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Archivio per Lankenauta

Lankenauta | Questione di virgole


Su Lankenauta la segnalazione di Questione di virgole, manuale operativo scritto da Leonardo G. Luccone su come si usa al meglio la punteggiatura, valorizzando lo scritto professionale o qualsiasi altro pensiero si stia esprimendo. Un estratto:

Cercando di riassumere in poche parole la marea di informazioni e consigli e esempi che vengono messi a disposizione nel libro si può dire che la punteggiatura sia il sistema attraverso cui si organizza un testo e non il “respiro” del testo (parlo di “respiro” perché da piccoli spesso ti dicono che i segni di interpunzione servono a farti respirare). Se visualizziamo un testo come una strada che ci porta da A a B, la punteggiatura rappresenta i dossi, gli incroci, le deviazioni, gli stop, le rotonde, gli ostacoli e quant’altro. È chiaro che si può tentare di andare da un punto all’altro con una retta, ma il testo ce lo rende possibile o ha bisogno di fare qualche curva, di rallentare qui e accelerare lì, di fare una fermata intermedia? Se c’è una montagna in mezzo e si vuole fare una retta come minimo c’è da scavare una galleria, oppure si può scegliere di percorrere un sentiero all’aria aperta, di sicuro più lungo e che ha bisogno di altra attrezzatura. Si possono scavare gallerie o percorrere sentieri: l’importante è essere attrezzati nel modo giusto. Questo breve saggio ricorda a chi legge quali e quanti siano gli strumenti necessari a seconda dei casi.

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Lankenauta | L’altra Grace


Su Lankenauta la recensione a L’altra Grace, romanzo storico di Margaret Atwood ambientato nel XIX secolo, in Canada. Lascio le parole alla recensitrice che, assai meglio di quanto io possa fare, esprime magnificamente lo spirito di questa stupenda opera:

La Grace richiamata nel titolo altri non è che Grace Marks, una donna realmente esistita il cui nome è legato a uno dei delitti più efferati del XIX secolo avvenuti in Canada. Gli eventi, risalenti al 1843, sono descritti e raccontati da numerosi cronisti di nera dell’epoca: il ricco possidente Thomas Kinnear e la sua amante, la governante Nancy Montgomery, vengono uccisi brutalmente in casa. Per il delitto sono arrestati lo stalliere James McDermott e la sedicenne Grace Marks, al tempo domestica di casa Kinnear. La vicenda processuale, che Margaret Atwood ha studiato nei minimi dettagli, per le sue caratteristiche e la sua violenza, attira la morbosità di molti lettori anche fuori dai confini canadesi. James McDermott viene condannato all’impiccagione, pena eseguita nella prigione nuova di Toronto il 21 novembre 1843. A Grace Marks è riservato un altro destino: manicomio e carcere a vita.

Se fosse un classico giallo, Margaret Atwood si sarebbe concentrata sulla ricerca della verità rintracciabile nei fatti. Ma Margaret Atwood non è una scrittrice di gialli e “L’altra Grace” non è un giallo da risolvere. La verità deve trovarsi altrove. Grace Marks è davvero pazza? Grace Marks è colpevole? Grace Marks ha mentito? Grace Marks ha ucciso? In realtà Margaret Atwood ci fa capire in maniera lampante che una verità, in questa vicenda come in tante altre, non si può individuare distintamente. Perché spesso la verità è solo un’interpretazione, un punto di vista, una versione accettabile, una possibile narrazione degli eventi. La verità si trova in una delle tre versioni dei fatti che ha raccontato Grace davanti ai giudici? Oppure una delle due dichiarate da James McDermott? Nella storia di Grace sembra che la verità si disperda e si moltiplichi, si contorca e si spezzetti. Di certo, come dice la stessa Grace: “Solo perché una cosa è scritta, signore, non vuol dire che sia la verità sacrosanta“.

Lankenauta | La notte delle beghine


Su Lankenauta la recensione a un romanzo che in qualche modo richiama le atmosfere evangelistiane di Eymerich e delle sue lotte secolari all’eresia del XIV secolo: La notte delle beghine, di Aline Kiner. Un estratto dalla rece:

“La notte delle beghine” inizia con una donna bruciata viva e un libro deposto ai suoi piedi ad ardere insieme a lei. E’ il 1 giugno del 1310 e siamo a Parigi. La donna sul rogo è una beghina, ma è anche una mistica e una scrittrice. Il suo nome è Marguerite Porete e il libro che viene bruciato con la sua autrice si intitola “Lo specchio delle anime semplici” (Le miroir des simples ames), uno dei testi medievali più preziosi e meglio redatti di sempre. Un testo che, nonostante le volontà distruttive dell’Inquisizione e della Chiesa, è sopravvissuto grazie all’esistenza di copie sfuggite rocambolescamente alla censura e alle fiamme. La Francia è governata da Filippo il Bello, nipote di Luigi IX, il re santo. E proprio al re santo si deve la fondazione del grande beghinaggio di Parigi avvenuta nell’anno 1260. L’istituzione del beghinaggio, storicamente, prende vita intorno al 1240 nelle Fiandre e si diffonde con rapidità anche in altri territori europei. Le beghine sono per lo più donne sole o vedove che scelgono di non prendere i voti ma di rispettare la castità dedicandosi alla contemplazione, alla preghiera e all’aiuto del prossimo. Sono donne libere e, soprattutto, sono donne laiche poiché non fanno parte di alcune ordine religioso e non accettano la mediazione di preti nel loro rapporto con Dio.

Il beghinaggio di Parigi, come altri beghinaggi d’Europa, è una sorta di piccola città entro la città: un’area protetta da mura e da occhi indiscreti al cui interno si trovano piccoli alloggi destinati alle beghine, una chiesa, un ospedale, un refettorio, un orto e tutto quel che consente a queste donne di vivere dignitosamente. La società religiosa delle beghine è regolata dalla presenza di una badessa normalmente scelta dalle beghine stesse. Non c’è obbligo di permanenza né limitazioni particolari, anzi. Le beghine sono libere di uscire, di mantenere le proprietà in loro possesso, di praticare una professione e di vestire come desiderano. Nel beghinaggio di Parigi, descritto in questo bel romanzo storico di Aline Kiner, sono ospitate anche donne appartenenti alla nobiltà francese, donne colte e ben istruite in grado di dare soccorso e diffondere conoscenza.

La realtà e la finzione, ne “La notte delle beghine”, si mescolano e si intersecano continuamente. Oltre alle vicende umane e psicologiche dei vari personaggi che si muovono tra le strade di una caotica e sempre affascinante Parigi medievale, la Kiner ha saputo ricostruire e trasmettere, attraverso una scrittura fluida e sempre puntuale, le atmosfere tipiche di quel momento storico. L’autrice è riuscita a muoversi con intelligenza tra gli accadimenti dell’epoca spiegando eventi e dettagli storici che consentono di comprendere la mentalità, la religiosità, le ossessioni e gli smarrimenti di quel tempo. La Francia di Filippo il Bello si sente costantemente minacciata dalla presenza di eretici e miscredenti di ogni genere. Il re condanna e uccide chiunque teme possa far vacillare il su regno e la dignità della Chiesa che pretende di difendere. L’economia va allo sfascio per via di campagne militari senza fine che ormai più nessuno ha voglia di sostenere, meno che mai i nobili di Francia. Vengono perseguiti gli ebrei, vengono attaccati i templari e, alla fine, toccherà anche alle beghine. Su ognuno di questi gruppi peseranno infamanti accuse di eresia e di stregoneria, saranno inflitte torture e decretate pene esemplari.

Lankenauta | Il manuale del baffi


Su Lankenauta una bella recensione a Il manuale del baffi, opera di PeeGee Daniel successiva al suo Premio Kipple. Un estratto:

Se la commistione di colte citazioni e sfottò, in questo caso dedicati ai cultori dell’ombreggiatura pelosa, forse non apparirà del tutto inedita dalle parti della letteratura umoristica,  ben altro discorso con quelle parti del libro che mostrano al meglio lo stile disinvolto e l’incontenibile fantasia di Pee Gee Daniel. Ci riferiamo ai raccontini, nonché agli sviluppi alternativi di miti senza tempo; che tra l’altro ricordano le vicissitudini fiabesche e irrefrenabili di “Un’infilata di onesti accidenti” (2016). Ovvero un Don Giovanni parecchio rivisitato che, una volta sprofondato all’Inferno, scopre cosa voglia dire “un buon diavolo”; e soprattutto cosa significhi vivere (da morti) privi di quelle pelosità che non sono soltanto estetica e vanità ma piuttosto efficaci strumenti, capaci di assorbire e ricreare le più recenti godurie. Oppure ancora “I baffi del Maharaja”, una sorta di fiaba straziante e cattivissima che ancora una volta mette in scena quelli che sono veri e propri “accidenti”; e tra l’altro nemmeno “onesti”.

Lankenauta | Magniverne


Su Lankenauta la recensione a Maginverne, la raccolta di racconti weird scritta da Maurizio Cometto. Un estratto:

Quella di Magniverne è una provincia piemontese dall’aspetto fiabesco, seppur molto vicina alla grande città, che nasconde un lato oscuro di cui gli abitanti, per lo più omertosi, sono spesso consapevoli, ma che solo i bambini, col loro sguardo vergine ed ingenuo, riescono a rivelare, non avendo ancora ricacciato le paure collettive nelle profondità del loro inconscio. Oscurità e misteri, sullo sfondo di incombenti e mostruosi doppelgänger, che mostrano il loro fulcro e la loro genesi in luoghi ricorrenti, a volte innominabili e proibiti, a volte del tutto evidenti, elementi imprescindibili del paesaggio di Magniverne: il già citato e onnipresente fiume Labironte (forse una voluta somiglianza con l’infernale Acheronte?), i rifugi nelle oscurità del bosco, il vecchio mulino, che le dicerie di paese vogliono volta volta infestato di fantasmi, ma probabilmente luogo dove si manifestano creature e realtà molto più terrificanti e definitive a confronto dei più rassicuranti spettri. Intendiamoci, i racconti di Cometto presenti in “Magniverne” – “Il costruttore di biciclette”, “L’uomo invisibile”, “Magniverne sommersa”, “Via da Magniverne”, “Un ragazzo solitario”, “Ritorno a Magniverne” – non seguono sempre uno schema prestabilito, e da questo punto di vista viene meno il rischio della monotonia. Se in alcuni scritti l’atmosfera fiabesca la fa da padrone, in presenza di protagonisti appena adolescenti, circondati loro malgrado da realtà soprannaturali e da irrisolto mistero, in altri scritti l’infanzia e la giovinezza, col loro carico di angoscia e di rimorsi, rappresentano storie di un passato che riemerge nonostante i tentativi di rimozione e con evidenti effetti da incubo.

Un’antologia che crediamo sarà apprezzata e che confermerà ancora volta l’importanza di uno scrittore che, forse a causa di un genere poco considerato e soprattutto ancora poco compreso dalle grandi case editrici, meriterebbe ben altra considerazione.

Lankenauta | Un uomo senza patria


Su Lankenauta la recensione a Un uomo senza patria, raccolta di racconti di Kurt Vonnegut realizzata poco tempo prima che morisse. Un estratto:

Scritti a 82 anni, tre prima di morire, queste dodici riflessioni sul mondo e sulla vita – americana, ma di conseguenza mondiale – sono di una lucidità disarmante, e riescono con ironia e grande senso critico a dare punti di vista molto interessanti sull’America, le armi, l’ambiente, la politica, la vita e altro ancora.

Intervallati da suoi disegni a colori e da aforismi, questi saggi pubblicati in origine sulla rivista In These Times partono spesso come conversazioni da bar, senza molte pretese, per poi arrivare con uno stile pungente e molto diretto a far riflettere su tematiche molto importanti. Se uno non lo conoscesse, o non sapesse a scrivere è Vonnegut, potrebbe pensare che si trattino delle caustiche osservazioni di un giovane anticonformista letterato. E invece, eccolo lì, uno dei maggiori scrittori americani del Novecento a dirci la sua su questo e su quello.
Ora che Vonnegut è morto, poi, sono testimonianza lampante e inconfutabile della sua incredibile forza e indipendenza. Non le manda a dire né a Bush né a Clinton, non risparmia critiche alle politiche che distruggono il pianeta e al capitalismo che distrugge le nostre vite. I suoi attacchi sono pesanti ma sono fatti con un sorriso amaro sulle labbra: sono come il grido rauco di uno sbronzo dopo l’ennesima birra (proprio in un racconto però Vonnegut dichiara di non amare tantissimo bere ma di avere una sola enorme passione: il tabagismo).
Come tanti rivoli si diramano rapidamente spunti successivi, deliranti digressioni che spaziano dalla musica alla pittura, dal ricordo dell’attacco di Dresda o della Guerra in Vietnam, fino ad arrivare al sesso, alla droga – leggera, solo uno spinello con i Grateful Dead – e all’amore.

Lankenauta | Le porte regali. Saggio sull’icona


Su Lankenauta la recensione a Le porte regali. Saggio sull’icona, di Pavel A. Florenskij. Un interessante estratto:

Viene proposta quindi una metafisica dell’immagine e della luce, di primo acchito davvero enigmatica agli occhi di chi non conosce la liturgia della Chiesa Orientale: semmai appare di tutta evidenza l’incompatibilità della concezione della pittura come si evoluta in Occidente con la cosmogonia descritta da Florenskij, che, oltretutto, è esplicito nel contrapporre il volto “mediatore” alla maschera “che disgiunge”. Scrive il presbitero russo che “i due mondi – il visibile e l’invisibile – sono in contatto” e che “la differenza fra loro è così grande che non può non nascere il problema del confine che limi mette in contatto, che li distingue ma altresì li unisce” (pp.13). Se l’esperienza terrena è simbolo di vita spirituale è innanzitutto grazie al ruolo del sogno e poi appunto del volto e della maschera che Florenskij si avvicina gradualmente a definire l’autentico significato di icona: “Il volto e gli aspetti spirituali delle cose sono visibili a coloro che hanno scorto in se stessi il proprio volto primigenio, l’immagine di Dio, ovvero, in greco, l’idea: illuminandosi, essa vede l’idea dell’Essere, se stessa e, attraverso a se stessa che rivela il mondo, vedo questo nostro mondo come idea del mondo superiore” (pp.20). In questo senso l’icona si riconoscerebbe sempre “come un’espressione che attinge al piano divino. Che sia di somma o di scarsa maestria, alla sua base sta la percezione autentica di un’esperienza spirituale sovramondana autentica” (pp.42).

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There was a vision…

… of an outstanding and individual concept, which would last for many years hence.

Giacomo Ferraiuolo

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