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Archivio per Language

Syncness, speak to me human being | Neural


[Letto su Neural]

Una delle leggende su San Francesco è che egli fosse letteralmente capace di parlare con gli animali e venisse perfettamente compreso. La narrazione tramandatasi descrive un dialogo al di là della mera empatia e al di là di qualsiasi pretesa di riconoscere la causa e l’effetto dei gesti o del contatto visivo. Quella relazione – invece – a molti sembra attinente a quella comprensione reciproca che si realizza condividendo uno stesso linguaggio. “Syncness” di Saša Spačal e Slavko Glamočanin è un’opera che affronta scientificamente lo stesso argomento. Comprende una struttura in legno con altoparlanti integrati che ospitano grilli di casa (acheta domesticus). Un microfono davanti alla struttura consente all’uomo di filtrare le proprie frequenze vocali in modo da adattarsi al gracchiare del grillo basato sul tempo e sul ritmo. Quello che scaturisce da questo dialogo viene quindi riportato allo spazio esterno. “Syncness” critica la dominazione antropocentrica dei suoni umani – antropofonia – nella ricerca di vita al di fuori della terra ma mette anche in dubbio la costruzione artificiale delle lingue e l’infallibilità che attribuiamo alle macchine.

Asemic Languages, AI language vacuums | Neural


[Letto su Neural]

L’attuale dibattito sull’intelligenza artificiale e il suo futuro impatto sulla società e la cultura è spesso inquadrato più nei termini delle sue potenziali opportunità che non – al contrario – delle sue potenziali interferenze, una delle quali è di certo la nostra percezione dei contenuti ad arte prodotti seguendo modalità algoritmiche. In “Asemic Languages” gli artisti So Kanno e Takahiro Yamaguchi hanno costruito un sistema che produce una di queste idiosincrasie basate su software. Il duo ha raccolto dieci dichiarazioni di artisti internazionali scritte a mano e fra queste anche descrizioni di opere d’arte. Questi testi in forma manuale sono stati poi analizzati e “appresi” da un software di intelligenza artificiale. Il sistema ha ignorato qualsiasi tentativo di comprendere il significato dei testi e invece li ha interpretati formalmente utilizzando schemi e modelli. I risultati disegnati sono esteticamente un testo, dunque, seppure privo di significati. Il processo descrive perfettamente lo spazio invisibile e incerto dove l’intelligenza artificiale permea la nostra cultura pervasa da crude promesse eppure spesso carente della sensibilità, caratteristica essenziale tipica dei processi umani.

Il linguaggio evoluto


Poche parole dette in un crepuscolo psichico oltre le montagne, oltre ogni mare, al di là delle definitive personalizzazioni degli istanti surreali: l’idioma usato è una complessa estinzione dei fonemi, ti esprimi in espressioni facciali, mimi, sguardi come stringhe di codice.

Lingua italiana: quante parole esistono e quante ne usiamo? BooksBlog


Su BooksBlog un bel post per dare risalto alla nostra Lingua, per capire un po’ la sua complessità e la sua straordinarietà.

Quante sono le parole della lingua italiana? Innanzitutto bisogna intenderci su che cosa si intenda per parole. I calcoli sulla consistenza del vocabolario italiano non possono che essere approssimativi, con differenze decisamente consistenti. Come spiega il sito Treccani si va dai 210mila lemmi del Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia ai 260mila del Grande dizionario italiano dell’uso di Tullio De Mauro, due opere che, nel corso degli anni, sono progressivamente aumentate con i neologismi.

I vari lessemi una volta declinati o coniugati danno la bellezza di più di due milioni di “parole dicibili e scrivibili” in italiano. Tutto questo tenendo conto che ci sono 50mila lessemi che hanno più di un’accezione (“porta” è sia sostantivo che verbo…), 27mila con più di due accezioni e ben 9000 lessemi con più di cinque accezioni.

Ma quante parole del lessico comune vengono realmente utilizzate dagli italiani? Secondo i più importanti linguisti italiani (fra cui Tullio De Mauro, scomparso di recente) individui con un’istruzione medio-alta utilizzano fino a 47mila vocaboli, mentre il Vocabolario di base della nostra lingua si attesta su 6.500 parole con le quali copriamo il 98% dei nostri discorsi.

Questo nucleo, secondo il sito Treccani, si può dividere in tre sottoinsiemi:

1) Lessico fondamentale: 2000 parole di uso frequentissimo, di cui abbiamo padronanza sin dall’infanzia e che vengono utilizzate nel 90% dei nostri discorsi;
2) Lessico di alto uso: più di 2500 parole meno frequenti, di apprendimento scolastico e presenti nel 6% dei nostri discorsi;
3) Lessico di alta disponibilità: circa 1900 vocaboli utilizzati nell’1-2% dei nostri discorsi e comprensibili da tutti.

Da chi salviamo la lingua? | L’indiscreto


Si può studiare in maniera scientifica l’evoluzione di una lingua che al tempo stesso vogliamo preservare, controllare e dirigere? Ma poi, da chi deve essere salvato l’italiano?

Questo è l’incipit di un articolo su L’indiscreto che interroga cosa rende viva una Lingua, portando come esempio la nascita della lingua volgare italiana, che prendeva le mosse dal latino del basso Medioevo e che rendeva la fonetica – non lo scritto – del latino parlato allora. Assai stimolante, tutto ciò…

Capua, marzo 960. Nel palazzo dei principi longobardi di Capua e Benevento il giudice Arechisi si prepara a quello che probabilmente ricorderà, negli anni a venire, come un giorno di lavoro fra tanti. Conosce bene il personaggio che si presenta a lui quella mattina, avendolo incontrato molte altre volte: si tratta del venerabile abate Aligerno, che regge da dodici anni l’abbazia di Montecassino. Conosce bene anche l’intenso lavoro svolto da Aligerno per ridare prestigio all’abbazia, riportandola nella storica sede che era stata distrutta dai saraceni nell’883 e recuperando tutte le proprietà e i terreni che nel frattempo sono stati usurpati dai privati. Non si sorprende quindi quando insieme ad Aligerno si presenta anche un certo Rodelgrimo con in mano una “scrittura”. Sa benissimo che Rodelgrimo contesterà all’abbazia la proprietà di certi terreni i cui confini sono accuratamente descritti nella carta che ha portato, ma anche che si tratta di una recita, il cui scopo è solo quello di ottenere una certificazione scritta e firmata da un giudice, cioè lo stesso Arechisi, che attesti invece i diritti dell’abbazia. Rodelgrimo, infatti, ammette subito di non poter produrre nessuna prova né testimone che confermi le sue pretese, al contrario dell’abate, il quale ha già pronti tre testimoni. Si conviene dunque di procedere secondo il rituale più volte collaudato: i testimoni, reggendo in mano la scrittura di Rodelgrimo, dovranno affermare che le terre contestate sono appartenute, nel corso degli ultimi trent’anni, all’abbazia dell’ordine di san Benedetto (secondo la norma risalente al diritto romano per cui dopo trent’anni di possesso ininterrotto si presume la legittima proprietà). Svoltasi questa cerimonia, e dopo che il giudice ha preso la sua decisione confermando le terre all’abbazia, si affida a Pietro, il notaio di palazzo, il compito di stendere su una pergamena – che sarà poi firmata dal giudice e dai notai – il resoconto di quanto appena avvenuto. A questo punto accade qualcosa di strano; quando Pietro deve riportare in discorso diretto quanto affermato dai testimoni, prende una decisione inedita, ispirato forse da un principio di assoluta obiettività: ovvero scrive esattamente quel che ha sentito, riporta in scrittura non il senso delle testimonianze ma il loro suono. Ed ecco che il latino medievale del documento, con la sua grammatica e il suo lessico, viene improvvisamente solcato  da suoni praticamente privi di senso perché mai prima canonizzati, da quello che al momento non è altro che puro rumore: “sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte sancti benedicti”.

La storia della lingua italiana, che in questa fase dobbiamo ancora chiamare “volgare”, comincia da questo episodio, che qui abbiamo un po’ romanzato. il cosiddetto “placito capuano”, conservato nella biblioteca dell’abbazia di Montecassino, è infatti la prima attestazione scritta di quella che potremmo considerare un’antenata della nostra lingua. Non lo possiamo chiamare ancora italiano perché non esiste ancora una norma culturale sulla quale misurare la correttezza di quelle espressioni che dovremmo quindi considerare  appartenenti in tutto e per tutto al mondo della natura, estranee a quello della cultura e quasi al livello dei versi animaleschi.

Greco e latino lingue morte? Due libri ci dicono di no | BooksBlog


Su BooksBlog la segnalazione di due uscite editoriali che illustrano come il Greco e il Latino siano due lingue sì morte, ma capaci di illuminare con le loro architetture grammaticali e sintattiche complesse intere porzioni di pensiero umano, che spaziano dall’umanistico allo scientifico.

I caratteri tipografici cambiano la percezione di identità e contesti. | L’indiscreto


Su L’indiscreto un articolo particolare sui segni tipografici che raccontano con parole – altri simboli – i concetti immaginifici.

Tra tutti i segni visivi con cui entriamo in contatto quotidianamente, una tipologia in particolare è strettamente legata all’evoluzione dell’uomo e alla propria cultura: si tratta dei caratteri tipografici, particolari in quanto esprimono un valore simbolico legato alla propria forma – Saussure la definirebbe occorrenza – che varia nella permanenza di un valore legato al significato – o tipo – cioè la scrittura stessa. Sebbene la maggioranza di noi trascorra la propria esistenza senza mai esserne cosciente, la tipografia – intesa come il progetto della forma delle lettere e dello spazio bianco che le divide – è uno degli elementi che più satura e influenza l’esperienza visiva quotidiana, e, con essa, la somma e sintesi delle sensazioni e informazioni che ci aiutano a creare un’immagine mentale (spesso inconscia) delle identità con cui entriamo in contatto: una città e la sua amministrazione, un’azienda, un’istituzione culturale, un negozio, ecc.

Abituati dalla cultura occidentale e dallo sviluppo tecnologico a operare una netta divisione tra immagine e testo, tendiamo a ignorare che questi elementi sono indissolubilmente legati. Ogni parola scritta, infatti, include inevitabilmente anche un’immagine, per l’appunto il carattere tipografico, senza il quale non esiste alcuna leggibilità. Quando si dice che gli ultimi decenni sono una scalata verso un mondo fatto di immagini, sarebbe dunque corretto includere anche il testo in questo discorso, non soltanto per la sua valenza visiva. La tipografia, infatti, non ha luogo solamente su libri e quotidiani (che rappresentano anzi una porzione sempre più ridotta della quantità di testo con cui veniamo in contatto) ma è letteralmente ovunque; sulle interfacce degli smartphone, sui siti web e i social network, sui sistemi di segnaletica, sul packaging del cibo, sui biglietti dell’autobus.

sabbiature

Culture seriali

A X I S m u n d i

Rivista di cultura, tradizione, antropologia del sacro, storia delle religioni, esoterismo. A cura di Marco Maculotti.

Gwynto

Aspirante scrittrice, lettrice avida, amante delle parole

Chiara Prezzavento

editing, scrittura, lettura

the green path

… Dorothy si trova in un mondo colorato con delle piccole casette e una stradina dorata, in viaggio verso la città di smeraldo. Il mago di Oz (1939)

The Darkest Art

A journey through dark art.

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Un diario non è altro che un registro di viaggio.

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Questo blog è il mio taccuino personale, lo uso infatti per appuntare poesie che poi modificherò immancabilmente. Quindi siete avvertiti: quel che leggete oggi domani potrebbe essere diverso, o non esserci affatto.

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