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Archivio per Jazz

Syd Barrett – Rhamadan


Cos’era Syd Barrett

Barbara Ellison – CyberSongs | Neural


[Letto su Neural]

Se i riferimenti stilistici più immediati possono essere ancora quelli a un’estetica popular eccentrica e ultra-contemporanea, in questo “ciclo di canzoni transumane per voci computerizzate simili a quelle umane” l’autrice non scende a compromessi, rifuggendo sia i modelli classici di quella che è una cyber-song (alla Laurie Anderson, per intenderci, o se preferite alla Holly Herndon), sia la tentazione di cercare facile presa nel pubblico, utilizzando famose hit del passato da coverizzare, robotizzare e rendere fruibili per tempi futuri (Atom™ e Alexei Shulgin sono due ottimi rappresentanti di quest’approccio). Barbara Ellison nelle tredici tracce che compongono il progetto approfondisce invece la complessa musicalità degli avatar vocali e del TTS (Text-to-speech), creando trame ipnotiche, rifacendosi piuttosto alla tradizione della poesia sonora e dell’avant jazz, ricorrendo insistentemente a ripetizioni, ad allitterazioni, intervenendo su parole, morfemi e fonemi, con frasi e particelle vocali alle quali si danno nuovi significati sonori, trasformando in schemi ritmici le molteplici lingue utilizzate. È comunque una trattazione “oltre l’umano” quella alla quale siamo sottoposti, fantasmatica e un po’ ossessiva ma anche giocosa e combinatoria, che verrà ulteriormente implementata in un già programmato spettacolo teatrale, dove sarà protagonista assieme a Barbara Ellison la sua collaboratrice abituale Nathalie Smoor. Le voci campionate al computer assurgono quindi a veri e propri strumenti per esplorare diversi fenomeni attraverso l’uso intensivo ed estensivo delle varie iterazioni possibili. “CyberSongs è una serie di brani che si concentra esattamente sull’uso e l’interpretazione di modelli di discorso per la generazione di ritmo e significato” dice Ellison, specificando come sia proprio la ripetizione a originare poi una “rottura antitetica del significato”. Nelle composizioni presentate viene sfruttato l’intero spettro di unità linguistiche e sintattiche: sono microfrazioni di sillabe, intere frasi, intrecciate in modelli di discorso che a scale differenti intervengono sulla nostra attenzione, costringendoci ad adattare continuamente l’ascolto. Accogliere nuove informazioni e decifrare ciò che i suoni generano all’interno di un preciso contesto, questa è una possibile strategia d’ascolto, oppure – al contrario – un ulteriore opzione potrebbe essere lasciarsi andare al flusso metamorfico d’elementi in gioco, liberandosi come nel gibberish d’ogni categoria-energia concettuale e/o astratta.

Dictaphone ‎– Goats & Distortions 5 | Neural


[Letto su Neural]

Sono atmosfere dagli umori alquanto esotici, cinematici e fascinosi, quelle dispensate per Denovali da Oliver Doerell, Roger Döring e Alex Stolze, band belga-tedesca conosciuta come Dictaphone. Gli accordi suadenti, sin dalla prima traccia di questo Goats & Distortions 5, s’imprimono con una forte vocazione narrativa e subito nella successiva diventano ancora più evocativi, essenziali ed eleganti, fra suoni di clarinetto e violino costruiti con calibrata maestria in scarni passaggi permeati da un approccio sognante e melanconico. Su un vecchio registratore a nastro, ritrovato casualmente da Oliver Doerell nella sua casa berlinese, sono impostati alcuni sample e sempre dallo stesso, utilizzato come fonte sonora, sono tratte alcune catture auditive. L’effetto complessivo è quello d’un jazz cameristico, appassionato e sperimentale, notturno ed evocativo, come nei passaggi di “Your Reign is Over”, nei quali fa capolino anche la voce ammaliante di Helga Raimondi, estremamente a suo agio fra gli “strumenti morbosi” del combo. Sono trame piuttosto eteree, a tratti spettrali, fitte di tappeti ambientali cupi, di dettagli ed emergenze auditive eccentriche. Non mancano intrecci melodici, infarciti spesso da svariati impercettibili suoni e percussioni nostalgiche mai ridondanti. L’equilibrio è quello d’una musica molto contaminata e terzomondista, astratta ma non neghittosa, misurata nei glitch e sempre piuttosto coinvolgente ed emozionante. È la quinta fatica discografica questa per i Dictaphone – che hanno esordito nel 2002 su City Centre Offices – e gli equilibri sembrano ben oliati, grazie a una cifra stilistica piuttosto minimale, incantata ed eclettica, in qualche modo vintage, così come lo stesso nome della band, ispirato a un registratore lo-fi con motore a velocità variabile, inventato alla fine degli anni ’40. Sono dieci le tracce in scaletta e ognuna rappresenta idealmente un differente viaggio in un unico mondo sonoro, condotte fra svolazzi analogici, ritmi sinuosi e l’elettronica raffinata, elementi in continuo mutamento attraverso informi paesaggi, nebbiosi ma placidi, un po’ surreali e lussureggianti. Non si può affermare come nel periodo post-punk che il pop sia comunque “poesia moderna”, ma questa uscita è ispirata e ci riporta alla musica crepuscolare alternativa di Bruxelles nei primi anni ottanta.

Porcupine Tree – Harridan


Il nuovo singolo dei Porcupine Tree, dopo dodici anni di silenzio che preludono alla fine del viaggio. Progressive con idee jazz spinto ai massimi livelli, privo di barocchismi, non riesco però a capire se tutto ciò è nelle mie corde ma, tant’è, il singolo è di per sé un evento.

Prins & Simonis – Mothers Of Exit | Neural


[Letto su Neural]

Gert-Jan Prins e Lukas Simonis sono due esperienziati e ben conosciuti musicisti improvvisativi che in questa loro prima collaborazione hanno dato vita a sette brani, produzioni piuttosto aspre e dissonanti, venate da inserimenti rumoristici, sibili ed effetti sghembi, oltre che dai suoni scaturiti da chitarre, sintetizzatori modulari, microfoni e da una batteria utilizzata in maniera piuttosto viscerale e imponente. Entrambi i musicisti danno fondo al loro repertorio di conoscenze specialistiche: Prins a suo agio nelle parti più ritmiche, utilizzando microfoni ed effettistica varia, Simonis alla chitarra, al synth e alla blippoo box, un generatore elettronico di sonorità che opera secondo i principi della teoria del caos. Stilisticamente il duo è in bilico fra jazz e noise rock, facendo ricorso a molte di quelle che sono tecniche improvvisative ben consolidate. Per esempio alle coppie oppositive (vuoto-pieno, ritmo-melodia, ripetizione-differenza, dentro-fuori), oppure tonicizzando o sostituendo gli accordi, alternando tappeti rumoristici poco definiti a interventi strumentali più nitidi, utilizzando specifici espedienti di addizione e sottrazione ritmica. In Mothers Of Exit i suoni, insomma, sono sempre degli avvenimenti e i modelli e le trame delle tracce presentate offrono continue mutazioni, cambi d’atmosfere e livelli energetici, rimanendo sostanzialmente rumorosi ma mai convenzionali. I due eclettici performer non mancano nel ritornare ai loro strumenti d’elezione, la batteria per Prins e la chitarra per Simonis, ma allo stesso tempo è molto forte e presente tutto il resto, che non può essere percepito come semplicemente aggiuntivo. La coerenza fraseologica improvvisativa del duo è indiscutibile e seppure alcuni elementi di matrice rock potrebbero sembrare piuttosto “minimali”, l’insieme d’intrecci presentato non è affatto scarno e presenta una complessità piuttosto accentuata. “La complessità è ciò che è tessuto insieme” – per dirla con le parole di Edgar Morin – e qui sono molteplici gli elementi che concorrono al risultato finale, godibilissimo, vivido e pungente, che ci fa interrogare sulle cause dei processi sonori e sul con-esserci che l’ascolto determina.

 

Cindytalk @ the 12 Bar, 30 June 2008


Le meraviglie eteree di un industrial strano, jazzato, disturbato dall’Io che monta ovunque, fino alle distanze tra viventi e poi oltre.

“V I B R A T O R ep” by Mr. Moods | Free Trip Downl Hop Music Blog


Sognanti istanti di un esotico in riva al mare di acido equatoriale, il sole manda messaggi di perfezione criptata… Da FreeTripDownloHopBlog, eccovi la proposta di Mr. Moods.

Marcin Pietruszewski – The New Pulsar Generator Recordings Volume 1 | Neural


[Letto su Neural]

Con un packaging il cui design si deve a Joe Gilmore e alle raffinate manipolazione di font di Florian Hecker, stampato in due distinti colori, argento metallizzato e nero, con un libretto di trenta pagine redatto da Curtis Roads, a sua volta storico compositore elettronico e uno dei principali esperti di pulsar synthesis, The New Pulsar Generator Recordings Volume 1 è un progetto sonoro alquanto ispido e sperimentale che viene presentato da Marcin Pietruszewski sotto le insegne della Fancyyyyy, etichetta operativa sia a Glasgow che a Manchester e dedita a una ricerca auditiva certo non convenzionale e dai molti risvolti teorico-pratici (per esempio la realizzazione e la vendita di moduli eurorack di effettiere a feedback non lineare e divisori di clock). L’opera è stata composta utilizzando una nuova implementazione del classico software di computer music Pulsar Generator, questa versione è stata messa a punto dallo stesso Pietruszewski, elaborando una forma avanzata di sintesi particellare che viene utilizzata per generare sequenze soniche alquanto impredicibili e caotiche. Il suo output varia da impulsi e sequenze singolari a toni continui su più scale temporali percettive, un’idea quella dei grani sonori che è stata proposta per la prima volta da Iannis Xenakis e successivamente sviluppata proprio da Curtis Roads. L’effetto all’ascolto è quello di composizioni assai astratte e siderali, ultraterrene e abrasive, con repentini passaggi e cambi di registro, emergenze auditive e risucchi. Sono quindici le tracce presentate, la maggior parte molto brevi, sotto i due minuti, la più estesa, “tnpgr (shifting(glissement) (f -_ _f_))”, di poco più di cinque minuti, elaborata insieme a diverse altre – ma non tutte – allo ZKM Center for Art and Media di Karlsruhe nel 2018. La sintesi della pulsar è puramente digitale, una composizione algoritmica implementata da Pietruszewski nel linguaggio di programmazione open source SuperCollider 3. Fra sbuffi, sibili, scoppiettii, eruzioni e gorgoglii vari, facendo ricorso ad astruse manipolazioni ritmiche, innescando passaggi improvvisi e mutazioni, Marcin Pietruszewski comunque non perde mai il gusto nel connettere più elementi e sperimentali accostamenti sonori, dando all’estrema diversità d’impulsi una certa coerenza e rigore. Un immaginario racconto poetico, un viaggio immaginativo, fanno comunque capolino fra i solchi e certi timbri e trasformazioni sonore sembrano mai ascoltate prima, in bilico fra psicoacustica fuzzy e avant-jazz lunatico.

Horla – Fantômes | Neural


[Letto su Neural]

Scritto, prodotto e mixato nel Madagascar nord-orientale da Clovis Lemée – musicista e condirettóre della Cabanon Records, meglio conosciuto come Horla – questo LP vuole essere un tributo alla natura selvatica, all’animismo e all’essenza misteriosa di quella terra affascinante, nella quale visioni fantasmagoriche indotte, strani rituali e un certo primitivismo magico, diventano una costante poetica degli stessi ambienti attraversati. La gestazione di Fantômes è durata all’incirca due anni e la suggestione stilistica nelle composizioni proposte è quella d’un free-jazz molto rarefatto e avanguardistico, nel quale forti sono gli elementi autoctoni, tribali, sensibili d’una molteplicità di pieghe e intrecci musicali, ritmi e armonie. “Opium quartet” parte con una sola nota di tromba ripetuta e suoni granulari un po’ sulfurei e dissonanti, seppure mollemente ipnotici, densi e cadenzati. Nella successiva “Bois-Pierre“ – che è più nervosa e ritmicamente sfaccettata – è sempre un andamento sognante e stravagato a conquistare l’ascolto, in un ribollire d’emergenze auditive percussive e sequenze discretamente sinistre. “Jumbo score” è ancora una composizione prevalentemente ritmica e sommessamente tribale: sembra di sentire sonagli, rumori animali, echi sordi piuttosto spazializzati e cupi. In “Haschich jazz”, ci si trova di fronte a un approccio polifonico e a una molteplicità di fonti sonore, sottolineate anche da intrecciate registrazioni di cori evocativi e chiesastici. Horla spesso si avvale di strategie aleatorie, preordinate impostando un certo numero di variabili definite a priori, che rendono indistinguibili le registrazioni microfoniche di strumenti acustici e i suoni di sintesi. L’editing di ogni brano è decisamente accurato e anche piuttosto laborioso, come in “The coconut fall”, raffinata partitura armonicamente predisposta, un po’ malinconica ed elegiaca. “Qui sont ces fantômes” è pure assai quieta, anche questa basata sul ripetersi di un solo accordo, questa volta di clavicembalo. “Palissandre spleen” è la più breve delle tracce presenti nell’album, solo poco più di due minuti, anche questa un misto di registrazioni acustiche e parti di sintesi che si devono a uno stilizzato xilofono, seguita da “Veillée pour les morts” che articola tintinnii piuttosto sghembi in un jazz rarefatto dalle partiture ariose e melodiche. “Veillée pour les morts” sfuma suadente agitando una doppia dialettica, strutturata da una parte da trattamenti piuttosto swing ed edulcorati, dall’altra da una ritmica sbilenca in opposizione alle melodiche evoluzioni. Si chiude con “Frame-Océan” fra eleganti costruzioni melodiche e ritmica improvvisativa, includendo abrasioni tonali e rumori di fondo.

David Bowie – Nuts


Un capolavoro di David Bowie della fine ’90 rimasto inedito. Grazie a Mario Gazzola che lo segnala.

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