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NeXT Hyper Obscure

Archivio per Language

Ciò che siamo


Nelle simbiosi polimorfiche il suono delle emanazioni vocali e palatali si trasforma in codice metamorfico, perversioni di una presunta superiorità resa inutile dalle sue stesse menomazioni.

È questo il fault


Nel concordare i tuoi imprevisti esprimi vocalizzi che sembrano parole, invece sono olografie mancate di uno stato d’animo.

Parole olografiche


Il colore delle parole è olografico, o almeno dovrebbe esserlo, è per il loro non esserlo che non ci capiamo.

Empatia dell’inumano


L’incastro perfetto e surreale delle parole quando non le costruisci su evidenze banali.

Come il linguaggio vincola il pensiero – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto una riflessione sul linguaggio e sul worldbuilding interiore che plasma. È pur sempre vero che chi parla male pensa male, ma è anche vero che il non esiste un solo modo colto di parlare.

“Allo stesso modo come, per il solo fatto di vivere in una data società o in un dato tempo, ci troviamo coinvolti, indipendentemente da ogni nostra espressa accettazione e da qualunque forma di “contratto sociale”, in una rete di obblighi, di responsabilità, di impegni reciproci, di cui non siamo ordinariamente in grado di assegnare alcuna speciale giustificazione, così anche, per il solo fatto di parlare una data lingua, ci troviamo indotti, o costretti, ad accettare una quantità di classificazioni e di distinzioni che nessuno di noi ha contribuito a creare, e di cui saremmo bene imbarazzati se ci si chiedesse di indicare la ragione o il “fondamento””.

Così osservava, assai persuasivamente, Giovanni Vailati, in apertura del suo saggio Il linguaggio come ostacolo alla eliminazione di contrasti illusori del 1908 (cfr. Vailati 1911, pp. 895-899; Vailati 1987, vol. I, pp. 111-115 e Vailati 2010, pp. 227-232). Subito dopo Vailati avverte anche come «un gran numero di queste distinzioni e classificazioni», presenti e operanti oggettivamente entro il linguaggio che utilizziamo normalmente, siano sempre frutto di circostanze ed esigenze affatto diverse da quelle cui ci si potrebbe eventualmente appellare per stabilire, ex novo, «un inventario ordinato delle nostre cognizioni ed esperienze»:

“la posizione nella quale viene a trovarsi, per questo riguardo, ogni persona che aspiri, sia pure in grado minimo, a sentire e pensare in modo originale, e a dare espressione a quello che sente e pensa, si potrebbe paragonare a quello di un artista davanti a un blocco di marmo che egli sappia essere solcato internamente da numerose e profonde venature, non aventi alcun rapporto colla forma che egli intende di fare assumere ad esso, e atte anzi a far seguire ai suoi colpi di scalpello degli effetti impreveduti, e non sempre compatibili con quelli che egli ha in vista di ottenere”.

Da questo punto di vista il rapporto che allora si instaura tra il nostro stesso pensiero e il linguaggio in cui lo esprimiamo (e lo pensiamo!) è un rapporto assai complesso, in cui sono presenti, al contempo, vincoli e momenti di libertà: vincoli e momenti di libertà che sembrano quasi mettere capo alla “fuga” (analoga a quelle delle composizioni musicali, in cui un certo tema o un determinato soggetto viene, in più modi, ripreso, variato e anche rimodulato dai singoli strumenti orchestrali). Una complessa “fuga” in cui la nostra stessa, eventuale, originalità di pensiero si deve strutturare proprio grazie a quegli stessi vincoli che possono essere forzati, ma solo fino a un determinato punto di tensione, oltre il quale si rischia di distruggere lo stesso strumento linguistico. Da questo punto di vista, allora, il rapporto oggettivo del nostro pensiero con il linguaggio in cui lo plasmiamo e lo esprimiamo può forse essere configurato come il rapporto dialettico che sempre si instaura con la stessa tradizione culturale cui si appartiene. Meglio ancora: col vario e sempre mobile intreccio di molteplici tradizioni culturali (al plurale!) cui sempre si appartiene. Tradizione (sia al singolare, sia anche al plurale) da intendersi, poi, non tanto come un patrimonio, fisso, stabile e fossilizzato, di “oggetti”, che verrebbero appunto trasmessi passivamente in quanto tali, bensì, e al contrario, come un patrimonio estremamente mobile, sempre vivo, mutante e cangiante, il quale, a ogni singolo passaggio, si plasma e si riconfigura, continuamente e nuovamente. Un patrimonio, insomma, che possiamo fare nostro solo nella misura in cui siamo effettivamente in grado di ripensarlo, di riviverlo, di smontarlo, di scomporlo criticamente per poi riconfigurarlo e riplasmarlo secondo una nostra nuova, e, eventualmente, originale, modalità critica di connessione tra i suoi vari e molteplici elementi. In questa prospettiva dialettica si deve allora pensare, necessariamente, alla tradizione cui ci si riferisce come a un “corpo vivo”, entro il quale ci possiamo situare per ripensarla criticamente e variamente contaminarla, onde dar appunto luogo a una sua nuova e inedita configurazione. Nuova e inedita configurazione che, tuttavia, si basa ancora su antichissimi elementi che sono stati ripensati e ricollocati in diversa guisa e secondo una nuova organizzazione concettuale.

HPLovecraft su IL FILO A PIOMBO DELLE SCIENZE


Sul blog di Marco Moretti alcuni post che indagano in forma profonda la figura di Lovecraft e di ciò che ha gravitato – e tuttora gravita – su lui e la sua opera. I topic toccati sono “HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT ARABISTA: LE ORIGINI DI ABDUL ALHAZRED“, “HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT ARABISTA: ETIMOLOGIA DI AL AZIF” e “HOWARD PHILLIPS LOVECRAFT GRECISTA: ETIMOLOGIA DI NECRONOMICON“, tutti temi che hanno in sé un tocco di originalità perché è la parte linguistica ed etimologica a far da guida a tutto il percorso filologico seguito da Moretti. Un estratto:

Moltissimi credono che Necronomicon significi “Libro dei Nomi dei Morti”. Se la derivazione fosse dal greco ὄνομα, ὄνυμα (ónoma, ónyma) “nome”, il fatidico libro non si chiamerebbe Necronomicon, bensì *Necronomaticon o *Necronomasticon. Così non è. Infatti da ὄνομα, genitivo ὀνόματος (onómatos), derivano gli aggettivi ὀνοματικός (onomatikós) e ὀνομαστικός (onomastikós). Se la lingua greca non fosse un tabù o un libro chiuso, si eviterebbe la diffusione di molte falsità e informazioni distorte.

H. P. Lovecraft affermò che il titolo originale del Necronomicon è Al Azif. Una variante Kitab al-Azif (in arabo kitāb significa “libro”) è comparsa soltanto negli anni ’70 del XX secolo. La spiegazione del nome Al Azif, considerato di origine araba, è la seguente: “quel suono notturno (fatto dagli insetti) che si suppone sia l’ululato dei demoni” (originale in inglese: “that nocturnal sound (made by insects) supposed to be the howling of demons”). Così nel Web è data per assodata la glossa Al Azif “suono delle voci dei demoni”. Al contempo sono in molti a ritenere che non si tratti realmente di un lemma arabo. Accade spesso che alcuni curiosi facciano qualche tentativo di ricerca per poi affermare che la lingua araba non è affatto in grado di tradurre questo termine tecnico della demonologia lovecraftiana. Come portare chiarezza dove regna tanta confusione? Al Azif è arabo o non lo è? Se non lo è, qual è dunque la sua origine? Com’è arrivato il Solitario di Providence a concepirlo?

Il nome Abdul non presenta misteri di sorta: in arabo significa “Servo di” e non è un antroponimo indipendente. La forma originale è عبد ال ʻAbd al, da ʻabd “servo” allo stato costrutto seguito dal ben noto articolo determinativo al. È possibile che la trascrizione Abdul mostri la desinenza fossile del nominativo, -u, ancora presente nella lingua coranica, con l’articolo determinativo al agglutinato. Secondo le opinioni più diffuse si tratta soltanto di una diversa traslitterazione, che tiene conto dell’indebolimento della vocale atona dell’articolo. Abbiamo anche le trascrizioni Abdol, Abdool, Abdoul, Abdil, Abdel. La forma meno distante da quella classica è senza dubbio Abdal.

Neocodici lessicali


Una serie di distorsioni si levano oltre le frontiere della percezione, senti che si agitano e le vedi come ombre mostrare segnali di vita, generare frattali come neocodici lessicali.

Orpelli estetici


Guardo le mie mani e trovo brandelli di piccoli mali con cui opero la modifica del continuum, espleto la Volontà e ricorro alle parole come orpelli estetici.

Il pascolo


Il lessico usato non esplora in nessun modo il dominio oltre la frontiera, non c’è alcun colpo d’occhio verso le lande psichiche disincarnate che, in qualche strano modo, vivono oltre le strette barriere in cui pascoliamo.

Yannis Kyriakides & Electra – Face | Neural


[Letto su Neural]

Yannis Kyriakides è un compositore e sound artist cipriota di nascita (classe 1969), emigrato in UK nella prima adolescenza e poi, dopo i vent’anni, trasferitosi definitivamente in Olanda, nella cui capitale adesso vive e lavora occupandosi principalmente di dar vita a nuove tipologie e ibridi di media che problematizzando l’atto dell’ascolto trovano le forme di raffinate e complesse esecuzioni e installazioni. Il rapporto tra percezione, emozione e linguaggio – e come quest’ultimo definisce la nostra esperienza del suono – è un elemento centrale del suo operare, adesso in particolare improntato alle relazioni che si creano tra parole e musica, soprattutto attraverso l’uso di sistemi di codifica delle informazioni, sintetizzando voci e proiettando testi musicati. L’idea di voci solo immaginate e idealmente interiori ha sempre appassionato Yannis Kyriakides, che torna sull’etichetta di casa, la Unsounds, per questo Face, un LP nel quale il viso e le espressioni facciali diventano il presupposto per poetici esercizi di stile assieme al quartetto Electra, composto da Diamanda Dramm, Susanna Borsch, Michaela Riener e Saskia Lankhoorn (tutte musiciste che utilizzano la voce e aggiungono strumenti quali pianoforte, tastiere e violino). A Kyriakides non rimane che strutturare meticolosamente i singoli brani e occuparsi dell’elettronica, qui non particolarmente spinta se non nelle robotizzazioni vocali e mantenuta tenue, invece, in tutto il resto delle stratificazioni, che non sono mai prevaricanti e che nella loro resa multimediale assommano anche registrazioni, scanner e proiezioni video. Naturalmente, le informazioni che sono tratte utilizzando appositi software di riconoscimento facciale, assumono opportuno valore come set di dati e non sono solo una manifestazione di emozione e identità, s’imprimono cioè in quanto dati che l’artista utilizza secondo parametri all’uopo impostati. Alla complessa realizzazione di Face hanno dato il loro apporto anche l’artista visivo Johannes Schwartz e la scrittrice Maria Barnas: l’artwork, che comprende fotografie e testi dei due, utilizzati anche nelle esibizioni dal vivo, è completato inoltre da un libretto di 12 pagine, il cui design si deve allo studio grafico Experimental Jetset. L’ascolto è decisamente piacevole, i suoni gentili e il contrasto fra arie cameristiche, voci e digitali emergenze auditive, mantenuto sempre assai vivido e non convenzionale.

SUSANNE LEIST

Author of Paranormal Suspense

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