Unlocked: New Evidence from Lexomic Analysis. Ha curato l’opera di J. R. R. Tolkien Beowulf and the Critics e la J. R. R. Tolkien Encyclopedia, e co-curato Transitional States: Cultural Change, Tradition and Memory in Medieval England. È uno dei co-curatori della rivista Tolkien Studies.

Colin Duriez è uno scrittore, curatore e ricercatore britannico, e ha pubblicato riversi libri su J. R. R. Tolkien e autori a lui ‘vicini’ come C.S. Lewis e gli altri membri degli Inklings e J.K. Rowling. Sta anche lavorando a una biografia su Dorothy L. Sayers. Ha tenuto conferenze su questi scrittori e sulle tematiche del fantastico in molti paesi tra cui Italia, Spagna, Grecia, Finlandia, Polonia, Regno Unito, Stati Uniti e Canada. È stato intervistato molte volte ed è apparso in documentari radiofonici e televisivi, tra cui quello sulla vita e il pensiero di J. R. R. Tolkien, incluso nella versione estesa del DVD della trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson. È da lungo tempo membro della “Tolkien Society”. I suoi libri sono stati tradotti in circa diciotto lingue, tra cui mandarino, italiano, giapponese e turco.

John Garth è autore di Tolkien and the Great War (disponibile in italiano come Tolkien e la Grande Guerra, Marietti, 2007) e del volume in prossima uscita Tolkien’s Worlds. Ha vinto il “British Tolkien Society’s Outstanding Contribution Award” e la “Mythopoeic Scholarship Award”; tiene regolarmente conferenze, insegna e scrive su Tolkien. È inoltre autore di un breve testo illustrato, Tolkien at Exeter College, e ha contribuito con alcuni capitoli al libro di Catherine McIlwaine’s Tolkien: Maker of Middle-earth e al Blackwell Companion to J. R. R. Tolkien. Tra i progetti in atto, un altro libro sulla vita creativa di Tolkien nel contesto del suo tempo, iniziato durante una residenza presso il Black Mountain Institute, in Nevada. Attualmente scrittore freelance, Garth è stato lettore di Inglese a Oxford e ha lavorato per molti anni al “London Evening Standard”.

Thomas Honegger si è addottorato presso l’Università di Zurigo, dove poi ha insegnato Inglese Antico e Medio. È, dal 2002, Professore di Studi Medievali Inglesi alla Friedrich-Schiller-University di Jena (Germania). La sua pagina internet accademica è: http://www.iaa.uni-jena.de/Institut/Mitarbeiter%2Ainnen/Honegger_+Thomas-p-228.html/. La sua e-mail è: Tm.honegger@uni-jena.de.

Gino Scatasta insegna Letteratura Inglese e Culture Mediali Anglofone presso l’Università di Bologna. Si è occupato di letteratura irlandese, in particolare di William Butler Yeats (Il teatro di Yeats e il nazionalismo irlandese, 1996) di cui ha curato l’edizione italiana di Per Amica Silentia Lunae (2009) e di Purgatory (1999), oltre che di letteratura vittoriana, in particolare di Charles Dickens (The Inventions of Charles Dickens. Riletture, revisioni e riscritture, 2014). Il suo lavoro più recente è Fitzrovia o la Bohème a Londra (2018), sulla scena bohémien londinese dal 1850 al 1950. Si occupa inoltre della cultura pop inglese degli anni Sessanta del XX secolo.

Guglielmo Spirito è un frate francescano conventuale, e vive e lavora ad Assisi. È nato a Buenos Aires nel 1958 e ha studiato Filosofia ed Egittologia prima di entrare nell’ordine fondato da San Francesco. A Roma ha ottenuto la Laurea (Licenza) in Teologia Pastorale Sanitaria presso il Camillianum e il Dottorato in Teologia (PhD) con specializzazione in Spiritualità presso l’Antonianum. È professore presso l’Istituto Teologico di Assisi, la Facoltà Pontifica di Sn Bonaventura Seraphicum e l’Università Pontificia Antonianum a Roma. Ha tenuto corsi e conferenze in Inghilterra, Germania, Francia, Spagna, Polonia, Russia e Canada. Su Tolkien, ha pubblicato saggi, articoli e libri, alcuni in italiano ma prevalentemente in inglese, pubblicati su Hither Shore e con Walking Tree Publishers.

Giovanni Agnoloni è scrittore, traduttore letterario e blogger. Autore di tre saggi sull’opera di J. R. R. Tolkien (Letteratura del fantastico. I giardini di Lorien, Nuova Letteratura fantasy e Tolkien e Bach. Dalla Terra di Mezzo all’energia dei fiori) e di una serie di romanzi distopici sul tema del crollo di internet (Sentieri di notte, Partita di anime, La casa degli anonimi e L’ultimo angolo di mondo finito), parzialmente pubblicata pure in spagnolo e in polacco, negli ultimi anni si è dedicato alla narrativa d’impronta psicologica, anche legata al tema del viaggio, e alla poesia. Ha tradotto romanzi di autori di livello internazionale come Amir Valle, Peter Straub e Daniela Sacerdoti, numerosi saggi storici e a uno relativo a Tolkien, La saggezza della Contea di Noble Smith, oltre a co-tradurre (con Marino Magliani) una raccolta di studi su Roberto Bolaño. È stato ospite di numerosi festival e residenze letterarie in Europa, e ha tenuto conferenze e reading anche negli Stati Uniti. Il suo sito è http://www.giovanniagnoloni.com.

La collana V.

La collana V. è lo spazio speciale che la Kipple Officina Libraria riserva alle opere particolarissime, frutto di scelte editoriali che attraversano gli estesi confini dell’immaginazione, laddove non esiste classificazione e la fantasia corre sfrenata senza nessun limite o condizionamento.

AA.VV | Tolkien. Light and Shadow (Tolkien: la Luce e l’Ombra)

Curatela e traduzione di Giovanni Agnoloni
Copertina di Giorgio Agnoloni

Kipple Officina Libraria
Collana V. (Vol.7) — Formato ePub e Mobi — Pag. 261 – € 6.99 — ISBN vers. Italiana 978-88-32179-08-8 – vers. English 978-88-32179-07-1
Formato cartaceo — Pag. 448 – € 25.00 — ISBN 978-88-32179-68-4

Link

Tolkien | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione al film Tolkien, che vi ho segnalato pochi giorni fa. Uno stralcio:

Diverse narrazioni s’intrecciano nel film: l’esperienza sul fronte; la formazione etica, morale, universitaria e sentimentale; il devastante impatto della Grande Guerra per la generazione di Tolkien. Sia pure retto da una ricostruzione d’ambiente e da un cast convincenti, il film appare però incerto nel risultato finale.
Uno degli scopi della storia sembra quello voler raccontare quanto Tolkien fosse “predestinato” e quanto della sua vita sia entrato nell’opera. Uno scopo che verso coloro che poco o nulla sanno della vita di Tolkien.

Il biopic su Tolkien arriva al cinema | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione dell’uscita nelle sale cinematografiche di Tolkien, il film che racconta la vita di J.R.R. Tolkien. Un film epocale, il punto di vista del creatore delle saghe più famose e belle mai scritte.

Tolkien esplora gli anni formativi della vita del famoso autore mentre trova amicizia, coraggio e ispirazione in un gruppo di scrittori e artisti negli anni degli studi. La loro fratellanza si rafforza mentre crescono e affrontano sia l’amore che la perdita, incluso il tumultuoso corteggiamento di Tolkien della sua amata Edith Bratt, fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale che minaccia di distruggere la loro fratellanza. Tutte queste esperienze in seguito avrebbero ispirato Tolkien a scrivere i suoi famosi romanzi della Terra di Mezzo.

Tolkien 2019: i mostri, gli eroi, i critici colpiscono ancora – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una recensione, a cura di Franco Pezzini, a  Il fabbro di Oxford. Scritti e interventi su Tolkien, saggio di WuMing4 inerente a Tolkien, al mondo Fantasy e all’immaginario politico o pseudo ideologico di parte che spesso ha sovrastato l’arte stessa (almeno qui in Italia) dello scrittore inglese. Un estratto:

Senza piaggerie – di cui l’autore del libro non ha bisogno – studi come questo sono un esempio eccellente del tipo di critica oggi necessaria in materia di fantasy (e non solo, ma limitiamoci al particulare). Benvenute le opere compilative ad ampio raggio, che se felicemente realizzate possono essere preziose per inquadrare il fenomeno nella sua latitudine; benvenuto anche un certo approccio ruspante in chiave fandom. Ma se non andiamo a incalzare nel rispetto della relativa complessità i singoli testi, la genesi, le fonti, le convinzioni di un autore – anche quando non dice ciò che ci piacerebbe sentire, e tenendo distinti la sua soggettività storica e l’impatto di opere che vanno oltre lui – ci fermeremo alla rifrittura delle stesse banalità e dei soliti travisamenti. In un tempo come il nostro in cui la banalizzazione è premiata, e il successo diluviale di un genere popolare come il fantasy vede un inevitabile scarto tra quantità e qualità delle voci, sia in termini di narrativa che di riflessione sulla medesima (gli autori si propongono spesso come critici tramite web e social), Il fabbro di Oxford è un prezioso richiamo alla complessità.

Dove attenzione, non si sta denigrando il fantasy, come d’uso a suon di semplificazioni tra certi progressisti snob: è un genere che ha offerto anche opere di qualità altissima, talora squisitamente letteraria e capace – a prescindere dal divertimento del lettore, che può essere un valore – di sollevare anche grandi questioni individuali e collettive. La domanda può semmai riguardare, come sempre, le motivazioni con cui il singolo autore si avvicina a un genere e l’abilità tecnica che può vantare. L’originalità e lo spessore. La capacità di porsi domande e di impostarle sul piano narrativo. Il rapporto con le “mode” d’epoca (visto che il fantasy è palesemente di moda). Le stesse sfide sollevate da un genere che sembra più facile da gestire (in teoria non richiede ricerche complesse come il romanzo storico, né costruzioni logiche rigorose come il giallo classico, eccetera) e dove la riproposta continua di alcuni topoi – a ricalco di certi plot fiabeschi, di strutture mitiche eccetera – è forse più facilmente apprezzata dai fan. Dove il rischio di semplicismo si gioca anche nel rapporto con ideologie che sul feticcio dell’eroico amano condurre le danze: si pensi ai possibili – ma non necessari – cortocircuiti con certo neoceltismo, neoteutonismo eccetera di marca reazionaria. Aggiungiamo il fatto che una parte cospicua del fantasy più interessante prodotto all’estero fatica ad approdare in Italia, dove si tende a proporre in traduzione – da cui ovvie imitazioni – il classico usato sicuro. Rinvio sul tema agli itinerari battuti da Davide Mana, esperto di fantasy anglosassone.

Ma torniamo al punto di partenza. Per capire la vera originalità dei maestri di un genere occorre esplorare le pieghe delle loro opere: e nel caso di Tolkien il legame tra lo scritto e gli studi che portava avanti (il suo “lavoro”), le ruminazioni su valori e lettura della realtà, le riflessioni con amici intellettuali (e non), le esperienze familiari, belliche e professionali, è talmente coeso che difficilmente si può parlare di una vera fuga dalla realtà stessa. Semmai, come vedremo, di una tensione all’oltre da sé – previa però immersione nel sé – con un linguaggio amato e nobile, legato a letterature di un certo passato: e tali echi veicolano in modo efficace, grazie a una personalissima frequentazione quotidiana, un intero orizzonte interiore e relative urgenze. Senza colpa di nessuno, è chiaro che la verifica di impianto e motivazioni di legioni di scrittori fantasy che oggi in Italia premono sui social mostrerebbe situazioni un po’ diverse.

Camerata Mediolanense – Fuoco


Brano struggente e quasi medioevale, un folk nostrano di tradizioni musicali radicate nei secoli (grazie AlessioBrugnoli).

ARTHUR MACHEN e il segreto delle Ninfe | Heroic Fantasy Italia


Su HeroicFantasy una bella biografia di Arthur Machen, ben dettagliata e innervata nei suoi gangli creativi e occulti. Un estratto:

L’opera di Machen può essere avvicinata a quella di Tolkien nel resuscitare gli antichi miti celtici. Ma mentre Tolkien, con gli occhi del letterato, dà valenza positiva ai “piccoli popoli”, Machen sa che questi erano visti con paura dagli antichi gallesi, così come gli Alvar nordici e gli Alp tedeschi e alpini erano ben più temibili degli Elfi di Tolkien. L’idea che il popolo di Faerie sia una maschera per un orrore arcaico indicibile è bene esposta nel racconto Il Sigillo nero.

Selvagge colline, arcaiche foreste, criptiche rovine romane fanno appunto da sfondo a The White People, secondo Lovecraft è l’opera in cui più ogni altra Machen ricrea la tradizione magica celtica. “In Machen, la storia più sottile—The White People— è indubbiamente la più grande, anche se non ha i terrori tangibili e visibili di The Great God Pan o The White Powder.” (lettera a Robert E. Howard, 4 Ottobre 1930). Il grande bibliografo e studioso dei letteratura fantastica E.F. Bleiler considerava questo racconto “probabilmente la migliore singola storia soprannaturale del secolo e forse della letteratura”, anche se l’elemento soprannaturale è fatto intuire, più che esplicitato e descritto.

«La stregoneria e la santità, ecco le sole realtà». È l’inizio del racconto, una lunga discussione tra un uomo pratico e razionalista (Cotgrave) e un mistico eccentrico (Ambrose), probabilmente portavoce di Machen. Questo prologo è stato bersaglio di critiche, sia di forma che di contenuto. Nella forma, si ritiene contrario a ogni buona regola di scrittura iniziare un racconto con un dialogo filosofico; nel contenuto, perché lo spiritualismo di Ambrose (nome non casuale: da Ambrosia, l’elisir dell’immortalità, come il Padre della Chiesa Ambrogio, ma anche come il mago Emrys Myrdinn, Merlino), e giudicato politicamente scorretto, irrazionale e misogino.

La tesi di Ambrose è che il vero peccato, come la vera santità, hanno poco a che fare con la nozione comune di bene e male, determinata dall’utile della società. La maggior parte degli uomini è debole, mossa dalle circostanze verso la criminalità o la rispettabilità. Il santo e il peccatore sono coloro che guardano oltre il velo dell’apparenza, l’uno per raggiungere sfere superiori con mezzi un tempo naturali, la contemplazione e l’estasi, l’altro con mezzi innaturali, la stregoneria. Il peccatore è non meno solitario del santo, e la sua via è ancora più ardua. Questo dialogo, da molti critici biasimato, è stato ammirato da Louis Pauwels e Jacques Bergier che vi hanno visto una spiegazione del male assoluto del nazismo. Perché l’adepto del male di Machen può non fare mai un atto violento (la strega bambina non fa nulla di più crudele di rompere dei piatti col pensiero, spaventando una cuoca), ma può anche compiere crudeltà mostruose come Gilles de Rais, che sacrificò, smembrò e violentò centinaia di bambini per trovare la pietra filosofale, o come, aggiunge Jacques Bergier, Hitler e Himmler che massacrarono milioni di persone per creare una razza di superuomini.

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