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Archivio per Kraut Rock

L’arte completa dei Kraftwerk – L’INDISCRETO


A pochi giorni dalla morte di Florian Schneider, dei Kraftwerk, su L’Indiscreto una critica ragionata ai loro lavori. Un estratto:

Nel 1975 un tizio misteriosamente interessato alla stesura di un articolo dai forti connotati sociologici ebbe la strepitosa idea di bussare alla porta di Lester Bangs, già rinomato critico musicale. «In che direzione sta andando il rock?» fu la domanda, presumibilmente accomodandosi tra poster di Lou Reed e un cimitero di lattine di birra. «Se ne sono impadroniti i tedeschi e le macchine» il tentativo di risposta. Inutile sottolineare come fosse realistico ai tempi e, almeno in parte, sottoscrivibile anche adesso.

Risale al novembre del 1974 Autobahn, il quarto album in studio dei Kraftwerk; notevole successo commerciale e di critica capace di espandere ulteriormente la platea di adepti di questo indefinibile quartetto tedesco.

Il brano che dà il titolo al disco, benché più orecchiabile di alcune produzioni precedenti, è una suite di venti minuti nella quale alla già rodata elettronica vengono aggiunti suoni di motore, alberi che frusciano, colpi di clacson e brusche frenate su carreggiate tra Colonia e Bonn. Non troppo dissimili gli altri titoli, nessuno dei quali con caratteristiche tipiche da hit estiva, che vantano durata estesa e nomi non tra i più memorizzabili: Kometenmelodie 1 e 2, Mitternacht e Morgenspaziergang

Lester Bangs descrisse Autobahn dei Kraftwerk come «un atto di accusa contro tutti coloro che resisterebbero alla volontà ferrea e all’ordine dell’alba ineluttabile dell’Era delle Macchine.» Una definizione indecifrabile, astrusa, dal sapore industriale e zeppa di sottesa ironia dunque perfettamente in linea con l’opera.

Nameless – Neonomicon in space | PostHuman


Su PostHuman un articolo complesso, articolato tra immani interpretazioni cabalistiche, occulte, Lovecraft vs. weird, graphic novel contro il rock colto e stratificato nelle linee cognitive delle conoscenze arcaiche… Vi lascio a un brano della recensione di Mario Gazzola, tanto per dirvi che dovete leggere dalla prima all’ultima parola per precipitare nell’abisso del non reale, che io non saprei rendervi meglio.

Addentrarsi nel geniale e labirintico graphic novel di Grant Morrison disegnato da Chris Burnham (riedito da Saldapress in una lussuosa versione hard cover arricchita di tavole originali e ‘making of’, di cui a lato vedete la copertina e sopra una vignetta originale) è un po’ come dare l’assalto all’asteroide Xibalba al centro della trama, che minaccia di schiantarsi sul nostro triste pianeta (un po’ come nel “ciclo della meteora” che va a concludersi coll’attesissimo numero 400 di Dylan Dog): si rischia fortemente di smarrire senso della logica e senno del lettore in “un tesseratto ricorsivo di mille realtà convergenti, un ipercubo di cui ogni faccia porta con sé molteplici alternative potenziali”, definizione che prendiamo in prestito dalla recensione (a firma di Davide Scagni) pubblicata dal sito specializzato Fumettologica.

È un articolo piuttosto articolato e completo, solo non fatevi ingannare dalla frase all’inizio del terzo capoverso: “La trama in realtà è piuttosto semplice”, è ironica! Niente di più falso: in realtà quella trama è un vertiginoso gioco di specchi mentali, che conviene affrontare con l’aiuto delle chiavi di lettura inserite dall’autore medesimo nell’appendice intitolata Lavori Notturni, e che chiamano in causa l’immancabile Lovecraft (la remota guerra fra arcani dei affonda le radici nelle sue oscure cosmogonie), ma anche Arthur Machen (la ‘Pietra Sessanta’), l’altrettanto immancabile Burroughs (la sua Dreamachine sviluppata coll’amico Gysin), gli occultisti John Dee ed Edward Kelly, Castaneda, Piranesi e Le Corbusier, la cabala, l’epica Maya di Popul Vuh e non meno oscure divinità della mitologia babilonese e sumera, come Marduk, patrono della città di Babilonia e dio del Caos dai quattro occhi, da cui tra l’altro prende il nome l’omonima black metal band scandinava.

Il Senzanome del titolo è un “enigmatico e sfrontato esperto di occultismo in grado di muoversi a piacimento nella dimensione onirica” (definizione che invece viene dalla recensione di Pulp, scoperta grazie all’amico Giovanni De Matteo), sboccato e dalla moralità non cristallina come un John Constantine/Hellblazer, che “viene assoldato da alcuni eccentrici miliardari per guidare una squadra di dodici apostoli/astronauti nella missione di tentare di salvare il mondo dalla collisione col gigantesco asteroide” di cui sopra. Ascensione nello spazio che – spiega sempre Davide Carnevale su Pulp Libri – “rapidamente si capovolge in una vera e propria catabasi, una discesa agli inferi e nella profondità della psiche umana che non prevede ritorno”.

Ma in cui i fantarocker fra voi anche non iniziati alle delizie esoteriche di Alan Moore (con il cui ciclo Neonomicon/Providence la storia di Morrison presenta diverse assonanze) e Alejandro Jodorowsky (ciclo de L’Incal) scopriranno non poche chicche di occultismo musicale, ben oltre l’origine del band name degli svedesi Marduk e dai progressivi teutonici Popol Vuh, autori negli anni ’70 di diverse colonne sonore per film di Herzog (tra cui Nosferatu), ma anche dei loro colleghi doom Tiamat, pure svedesi, dal nome ispirato alla dea madre del cosmo e degli oceani, sempre nella mitologia babilonese.

L’ultima chicca si collega invece all’innesco stesso della vicenda: dice infatti il protagonista Nameless che sul mondo “ha iniziato a «piovere merda” nel 2001, “quando le Torri Gemelle sono crollate e Malkuth è saltato su Yesod” (ovvero la Terra è saltata sulla Luna, per tradurre gli elementi dell’Albero della Vita della cabala ebraica). “A quel punto si è rotto il confine tra realtà e immaginazione”, spiega ancora Scagni su Fumettologica.
Ma allora in questa storia, definita non a caso un mix di “Apollo 13 + L’Esorcista“, il viaggio spaziale s’è svolto davvero o è stato solo un’allucinazione, un tuffo nell’inconscio del povero Nameless, manipolato a propria insaputa dalla minacciosa Dama Velata?

Le porte del cosmo: rock e fantascienza al di fuori del mondo anglosassone


Su Delos207 un bell’articolo che indaga la commistione tra SF e Rock, cosa peraltro ben investigata da Mario Gazzola ed Ernesto Assante con il loro FantaRock, fresco vincitore del Premio Vegetti 2019. Un estratto:

Viene da Düsseldorf, in Germania, uno dei gruppi che ha avuto maggiore influenza sulla musica moderna: i Kraftwerk. La musica elettronica che caratterizza la loro produzione non solo è ancora attuale ma ha ispirato molti artisti saliti alla ribalta dagli anni ottanta in poi. A differenza dei Tangerine Dream e degli altri gruppi tedeschi citati sopra, producono musica più vicina al pop che alla sperimentazione e, quindi, più orecchiabile.

Si affacciano sulla scena internazionale con il terzo disco Autobahn (1974), occupato nella prima facciata dalla suite omonima, seguito l’anno successivo dal concept album Radio-Activity. Il successo arriva nel 1977: il disco Trans Europe Express è pubblicato in tre lingue (tedesco, inglese e francese) e contiene Schaufensterpuppen (Showroom Dummies in inglese, Les Mannequins in francese), primo saggio della fantascienza che diventerà cara ai Kraftwerk negli anni a venire: l’interazione tra uomini e automi. In questo brano si narrano le vicende di un gruppo di manichini che prendono vita e finiscono in una discoteca.

L’interazione uomo-macchina (e, più in generale, uomo-tecnologia) trova il suo compimento nel disco successivo pubblicato l’anno dopo. Già dal titolo: Die Mensch Maschine (The Man-Machine nella versione per il mercato internazionale). Non è un concept album di fantascienza, ma ci manca poco. Si comincia con The Robots, con il vocoder protagonista (We are the robots) di una delle commistioni più riuscite tra musica e fantascienza. Così riuscita che nelle esecuzioni dal vivo i quattro di Düsseldorf si fanno sostituire da manichini-robot. Il secondo brano è Spacelab, una delle rare incursioni dei Kraftwerk al di fuori dell’atmosfera terrestre. Metropolis è un esplicito omaggio all’omonimo film di Fritz Lang, pietra miliare del cinema di fantascienza. Dopo le splendide (ma non fantascientifiche) The Model e Neon Lights, il disco si chiude con l’evocativa title track (Man Machine, pseudo human being / Man Machine, super human being).

L’album seguente, Computerwelt (Computer World nell’edizione internazionale, 1981), pur essendo un ottimo lavoro, non raggiunge le vette artistiche dei due dischi precedenti. Come si evince dal titolo, si tratta di un concept album dedicato al mondo dell’informatica, in forte espansione all’inizio degli anni ottanta grazie all’avvento dei personal computer. Questo disco può essere considerato una prosecuzione del precedente nell’ambito dell’esplorazione del legame tra uomo e tecnologia; una tecnologia che può portare tanto al benessere quanto all’alienazione: I’m the operator / With my pocket calculator sono le parole ripetute ciclicamente in Pocket Calculator, canzone della quale esiste anche una versione in italiano (Mini calcolatore) presentata per la prima volta a Discoring.

Yoshio Machida + Constantin Papageorgiadis – Music from the SYNTHI 100 | Neural


[Letto su Neural]

Utilizzando il SYNTHI 100 dell’Institute for Psychoacoustics and Electronic Music dell’Università di Ghent, Yoshio Machida, uno sperimentatore piuttosto prolifico e ben conosciuto anche nelle enclave free form, presenta un interessante progetto con il belga Constantin Papageorgiadis, musicista ed ingegnere del suono pure appassionato di strumentazioni analogiche vintage. Il sintetizzatore fa parte di una serie ideata e realizzata negli Electronic Music Studios Ltd. (EMS) a partire dal 1974, una produzione di sole 30 unità, preziose console che in passato sono state impiegate anche da assoluti mostri sacri della composizione contemporanea, quali per esempio Karlheinz Stockhausen (in Sirius), Eduard Artemyev (che ne ha utilizzato uno per la colonna sonora di Stalker, film distopico e visionario di Andrej Tarkovskij), o per la BBC in svariate serie sci-fi (Doctor Who, Blake’s 7 e Guida galattica per autostoppisti), oltre che da technoheads postmoderne quali Aphex Twin e Jack Dangers dei Meat Beat Manifesto. Alle gioie e dolori di una imponente apparecchiatura di tal fatta – è di oltre due metri la lunghezza complessiva dei suoi moduli – si piegano adesso i due specialisti, realizzando un album senza nessuna aggiunta ulteriore né effettuando editing alcuno. Un SYNTHI 100, tuttavia, è uno strumento che permette infinite modulazioni, grazie ai suoi molti parametri, comprensivi di 12 oscillatori e 8 filtri, che utilizzati nelle forme piuttosto stringate e concettuali del duo, liberano appieno le potenzialità di trame decisamente sintetiche, space e generative. È come un ipnotico testing alieno quello che arriva a noi, soprattutto denso del fascino di un’applicazione scrupolosa e di siderali iterazioni, una prova comunque imbevuta da un’anima anche fortemente musicale, ricca di un’obliqua narrazione poetica, che prescinde dall’estrema manipolazione e dalla smodata ripetizione di loop. Le sequenze espresse non sembrano infatti funzionare secondo le logiche d’un audioabuso astratto, né assecondando i trend d’un esotismo retro-future. Qui il focus sembra essere quello d’un utilizzo quanto più completo e a sé stante, nel quale ogni traccia brilla di singoli elementi ed intuizioni, trasalimenti ed analisi, una sorta di scrittura scenica elettronica, frammentaria ed elusiva ma ricca di una sostanza che deve avere in sé e non in qualcos’altro il principio della sua stessa intelligibilità.

NOS @ Colophonia Room – Acqui (AL) 26.10.2018


Il prossimo gig di una costola dei DuplexRide: NOS. Elettronica di varia matrice, amalgamata in un complex digeniale trasporto metapsichico. Ad Aqui, vicino Alessandria, il 26 ottobre.

I Kraftwerk: la musica, l’arte, la fantascienza | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com un lungo articolo che traccia la storia e l’arte dei Kraftwerk. Imperdibile.

I Kraftwerk possono essere considerati una della band più influenti della storia della musica moderna. I Depeche Mode, i Devo, gli Ultravox, i Simple Minds prima di Once Upon a Time, il David Bowie della trilogia berlinese o, per arrivare a band più recenti, i Chemical Brothers e i Daft Punk, devono buona parte della loro ispirazione musicale ai Kraftwerk. Lo stesso dicasi per interi generi musicali, come la house o la techno. Se inoltre teniamo conto del fatto che almeno un paio dei loro album figura nelle classifiche dei dischi più belli della storia del rock, viene a maggior ragione da chiedersi: come mai una band che ha ormai alle spalle più di quarant’anni di carriera e che ha avuto un peso così rilevante è meno famosa di altri gruppi di successo?

Ci sono almeno due ragioni. La prima è che i Kraftwerk non provengono dai paesi nei quali è stato codificato il linguaggio della musica rock, ovvero l’Inghilterra e gli Stati Uniti, ma dalla Germania. Si potrebbe obiettare che gli ABBA sono svedesi. Vero, ma mentre questa band (della quale è stata appena annunciata una reunion) ha sposato in pieno i canoni musicali anglosassoni inserendosi in un modello già definito, i Kraftwerk, invece, hanno introdotto canoni del tutto nuovi dando vita a un movimento che, non senza volontà denigratoria, è stato definito come Krautrock.

La seconda ragione è che i componenti della band hanno da sempre ridotto al minimo le interazioni con i giornalisti, lasciando vuota quella consistente parte di promozione discografica legata alle interviste e alle vicende private. La riservatezza è stata portata agli eccessi a tal punto che il loro fotografo ufficiale non immortala i membri del gruppo ma i loro manichini…

Rudolf Heimann – Tiefenrausch (2018) | The Official Trailer


Estensioni KrautRock del Nulla senziente. Ammaliante…

Sank Otten – Engtanz Depression | Neural


[Letto su Neural.it]

CD – Denovali

Stephan Otten e Oliver Klemm non sono nuovi in casa Denovali, potendo vantare con questo Engtanz Depression – e sempre sotto il moniker Sank Otten – ben sei uscite in catalogo. La collaborazione con l’etichetta tedesca iniziò nel 2009 con Morgen Wieder Lustig, progetto già foriero del lungo e costante sodalizio a base di kraut e space rock, sonorità ambient più o meno dark e astratte con pattern experimental ancora molto musicali e “suonati”. Non è un caso che quest’ultima proposta sia in qualche modo una sorta di “progressione” del materiale pazientemente accumulato nella loro precedente trilogia (Gottes Synthesizer, Sequencer Liebe, Messias Maschine) ai quali s’aggiungono nuovi suoni di batteria e strumenti acustici, così come un harmonium e un pianoforte. Tutto suona gentile, molto cinematico ed elegiaco, gradevolissimo all’ascolto e velatamente agée, riportandoci ai tempi in cui la sperimentazione più avventurosa vedeva in prima fila nomi come Kraftwerk, Suicide, Klaus Schulze e Robert Fripp, produttori elettronici che adesso sarebbero considerati ai confini del pop. Eppure, l’onda lunga della kosmische musik conserva ancora tutto il suo fascino avant-garde, in particolar modo in questo caso dove le cesure sono comunque mantenute minimali e ben strutturate, sfiorando la parodia anni ottanta ma in maniera essenzialmente coerente e non convenzionale, dando luogo a partiture assai fluttuanti e meditative, incalzanti, introspettive e blandamente psichedeliche. La struttura ripetitiva di molti passaggi, l’attitudine ambient e drone music, le forme assai sintetizzate, rimandano inevitabilmente alle prime elaborazioni di musica elettronica popolare, qui ammendate da una ancora più filtrata e metanarrativa concettualizzazione.

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