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Archivio per Lankelot.eu

Lankenauta | Breve storia dell’alchimia


Su Lankenauta una recensione a un breve – e quindi impreciso, quantomeno grossolano – excursus sulla storia dell’alchimia. Nomi toccati, molti, da verificare l’esattezza surreale della trattazione ma, tant’è, sempre interessante che se ne parli. Un estratto:

Alchimia: una parola evocativa, che fa venire in mente misteriosi esperimenti, alambicchi, scienziati, negromanti, segreti, formule, laboratori ben nascosti.

Il termine alchimia designa quell’insieme di teorie e discipline pratiche che si prefiggevano di ottenere la trasmutazione in oro dei metalli cosiddetti “vili” o di altre sostanze. Tale fine viene perseguito attraverso la ricerca di un principio agente e reagente unico (chiamato la pietra filosofale o quintessenza, argento vivo), questo scopo poteva coincidere o coesistere col raggiungimento dell’elisir di lunga vita o medicina universale (panacea).

L’alchimia attraversa tutta la storia umana e coinvolge numerose personalità interessanti, anche il famoso Isaac Newton, che però presto si rivolse alla scienza, si lega a società segrete come la Massoneria, è una sorta di fiume sotterraneo molto complesso, difficile da interpretare e spesso piuttosto caotico e così multiforme da risultare sfuggente.

Rimane essenziale il suo principio fondamentale, quello analogico: “Ciò ch’è in basso è come ciò ch’è in alto, e ciò ch’è in alto è come ciò ch’è in basso, per fare i miracoli della cosa una”. Così è scritto nella Tabula Smaragdina (Tavola di smeraldo), il principale testo attribuito a Ermete Trismegisto – ”tre volte grandissimo” – l’originario dispensatore dell’antichissima conoscenza egizia all’umanità.

Editoriale Lankelot Aprile 2016. Passaggio a www.Lankenauta.eu | Lankelot


Il sito letterario Lankelot si rinnova e diventa Lankenauta. Qui sotto l’editoriale e la precisazione che del vecchio sito su vecchia piattaforma rimarranno online i contenuti, ma non ne verranno aggiunti altri, che saranno destinati alle nuove pagine. Sostenete il sito, è tutta salute culturale.

Cari soci attuali e futuri, collaboratori, collaboratrici, lettrici e lettori, l’ultimo editoriale pubblicato su lankelot risale al febbraio 2014. Scrivevo che “il passaggio da lankelot a lankenauta è slittato a data da destinarsi”. Poi il silenzio, proprio per evitare di ripetersi e così diventare stucchevoli. Non è il caso adesso di ripercorrere le tante vicissitudini di un progetto che, salvo qualche piccolo dettaglio da completare, è ormai giunto a destinazione. Questo vorrà dire che i prossimi editoriali, finalmente pubblicabili ogni trimestre, non appariranno più su lankelot.eu.

Potrete leggerli su www.lankenauta.eu. Il sito web dell’Associazione Culturale Lankenauta, ora conforme anche nel nome, non intende essere un clone di lankelot.eu e non potrebbe esserlo comunque. Oltre a un gruppo storico di collaboratori di Lankelot ci saranno nuovi acquisti, alcuni dei quali già pronti a farsi conoscere nelle prossime settimane, senza contare che, da un punto di vista tecnico, siamo passati da drupal a wordpress e, aspetto ancora più importante, da una versione che col passare degli anni era diventata “vecchia” (secondo almeno gli standard informatici) a una più “moderna” e che permetterà una maggiore e più semplice diffusione.

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Democrazia – Storia di un’idea tra mito e realtà | Lankelot


Su Lankelot la recensione a Democrazia – Storia di un’idea tra mito e realtà, saggio di Massimo L. Salvadori. Ovvero, di come la democrazia abbia passato tutt’altro che indenne le epoche più moderne e su come si è trasformata.

Di grande interesse il capitolo dedicato all’avvento della democrazia negli Stati Uniti e in particolare alla figura di Jefferson: “considerava la marcia della democrazia quale frutto dei processi dell’istruzione, della diffusione dei lumi della ragione, della scienza e delle virtù civiche” (pp.180); mentre già agli inizi dell’800 Taylor riuscì a cogliere una serie di minacce presenti nella società americana: “il centralismo derivante dal troppo potere affidato al presidente dell’unione e alla sua amministrazione; il crescente predominio delle minoranze capitalistiche che tendevano a formare una potente aristocrazia del denaro; la manipolazione del voto popolare da parte di piccole oligarchie organizzate” (pp.182). Completano il quadro americano le parole di Tocqueville, da Salvadori considerato anche nei suoi aspetti più contraddittori, ma che, ancora una volta, mostrano una particolare lungimiranza: “nella realtà gli uomini più notevoli sono raramente chiamati alle funzioni pubbliche”. Il motivo? “Le classi inferiori, anche quando mirano al bene pubblico, non sono in grado di valutare quali siano i mezzi per conseguirlo e danno sovente fiducia ai ciarlatani” (pp.207). Sempre nel contesto americano viene ricordato il pensiero di William Graham Sumner, un convinto sostenitore del liberismo, che però denunciava “il consolidarsi del potere indebito di quella che definiva tout court una plutocrazia, la quale, facendo leva sulla speculazione finanziaria e sulla propria ricchezza, corrompeva il potere politico e lo piegava ai propri interessi al punto di mettere in pericolo la libertà” (pp.223). Parole di un liberista dell’800 che contribuiscono a sfatare la superficiale correlazione liberismo- neoliberismo, tipica di coloro che, non si sa quanto in buona fede, tendono a mettere in un unico calderone concezioni del mondo in realtà molto diverse. La storia dell’idea di democrazia giunge poi a Mazzini (“per una democrazia sociale ma pluralistica”), che nelle pagine di Salvadori appare davvero come un gigante del pensiero: secondo il patriota e filosofo italiano, fermo restando che l’individuo è sacro, che i suoi interessi, i suoi diritti sono inviolabili, “bisognava evitare di porre i diritti dell’individuo come unico fondamento all’edifizio politico, poiché ciò avrebbe significato legittimare una forma di lotta di tutti contro tutti” (pp.260). Altri passaggi dai quali si scorgono illuminanti anticipazioni del presente li troviamo nell’analisi dell’autore di “La politica come professione” e quindi del suo “capo carismatico”: “mentre esalta la figura del capo, Weber ne squalifica la figura nel caso in cui questi ceda al peccato contro lo spirito santo della sua professione, vale a dire il peccato della vanità, all’autoesaltazione puramente personale, alla rinuncia a servire una causa, cedendo al desiderio del potere per il potere: condizione che sopravviene allorché il capo non è ispirato da una fede” (pp.342).

La strage dei congiuntivi | Lankelot


Su Lankelot la segnalazione di un bel libro, che farebbe molto bene a chi sottovaluta il potere delle parole, efficaci simulacri di una realtà che altrimenti appare fallace: La strage dei congiuntivi, di Massimo Roscia.

La strage dei congiuntivi è un divertente, divertito, dissacrante romanzo sulla deriva linguistica e grammaticale odierna, in cui le regole del buon parlare e scrivere vengono sempre più messe all’angolo da un’ignoranza diffusa che si autogiustifica con la storia della prevalenza del contenuto rispetto alla forma, dalla colloquialità, da “l’importante è capirsi” e pazienza per verbi, nomi, aggettivi inesatti, spesi in modo erroneo ed equivoco, senza comprendere come una forma adeguata aiuti i contenuti a uscire fuori. Si potrebbe quasi definire questo romanzo thriller grammaticale. Al centro della storia è un gruppo di persone scelto e guidato da Dionisio Trace – l’unico che conosce le loro vere identità e che dona loro nuovi nomi da battaglia riprendendoli, come il suo, da studiosi di grammatica e filologia – che lotta contro chi si rende reo di abusi sulla lingua, omicidi di congiuntivi, torture su aggettivi e periodi, squartamenti di forme verbali e chi più ne ha, ne metta. Il libro comincia con la morte dell’assessore comunale alla pubblica istruzione e alle politiche culturali Bill Gross Donkey, e subito cominciamo a seguire i vari protagonisti, un poliziotto, un bibliotecario, un ex professore, un analista sensoriale, e veniamo a conoscenza del loro odio per chi tartassa la lingua e di come siano stati reclutati da Dionisio. Assistiamo, senza poter fare niente, a eloqui insopportabili, trovando nei commenti precisi, puntuali, correttivi dei personaggi del gruppo l’unica alternativa al prendere a pugni le pagine del libro.

Oltremuro | Lankelot | KippleBlog


Letto su [KippleBlog]

Segnaliamo questa bella recensione a Oltremuro, la silloge di Alex “Logos” Tonelli edita da Kipple Officina Libraria. La rece è a cura di Ettore Fobo ed è comparsa su Lankelot.

Ci sono poeti che scavano nella parola, nel silenzio e Alex Tonelli è uno di questi. Ritmi cesellati, emorragie di parole musicali sono accanto a costruiti labirinti melodici, le parole scarnificano il bianco della pagina, così come il marmo imprigiona la figura da plasmare nelle teorizzazioni dell’ultimo Michelangelo, così la pagina bianca è per Tonelli una miniera di ritmi, immagini, visioni. Si scava dunque, oltre la realtà perché la realtà è la prima delle illusioni, dentro visioni vaste e ingannevoli come la Storia.

Poesia scavata è la prima impressione di questo Oltremuro, edito nel 2015 da Kipple Officina Libraria, poesia come metodo per accedere alla conoscenza, di sé, del mondo e soprattutto, come vuole l’estetica connettivista, di cui Tonelli è uno dei principali interpreti, specie in ambito poetico, di ciò che oltrepassa, trascende: le convenzioni, il sé, il mondo. E si finisce per raccontare il niente fuggevole di una visione, nella poesia Misericordia e il nome, dove la parola si sottrae alla benedizione divenendo blasfema, oppure altrove si rivela essere, per una contorsione del senso, “Cabala del silenzio”, e il poeta è uno che compie “l’evocazione”, attorniato dal buio che è come il nero inchiostro della sua anima; tanto sono intense queste poesie, tendendo alla rarefazione estrema del segno. Tonelli opera per condensazione: scatti improvvisi dei nervi, grida soffocate, emozioni impetuose, incubi neri, slanci lirici, vengono fusi nello stesso alambicco dal poeta alchimista.
Perché Alex Tonelli ha il dono di sintetizzare in pochissimo spazio fisico le grandi praterie dell’immaginazione, un’immaginazione che si vuole, ci sembra, soprattutto gotica, spettrale, dimensione in cui il tempo si dissolve e tutto si rivela polvere, vuoto, assenza. Non c’è dubbio che in diverse poesie si senta l’eco di poeti contemporanei, Mark Strand su tutti, nella sua denuncia della vacuità dell’esperienza umana, nell’inganno del tempo. Affiora talvolta anche Charles Simic, per esempio nella poesia La morte mi ha attraversato la strada, dove Tonelli attinge al quotidiano, narrando di “precedenze mai rispettate”, sotto un sole definito “inutile”. Altrove si sente l’eco di Bonnefoy, della sua ricerca sospesa fra l’onnipotenza e la fragilità della parola, fulcro del mondo. 
Quella di Tonelli è una poesia che amoreggia con le tenebre, flirta con il buio, non ama la luce ma si alimenta di penombra. Talvolta il buio è un incubo “nero/ vorace” che ci soffoca e ci inghiotte. Siamo alle radici di un idioma originario che svanisce, una lingua primordiale di cui ogni poesia è solo la traccia, il calco, se vogliamo. Il linguaggio di Tonelli racconta sempre di una frantumazione, di una distruzione, e si configura come cumulo di schegge, dove “cataste di brusii” incontrano “frattali di sillabe” e misteriosamente una qualche unità è raggiunta dalla polverizzazione, dall’apocalisse del linguaggio stesso, dove apocalisse è sia l’evento catastrofico che una rivelazione, come vuole l’etimologia.

Il Golem | Lankelot


Su Lankelot una critica ragionata alla nuova edizione de Il golem, di Gustav Meyrink, uscito recentemente per i tipi dei Tre editori. Eccone uno stralcio:

Un percorso non lineare, scandito da venti capitoli, delimitati all’inizio con “Sonno” e alla fine con “Libero”: una sorta di cornice che introduce una struttura circolare ma soprattutto tale da annunciare ed infine portare a compimento gli ambigui motivi del romanzo. Possiamo scrivere di ambiguità e disorientamento proprio per confermare, secondo l’idea di Todorov, la definizione di fantastico come letteratura della soglia, dello spazio intermedio, dell’esitazione. Difatti in “Sonno” il personaggio narrante si trova in stato di dormiveglia, sospeso in un’incertezza che investe la sua stessa identità e la realtà che sembra circondarlo. Poi le visioni del ghetto, l’incontro con un essere che potrebbe essere il leggendario Golem: questi porge al narratore un libro da restaurare introducendolo ad una sorta di percorso iniziatico, lo illumina di altre immagini che poi sveleranno più compiutamente la loro natura al termine del romanzo. A questo punto, parzialmente dissolto lo stato di dormiveglia, l’io narrante sembra essere diventato definitivamente Athasius Pernath, intagliatore di pietre preziose, già affetto da amnesia e assediato da un passato che affiora lentamente e dolorosamente. Vicino a lui vivono personaggi che rappresentano il dualismo bene male: da un lato il perfido rigattiere Aaron Wassertrum; e dall’altro l’archivista Schemajah Hillel, figura tanto positiva quanto orientata allo spirito religioso. Accanto a loro, come a replicare la contrapposizione tra le due polarità, lo studente di medicina Charousek, figlio naturale del rigattiere e che aspira alla vendetta nei confronti del padre snaturato; Rosina, la giovane ragazza destinata a vendersi; Mirjam, la figlia di Hillel votata ad una vita di spiritualismo, e la giovane signora Angelina, carnale e fedifraga; l’inquietante Amadeus Laponder, accusato di assassinio con stupro, compagno di cella di Pernath in prigione, che manifesterà sconcertanti facoltà paranormali
La vicenda, perennemente in bilico tra una realtà dove si complotta e si ricatta e le visioni oniriche presenti in una città magica come Praga, ha una svolta con l’arresto di Pernath, accusato dell’omicidio di Zottmann: rimarrà in galera per lungo tempo e una volta scagionato ritroverà la sua città trasformata (il romanzo è ambientato nel periodo di risanamento del ghetto, tra il 1893 e il 1917). L’io narrante, una volta tornato alla vita civile, intende ritrovare le sue conoscenze più care che però sono scomparse, a cominciare dall’amata Mirjam. Ma la vera libertà, almeno quella intesa da Meyrink, è ben altro, ed è a questo punto che avviene un nuovo risveglio, che svelerà lo scambio di personalità e mostrerà la realizzazione dell’io sovraindividuale, simboleggiato da quella figura dell’ermafrodito che significativamente era apparsa in “I”, il terzo capitolo.
Gli eventi presenti nel romanzo, inspiegabili alla luce della ragione, delineano un percorso iniziatico magico- mistico e ascetico del tutto peculiare, certamente non estraneo alla cultura cabalistica, in cui appaiono fondamentali i temi del doppio e della scissione di personalità, dell’unità del maschile e del femminile come raggiungimento della piena identità, i cosiddetti misteri sapienziali, l’incertezza che scaturisce dai repentini passaggi tra sogno e realtà. Anche il potere della mente viene inteso come capacità che svela l’essenza delle antiche leggende e che, sempre grazie alle arti magiche, consente di trasformare il pensiero in realtà, come nel caso del Golem: “Hillel, che si è sempre occupato di Cabala, sostiene che quella forma di terra dalle fattezze umane non sia altro che un presagio, come nel mio caso la testa di piombo, e che lo sconosciuto che si aggira nel quartiere sia l’immagine creata dalla fantasia e dalla mente di quel rabbino medievale che l’aveva solo pensata ancor prima di darle una forma materiale” (pp.92).
Di sicuro una figura che, pur inquietante non ha nulla di caricaturale, tipo una sorta di mostro di Frankestein in versione ebraica; semmai indefinita, interiore, e tale da evocare più recenti rappresentazioni della creatura, come quella di Wiesel: “Inchiodato a terra, ma sospeso in aria. Strano, misterioso, sembrava percorrere la terra e il cielo contemporaneamente. Sicuro di sé, andava avanti inesorabilmente”.
Un’attenzione ai temi mistico-magici che in Meyrink prevale anche sugli aspetti formali. Come giustamente scrive la stessa Anna Maria Baiocco: “Se a volte la struttura risulta complessa, lo stile e la forma non sono né ricercati né elaborati in base a categorie estetiche, ci appare chiara l’immagine, si sente la forza del messaggio, dell’idea contenuta nella parola” (pp.13). Osservazione del resto coerente con quanto scrisse lo stesso Meyrink sui suoi romanzi come travestimenti e dei contenuti simbolici che riflettevano esperienze personali: “Tengo più alle mie teorie, che sono una pratica e una vita, che alle mie creazioni artistiche, che non sono che simboli e involucri”.

La Tenuta delle Tre Fontane | Lankelot


Su Lankelot la segnalazione di un libro-inchiesta di Gianni Rivolta, La Tenuta delle Tre Fontane, che verte sullo sfruttamento del suolo operato dai costruttori edili, in una città come Roma che è sempre stata territorio di conquista dei palazzinari fin dall’antichità.

Storia di un territorio di circa 500 ettari, un tempo campagna romana a tutti gli effetti, sormontato dalla millenaria abbazia cistercense, e oggi tra Eur, Montagnola e Serafico. In particolare: “Le Tre Fontane [ndr: già “Acque Salvie] è una località situata a tre chilometri da Porta San Paolo, nelle vicinanze dell’Eur, sulla sinistra della via Laurentina. L’abbazia omonima, circondata ancora oggi da boschi di eucalipto, per secoli è stato il centro religioso e produttivo di tutta la zona circostante” (pp.9). Un racconto, corredato da diverse foto d’epoca e da antiche mappe, che prende le mosse in particolare dall’alto medioevo, dai tempi dell’esarca Narsete, per poi proseguire, di secolo in secolo, con l’opera di Monsignor Nicolai, i saccheggi al tempo della Repubblica Romana, la giurisdizione della parrocchia di San Paolo, il XIX secolo della società agricola, della bonifica e della lotta contro la malaria, frutto del lavoro massacrante dei frati trappisti e di centinaia di forzati della colonia penale; fino ad approdare ai giorni nostri, dal periodo fascista, alla battaglia della Montagnola e alla figura dell’abate Leone Ehrard.

Rivolta, proprio in merito al risanamento del territorio e alla bonifica, ha giustamente scritto diverse pagine e difatti leggiamo pure dell’eucalipto, messo a dimora fin dal 1872 dai religiosi: “si era osservato che il livello dell’acqua era sceso a più di un metro e mezzo. Il risultato fu attribuito alle nuove piante e fece grande scalpore in Italia”. In realtà poi si scoprì “che la vera causa della febbre non erano l’umidità del terreno, lo scirocco o l’aria infetta, ma derivava dalle punture delle zanzare” (pp.49). Insomma, una cantonata dal punto di vista scientifico che ha permesso alla pianta australiana, ormai indispensabile per la produzione dell’elisir eucaliptino, di contribuire comunque al verde di un luogo destinato, da lì a pochi decenni, a essere in gran parte cementificato.
Una storia che diventa stretta attualità, tanto più in presenza di una campagna romana che in questi ultimi decenni, complice il diffuso malaffare, è stata devastata dal cosiddetto urban sprawl e comunque da piani urbanistici a dir poco discutibili, ammesso e non concesso che si possa parlare di autentica programmazione. Leggiamo: “A seguito del piano regolatore del 1962 e del 2004 il territorio delle tenute storiche di Sant’Alessio, Grottaperfetta e Tre Fontane è stato quasi completamente edificato” (pp.83).

Fermiamo il consumo di suolo | Lankelot


Un libro che dovremmo tutti mangiare, per capire quanto questa corsa sfrenata iperliberista e corrotta ci stia portando nel baratro del nulla: Il consumo di suolo, scritto da Paola Bonora.

Il libro di Paola Bonora, a cavallo tra testo divulgativo e opera accademica, partendo dalle radici del problema (“dalla città fordista alla città postmoderna”) e passando per l’analisi dei cambiamenti demografici, la bolla immobiliare, l’agrobusiness, il significato di paesaggio e la deregolazione urbanistica, intende tirare le somme sull’attuale degrado ambientale e sociale, sui danni che l’immobiliarizzazione ha indotto all’intero sistema economico, sul fatto che siano saltate le categorie tradizionali di campagna e città, sulla casa non più necessità abitativa ma spesso bene d’investimento, sulla fragilità dell’alleanza tra mondo della finanza e costruzioni; nello stesso tempo rilevando l’assoluta necessità che la cosiddetta società civile prenda coscienza dei processi distruttivi in atto; ad esempio respingendo al mittente quella visione distorta di turismo che rovina le bellezze italiane, e parimenti l’idea assurda di coloro che, dimenticando cosa vuol dire dissesto idrogeologico, ci raccontano la favola dell’incremento di suolo (consumato) quale premessa di sviluppo economico.
In altri termini, secondo l’autrice, la locuzione “consumo del suolo”, che tra l’altro si esplica “in una gamma di manifestazioni multiformi” (pp.37) e quindi rendono molto complessa la determinazione di categorie e di criteri di quantificazione, rappresenta appunto una formula “che va oltre le notazioni di carattere quantitativo e condensa la critica al modo squilibrato e predatorio in cui è organizzato il modello economico attuale” (pp.53), nella considerazione oltretutto che il mondo agricolo è la prima vittima della metamorfosi urbana. Da qui la visione distorta e miope che giudica il calo degli occupati in agricoltura alla stregua di “un indicatore del successo economico” e “lo utilizza come parametro di sviluppo” (pp.55): sostanzialmente logiche e regole urbane che ormai  governano anche la ruralità. Paola Bonora inoltre allarga il ragionamento mettendo in discussione i dogmi della globalizzazione: “teniamo a mente che per compensare la produzione di un ettaro di aree agricole in Europa, può essere necessaria un’area fino a 10 volte più estesa in altre parti del mondo […] Oltre a portare sulle nostre tavole prodotti di bassa qualità e inveleniti dalle tecniche di conservazione e maturazione controllata”. Senza dimenticare che lo “sprawl ha occupato le terre più fertili e potenzialmente più produttive” (pp.64). Quest’ultimo – sprawl, e più specificatamente urban sprawl– è un termine che tra l’altro ricorre più volte nella ricerca di Paola Bonora – insieme a land take (“consumo del suolo”), land cover (“copertura che produce danni difficilmente reversibili”), soil sealing (“impermeabilizzazione dei suoli” cui consegue erosione causata dall’acqua e successivo dissesto idrogeologico) –  e significa “diffusione della città e dei suoi sobborghi sui terreni agricoli alla periferia delle aree urbane ai danni della campagna” (pp.36).
Tutti disastri annunciati mentre, pur in presenza di un fantomatico “consumo zero” (si veda la bufala recentemente imbastita dal comune di Firenze), la classe politica insiste sulla strada della “retorica sviluppista”, in un “paese vittima della retorica che crede con le parole di cambiare la percezione dell’esistente”: “è il caso del decreto legge cosiddetto ‘Sblocca Italia’ (12 settembre 2014, n.133) che sposta l’offensiva del cemento e dell’asfalto sul piano delle grandi opere varando, come recita il titolo, ‘misure urgenti per la riapertura dei cantieri’. Un provvedimento che ancora una volta punta sull’occupazione di suolo e l’arrembaggio del territorio” (pp.7). Provvedimento che, alla faccia del rinnovamento e della rottamazione, conferma in pieno la continuità con la prassi normativa di “abbattimento dei controlli istituzionali, molte volte in deroga al diritto vigente, accentuando la vulnerabilità alle pressioni corruttive” (pp.10).
Imperdibile, su Lankelot.

Il prezzo del futuro. 15 scrittori raccontano l’economia del domani | Lankelot


Da Lankelot la recensione de Il prezzo del futuro, antologia curata da Gian Filippo Pizzo e Vittorio Catani. Molti grandi autori della SF italica in questa raccolta, tra i quali Giovanni De Matteo con il suo racconto In caduta libera, del quale riporto le impressioni:

Da notare che Giovanni De Matteo, l’autore di “In caduta libera” viene ricordato come esponente del “connettivismo”, ovvero quel movimento che “considera la fantascienza un laboratorio per analizzare le dinamiche del cambiamento attraverso la prospettiva del futuro, coniugando estrapolazione scientifica, analisi sociologica e sperimentazione linguistica” (pp.327). Viene quindi da pensare che aspetti del connettivismo siano presenti non solo in De Matteo, ma, pur privilegiando innanzitutto situazioni grottesche e inquietanti, anche in altri racconti dell’antologia.
Idea del tutto plausibile soprattutto nella considerazione che il futuro, qui interpretato come specchio nero del presente, si possa prospettare innanzitutto con forme sempre più sofisticate di mistificazione e per  un ulteriore imbarbarimento nei rapporti economici e sociali.
Il tutto inquadrato nel giudizio finale dell’antologia, un gran bel momento di SF distopica, come del resto gli autori garantiscono a priori.
È evidente semmai che “Il prezzo del futuro” rappresenta tante variazioni su tema, dove l’economia a volte va intensa in senso del tutto generico, altre volte riferita più specificatamente ai rapporti di lavoro oppure alla necessità impellente di fare soldi, oppure ancora alle controversie tra scuole di pensiero. Di sicuro la rappresentazione di rapporti umani e sociali in un contesto distopico e che quindi tendono ad evolvere verso esiti drammatici se non addirittura raccapriccianti. Anzi, per parafrasare lo slogan incriminato potremmo precisare: “il distopico è adesso”; non fosse altro che qualche racconto (in particolare si veda “Il tirocinio” di Michele Piccolino) non sembra nemmeno ambientato in un prossimo futuro, ma piuttosto tra le quinte di un cupo e realistico presente.

Confesso che ho indagato | Lankelot


Su Lankelot una bella recensione al libro di Michele Giuttari, Confesso che ho indagato, relativo alle sue inchiesta sul mostro di Firenze. Appassionanti le trame occulte scoperte da Michele, tanto da lasciar sbigottiti eppure assolutamente sicuri che non è tutta fantasia. Del resto, sono atti delle indagini…

Molto di quanto l’autore racconta nel libro l’avevamo già letto in “Compagni di sangue” (scritto insieme a Carlo Lucarelli e pubblicato per la prima volta nel 1998), ma ancora una volta si rimane sconcertati dall’approssimazione delle indagini condotte prima dell’arrivo di Giuttari a Firenze. Come si rimane sconcertati dall’ostinazione dei media e dei complottisti nel sostenere la tesi del serial killer solitario e della cosiddetta “pista sarda”. Tutte ipotesi che tutt’ora godono di buona stampa e che il commissario, forte del sostegno di Pierluigi Vigna, respingerà sempre con forza; mentre invece, grazie ad una riconsiderazione delle prove e di indizi fino ad ora trascurati, sulla scena del crimine appariva sempre più probabile non soltanto la presenza di una manovalanza criminale, identificabile con un gruppo di assassini seriali, violenti e sessualmente disturbati, ma anche l’esistenza di un secondo livello, quello del mandante o dei mandanti. Fu infatti Giuttari a riproporre la tesi –  peraltro già avanzata a seguito di perizie medico legali –  che Pacciani non poteva aver fatto tutto da solo e a sospettare che anche “i compagni di merende”, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, altro non fossero che burattini, assoldati per ottenere i macabri feticci, manovrati da una regia oscura che aveva molto a che fare con esoterismo, sette e satanismo. In merito le ingenti somme possedute da Pacciani e Vanni – un contadino e un ex postino – mai giustificate, parecchi sospetti li procurarono, anche se pochi lo ricordano: “Scopriamo infatti che Pacciani è proprietario di due case […] Le ha acquistate entrambe con denaro contante […] Non solo, nel mese di dicembre 1982 aveva acquistato una Ford Fiesta 9000 pagandola sempre in contanti 6 milioni di lire. Troppi Beni! Troppo contante! E guarda caso negli anni dei delitti […] Mi torna in mente la dichiarazione di Lotti secondo cui un dottore pagava Pacciani per ottenere i feticci delle povere vittime” (pp. 266). Il “dottore”, come sappiamo dalle indagini fu individuato nel medico perugino Narducci, apparentemente morto suicida, la cui vicenda viene ricordata per lo scambio dei cadaveri e per un contesto particolarmente inquietante: “Massimo Spagnoli, fratello del suocero di Narducci, dichiara di aver insistito inutilmente in quei giorni con il fratello perchè fosse eseguita l’autopsia. Poi aveva appreso che c’era stato un inguacchio massonico. La moglie gli aveva infatti spiegato che Ugo Narducci, padre del defunto, si era rivolto ad Augusto De Megni, che a sua volta aveva interpellato il questore Trio, anche lui massone, che si era dato da fare per chiudere in fretta gli accertamenti senza che fosse effettuata l’autopsia e per far considerare la morte accidentale o come suicidio. All’epoca si era molto parlato del fatto che Ugo Narducci non aveva voluto l’autopsia per coprire il coinvolgimento del figlio in una storia terribile avvenuta a Firenze dove si diceva fosse stato scoperto in un appartamento tenuto in locazione da Francesco un repertorio di boccette con resti di cadavere. Poi tutto questo fu collegato ai delitti del cosiddetto Mostro di Firenze” (pp. 311). Anche le dichiarazioni sibilline dell’avvocato Fioravanti, ex legale di Pacciani tutt’ora trincerato dietro il segreto professionale, non risultano rassicuranti: “Oggi sono sicuro, rivedendo tutto in maniera retrospettiva, che le indagini sulla morte del Narducci furono bloccate dall’alto sia a Firenze sia a Perugia, a Firenze forse anche per un intervento esterno” (pp. 314).

SUSANNE LEIST

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“Siamo l’esperimento di controllo, il pianeta cui nessuno si è interessato, il luogo dove nessuno è mai intervenuto. Un mondo di calibratura decaduto. (…) La Terra è un argomento di lezione per gli apprendisti dei.” Carl Sagan

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un blog di Franco Ricciardiello

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