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Recensione su Lankenauta a “Ventitré modi per sopravvivere”, silloge di Ksenja Laginja | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Ettore Fobo recensisce su Lankenauta la silloge poetica Ventitré modi per sopravvivere, di Ksenja Laginja, uscita per la collana VersiGuasti di Kipple Officina Libraria. Vi lasciamo alle sue parole:

Leggendo e rileggendo il testo il mistero del numero 23 invece di chiarirsi si infittisce e con esso la trama di un linguaggio, sospeso fra luce e oscurità in un colloquio stregato, si fa via via più misteriosa. Ciò che unisce tutto in unità, dall’asteroide Thalia 23 al codice dei telegrafisti, dalla geometria euclidea ai geroglifici egizi, dalla teoria dei bioritmi al radiotelescopio di Arecibo, è lo stile di una scrittura che, se scava nell’assenza e nell’ombra, sa essere fatalmente esatta nella sue peregrinazioni e divagazioni, nei suoi slittamenti, nelle sue derive.

LA QUARTA I ventitré testi qui raccolti nascono dall’aver posseduto il numero ventitré, dall’averlo tenuto con sé, invocato, dominato, masticato, sfiorato e odiato per ventitré volte. Sono declinazioni del numero 23, delle sue proprietà numeriche, alchemiche, matematiche, materiali, simboliche, filosofiche, storiche, biologiche, fisiche, geometriche, geografiche, teologiche, astronomiche, linguistiche e qualcuna in più, fino proprio a ventitré. È il mantra della preghiera. Il modo di sopravvivere di Ksenja Laginja. Ventitré canti di un’unica grande invocazione che avvolge la poetessa e la protegge.

L’AUTRICE Ksenja Laginja è nata a Genova, vive e lavora tra la sua città e Roma dove alterna alla sua attività letteraria e pubblicitaria una ricerca sull’illustrazione legata al mondo del Fantastico. Ha esordito con Smokers Die Younger (Annexia edizioni, 2005), a cui ha fatto seguito Praticare la notte (Ladolfi Editore, 2015). Nel 2020 ha vinto i premi “Europa in Versi” e “Arcipelago Itaca”, nella sezione inediti. Suoi testi sono presenti su antologie poetiche, blog e riviste letterarie. Co-organizza la rassegna di poesia e musica elettronica Poème Électronique.

LA COLLANA VersiGuasti è la collana di Kipple Officina Libraria diretta da Alex Tonelli interamente dedicata alla poesia e alla letteratura lirica, in costante ricerca di connessioni e poetiche appartenenti al Connettivismo e non solo.

Ksenja Laginja, Ventitré modi per sopravvivere Introduzione: Alex Tonelli Copertina: Ksenja Laginja

Kipple Officina Libraria – Collana Versi Guasti Formato ePub e Mobi – Pag. 42 – 0.95€ – ISBN 978-88-32179-46-0 Formato cartaceo – Pag. 44 – 8.00€ – ISBN 978-88-32179-47-7

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Lankenauta | Bugiardi senza gloria


Su Lankenauta la segnalazione di un nuovo libro giornalistico di Marco Travaglio, interessante perché con documentazione inoppugnabile – prove processuali – l’autore dimostra come la classe politica italiana, manageriale e giornalistica sia allineata ai bisogni del business: la truffa, quella ideologica e/o concreta, affinché il Sistema del sopruso in nome del capitale si perpetui un altro po’. Bugiardi senza gloria:

Travaglio, che dirige un quotidiano chiaramente d’opinione, è noto per i suoi editoriali nei quali è tutto un perculare senza remore; e questo inevitabilmente qualche rodimento lo provoca. Il punto semmai è che il risentimento, almeno quella più profondo, ci sta nasca non tanto dalle opinioni e dallo scarso bon ton di Travaglio & C. quanto dai fatti e dalle inchieste proposte dal suo quotidiano.

Difatti “Bugiardi senza gloria” potremmo definirlo la seconda parte, aggiornata, del precedente “La scomparsa dei fatti”, feroce atto d’accusa nei confronti di una casta di giornalisti troppo appecoronata agli interessi del loro editore; che così esordiva: “I fatti separati dalle opinioni. Era il motto del mitico Panorama di Lamberto Sechi, inventore di grandi giornali e grandi giornalisti. Poi, col tempo, quel motto è caduto in prescrizione, soppiantato da un altro decisamente più pratico: Niente fatti, solo opinioni. I primi non devono disturbare le seconde. Senza fatti, si può sostenere tutto e il contrario di tutto. Con i fatti, no […] Oggi sono spesso le opinioni a trasformarsi in fatti” (pag. 1).

La sostanza di “Bugiardi senza gloria”, autentica enciclopedia di mistificazioni, spesso al limite del ridicolo, perpetrate ai danni dei lettori e quindi dell’opinione pubblica, può essere sintetizzata in queste parole: “Tutto parte ancora dai quotidiani ‘di carta’. Per questo continuano a uscire in edicola, anche se hanno quasi tutti i bilanci in rosso. Convengono ai loro rispettivi padroni. Non per i ricavi, spesso magri o inesistenti, anche con finanziamenti pubblici e/o gli introiti pubblicitari. Ma perché condizionano la percezione della realtà, dunque l’opinione pubblica, quindi la politica, l’economia la magistratura. I padroni dei giornali e delle tv non hanno nulla a che fare con gli editori, anche se si fanno chiamare così: usano i loro media come bastoni e carote. Bastoni per malmenare chi ostacola i loro interessi (in tutt’altri campi: quelli dei loro veri business). Carote per nutrire chi li asseconda e si mette al loro servizio” (pp.12). Tutto questo per dire che “In Italia il problema numero uno non è la politica, né l’economia, né la giustizia: è l’informazione”. E sugli episodi, spesso ridicoli, che “a colpi di censure, bugie, invenzioni, calunnie, doppiopesismi, giravolte, ipocrisie, hanno alterato la percezione di quel che accade sotto i nostri occhi” (pp.16), è stato ricostruito un repertorio davvero impressionante.

Lankenauta | La beatificazione di Craxi


Su Lankenauta la recensione a La beatificazione di Craxi, saggio con taglio giornalistico di Gianni Barbacetto. Qui sotto alcuni stralci della rece, aggiungo solo che io me lo ricordo il periodo di Craxi, l’ho vissuto, e ho di lui un ricordo davvero pessimo: il primo liberista che si è affacciato sulla scena politica italiana, quello che ha tagliato ciò che non doveva moncare, come la ScalaMobile; colui che ha cominciato l’iter delle liberalizzazioni, che da allora non hanno mai smesso di crescere e moltiplicarsi. Insomma, di lui ho il ricordo di una vera merda.

A tanti anni di distanza, con lo stesso spirito inteso alla demistificazione di innumerevoli “inesattezze”, Gianni Barbacetto torna a scrivere di Bettino Craxi, delle sue vicende giudiziarie e anche – questo l’aspetto più urticante per una larga parte di politici e di giornalisti – delle smemoratezze e del conformismo che hanno rappresentato l’ex leader del PSI, non soltanto come un infallibile leader, ma al pari di un politico onesto, vittima di inenarrabili macchinazioni; mentre: “quelli che beatificano Craxi cercano di riabilitare se stessi, di assolvere il proprio passato e giustificare il proprio presente, di sottolineare la loro insofferenza verso la politica di oggi” (pp.3). Tentativo di beatificazione che Barbacetto affonda subito ricordando quello che tanti dimenticano, o meglio fanno finta di dimenticare, come ci dimostra il titolo della biografia scritta dal giornalista Marcello Sorgi, “Presunto colpevole”: “come presunto colpevole? Craxi è stato condannato con sentenze definitive a cinque anni e sei mesi per corruzione Eni-Sai e quattro anni e sei mesi per finanziamento illecito per le tangenti di Metropolitana milanese” (pp.4).

Lankenauta | L’uomo senza ombra. Il diario sessuale di Gerard Sorme


Su Lankenauta un tagliente caso di sincronicità personale. Sto leggendo in questi giorni Le nozze chimiche di Aleister Crowley, saggio monumentale che Franco Pezzini ha dedicato alla figura del mago novecentesco, via via più fondante nella nostra cultura perché ha lasciato strascichi sempre più estesi negli artisti e nelle opere contemporanee. Tra gli scrittori citati da Franco del periodo post-Crowley c’è Colin Wilson, leggevo di lui e dei suoi romanzi proprio da alcune sere a questa parte, anche ieri sera, e cosa mi trovo di fronte stamani? La recensione, appunto, di L’uomo senza ombra, romanzo di Colin Wilson che allude pesantemente proprio a Crowley. Non male, no?

Secondo capitolo della “trilogia di Sorme”, “L’uomo senza ombra”, pubblicato tre anni dopo “Riti notturni” (Ritual in the Dark, 1960), rappresenta, in forma di diario, un “romanzo di idee” che si apre progressivamente a una vera e propria narrazione; dove quindi una trama tende a prendere il sopravvento rispetto i ricordi “sessuali” del protagonista. Romanzo peraltro “irregolare” per più di un motivo. Innanzitutto nell’ampia e colta prefazione Colin Wilson riflette sulla funzione del romanzo, della trama, della libertà che questa forma letteraria offre al suo autore, a partire dalle opere di Defoe e Richardson:Ma il prezzo da pagare per questa libertà è pesante: il romanziere è vincolato a una giostra di emozioni umane, vale a dire che è limitato dalla vicenda che racconta, dal plot” (pp.10). Dopo aver citato Flaubert e la “purificazione” della sua opera – ovvero aver riconosciuto che “l’obiettivo non è importante quanto ciò che succede lungo il percorso” – Wilson ricorda il “fallimento” del suo precedente “Riti notturni”: accontentarsi di un romanzo che raccontava una storia, pur soffermandosi, ove possibile, sulle idee. Mentre con “L’uomo senza ombra” sarebbe tornato a una forma e a una sostanza del “romanzo che Flaubert aveva abbandonato perché impura” (pp.18).

Lankenauta Yukio Mishima. Enigma in cinque atti


Su Lankenauta una recensione a Mishima. Enigma in cinque atti, saggio di Danilo Breschi che indaga l’universo dello scrittore giapponese, un testo che credo sia molto importante per chi ama l’autore nipponico.

“Se volete davvero incontrare il diverso, il totalmente Altro in letteratura, non potete non leggere Mishima. Tutto il resto si colloca un gradino sotto, almeno in termini di alterità, di estraneità rispetto ai nostri codici consueti, di sistema e antisistema. Non c’è analoga trasgressione bacchica perpetrata nella forma più apollinea possibile, non si trova una misurata dismisura paragonabile alla sua. Ghiaccio incandescente e fuoco vitreo, un vulcano in piena eruzione che si ritrova inchiavardato in una bomboniera di finissimo cristallo: solo l’ossimoro può alludere all’effetto provocato dalla lettura di una pagina mishimiana”. p.19

Partirei proprio da qui, da queste parole che invitano alla lettura, attraverso le quali il professor Danilo Breschi introduce il poliedrico e geniale artista nipponico Yukio Mishima, per celebrare la sua persona e la sua opera, a 50 anni esatti dalla sua spettacolare ed enigmatica dipartita, consumatasi il 25 novembre del 1970 per mezzo del seppuku, il suicidio rituale del samurai. Molto si è scritto e argomentato sul gesto, in questo mezzo secolo che ci distanzia dal tragico evento; un gesto che ha sovente oscurato la sublime letteratura del grande romanziere giapponese, alla luce del quale si è voluto inquadrare, se non addirittura ingabbiare, sia l’uomo che la sua arte. Un gesto meditato, studiato nei minimi termini e portato a compimento secondo le modalità immaginate. Un gesto di protesta, unico nel suo genere, ed oltremodo eclatante. Un gesto che però non spiega né esaurisce l’uomo e l’artista Mishima. Yukio Mishima. Enigma in cinque atti, è un saggio che ci propone alcune interessantissime chiavi di lettura per provare a venire a capo del mistero Mishima, partendo da due principi d’indagine imprescindibili per chiunque voglia addentrarsi in un territorio tanto vasto, complesso ed eterogeneo: amore e competenza. Amore per il personaggio e per la sua opera, perché senza l’amore, inteso come sentimento che smuove montagne e immagina universi, nessuna fredda competenza, pur la più dotta e puntuale, può catturare davvero la nostra attenzione oltre la soglia di una contingenza che al massimo può diventar stanca nozione. Divulgare invece Mishima come ha fatto il professor Breschi è un voler empatizzare col lettore, tentare l’ardua impresa di prestare i propri occhi, i propri sentimenti e le proprie emozioni a qualcuno che probabilmente non incontreremo mai, ma che in quei momenti di appassionata lettura diviene una sorta di compagno di viaggio che ci cammina idealmente a fianco.

Lankenauta | Cartagine oltre il mito


Su Lankenauta una recensione a Cartagine oltre il mito: prima e dopo il 146 a.C., saggio storico e archeologico di Giovanni Di Stefano che indaga accuratamente i secoli di Storia in cui la città fenicia ha avuto rilievi d’importanza. Uno stralcio:

C’è una sorta di mitologia attorno alla città fenicia di Cartagine che nasce con la sua fondatrice, Elissa, in fuga da Tiro – siamo nel IX secolo a.C., chiamata Didone dalla popolazione della costa africana (dove infine la fuga termina) e continua con la costruzione della città nuova, Qrt Hdst secondo la toponomastica punica. I Fenici sono marinai-commercianti, alla perenne ricerca di oro e argento (così li descrivono Erodoto e Diodoro Siculo), seguaci di dèi sanguinari: ma forse qui il mito dei tophet – uno è visibile sull’isola di Mozia, di fronte a Marsala – cioè i cimiteri che conterrebbero i resti di infanti sacrificati – deve la sua origine più a una storiografia greca “partigiana”, e ai romanzi di Flaubert, che alla realtà storica.

Cartagine è la mitica città da cui muove Annibale, e nella quale si svolgono le guerre puniche, ma sarà anche la patria di Tertulliano, Agostino, Fulgenzio. Una “seconda Roma”, secondo lo stereotipo che continua a condizionare l’immaginario collettivo, come giustamente nota Massimo Cultraro nella prefazione. Un punto strategico, crocevia tra Occidente e Africa, luogo di scambi, di incontro tra culture, ma anche centro di interesse, nella scacchiera imperiale, per rafforzare l’autorità, o per giochi di forza (si veda la rivolta contro Massenzio).

Il periodo romano della Colonia Iulia Concordia Karthago dalla fase augustea a quella giulio-claudia è ben attestato innanzitutto da tre monumenti figurati: l’Ara Gentis Augustea, contemporanea alla romana Ara Pacis, rinvenuta alla Byrsa, anepigrafica ma riconducibile al liberto Publio Perelio Edulo, istoriata con i topoi  iconografici romani della fuga di Enea con Ascanio e Anchise, la dea Roma, Apollo e una scena di sacrificio; e due lastre d’altare provenienti dall’area situata tra le cisterne della Malga e l’anfiteatro, vicino all’ingresso principale della città: anche in queste lastre le raffigurazioni ripropongono iconografie romane, influenzate dalla committenza e dalla religiosità locale (culto di Demetra, richiami egizi al culto di Osiride, Marte Ultore, Venere e forse una solennizzazione del giovane Gaio Cesare, prematuramente scomparso, cui venne assegnata postuma la vittoria sui Parti). Sia l’ara che il tempio mostrano da un lato la continuità della nuova colonia da Roma, ma ostentano i risultati della pax augustea che assieme all’ubicazione dei  luoghi politici, religiosi e pubblici della città (foro, ingresso, anfiteatro, templi, terme), fanno di Cartagine davvero la “Roma africana”.

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Lankenauta | Solaris parte seconda – intervista a Sergej Roić


Su Lankenauta è disponibile una bella intervista a Sergej Roić, autore di Solaris parte seconda, romanzo audace che prende le mosse dal ben più celebre Solaris di Stanislaw Lem. Un estratto:

Innanzitutto, come mai la sua scelta è caduta su un romanzo come Solaris? Cosa la lega al capolavoro di Lem?

A Lem e a „Solaris“ mi legano alcune cose: innanzitutto il romanzo di Lem che lessi molto tempo fa in un’edizione incompleta e che ho riletto un paio di anni fa, ma anche l’iconico film di Andrej Tarkovski. L’immaginario delle due opere, che non coincidono completamente ma hanno una radice comune, è davvero potente: una missione nello spazio, un pianeta che sembra avere una propria volontà, studi pluriennali che non approdano a nulla, un’ultima missione che sfocia in tragedia e, infine, le proprietà inspiegabili ma innegabili di Solaris, quelle che permettono al pianeta (all’oceano) di leggere dentro la mente umana e di materializzare sogni e desideri. Detta così, sembra davvero una trasposizione fantascientifica di qualche teoria platonica: le forme presenti nella mente sono antecedenti alle „cose“ materiali, la memoria (quella platonica equivalente alla conoscenza) è forse contenuta nel sogno, la „seconda navigazione“, la vera conoscenza, può essere materializzata eccetera. Dopo aver letto „Solaris“ per la seconda volta, mi sono detto: proverò a scrivere una „seconda parte“ di quest‘odissea così particolare nello spazio, sembra a tutti gli effetti un’odissea nella mente, nel nostro apparato di conoscenza, nel cervello umano.

Il suo romanzo, è bene precisare, prende le mosse dal Solaris di Stanislaw Lem ma è comunque, in tutta evidenza, un romanzo “altro”, non una sua semplice continuazione…

La „seconda parte“ di „Solaris“ prende le mosse laddove „Solaris“ si conclude, ma molto tempo dopo (o molto tempo prima: l’inizio del mio romanzo ha infatti luogo oggi, nel 21. secolo) e ponendo anche qualche domanda all’opera di Lem. È come se il romanzo lemiano incombesse sul mondo odierno, si stagliasse sul nostro orizzonte. È infatti una giovane donna conosciuta per caso a svelare a uno scrittore dell’esistenza di una seconda opera a proposito dell’oceano senziente e forse divino, opera che lo scrittore – se ne renderà conto presto – dovrà scrivere. La vita di Petar Bogut, che è un pilota del pianeta Solaris popolato da una progenie di „mortali“, è anche quella dello scrittore terrestre che scriverà la „seconda parte“ del romanzo – a dividerli c’è forse solo la tenue trama di un sogno. La mia narrazione parte allora laddove la narrazione di Lem si ferma, ovvero quando l’astronauta-psichiatra mandato su Solaris, il dottor Kelvin, decide di non lasciare il pianeta e di accettarne i „doni crudeli“, ovvero il ricchissimo abisso di memoria che il pianeta sembra in grado di offrirgli. Ecco, il mio protagonista, lo scrittore terrestre che è anche il pilota solariano Petar Bogut, decide di esplorare questo abisso della memoria che propongo quale caratteristica prima di Solaris.

Per concludere, ritiene di aver fatto un passo avanti rispetto alle posizioni teoriche esposte da Lem oppure ritiene che il mistero di Solaris sia ancora un mistero irrisolto?

Per fortuna „Solaris“, il romanzo, e Solaris, il pianeta onnipotente partorito dall’immaginazione del grande „ispiratore di futuro“ Stanislaw Lem è in grado di custodire molti segreti. Qualcuno lo ha definito un „dio bambino“, ancora in fase di crescita, che deve ancora svilupparsi del tutto. Io ho cercato di interpretarlo/incontrarlo sul terreno platonico provando a sfidarlo per quel che riguarda la memoria, il sonno, la conoscenza, il sogno. L’ho persino popolato di esseri, i „mortali“, che hanno formato un’autentica civiltà sul suo suolo. Lui, il pianeta, l’oceano, sembra farsene beffe entrando nei loro sogni, rubando la loro memoria, magari proprio per risvegliarsi da quel gigantesco torpore di dio dormiente, per crescere ulteriormente. I „mortali“, in ogni caso, anche se vorrebbero involarsi nel cielo, non riescono ad abbandonare il loro demiurgo oceanico. E questo vorrà pur dire qualcosa essendo la sola via di comunicazione con noi un abisso del tempo e della memoria. Il pianeta Solaris, scritto con e senza virgolette, è talmente ricco di stimoli e di lati non conosciuti che mi sta ispirando un nuovo romanzo, anche se il pianeta probabilmente non vi sarà menzionato. Si tratta della storia di un regista cinematografico russo che, volendo dipingere le perfette forme primigenie, usa la macchina da presa invece del pennello del pittore. Vi ricorda qualcosa?

Lankenauta | Solaris parte seconda


Su Lankenauta la recensione al seguito di Solaris, il celebre romanzo di Stanislaw Lem che è stato continuato da Sergej Roić. Un estratto:

Se il romanzo di Lem ci aveva raccontato la storia di Kris Kelvin, psicologo inviato sulla stazione orbitale gravitante attorno al pianeta, sul grande mare senziente in grado di sconvolgere la psiche degli astronauti con cui entra in contatto e che tentano di studiarlo, e che finisce anch’egli preda dei sogni e delle presenze che emergono dal proprio subconscio, Roić ci propone però una seconda parte che, pur ponendo Solaris ancora al centro della vicenda narrativa, non ne è una semplice continuazione quanto un libro a sé, parallelo e complementare, e che di questo mondo ammaliante e lontano e dei suoi misteri mira a fornire una propria interpretazione.

In linea con l’amore di Lem per le questioni filosofiche, anche in Roić sono frequenti i richiami diretti a Platone, a Hegel, a Kant, esposti all’interno di una trama assolutamente non lineare in cui passato, presente e futuro si mescolano e si intrecciano, si sovrappongono con grande facilità. Due sono le vicende principali, che si rispecchiano l’un l’altra: quella dello scrittore Petar Bogut che, assieme a una donna misteriosa conosciuta per caso a Milano, si mette sulle tracce di un libro altrettanto misterioso che narra di un pianeta molto simile a Solaris, e che con l’aiuto dell’amico filosofo Gabriele cerca di attingere a ciò che non è conoscibile, di avvicinarsi al tutto omnicomprensivo, proposito realizzabile solo rinunciando al proprio antropocentrismo, alle categorie interpretative usate dagli umani, cioè azzerando le conoscenze già acquisite e alienandosi da se stesso (“Mi ritrovarono in un casolare abbandonato in cima a una collina. Non parlavo, non dicevo nulla. Non stavo né bene né male (…) Non ci fu una diagnosi precisa. Dissero (non battevo ciglio) che mi si era spento il cervello. Tutte le funzioni neurovegetative erano intatte, ma il mio cervello era disconnesso dal mondo reale. Ero stato azzerato.“); e quella del pilota solariano Petar Bogut precipitato con un razzo nel gran mare senziente che, sempre accompagnato dal gatto Schrödinger (il famoso gatto del paradosso omonimo, che contro ogni senso comune lo presenta, in uno stato di sovrapposizione quantistica, contemporaneamente sia vivo che morto: “Infine mi disse che, se un giorno fossi arrivato a considerare il paradosso del gatto di Schrödinger, avrei potuto comprendere che esistono sempre almeno due possibilità di vivere contemporaneamente vite diverse.”), persegue fortemente l’”atto supremo del conoscere“, un tipo di approccio che “è rappresentabile in potenza ma non in concreto, dato che il nostro sguardo (tatto, gusto, udito e olfatto) non è in grado di eludere il mondo sensibile.“, il che ci rivela come “quanto è essenziale alla ragione è raggiungibile unicamente tramite un’esperienza che si distacca dalla realtà, l’esperienza mnemonica o sognante; quest’ultima è limitata, tuttavia, dal principio di irrealizzabilità pratica.“

Lankenauta | Super-Eliogabalo


Su Lankenauta la recensione di Ettore Fobo a Super-Eliogabalo, di Alberto Arbasino – morto proprio ieri, l’articolo è invece del 2005. Un romanzo del ’68 che traccia percorsi quasi surreali di una storia imperiale che diviene postmoderna nei sui continui intrecci con la storia attuale, che diviene apparentemente più leggera ma poi risulta essere più surreale alla maniera di un supereroe americano… Un estratto dalla rece:

Arbasino arriva a presentarci un interessante imperatore – bambola, imperatore – giocattolo, imperatore – gadget, che semplicemente si lascia fare, lussurioso, travestito, elegantemente antistorico, lorenzaccio, per usare un aggettivo – nome caro a Carmelo Bene, per cui il testo doveva essere sorta di canovaccio di un film mai fatto. Una commedia per spiriti liberi, un agghiacciante reportage fra le banalità che cuociono l’epoca nella salsa già allora immangiabile dell’autocoscienza fittizia d’una corte dei miracoli fatta di mamme ninfomani, intellettuali, sacerdoti, precettori, schiavi, amanti, cafoni, maghi, in un continuo irriverente alleluia di metaforiche tumorali escrescenze, uno sgonfiarsi di tutti gli stereotipi in un linguaggio che li fonde, un collassare delle strutture finto letterarie, finto storiche, finto cinematografiche, finto teatrali, pseudo televisive etc , come a mostrarci la tempesta magnetica che attraversa e scuote qualsiasi mezzo di espressione. E poi ecco la sottile ma fracassona parodia incarnata da Eliogabalo, in cui Arbasino individua, già come Artaud, ma in maniera del tutto diversa, un progetto politico a volte demistificatorio, ma involontariamente quasi, un inno alla leggerezza depensata e depensante, un divertito eccesso di ogni cosa, la volontà di potenza di un Caligola che scende le scale travestito da Wanda Osiris e canta ”Roma non far la stupida stasera” in un deleuziano divenire minoritario che allaga l’intero paesaggio, fino a confondere tutte le epoche in una sarabanda pop strafottente.

Tutto viene dunque ridotto dal procedimento ironico a canzonetta biascicata, tango fra ubriachi, filmaccio che trasuda tutte le menzogne culturali di quegli e dei nostri anni. Eliogabalo dall’alto della sua incoscienza critica può dunque deplorare l’illuminismo e le sue fatue imitazioni, in un impero che è il mondo, postmoderno, per cui la contemporaneità di tutto, da Jarry a Giulio Cesare, da Plauto a Nietzsche, è un guazzabuglio onomatopeico di rane gracidanti, in cui il linguaggio apparentemente lussureggiante di forme è in realtà scarnificato fino a generare una sorta di derisoria demenza, a tratti mostruosa, a tratti salvifica; così, nell’impossibilità di creare valori, l’asino del buon senso viene lapidato, tutto si decompone in una rissa di significanti, che fumano come vulcani e sembrano volerci inondare del loro segreto e delle loro un tempo vitali illusioni. Frankenstein smembrato e ricomposto il linguaggio di Arbasino è anche un perpetuo intersecarsi di bagliori provenienti dalle epoche tutte, a mostrarci che la folle vacuità illecita di un Eliogabalo è meno pericolosa della pensosa, noiosa, virtuosa serietà assassina degli imperatori che la Storia celebra. L’impero è nient’altro che il residuo di un film trash peplum in salsa finto pop in lamé sdrucito, con sapienti tocchi di agghiacciante glamour, per usare gli stessi termini che Arbasino rigurgita nel testo, anticipando così la successiva esplosione di termini inglesi nella lingua italiana e il kitsch imbarbarimento che ne conseguirà.

In questo impero romano che imita i kolossal americani gli attori hanno un orologio al polso, parlano in romanesco, e vanno in lambretta. In tale contesto Eliogabalo è “una specie di Monica Vitti” con più moine e merletti, la prosa alterna sapientemente il pecoreccio al tono super erudito e la trama anche se pretestuosa e non fondamentale alterna il giallo alla spy-story e magari al teatro dell’assurdo, con inserti di poesie quasi limerick, ma in chiave così evidentemente caricaturale da riuscire in una specie di iperrealismo grottesco. Poi ecco un florilegio di citazioni nascoste o semplicemente inventate: se ho capito bene lo stesso Eliogabalo legge la sua vita su un Lampridio e un Dione Cassio, forse ritoccati, mentre il week-end scorre fra carneficine, orge e varietà e incontri con i senatori: vengono dichiarate guerre non si sa da chi, informatori portano dispacci con storie inverosimili, si attende il rituale dell’omicidio come ogni sabato, c’è anche un residuo di annoiata suspense: chi sarà stavolta la vittima etc…?

Tra fulminanti narrazioni, digressioni, nonsense, il filo della narrazione conduce non fuori ma dentro il labirinto di tutte le avanguardie storiche, dove avviene la catarsi di qualsiasi linguaggio medio, messo sul rogo di calembour, di straniamenti ed efferatezze verbali, celebrando la poco santa messa del dileggio, imparziale nel demolire qualsivoglia mitologica rappresentazione di una realtà che sfugge a ogni decodificazione che non sappia di pernacchia assoluta, anche se super colta, super informata dei fatti; così l’imperatore può diventare icona pop, nell’assalto al tempio supermarket, dove un pontefice produttore di miracoli deve nascondere la sua stessa fede ai dipendenti- sacerdoti, per non essere deriso. Qui evidentemente viene destrutturata qualsiasi ideologia, anche mimandone i linguaggi, trascesi da un’ironia che, dissennata parodia trash, cerca forse di irriderne la consustanziale agonia, l’irrimediabile originaria decrepitezza, magari, anzi sicuramente, a la page. In questo Eliogabalo con i suoi diari, superando l’equivoco intellettuale, colla sola forza del delirio, scardina il luogo comune, lo trasforma in latrina pubblica e invita i lettori –sudditi a evacuare tutta la fetida miseria del buon senso e allegramente, scompisciandosi, e non v’è intelletto che tenga, nella cloaca anche lui.

Qui la decadenza è dunque un’attitudine conoscitiva che si fa beffe della storia, come Eliogabalo stesso in uno dei suoi ultimi monologhi, prima di diventare, con una sorta di finto colpo di scena, il dio feticcio rock, che si lancia in veri ma violentemente assurdi miracoli, adorato dalle sue mamme lascive, invece che finire come nella storia gettato nelle fogne.

“Abbiamo deciso di separarci definitivamente dalla scienza… perché abbiamo concluso che se una casa piena di gadgets ci pare ridicola, una nazione piena di macchine ci sprofonda nel tedio, nel fastidio, nel lutto del Tutto… Sull’astronave andateci voi- io no –e i vostri transistor metteteveli tutti nel dietro…tutto tutto lontano dai presuntuosi presepi di quell’Illuminismo che è davvero la minore età dell’uomo qualunque della strada, e insomma bisogna uscirne al più presto, e all’intelletto intollerabile sostituire l’aberrazione e l’immaginazione, la frattura, la scissura, lo scarto rispetto alla norma, l’afasia, la folly, e le Folies. Cioè la parola poetica. Olè”.

Lankenauta | H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi


Su Lankenauta la recensione a H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi, romanzo di Johann Lerchenwald che indaga la parte umana di Hitler, in una complessa operazione che viaggia sul filo del rasoio di una continua bestemmia verso la razza umana ma che, in fondo, è un’operazione necessaria per capire che il mostro è sempre dietro l’angolo, ed è sempre pronto a riemergere e a reincarnarsi in una persona diversa, con la stessa pericolosità del passato.

Preceduto da un’acuta prefazione di Franco Cardini che pone l’accento sull’approccio del tutto nuovo che ci viene proposto, che mira ad offrirci l’immagine inusuale di un Hitler “umanamente comprensibile” e vero (che non vuol dire che vada assolto e perdonato per ciò che ha fatto ma che la forma narrativa può forse renderlo meglio decifrabile), questo breve romanzo di Johann Lerchenwald infrange a veder bene più di un tabù: innanzitutto quello della figura dell’invincibile condottiero promossa dalla propaganda di regime e dallo stesso dittatore, che nelle pagine lascia il posto invece a un uomo fragile, timido, spesso abulico e contraddittorio, con la testa piena di idee confuse, che gioisce, per esempio, per essere riuscito a farsi dichiarare inabile alla leva austriaca e che poco dopo corre ad arruolarsi volontario in Germania pur di dare un senso ai propri giorni; a un uomo quasi sempre tormentato, disperato, in più occasioni aspirante suicida, che, non avendo ancora un piano né un obiettivo accattivante da presentare al proprio uditorio, ma volendo porsi a capo di un movimento di massa, cerca le idee migliori nei comizi dei partiti democratici, tedesco-nazionali e tedesco-popolari per il programma politico della nascente DAP (poi NSDAP), ma anche a un cinico opportunista, estremamente abile nell’indovinare di volta in volta ciò che il pubblico vuole sentirsi dire, che riesce incredibilmente ad impressionare gli altri per la fermezza con la quale afferma di avere soluzioni per tutti i problemi, benché la sua vita sia contrassegnata da continue esitazioni ed incertezze (che non visitò mai, per capirci, un campo di concentramento per la paura di non reggerne la vista e sentirsi male), cioè in estrema sintesi a un astuto profittatore, che seppe bene come sfruttare a proprio vantaggio il meglio e il peggio del popolo tedesco.

Lerchenwald, in capitoli brevi ed essenziali, ne ripercorre la vita momento per momento, partendo dall’infanzia: da quando, umiliato e ferito dalla furia selvaggia e insensata di un padre che lo picchiava con una violenza di cui non riusciva a darsi spiegazione, si ripromise di ucciderlo non appena fosse diventato adulto perché violentava davanti ai suoi occhi l’amata madre, al noto episodio della mancata ammissione all’accademia di belle arti viennese, che sembrò precipitarlo in un disorientamento devastante; al fascino esercitato su di lui, sempre negli anni della sua permanenza a Vienna, dalle idee del pangermanista Schönerer e dal sindaco Lueger, “il re senza corona“, con i suoi rituali e le sue bizzarre pretese, le sue idee antisemite, “la sua istintiva capacità di captare gli umori popolari e di coniare seduta stante gli slogan corrispondenti“, alla permanenza nel ricovero per i senzatetto e al trasferimento a Monaco grazie all’eredità paterna ottenuta chissà come, e così via, di episodio in episodio, fino all’epilogo che noi tutti conosciamo.

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