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Momenti delle scorie


Ricevo i tuoi momenti esaltanti, lasciando andare le scorie nucleari che hanno contaminato i sensi attraccati alle emanazioni di un virus linguistico.

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Modo di esprimersi


Ti muovi con le pretese di un ricordo fatiscente, mostrando le parole come una complessità strutturale psichica e non, come dovrebbe essere, un basso modo di esprimersi.

Per la collana Versi Guasti esce alethe, di Lital Khaikin | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Kipple Officina Libraria rafforza la propria collana VersiGuasti con alethe, opera di Lital Khaikin, poetessa dalla cifra stilistica particolare, autentica sperimentatrice e ricercatrice del linguaggio più puro e astratto, capace di raggiungere l’immagine condivisa subliminalmente dei concetti e delle idee. La poetessa si fa portatrice nella sua indagine poetica di una nuova lingua\sapere e, al tempo stesso, del suo profondo e drammatico fallimento. La poesia di Lital Khaikin realizza ciò che molte altre poesie, molti altri tentativi artistici tentano vanamente: la sua parola penetra realmente l’essere. Lo scava oltre i confini dell’ontologia, del tempo\spazio e persino della sua teologia. Come un braccio meccanico, la parola di Khaikin entra negli strati segreti e profondi della realtà, oltre la patina sottile su cui è costruita la nostra quotidiana esistenza e perseveranza, ma ciò che riesce ad afferrare e a portare indietro con sé per rivelarlo a noi nei suoi versi, è solo confusione, incomprensione, astruse immagini, portatrici inconsapevoli di un senso che non possono comunicare.
La bella introduzione è opera di Alex Tonelli, la traduzione è Valerio Cianci e la copertina è realizzata da Francesca Macor.

Dall’introduzione

Chi è Lital Khaikin?
Non intendiamo nel senso biografico, che possiamo rintracciare dai blog attraverso cui opera l’artista; la definizione sarebbe facile e riassumibile in un semplice: “Writer, editor, publisher, printer, muckraker, paper-maker, mill-rat, sometimes bartender, leaf-kicker”. Non è dunque una poetessa canadese, una performer, un’artista o una giornalista.
Non è questo ciò che vorremmo sapere. Chi è Lital Khaikin è una domanda più profonda, più antica, originaria.
Potremmo chiederci da dove arriva la sua scrittura, il connubio caotico di prosa e poesia, il versificare sfrenato e senza condizioni, le trame oscure e confuse, il coacervo di immagini che creano dimensioni al di là della stessa surrealtà. Immaginare che vi sia una fonte di pura creatività dentro la poetessa, un nocciolo profondo di assoluta ispirazione magmatica e incontrollabile, una demoniaca possessione della parola poetica. Ma non sarebbe ancora ciò che andiamo cercando, Lital Khaikin infatti non è una poetessa surrealista, non trae la propria forza espressiva dalla dimensione inconscia del proprio sé, da quel magma che è l’Es freudiano, così potente, però così chiuso in una individualità monadica. Nulla è più personale e non condivisibile dello spazio nascosto che giace in fondo alla seconda topica di Freud.
La poesia di Khaikin non è affatto un viaggio personale alla ricerca dei segreti recessi della sua personalità multiforme: non c’è Breton fra le sue fonti, né l’Eluard più ispirato.
La risposta alla domanda “chi è Lital Khaikin” non può essere allora ricorsivamente Lital Khaikin: non è lei, né nella sua parte cosciente, né in quella inconsapevole, l’oggetto e il fine della sua indagine poetica.
Lital Khaikin non fa poesia di se stessa, non attinge a sé per trovare la fonte dell’apparente confusione che riversa senza esitazione sul lettore, non è nell’inner space ballardiano che trova esito il suo lavoro. Khaikin fa l’operazione opposta: la sua poesia è apertura al mondo, all’outer space, è il disvelamento della realtà, è una forma di sapere scientifico sconosciuto e completamente nuovo, è una conoscenza profonda, un antico abbandono.

La quarta

Lital Khaikin non attinge a sé per trovare la fonte dell’apparente confusione che riversa senza esitazione sul lettore, non è nell’inner space ballardiano che trova esito il suo lavoro. Khaikin fa l’operazione opposta: la sua poesia è apertura al mondo, all’outer space, è il disvelamento della realtà, è una forma di sapere scientifico sconosciuto e completamente nuovo, è una conoscenza profonda, un antico abbandono.

L’autore

Lital Khaikin è una scrittrice ed editrice russo canadese con base a Montréal. Il suo chapbook, “Outplace” (Altrove), è stato pubblicato nel 2017 dalla casa editrice Solar Luxuriance, con sede a San Francisco e Oakland. Sue poesie e prose sono state pubblicate, fra le altre, su 3:AM Magazine, Queen Mob’s Teahouse, Berfrois, e sulla collana “Vestiges” di Black Sun Lit. Ha contribuito, con pezzi di giornalismo d’inchiesta, a pubblicazioni come Briarpatch, Media Co-op (Canada) e Warscapes. È inoltre fondatrice ed editrice di “The Green Violin”, una stampa in stile samizdat per la distribuzione gratuita di poesia, saggistica, prosa e annessi e connessi letterari.

La collana VersiGuasti

VersiGuasti è la collana di Kipple Officina Libraria diretta da Alex Tonelli interamente dedicata alla poesia e alla letteratura lirica in versione digitale, alla costante ricerca di connessioni e poetiche appartenenti al Connettivismo e non solo.

Lital Khaikin, aletha
Introduzione: Alex Tonelli
Copertina: Francesca Macor
Traduzione: Valerio Cianci

Kipple Officina Libraria – Collana Versi Guasti – Pag. 65 – 0.95€
Formato ePub e Mobi – ISBN 978-88-98953-98-1

Link:

Realtà immateriale


Ti ricordi delle parole dette in fronte all’abisso, che si contorceva? Mi sembra di vederle ancora vive, che tentano di blandirmi, di nascondermi la realtà dell’immateriale.

Diciamolo in italiano: l’intervista esclusiva | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine una bella intervista di Lucius Etruscus ad Antonio Zoppetti, curatore del blog Diciamolo in italiano e fautore di iniziative inerenti la lingua italiana.

Sia il tuo blog che il tuo libro più recente si intitolano “Diciamolo in italiano”: quando hai sentito il bisogno di denunciare la rinuncia degli italiani a “dirlo in italiano”?

Qualche anno fa volevo scrivere un libro sull’italiano del Nuovo millennio, e ho cominciato a studiare e raccogliere materiale per capire cosa stava cambiando. Inevitabilmente, ho dovuto affrontare il problema degli anglicismi, ma all’epoca ero convinto della validità delle argomentazioni di Tullio De Mauro e dei principali linguisti. Credevo che la lingua italiana non fosse in pericolo, che gli anglicismi fossero soggetti a forte obsolescenza e passassero di moda rapidamente, che fossero perlopiù tecnicismi non in gradi di intaccare la lingua comune. Invece, approfondendo la questione mi sono accorto che molti dei dati citati risalivano agli anni Ottanta, che tra i “tecnicismi” c’erano parole che conoscevano anche i bambini, come mouse, password, scanner, laser… che non esistevano dati sugli anglicismi usciti dalla lingua e regrediti. Insomma, le cose non tornavano e avevo bisogno di compiere nuove ricerche.

La mia fortuna è stata che nel 1992 avevo curato il riversamento in CD-Rom del primo completo dizionario digitale messo in commercio in Italia, il Devoto Oli. Quel lavoro fu il prototipo dei dizionari digitali che circolano ancora oggi, avevamo inserito la possibilità di ascoltare in audio la pronuncia di 20.000 parole e soprattutto avevo “smontato” il dizionario per ricostruirlo in oltre un centinaio di indici: i linguaggi settoriali e gli ambiti, gli indici grammaticali, etimologici… Tra questi c’erano anche i forestierismi, divisi lingua per lingua, tra cui 1.600 parole inglesi. Questo primo lavoro pionieristico non ebbe all’epoca una grande circolazione e oggi non lo conosce quasi nessuno, eppure si è rivelato fondamentale per me, perché era il primo dizionario digitale che permetteva l’estrazione dei dati per parole chiave. Prima di allora non era possibile conteggiare gli anglicismi ed estrapolarli dai dizionari, se non leggendo tutto il volume.

Recuperate tute queste informazioni, non restava che confrontarle con quelle di oggi. E allora, con grande stupore, facendo un confronto “all’americana” tra il Devoto Oli 1990 e quello del 2017, mi sono accorto che gli anglicismi erano passati da 1.600 a 3.500. Confrontando gli elenchi è stato facile rendersi conto non solo dell’aumento, ma anche del fatto che le nuove entrate erano sempre meno tecnicismi. Poi, visto che non esistevano statistiche, mi son messo a contare gli anglicismi usciti dal dizionario del 1990, e ho scoperto che erano meno di 70, di fronte a un’entrata di quasi 2.000 nuovi. Contando e facendo ricerca mi sono accorto che l’anglicizzazione dell’italiano in trent’anni non solo era innegabile, ma era anche enorme.

Dunque, abbandonato il progetto iniziale, ho lavorato solo sugli anglicismi, e ne è uscito il libro che hai citato che contiene dati e ricerche prima assolutamente inedite. Subito dopo ho aperto un sito personale per divulgare e approfondire le mie tesi.

IL FILO A PIOMBO DELLE SCIENZE > L’INGLESE E’ E RESTA UNA LINGUA GERMANICA


Un bel post di Marco Moretti sulla lingua inglese e sulle sue derivazioni, inclinazioni e storpiature che quel linguaggio ha subito col passare dei secoli, e delle dominazioni. Demolizioni che, almeno questo, la nostra lingua non ha passato.

La natura germanica della lingua inglese moderna dovrebbe essere chiara a tutti. Eppure non è così. Il vocabolario derivato dall’anglosassone sembra esiguo rispetto all’immensa mole dei prestiti di origine romanza, latina e greca, così sono state avanzate proposte di classificare l’idioma di Shakespeare come una lingua germano-romanza. Per lo stesso motivo l’uomo della strada, che ignora la filologia germanica, è incline a ritenere l’inglese un bizzarro tipo di lingua romanza. In Italia questa opinione è diffusissima, complice un sistema scolastico tradizionalmente ostile a tutto ciò che non ha in Roma la sua radice.

La battaglia di Hastings (1066) ha cambiato per sempre il destino dell’Inghilterra. A causa del dominio dei Normanni, la lingua inglese è stata colpita da una sciagura gravissima, un trauma irreparabile a cui possiamo dare il nome di integrazione anglo-romanza. Gli esiti di questo processo spaventoso e caotico sono sotto gli occhi di tutti. Si stima che circa l’85% del lessico anglosassone originale sia andato perduto. Circa 10.000 vocaboli sono entrati nel medio inglese a partire dalla lingua d’oïl parlata dai Normanni. Di questi prestiti, il 75% è tuttora vivo. Come se non bastasse, innumerevoli parole dotte sono state prese a prestito dal latino e dal greco nella fase dell’inglese moderno. Questo processo, che tra le altre cose ha permesso la formazione della lingua scientifica, è tuttora in corso e non accenna a diminuire. Potremmo quasi parlare di integrazione anglo-latina e di integrazione anglo-greca. Esistono moltissimi lavori che parlano di questi argomenti, sia nel Web che cartacei.

Come conseguenza della sua storia molto travagliata, l’inglese è una lingua fortemente dissociativa. Questo significa che forma parole derivate a partire da radici prese dal francese, dal latino o dal greco, che non hanno alcuna attinenza con la radice germanica usata per esprimere il concetto di base. Questo è in netto contrasto con la lingua di Beowulf, che era fortemente associativa, dal momento che formava le parole derivate utilizzando la radice delle parole semplici e opponendosi a ogni opacità etimologica.

Intimo cluster


Istintivo nella complessa esercitazione dei diritti, i tuoi intimi parolai serrano i significati nel tuo intimo cluster di Nulla senziente.

Terracqueo

multa paucis

Il maestro dei sogni

"Tutti siamo fatti della stessa sostanza dei sogni"

Il Bistrot dei Libri

"Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso" Daniel Pennac

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Ri Orientarsi, alla ricerca del nostro baricentro interiore

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