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Archivio per John Dee

La lingua perduta degli angeli – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un articolo che esplora le ricerche effettuate dal mago John Dee sul linguaggio Enochiano, qualcosa che Gustav Meyrink ha esplorato nel suo splendido romanzo L’angelo della finestra d’Occidente. Un estratto:

Una branca della Kabbalah ebraica nota come temurah, il cui più illustre esponente fu il mistico Abraham Aboulafia, si basava sulla pratica di combinare e permutare le lettere ebraiche della Torah e dei nomi sacri di Dio, producendo una serie di formule capaci di esprimere, nel loro continuo mutamento, la potenza divina e la splendida armonia del cosmo. Questa idea è illustrata da Gershom Scholem in La Kabbalah e il suo simbolismo, dove spiega che, secondo la dottrina di Aboulafia, “gli elementi fondamentali, il nome JHWH, gli altri nomi di Dio e gli appellativi o kinnuyim furono trasformati mediante permutazioni e combinazioni delle consonanti […] finché in ultimo apparvero nella forma delle frasi ebraiche della Torah, così come le leggiamo ora. Gli iniziati, che conoscono e hanno capito questi principi della permutazione e combinazione, possono seguire il percorso inverso, dal testo all’indietro, e ricostruire il tessuto originario dei nomi” con l’obiettivo di risalire “all’operare segreto della potenza divina”. Dottrine come questa esercitarono un’influenza incalcolabile sul pensiero rinascimentale, in cui misticismo, magia e matematica si unirono a costituire quella che è oggi universalmente conosciuta come tradizione ermetica. L’influenza di questo pensiero magico sullo sviluppo della cultura moderna è stata a lungo trascurata, fino a quando, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, fu finalmente riabilitato da diversi studiosi e accademici, tra cui spiccano, soprattutto, le ricerche della storica Frances Yates.

Il prodotto forse più enigmatico e oscuro di questa multiforme corrente di pensiero è il Sistema Enochiano di John Dee, che fu un matematico, scienziato e astrologo al servizio della corte di Elisabetta I, la cui carriera fu, tutto sommato, quella di un rispettabile intellettuale del tempo. Nel corso della sua vita compose diverse opere scientifiche e matematiche che riscossero un vasto successo; entrò nelle grazie di Elisabetta I per aver composto, nel 1555, un oroscopo in cui prediceva la sua prossima ascesa al trono. Quando Elisabetta divenne regina, gli fu concessa la possibilità di proseguire i propri studi in autonomia, sotto la tutela della corona. Ma, a partire dal 1582, le ricerche di John Dee presero una piega sempre più eccentrica. Influenzato dalle opere di altri intellettuali dell’epoca, e forse insoddisfatto dalle risposte offerte dalla scienza del suo tempo, John Dee cominciò a occuparsi di magia e spiritismo, con l’obiettivo di penetrare, facendo ricorso a metodi più o meno ortodossi, i misteri ultimi del cosmo. In questa impresa, fu affiancato da un giovane alchimista dalla reputazione discutibile di nome Edward Kelley, il quale si presentò alla sua casa di Mortlake rivelando un incredibile talento come medium.

Secondo le testimonianze contenute nei diari di Dee, Kelley era in grado di comunicare, con l’aiuto di un cristallo di quarzo, con entità spirituali invisibili. Gli spiriti contattati da Kelley nel corso delle sue sedute spiritiche con Dee, che si presentavano nella veste di angeli e arcangeli, cominciarono ben presto ad avanzare pretese sempre più esuberanti, costringendo i due a viaggiare incessantemente attraverso l’Europa per trasmettere il messaggio angelico ai regnanti del tempo. Gradualmente, gli angeli cominciarono a trasmettere i frammenti di quello che appariva come un complesso, ma indecifrabile, sistema crittografico, composto da astrusi sigilli e interminabili griglie di lettere. Gli angeli rivelarono a Dee e Kelley una lingua sconosciuta, chiamata da Dee lingua enochiana, costituita da un alfabeto di ventuno caratteri, nella quale erano composte diciannove ‘chiavi’ simili a incantesimi di evocazione dal contenuto misteriosamente apocalittico. La turbolenta amicizia tra Dee e Kelley si interruppe bruscamente nel 1587, e con essa terminarono anche le comunicazioni angeliche di John Dee. A testimonianza delle loro imprese resta una nutrita raccolta di diari e manoscritti, la cui prima pubblicazione risale soltanto al 1659, quando una parte dei diari di Dee, contenente una dettagliata relazione delle sue comunicazioni con gli angeli, fu fortuitamente ritrovata da un antiquario e fu data alle stampe.

Il retaggio dell’opera di John Dee è controverso e lo studio delle sue conversazioni angeliche ha avuto una storia tutt’altro che lineare. A rendere particolarmente insidioso l’approccio all’opera di Dee è soprattutto la vasta costellazione di studiosi che se ne sono occupati, eterogenea e con interessi spesso incompatibili, che testimonia, del resto, la ricchezza del suo pensiero. A partire dai primi anni del Novecento, l’opera di Dee divenne il cuore pulsante di quello che lo scrittore Kenneth Grant avrebbe ribattezzato il risveglio della magia: una corrente di esoterismo contemporaneo inglese che prese le mosse dall’Hermetic Order of the Golden Dawn, società segreta di stampo rosacrociano-massonico che mescolava il sistema angelico di John Dee a forme di magia cerimoniale pseudo-egiziana. In particolare, lo studioso ed esoterista Samuel Liddel MacGregor Mathers recuperò i manoscritti di Dee, al tempo del tutto trascurati dagli accademici, diffondendoli tra gli iniziati come base di un nuovo dogma di magia cerimoniale. Sulle orme di Mathers, fu Aleister Crowley, il più importante esoterista del Novecento, a popolarizzare ulteriormente il materiale enochiano tra i seguaci dell’occulto. Come documentato nel libro The Vision and The Voice, nel 1909 Crowley percorse il deserto algerino recitando le trenta invocazioni angeliche che gli avrebbero permesso di accedere ad altrettanti stati di estasi mistica. Questi livelli di illuminazione, che Dee definisce Aethyrs, sono popolati di visioni cariche di quel simbolismo magico che caratterizza tutta l’opera di Crowley, in una sorprendente commistione di numerologia, mitologia egizia e iconografia apocalittica.

Nameless – Neonomicon in space | PostHuman


Su PostHuman un articolo complesso, articolato tra immani interpretazioni cabalistiche, occulte, Lovecraft vs. weird, graphic novel contro il rock colto e stratificato nelle linee cognitive delle conoscenze arcaiche… Vi lascio a un brano della recensione di Mario Gazzola, tanto per dirvi che dovete leggere dalla prima all’ultima parola per precipitare nell’abisso del non reale, che io non saprei rendervi meglio.

Addentrarsi nel geniale e labirintico graphic novel di Grant Morrison disegnato da Chris Burnham (riedito da Saldapress in una lussuosa versione hard cover arricchita di tavole originali e ‘making of’, di cui a lato vedete la copertina e sopra una vignetta originale) è un po’ come dare l’assalto all’asteroide Xibalba al centro della trama, che minaccia di schiantarsi sul nostro triste pianeta (un po’ come nel “ciclo della meteora” che va a concludersi coll’attesissimo numero 400 di Dylan Dog): si rischia fortemente di smarrire senso della logica e senno del lettore in “un tesseratto ricorsivo di mille realtà convergenti, un ipercubo di cui ogni faccia porta con sé molteplici alternative potenziali”, definizione che prendiamo in prestito dalla recensione (a firma di Davide Scagni) pubblicata dal sito specializzato Fumettologica.

È un articolo piuttosto articolato e completo, solo non fatevi ingannare dalla frase all’inizio del terzo capoverso: “La trama in realtà è piuttosto semplice”, è ironica! Niente di più falso: in realtà quella trama è un vertiginoso gioco di specchi mentali, che conviene affrontare con l’aiuto delle chiavi di lettura inserite dall’autore medesimo nell’appendice intitolata Lavori Notturni, e che chiamano in causa l’immancabile Lovecraft (la remota guerra fra arcani dei affonda le radici nelle sue oscure cosmogonie), ma anche Arthur Machen (la ‘Pietra Sessanta’), l’altrettanto immancabile Burroughs (la sua Dreamachine sviluppata coll’amico Gysin), gli occultisti John Dee ed Edward Kelly, Castaneda, Piranesi e Le Corbusier, la cabala, l’epica Maya di Popul Vuh e non meno oscure divinità della mitologia babilonese e sumera, come Marduk, patrono della città di Babilonia e dio del Caos dai quattro occhi, da cui tra l’altro prende il nome l’omonima black metal band scandinava.

Il Senzanome del titolo è un “enigmatico e sfrontato esperto di occultismo in grado di muoversi a piacimento nella dimensione onirica” (definizione che invece viene dalla recensione di Pulp, scoperta grazie all’amico Giovanni De Matteo), sboccato e dalla moralità non cristallina come un John Constantine/Hellblazer, che “viene assoldato da alcuni eccentrici miliardari per guidare una squadra di dodici apostoli/astronauti nella missione di tentare di salvare il mondo dalla collisione col gigantesco asteroide” di cui sopra. Ascensione nello spazio che – spiega sempre Davide Carnevale su Pulp Libri – “rapidamente si capovolge in una vera e propria catabasi, una discesa agli inferi e nella profondità della psiche umana che non prevede ritorno”.

Ma in cui i fantarocker fra voi anche non iniziati alle delizie esoteriche di Alan Moore (con il cui ciclo Neonomicon/Providence la storia di Morrison presenta diverse assonanze) e Alejandro Jodorowsky (ciclo de L’Incal) scopriranno non poche chicche di occultismo musicale, ben oltre l’origine del band name degli svedesi Marduk e dai progressivi teutonici Popol Vuh, autori negli anni ’70 di diverse colonne sonore per film di Herzog (tra cui Nosferatu), ma anche dei loro colleghi doom Tiamat, pure svedesi, dal nome ispirato alla dea madre del cosmo e degli oceani, sempre nella mitologia babilonese.

L’ultima chicca si collega invece all’innesco stesso della vicenda: dice infatti il protagonista Nameless che sul mondo “ha iniziato a «piovere merda” nel 2001, “quando le Torri Gemelle sono crollate e Malkuth è saltato su Yesod” (ovvero la Terra è saltata sulla Luna, per tradurre gli elementi dell’Albero della Vita della cabala ebraica). “A quel punto si è rotto il confine tra realtà e immaginazione”, spiega ancora Scagni su Fumettologica.
Ma allora in questa storia, definita non a caso un mix di “Apollo 13 + L’Esorcista“, il viaggio spaziale s’è svolto davvero o è stato solo un’allucinazione, un tuffo nell’inconscio del povero Nameless, manipolato a propria insaputa dalla minacciosa Dama Velata?

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