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Lankenauta | Solaris parte seconda – intervista a Sergej Roić


Su Lankenauta è disponibile una bella intervista a Sergej Roić, autore di Solaris parte seconda, romanzo audace che prende le mosse dal ben più celebre Solaris di Stanislaw Lem. Un estratto:

Innanzitutto, come mai la sua scelta è caduta su un romanzo come Solaris? Cosa la lega al capolavoro di Lem?

A Lem e a „Solaris“ mi legano alcune cose: innanzitutto il romanzo di Lem che lessi molto tempo fa in un’edizione incompleta e che ho riletto un paio di anni fa, ma anche l’iconico film di Andrej Tarkovski. L’immaginario delle due opere, che non coincidono completamente ma hanno una radice comune, è davvero potente: una missione nello spazio, un pianeta che sembra avere una propria volontà, studi pluriennali che non approdano a nulla, un’ultima missione che sfocia in tragedia e, infine, le proprietà inspiegabili ma innegabili di Solaris, quelle che permettono al pianeta (all’oceano) di leggere dentro la mente umana e di materializzare sogni e desideri. Detta così, sembra davvero una trasposizione fantascientifica di qualche teoria platonica: le forme presenti nella mente sono antecedenti alle „cose“ materiali, la memoria (quella platonica equivalente alla conoscenza) è forse contenuta nel sogno, la „seconda navigazione“, la vera conoscenza, può essere materializzata eccetera. Dopo aver letto „Solaris“ per la seconda volta, mi sono detto: proverò a scrivere una „seconda parte“ di quest‘odissea così particolare nello spazio, sembra a tutti gli effetti un’odissea nella mente, nel nostro apparato di conoscenza, nel cervello umano.

Il suo romanzo, è bene precisare, prende le mosse dal Solaris di Stanislaw Lem ma è comunque, in tutta evidenza, un romanzo “altro”, non una sua semplice continuazione…

La „seconda parte“ di „Solaris“ prende le mosse laddove „Solaris“ si conclude, ma molto tempo dopo (o molto tempo prima: l’inizio del mio romanzo ha infatti luogo oggi, nel 21. secolo) e ponendo anche qualche domanda all’opera di Lem. È come se il romanzo lemiano incombesse sul mondo odierno, si stagliasse sul nostro orizzonte. È infatti una giovane donna conosciuta per caso a svelare a uno scrittore dell’esistenza di una seconda opera a proposito dell’oceano senziente e forse divino, opera che lo scrittore – se ne renderà conto presto – dovrà scrivere. La vita di Petar Bogut, che è un pilota del pianeta Solaris popolato da una progenie di „mortali“, è anche quella dello scrittore terrestre che scriverà la „seconda parte“ del romanzo – a dividerli c’è forse solo la tenue trama di un sogno. La mia narrazione parte allora laddove la narrazione di Lem si ferma, ovvero quando l’astronauta-psichiatra mandato su Solaris, il dottor Kelvin, decide di non lasciare il pianeta e di accettarne i „doni crudeli“, ovvero il ricchissimo abisso di memoria che il pianeta sembra in grado di offrirgli. Ecco, il mio protagonista, lo scrittore terrestre che è anche il pilota solariano Petar Bogut, decide di esplorare questo abisso della memoria che propongo quale caratteristica prima di Solaris.

Per concludere, ritiene di aver fatto un passo avanti rispetto alle posizioni teoriche esposte da Lem oppure ritiene che il mistero di Solaris sia ancora un mistero irrisolto?

Per fortuna „Solaris“, il romanzo, e Solaris, il pianeta onnipotente partorito dall’immaginazione del grande „ispiratore di futuro“ Stanislaw Lem è in grado di custodire molti segreti. Qualcuno lo ha definito un „dio bambino“, ancora in fase di crescita, che deve ancora svilupparsi del tutto. Io ho cercato di interpretarlo/incontrarlo sul terreno platonico provando a sfidarlo per quel che riguarda la memoria, il sonno, la conoscenza, il sogno. L’ho persino popolato di esseri, i „mortali“, che hanno formato un’autentica civiltà sul suo suolo. Lui, il pianeta, l’oceano, sembra farsene beffe entrando nei loro sogni, rubando la loro memoria, magari proprio per risvegliarsi da quel gigantesco torpore di dio dormiente, per crescere ulteriormente. I „mortali“, in ogni caso, anche se vorrebbero involarsi nel cielo, non riescono ad abbandonare il loro demiurgo oceanico. E questo vorrà pur dire qualcosa essendo la sola via di comunicazione con noi un abisso del tempo e della memoria. Il pianeta Solaris, scritto con e senza virgolette, è talmente ricco di stimoli e di lati non conosciuti che mi sta ispirando un nuovo romanzo, anche se il pianeta probabilmente non vi sarà menzionato. Si tratta della storia di un regista cinematografico russo che, volendo dipingere le perfette forme primigenie, usa la macchina da presa invece del pennello del pittore. Vi ricorda qualcosa?

Lankenauta | Solaris parte seconda


Su Lankenauta la recensione al seguito di Solaris, il celebre romanzo di Stanislaw Lem che è stato continuato da Sergej Roić. Un estratto:

Se il romanzo di Lem ci aveva raccontato la storia di Kris Kelvin, psicologo inviato sulla stazione orbitale gravitante attorno al pianeta, sul grande mare senziente in grado di sconvolgere la psiche degli astronauti con cui entra in contatto e che tentano di studiarlo, e che finisce anch’egli preda dei sogni e delle presenze che emergono dal proprio subconscio, Roić ci propone però una seconda parte che, pur ponendo Solaris ancora al centro della vicenda narrativa, non ne è una semplice continuazione quanto un libro a sé, parallelo e complementare, e che di questo mondo ammaliante e lontano e dei suoi misteri mira a fornire una propria interpretazione.

In linea con l’amore di Lem per le questioni filosofiche, anche in Roić sono frequenti i richiami diretti a Platone, a Hegel, a Kant, esposti all’interno di una trama assolutamente non lineare in cui passato, presente e futuro si mescolano e si intrecciano, si sovrappongono con grande facilità. Due sono le vicende principali, che si rispecchiano l’un l’altra: quella dello scrittore Petar Bogut che, assieme a una donna misteriosa conosciuta per caso a Milano, si mette sulle tracce di un libro altrettanto misterioso che narra di un pianeta molto simile a Solaris, e che con l’aiuto dell’amico filosofo Gabriele cerca di attingere a ciò che non è conoscibile, di avvicinarsi al tutto omnicomprensivo, proposito realizzabile solo rinunciando al proprio antropocentrismo, alle categorie interpretative usate dagli umani, cioè azzerando le conoscenze già acquisite e alienandosi da se stesso (“Mi ritrovarono in un casolare abbandonato in cima a una collina. Non parlavo, non dicevo nulla. Non stavo né bene né male (…) Non ci fu una diagnosi precisa. Dissero (non battevo ciglio) che mi si era spento il cervello. Tutte le funzioni neurovegetative erano intatte, ma il mio cervello era disconnesso dal mondo reale. Ero stato azzerato.“); e quella del pilota solariano Petar Bogut precipitato con un razzo nel gran mare senziente che, sempre accompagnato dal gatto Schrödinger (il famoso gatto del paradosso omonimo, che contro ogni senso comune lo presenta, in uno stato di sovrapposizione quantistica, contemporaneamente sia vivo che morto: “Infine mi disse che, se un giorno fossi arrivato a considerare il paradosso del gatto di Schrödinger, avrei potuto comprendere che esistono sempre almeno due possibilità di vivere contemporaneamente vite diverse.”), persegue fortemente l’”atto supremo del conoscere“, un tipo di approccio che “è rappresentabile in potenza ma non in concreto, dato che il nostro sguardo (tatto, gusto, udito e olfatto) non è in grado di eludere il mondo sensibile.“, il che ci rivela come “quanto è essenziale alla ragione è raggiungibile unicamente tramite un’esperienza che si distacca dalla realtà, l’esperienza mnemonica o sognante; quest’ultima è limitata, tuttavia, dal principio di irrealizzabilità pratica.“

Lankenauta | Super-Eliogabalo


Su Lankenauta la recensione di Ettore Fobo a Super-Eliogabalo, di Alberto Arbasino – morto proprio ieri, l’articolo è invece del 2005. Un romanzo del ’68 che traccia percorsi quasi surreali di una storia imperiale che diviene postmoderna nei sui continui intrecci con la storia attuale, che diviene apparentemente più leggera ma poi risulta essere più surreale alla maniera di un supereroe americano… Un estratto dalla rece:

Arbasino arriva a presentarci un interessante imperatore – bambola, imperatore – giocattolo, imperatore – gadget, che semplicemente si lascia fare, lussurioso, travestito, elegantemente antistorico, lorenzaccio, per usare un aggettivo – nome caro a Carmelo Bene, per cui il testo doveva essere sorta di canovaccio di un film mai fatto. Una commedia per spiriti liberi, un agghiacciante reportage fra le banalità che cuociono l’epoca nella salsa già allora immangiabile dell’autocoscienza fittizia d’una corte dei miracoli fatta di mamme ninfomani, intellettuali, sacerdoti, precettori, schiavi, amanti, cafoni, maghi, in un continuo irriverente alleluia di metaforiche tumorali escrescenze, uno sgonfiarsi di tutti gli stereotipi in un linguaggio che li fonde, un collassare delle strutture finto letterarie, finto storiche, finto cinematografiche, finto teatrali, pseudo televisive etc , come a mostrarci la tempesta magnetica che attraversa e scuote qualsiasi mezzo di espressione. E poi ecco la sottile ma fracassona parodia incarnata da Eliogabalo, in cui Arbasino individua, già come Artaud, ma in maniera del tutto diversa, un progetto politico a volte demistificatorio, ma involontariamente quasi, un inno alla leggerezza depensata e depensante, un divertito eccesso di ogni cosa, la volontà di potenza di un Caligola che scende le scale travestito da Wanda Osiris e canta ”Roma non far la stupida stasera” in un deleuziano divenire minoritario che allaga l’intero paesaggio, fino a confondere tutte le epoche in una sarabanda pop strafottente.

Tutto viene dunque ridotto dal procedimento ironico a canzonetta biascicata, tango fra ubriachi, filmaccio che trasuda tutte le menzogne culturali di quegli e dei nostri anni. Eliogabalo dall’alto della sua incoscienza critica può dunque deplorare l’illuminismo e le sue fatue imitazioni, in un impero che è il mondo, postmoderno, per cui la contemporaneità di tutto, da Jarry a Giulio Cesare, da Plauto a Nietzsche, è un guazzabuglio onomatopeico di rane gracidanti, in cui il linguaggio apparentemente lussureggiante di forme è in realtà scarnificato fino a generare una sorta di derisoria demenza, a tratti mostruosa, a tratti salvifica; così, nell’impossibilità di creare valori, l’asino del buon senso viene lapidato, tutto si decompone in una rissa di significanti, che fumano come vulcani e sembrano volerci inondare del loro segreto e delle loro un tempo vitali illusioni. Frankenstein smembrato e ricomposto il linguaggio di Arbasino è anche un perpetuo intersecarsi di bagliori provenienti dalle epoche tutte, a mostrarci che la folle vacuità illecita di un Eliogabalo è meno pericolosa della pensosa, noiosa, virtuosa serietà assassina degli imperatori che la Storia celebra. L’impero è nient’altro che il residuo di un film trash peplum in salsa finto pop in lamé sdrucito, con sapienti tocchi di agghiacciante glamour, per usare gli stessi termini che Arbasino rigurgita nel testo, anticipando così la successiva esplosione di termini inglesi nella lingua italiana e il kitsch imbarbarimento che ne conseguirà.

In questo impero romano che imita i kolossal americani gli attori hanno un orologio al polso, parlano in romanesco, e vanno in lambretta. In tale contesto Eliogabalo è “una specie di Monica Vitti” con più moine e merletti, la prosa alterna sapientemente il pecoreccio al tono super erudito e la trama anche se pretestuosa e non fondamentale alterna il giallo alla spy-story e magari al teatro dell’assurdo, con inserti di poesie quasi limerick, ma in chiave così evidentemente caricaturale da riuscire in una specie di iperrealismo grottesco. Poi ecco un florilegio di citazioni nascoste o semplicemente inventate: se ho capito bene lo stesso Eliogabalo legge la sua vita su un Lampridio e un Dione Cassio, forse ritoccati, mentre il week-end scorre fra carneficine, orge e varietà e incontri con i senatori: vengono dichiarate guerre non si sa da chi, informatori portano dispacci con storie inverosimili, si attende il rituale dell’omicidio come ogni sabato, c’è anche un residuo di annoiata suspense: chi sarà stavolta la vittima etc…?

Tra fulminanti narrazioni, digressioni, nonsense, il filo della narrazione conduce non fuori ma dentro il labirinto di tutte le avanguardie storiche, dove avviene la catarsi di qualsiasi linguaggio medio, messo sul rogo di calembour, di straniamenti ed efferatezze verbali, celebrando la poco santa messa del dileggio, imparziale nel demolire qualsivoglia mitologica rappresentazione di una realtà che sfugge a ogni decodificazione che non sappia di pernacchia assoluta, anche se super colta, super informata dei fatti; così l’imperatore può diventare icona pop, nell’assalto al tempio supermarket, dove un pontefice produttore di miracoli deve nascondere la sua stessa fede ai dipendenti- sacerdoti, per non essere deriso. Qui evidentemente viene destrutturata qualsiasi ideologia, anche mimandone i linguaggi, trascesi da un’ironia che, dissennata parodia trash, cerca forse di irriderne la consustanziale agonia, l’irrimediabile originaria decrepitezza, magari, anzi sicuramente, a la page. In questo Eliogabalo con i suoi diari, superando l’equivoco intellettuale, colla sola forza del delirio, scardina il luogo comune, lo trasforma in latrina pubblica e invita i lettori –sudditi a evacuare tutta la fetida miseria del buon senso e allegramente, scompisciandosi, e non v’è intelletto che tenga, nella cloaca anche lui.

Qui la decadenza è dunque un’attitudine conoscitiva che si fa beffe della storia, come Eliogabalo stesso in uno dei suoi ultimi monologhi, prima di diventare, con una sorta di finto colpo di scena, il dio feticcio rock, che si lancia in veri ma violentemente assurdi miracoli, adorato dalle sue mamme lascive, invece che finire come nella storia gettato nelle fogne.

“Abbiamo deciso di separarci definitivamente dalla scienza… perché abbiamo concluso che se una casa piena di gadgets ci pare ridicola, una nazione piena di macchine ci sprofonda nel tedio, nel fastidio, nel lutto del Tutto… Sull’astronave andateci voi- io no –e i vostri transistor metteteveli tutti nel dietro…tutto tutto lontano dai presuntuosi presepi di quell’Illuminismo che è davvero la minore età dell’uomo qualunque della strada, e insomma bisogna uscirne al più presto, e all’intelletto intollerabile sostituire l’aberrazione e l’immaginazione, la frattura, la scissura, lo scarto rispetto alla norma, l’afasia, la folly, e le Folies. Cioè la parola poetica. Olè”.

Lankenauta | H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi


Su Lankenauta la recensione a H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi, romanzo di Johann Lerchenwald che indaga la parte umana di Hitler, in una complessa operazione che viaggia sul filo del rasoio di una continua bestemmia verso la razza umana ma che, in fondo, è un’operazione necessaria per capire che il mostro è sempre dietro l’angolo, ed è sempre pronto a riemergere e a reincarnarsi in una persona diversa, con la stessa pericolosità del passato.

Preceduto da un’acuta prefazione di Franco Cardini che pone l’accento sull’approccio del tutto nuovo che ci viene proposto, che mira ad offrirci l’immagine inusuale di un Hitler “umanamente comprensibile” e vero (che non vuol dire che vada assolto e perdonato per ciò che ha fatto ma che la forma narrativa può forse renderlo meglio decifrabile), questo breve romanzo di Johann Lerchenwald infrange a veder bene più di un tabù: innanzitutto quello della figura dell’invincibile condottiero promossa dalla propaganda di regime e dallo stesso dittatore, che nelle pagine lascia il posto invece a un uomo fragile, timido, spesso abulico e contraddittorio, con la testa piena di idee confuse, che gioisce, per esempio, per essere riuscito a farsi dichiarare inabile alla leva austriaca e che poco dopo corre ad arruolarsi volontario in Germania pur di dare un senso ai propri giorni; a un uomo quasi sempre tormentato, disperato, in più occasioni aspirante suicida, che, non avendo ancora un piano né un obiettivo accattivante da presentare al proprio uditorio, ma volendo porsi a capo di un movimento di massa, cerca le idee migliori nei comizi dei partiti democratici, tedesco-nazionali e tedesco-popolari per il programma politico della nascente DAP (poi NSDAP), ma anche a un cinico opportunista, estremamente abile nell’indovinare di volta in volta ciò che il pubblico vuole sentirsi dire, che riesce incredibilmente ad impressionare gli altri per la fermezza con la quale afferma di avere soluzioni per tutti i problemi, benché la sua vita sia contrassegnata da continue esitazioni ed incertezze (che non visitò mai, per capirci, un campo di concentramento per la paura di non reggerne la vista e sentirsi male), cioè in estrema sintesi a un astuto profittatore, che seppe bene come sfruttare a proprio vantaggio il meglio e il peggio del popolo tedesco.

Lerchenwald, in capitoli brevi ed essenziali, ne ripercorre la vita momento per momento, partendo dall’infanzia: da quando, umiliato e ferito dalla furia selvaggia e insensata di un padre che lo picchiava con una violenza di cui non riusciva a darsi spiegazione, si ripromise di ucciderlo non appena fosse diventato adulto perché violentava davanti ai suoi occhi l’amata madre, al noto episodio della mancata ammissione all’accademia di belle arti viennese, che sembrò precipitarlo in un disorientamento devastante; al fascino esercitato su di lui, sempre negli anni della sua permanenza a Vienna, dalle idee del pangermanista Schönerer e dal sindaco Lueger, “il re senza corona“, con i suoi rituali e le sue bizzarre pretese, le sue idee antisemite, “la sua istintiva capacità di captare gli umori popolari e di coniare seduta stante gli slogan corrispondenti“, alla permanenza nel ricovero per i senzatetto e al trasferimento a Monaco grazie all’eredità paterna ottenuta chissà come, e così via, di episodio in episodio, fino all’epilogo che noi tutti conosciamo.

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Lankenauta | Libro dei fulmini


Su Lankenauta la recensione a Libro dei fulmini, strano romanzo di Matteo Trevisani. Un copiaincolla della critica, giusto per capire cosa ci troviamo davanti:

Il protagonista del romanzo di esordio di Matteo Trevisani (Libro dei fulmini, Atlantide 2017, Euro 20,00) è uno studioso di magia ed esoterismo e fa il giornalista culturale per una rivista per la quale si occupa di “musei abbandonati, chiese senza più storia, templi romani obliati”. Anche lui si chiama Matteo come l’autore, il quale egli stesso da sempre si occupa di esoterismo, scienze occulte e filosofia, forse più di un sospetto sulla nascita di un nuovo genere letterario di tipo ibrido quale potrebbe essere definita un’auto fiction in salsa di saggio archeo-filosofico? Matteo ci accompagna in una Roma umbratile e crepuscolare, anche se per lo più limitatamente a quella delle antiche vestigia imperiali e invasa dalle orde di turisti, con i palazzi trafitti dall’arancio dei raggi del sole al tramonto, alla ricerca dei misterici segni lasciati dai fulmini. I fulmini sono i messaggeri degli dei e tramite fra il mondo dei vivi e quello dei morti. Il loro culto che testimonia il rapporto della divinità con gli umani e risponde alla necessità di “normalizzare i rapporti fra cielo e terra”, è tramandato nei secoli e risale prima ancora che ai romani, agli etruschi che ne furono i primi sacerdoti.

Matteo riceve un messaggio sul telefono che lo invita a recarsi al Tabularium, la terrazza che domina il Foro romano ed è da lì che tutto ha inizio, con la visione di una strana e arcaica cerimonia alla quale sembra sia stato chiamato a assistere in quanto eletto.

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Lankenauta | Viale dei silenzi


Recensione, su Lankenauta, all’ultimo romanzo di Giovanni Agnoloni: Viale dei silenzi. Un breve estratto – che condivido ideologicamente.

“Ancora quella sensazione. Che tutto si stesse svuotando, risucchiato in un gorgo. Uno spazio oscuro, un corridoio d’ombra dove deboli bave di luce permettevano a stento di distinguere profili di oggetti. Come se la vita fosse scivolata in uno stato d’apnea e per pochi, brevi attimi, le cose si mostrassero per com’erano quando nessuno le osservava: traslucide, prive di sostanza” (pp.9). Questo l’incipit del romanzo “Viale dei silenzi”; e siccome l’autore è il fiorentino Giovanni Agnoloni, già noto per la “trilogia della fine di internet”, il lettore di primo acchito potrebbe immaginare un ritorno agli argomenti e alle atmosfere presenti in “Partita di anime” oppure in “Sentieri di notte”. Ovvero la prosecuzione di un percorso letterario tutto dentro il cosiddetto connettivismo. In realtà non è così o almeno non è del tutto così. “Viale dei silenzi” non si caratterizza per espliciti topoi fantascientifici (che pure nel genere introdotto da van Vogt hanno molto a che vedere con la rappresentazione, portata alle estreme conseguenze, dei pericoli e dei disagi del tempo presente); ma è anche vero che le parole di Roberto, l’io narrante del romanzo, si sostanziano all’interno di monologhi, o, più precisamente, di dialoghi con persone – forse – assenti, per lo più in bilico tra realtà e illusione, rimpianti ed interrogativi angoscianti. Se i cloni immateriali della trilogia non hanno ragion d’essere, però quella che è stata definita “indagine dei territori della memoria” viene condotta ancora con ampio ricorso alle intuizioni del protagonista, a situazioni dove incontri sfuggenti, tali da suggerire plausibili inganni, e ricordi che riaffiorano quasi con accanimento proustiano, fanno pensare ad una dimensione spirituale mai del tutto separata da quella più materiale e quotidiana.

Lankenauta | Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo


Su Lankenauta la segnalazione di Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo, scritto da Donatella Di Cesare. Basterebbe già un qualche estratto della recensione, tipo:

Negare che le camere a gas siano mai esistite non è una semplice opinione. Così come non è una semplice opinione affermare che l’olocausto non ci sia mai stato. Confondere le opinioni e la libertà di espressione con la distorsione o la manipolazione di un fatto storico come la Shoah solo per difendere un’ideologia criminale è un errore pericolosissimo. Donatella Di Cesare, professoressa ordinaria di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, attraverso il breve saggio “Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo”, pubblicato da Il Melangolo nel 2012, si addentra in una materia complessa analizzandone le numerose componenti e, di conseguenza, evidenziandone le gravi conseguenze. E a proposito del negazionismo considerato come frutto di una libera espressione, la Di Cesare scrive: “Il negazionismo non è un ornamento della cultura contemporanea. Non è un’opinione come un’altra. Piuttosto è la soppressione delle condizioni per un confronto. È un’attività fantasmatica, non una ricerca intellettuale. E come tale si esercita in una vuota, spettrale, funerea negazione, non per questo meno temibile. Non c’è dunque un’opinione che si scontri con una “verità di stato”, perché l’opinione è un mero negare, e inoltre non si nega una verità, bensì il luogo fragile, e imprescindibile, della condivisione“.

La negazione, concettualmente, può essere considerata una visione per lo più arbitraria e univoca: esattamente ciò che la storia non può essere. Negare non riesce ad essere un’opinione perché si vuole porre come unica interpretazione veritiera, quindi elevarsi a dogma in cui manca totalmente un’interpretazione che possa dirsi critica. Ciò implica che tutte le altre interpretazioni diventino automaticamente false. In verità, spiega la professoressa Di Cesare: “…bisogna parlare di un’interpretazione “giusta”, che rende giustizia all’evento, ma anche al testo che viene letto e all’opera che viene eseguita. Tuttavia “giusta” non vuol dire giusta in assoluto. Altrimenti si chiuderebbero dogmaticamente le porte del processo interpretativo. Come, però, non c’è una interpretazione fissata una volta per tutte, così non c’è neppure l’arbitrio dell’interpretazione“. L’arbitrio di chi nega, dunque, sta nel nascondere o celare, con le proprie presupposizioni ciò che andrebbe più saggiamente e lealmente interpretato. “Se poi dal nascondere, per inconsapevolezza o incapacità, si passa al negare intenzionale, si esce dal luogo aperto delle possibili interpretazioni, che tengono in vita la verità, per entrare nel blocco chiuso della logica totalitaria ridotta all’alternativa tra nulla e tutto“.

Tutto ciò significa che bisogna sempre mettere un paletto alla volatilità delle idee, dei concetti, mettendoci sempre davanti un’etica; è politica, ma la nostra vita è politica, altrimenti sarebbe disincarnata.

Lankenauta | Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo


Su Lankenauta la recensione a Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo, di Francesco Filippi. Pesco a pienissime mani dall’articolo, e dico da subito che certe cose andrebbero studiate non solo a scuola, ma soprattutto diffuse in ogni modo; dubito però che sia interesse farlo…

Francesco Filippi parta proprio dal web, da quella mitologia tutta internettiana che, soprattutto negli ultimi anni, sfrutta le potenzialità della Rete per rafforzare leggende positive ma senza fondamento nate attorno alla figura di Mussolini e alle sue fantomatiche gesta. Il meccanismo, come spiega Filippi nella premessa, è sempre lo stesso: “Ripetere una bugia cento, mille, un milione di volte, e diventerà una verità“, parole di Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich.

In effetti su Internet questa dinamica sembra replicarsi senza particolari limiti e con una rapidità che Goebbels non avrebbe mai nemmeno osato sognare. Le bufale corrono veloci, rimbalzano da un social all’altro, da una piattaforma all’altra e smontarle appare uno sforzo del tutto vano perché altre bufale sono pronte a sovrapporsi a quelle precedenti e si procede in un vortice in grado di inghiottire ogni possibile smentita. Tra le innumerevoli falsità divulgate in Rete, quelle più dannose e pericolose sono quelle legate alla storia: “se le fake news sul presente fanno presa sulle opinioni che giustamente cambiano a seconda degli stimoli, le fake news sui fatti storici avvelenano l’immenso campo di esperienze, valori ed emozioni su cui costruire l’immagine del passato“. Il problema reale della divulgazione online di falsità storiche è rappresentato dal fatto che chi legge viene rassicurato a livello profondo, il lettore, spesso ignaro di quale sia la verità storica, si lascia convincere e accetta fiduciosamente quanto legge.

Filippi non fa che raccogliere alcuni tra i più diffusi luoghi comuni sul fascismo, quelli che attraverso il web attecchiscono in maniera preoccupante soprattutto tra chi non ha una grande formazione scolastica o storica, e li smantella abilmente attraverso analisi e dati precisi. Tra le false notizie che tanto piacciono agli ammiratori del Duce c’è, ad esempio, la leggenda secondo cui avrebbe pensato lui per primo ad assegnare una pensione agli italiani. In realtà il primo sistema previdenziale e pensionistico italiano è stato adottato nel 1895 dal governo Crispi. La prima cosa che fece Mussolini una volta arrivato al potere fu di abolire il Ministero del Lavoro e della Previdenza per accentrare le sue funzioni in mano ai fedelissimi e controllare direttamente ogni forma di aiuto sociale: “… il fascismo non inventò la previdenza sociale in Italia: se ne impossessò, semplicemente“. Inoltre Mussolini non si è mai inventato la tredicesima né la cassa integrazione, giusto per smentire un altro paio di fake news tanto care ai nostalgici.

L’altra storica menzogna che sulle piattaforme online trova grande slancio è quella legata alle fantasmagoriche operazioni di bonifica. “Ancor oggi, mentre tutte le altre presunte conquiste sono messe in discussione, quello della bonifica delle paludi è un capitolo della narrativa della bontà ed efficienza del regime“. Un mito che Filippi, dati alla mano, smantella pezzo dopo pezzo. In realtà la favola della bonifica servì al Duce per mere questioni di propaganda. I progetti annunciati furono faraonici, i tempi di attuazione non furono affatto brevi e le opere richiesero investimenti massicci. Confrontando le promesse fatte dal Duce con i risultati realmente ottenuti ci si rende conto che le operazioni di bonifica furono un totale fallimento sia dal punto di vista economico che dal punto di vista fattuale. “La bonifica se non poteva essere fatta, andava ben raccontata” e infatti venne raccontata così bene che ancora adesso in tanti credono a questa fandonia.

Le balle che circolano sul Duce sono davvero tante. In questo libro ne vengono esaminate parecchie e tutte, indistintamente, vengono smembrate e ricondotte a ciò che spesso sono: strumento di propaganda o banalissime favolette messe in giro per rafforzare il patetico principio che “quando c’era lui tutto funzionava meglio”. Mussolini non ha dato una casa a tutti gli italiani, Mussolini non è mai stato un fautore della legalità, Mussolini non fu mai un femminista: durante il suo regime la donna era considerata importante solo perché “fattrice” ossia capace di mettere al mondo figli da donare alla Patria. Mussolini non capiva niente di economia e non è mai stato un soldato modello: a diciannove anni preferì fuggire in Svizzera piuttosto che adempiere agli obblighi di leva. Insomma, i luoghi comuni su cosa abbia fatto Mussolini durante la sua dittatura, perché non va mai dimenticato che il suo fu un regime totalitario, sono numerosi, spesso del tutto infondati e in certi casi inventati di sana pianta. Se tante e tali bugie riescono ancora a trovare terreno fertile nelle coscienze degli italiani si deve soprattutto al fatto che in Italia non c’è mai stata un’autentica e onesta opera di defascistizzazione per cui ci sono persone (anche politici, purtroppo) che, ancora oggi, accarezzano l’idea che si possa tornare indietro nel tempo.

Lankenauta | Chi è fascista


Su Lankenauta una recensione a Chi è fascista, saggio storico e sociale di Emilio Gentile che prova a fare un po’ di luce sul pericolo di un ritorno al fascismo che molti, in Italia come nel resto del mondo, paventano possibile. In realtà, il fascismo non se ne è mai andato, anali su cui sono perfettamente d’accordo.

Il cosiddetto “fascistometro” pare sia stato concepito dalla scrittrice Michela Murgia, certamente con spirito provocatorio e con la speranza di apparire sarcastica, pure con l’intenzione di rivelare delle inequivocabili verità troppo a lungo negate: il fascismo vive ancora tra noi, in noi, e soltanto un rinnovato impegno antifascista potrà debellarlo. Nemmeno fosse un virus o una forma di ipercolesterolemia. In realtà chiunque abbia un minimo di memoria e di conoscenza storica sa bene che del pericolo fascista si è sempre parlato, fin dal momento del crollo del regime mussoliniano; additando come fascisti via via i democristiani, i socialisti, i comunisti eretici, i liberali, i reazionari, i conservatori, nonché i veri e propri nostalgici. Se poi vogliamo mettere nel mazzo pure i “fascisti rossi”, praticamente tutti i partiti e tutti i militanti di partito prima o poi hanno ricevuto il loro insulto di “fascista” (anche nelle versioni di “fascista oggettivo” e “fascista camuffato”). In un periodo in cui, complici i social che tutto amplificano e tutto semplificano, l’allarme per il “pericolo fascista” è tornato più che mai in auge, il libro di Emilio Gentile potrà forse chiarire che se i sistemi democratici sono sempre a rischio, sempre più precari nonché condizionati da una crescente voglia di autoritarismo, la causa di tutto questo non necessariamente si chiama “fascismo”.

In un’immaginaria intervista il nostro storico ha infatti inteso raccontare cosa sia stato realmente il fascismo italiano e perché, a suo avviso, non ha senso parlare di un ritorno del neofascismo, pur in presenza di gruppi e gruppuscoli che si richiamano all’esperienza mussoliniana. Non fosse altro che sarebbe una sorta di “eterno ritorno” tale da negare l’effettiva vittoria dell’antifascismo nella seconda guerra mondiale. Secondo Gentile questo allarme quindi è privo di senso storico, produce disinformazione, un’indiscriminata “inflazione semantica”, e una sorta di “astoriologia, ovvero una mescolanza di “fatti, invenzioni, miti, superstizioni, profezie, paure e illusioni”, un modo di adattare il passato storico ai desideri, alle speranze e alle paure attuali. In ogni caso una visione distorta della realtà che impedisce di comprendere un presente che pure è funestato da personaggi politici inverecondi e pericolosi.

Lankenauta | Il signor Diavolo


Su Lankenauta una recensione a Il signor diavolo, ultima fatica per Pupi Avati che, in questi giorni, viene proiettata nelle sale cinematografiche italiane. È una valutazione che, a priori, mi trova più in linea rispetto a quella apparsa su FantasyMagazine poco tempo fa, ma è qualcosa che ovviamente va valutato in sala, cosa che farò nei prossimi giorni. Intanto…

Dal terrificante incipit all’ambiguo e raggelante epilogo, Il signor Diavolo ha il pregio di non perdere mai, nonostante l’andamento ragionato e quasi meditativo, quell’aura malefica e straniante che lo caratterizza per tutta la sua contenuta durata. Poco meno di un’ora e mezza di rumori sinistri – accattivante anche la colonna sonora che richiama le migliori di genere dei Settanta – di iconografie sacre che assumono valenze terrifiche, di anfratti claustrofobici in cui imprigionare paure e fobie degli spettatori. Una ballata macabra che procede per immagini lasciando alle parole giusto il minimo sindacale. Ed è una scelta azzeccata quella che compie Avati, ovvero non perdersi in prolissità, inutili verbosità e lungaggini, evitando abilmente lo “spiegone” per dare preponderanza ai volti. Quei volti, scelti con accuratezza maniacale, ai quali lui e pochissimi altri registi italiani – in ciò Avati è maestro quanto lo era il compianto Pier Paolo Pasolini – sono riusciti a dare efficace caratterizzazione anche in assenza di parole.

La paura del diavolo è un incubo primordiale buono per tutte le stagioni, ma calato nel contesto di un’Italia democristiana da pochi anni uscita dalla guerra, in un territorio (il Polesine) fortemente ricettivo come quello rurale intriso di dottrina clericale, ignoranza e superstizione, ha sempre la sua efficace suggestione narrativa. In questo senso, pur se ad opposte latitudini geografiche e in un differente quadro temporale, l’opera in questione accosta per più di qualche vaga assonanza contenutistica il mai troppo considerato, eppur rimarchevole nel suo genere, Non si sevizia un paperino (che si svolge nella Lucania degli anni Settanta) del sottovalutato e sovente vituperato (dalla critica più che dal pubblico) Lucio Fulci. Anche nel thriller del defunto regista romano – il suo migliore – le implicazioni legate alla fede, alla superstizione e al contesto politico e sociale sono elementi decisivi per dirimere un rebus inquietante che si dipana in un climax tetro e malsano. L’idea di accentuare visivamente l’aspetto religioso, attraverso un tripudio di croci e di simboli (di croci di Cristo se ne vedono ovunque, dal ministero fino all’ospedale), ben restituisce l’atmosfera del tempo che Avati ci sta raccontando, ma la potente suggestione che riesce a far interiorizzare allo spettatore va ben oltre la radiografia per immagini del periodo, per invece scavare ancora una volta nell’inconscio del sé fanciullo alle prese col dilemma innescato dal mistero della fede, perduto nel limbo delle molteplici questioni che investono gli enigmi della pedagogia cattolica.

E se Avati usa gli stereotipi, come connotare il male di deformità, lo fa in un primo momento per esplicitare senza possibilità di fraintendimento i confini del discorso narrativo. Ma a conti fatti potrebbe essere tutto un inganno – e probabilmente lo è – visto il finale scioccante e denso di punti interrogativi. Il regista bolognese infatti sembra giocare con gli elementi di genere e divertirsi parecchio nel raccontarci questa storia, a dispetto della gravità degli eventi; sembra voler tornare al tempo del suo cinema più ispirato, quello fatto appunto di suggestioni suoni e volti che ci raccontano fiabe da incubo. Un omaggio al gotico puro che fa il verso non soltanto alle sue opere del passato, ma a tutto l’horror d’autore e d’atmosfera, nel confezionare il quale gli artisti italiani furono maestri, ormai fagocitato dall’attuale iperrealismo e dalle visioni cruente che aumentano il disgusto ed edulcorano gli effetti catartici della paura. Nell’immaginare questa sorta di ritorno alle origini sceglie non a caso alcuni protagonisti a lui cari, emblematici del suo cinema dei Settanta, come Gianni Cavina e Lino Capolicchio (nei panni del sacrestano e del parroco), e recupera da qualche soffitta di celluloide il volto un tempo aggraziato di Chiara Caselli, tenebrosa dama in nero in questo suo ultimo film, affidando cammei significativi a due caratteristi d’eccezione, come Alessandro Haber e Andrea Roncato. Ma i veri protagonisti sono Filippo Franchini, che interpreta il giovanissimo omicida, efficace e indecifrabile fino alla fine, e Gabriele Lo Giudice, il funzionario che si perde nel vortice di eventi che lo sovrastano irrimediabilmente. Deforme quanto basta per suscitare repulsione (una dentatura feroce e improbabile), il truccatissimo Lorenzo Salvatori, nei panni del supposto signor Diavolo.

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