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Archivio per Leni Riefenstahl

L’ESTETICA NAZISTA – GIORNALE POP


Su GiornalePop un interessante articolo che dettaglia il gusto estetico del nazismo, visto attraverso innumerevoli esempi che mostrano anche le contraddizioni stilistiche insite. Vi lascio alle parole del post, specificando che una patina di oscuro fetido e inenarrabile cola sulla psiche di ogni lettore, lasciando macchiato di una mota surreale.

Paradossalmente, l’estetica nazista viene ricordata solo perché si è appropriata di uno stile artistico che voleva distruggere. Il dittatore era un patito dell’architettura classica e rinascimentale (apprezzava poco l’estetica medievaleggiante di Himmler): aveva disegnato personalmente un’enorme costruzione sormontata da una cupola, che il suo architetto e ministro degli armamenti Alber Speer avrebbe dovuto costruire a Berlino dopo la fine della guerra.

Alla Bauhaus si insegnava anche pittura. Tra i principali esponenti di questa arte c’era Lyonel Feininger, un autore che nel 1906 aveva rivoluzionato il fumetto americano, fino a quel momento prigioniero dentro rigide griglie di vignette e in storielle autoconclusive.
Il primo a seguire l’esempio di Feininger fu Winsor McCay.

Fino alla salita al potere non era stata elaborata una teoria dell’arte nazista. Joseph Goebbels chiamò Albert Speer per arredare il proprio ministero con alcuni quadretti di Emil Nolde, il massimo esponente dell’espressionismo tedesco. Solo quando Hitler venne a visitare il ministero, i due alti esponenti nazisti scoprirono all’improvviso che per il führer l’espressionismo era un’arte “degenerata” e riportarono subito i quadri al museo da dove li avevano presi in prestito.

E se l’arte ufficiale dei quadri era classicheggiante, alcuni manifesti potevano adottare lo stile razionalista in chiave espressionista. Gli ornamenti architettonici oscillavano pericolosamente tra il déco e il cubismo, e il suggestivo arredo all’interno del parlamento ricordava fortemente l’architettura da interni espressionista. Per non parlare della modernità razionalista delle grandi adunate naziste, rese famose dagli spettacolari documentari della regista Leni Riefenstahl. Con in più l’innovazione di Albert Speer, che utilizzando 130 fari anti-aerei realizzò una “cattedrale di luce”. Nacque così l’architettura immateriale.

In conclusione, l’immaginario nazista si fonda sullo stile funzionalista e razionalista che Hitler aveva combattuto in tutti modi, facendo fuggire all’estero i suoi fautori a partire da Lyonel Feininger. Rimane invece ben poco dello stile classicheggiante che adorava Hitler o dei riferimenti al cupo medioevo amati da Himmler.

Lankenauta | Leni Riefenstahl. La regista di Hitler


Su Lankenauta la segnalazione della biografia su Leni Riefenstahl, la regista che Hitler aveva scelto per realizzare le sue propagande visive, scritta da Jérôme Bimbenet.

La biografia di Jérôme Bimbenet risulta un’opera dettagliata e attenta, un testo che non punta a denigrare Leni né a celebrarla ciecamente. Si tratta, infatti, del lavoro di uno storico che, grazie ad un’accurata analisi documentale e ad un’attività di ricerca e di riflessione, è riuscito a restituire un’immagine piuttosto meticolosa della regista di Hitler. Ne ha messo in luce il talento ma anche i difetti, l’originalità ma anche la fragilità, l’estro ma anche l’estrema volubilità. Leni era bella, sapeva perfettamente di esserlo e non ha mai evitato di sfruttare il suo fascino per ottenere quel che desiderava. Leni era entrata nell’orbita di Hitler e grazie a lui è riuscita a diventare la regista che aveva sempre voluto essere. Sul suo rapporto con il Fürher è stato detto e scritto moltissimo, soprattutto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta nazista.

Leni, al secolo Helene Amalie Bertha Riefenstahl, è nata nel 1902. Prima di arrivare al cinema, che l’ha consacrata, è stata ballerina ed attrice. Per i primi 30 anni della sua vita, Leni tenta di farsi notare ma è sicuramente solo dopo l’incontro con Hitler, nel 1932, che la sua esistenza e la sua carriera giungono ad una svolta decisiva. Nel febbraio di quell’anno, durante la tournée di presentazione del film che la vede debuttante regista, “La bella maledetta“, Leni assiste per la prima volta in vita sua a un’assemblea nazionalsocialista allo Sportpalast di Berlino. Aveva già letto il Mein Kampf e rimane affascinata da Hitler e dai suoi discorsi. “Quel giorno Hitler mi ha fatto un effetto assolutamente ammaliatore. Ed è sulla scia di quella emozione che gli ho scritto una lettera, perché mi sono detta: dopo tutto, forse si tratta dell’uomo che salverà la Germania“. Hitler riceve la lettera di Leni e chiede di poter incontrare l’attrice e regista per la quale nutre grande ammirazione.

Leni è morta nel 2003 a 101 anni. Ha attraversato un intero secolo rimanendo fedele alla sua visione del cinema e della fotografia (altra sua grande passione). Ha mostrato, fino alla fine dei suoi giorni, di essere una donna dotata di una forza inesauribile e di un carattere indistruttibile che per molti anni l’ha indotta a condurre aspre battaglie in tribunale per difendere il suo nome e le sue creazioni. I film che ha girato e che ha lasciato in eredità hanno sicuramente ispirato ed influenzato registi come Steven Spielberg, George Lucas, Paul Verhoeven e Ridley Scott. Eppure, nonostante i grandiosi meriti artistici della Riefenstahl, viene spontaneo chiedersi se per arrivare al successo, se per conquistare obiettivi personali e professionali è corretto disinteressarsi di tutto il resto, è corretto usare comparse pescate in un campo di zingari per poi riconsegnarle al lager e alla morte, è corretto sfruttare i soldi e il potere di un regime che ha devastato l’intera Europa. Leni ha curato alla perfezione la propaganda nazista seguendo sempre la propria ispirazione ma rimanendo una nazista per convenienza. Scrive giustamente Jérôme Bimbenet in chiusura: “Leni Riefenstahl è morta come ha vissuto, senza neppure un’oncia di rimorso, di compassione, di sensi di colpa, di coscienza politica, divorata da un ego smisurato. Fino alla fine avrà posto questa domanda: «Dov’è la mia colpa?»“. Perché, nonostante tutto, Leni qualche colpa l’ha avuta eccome.

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