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Ragazzi perduti e quella scena tagliata | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di una succulenta – in tutti i sensi – scena tagliata per Lost Boys, il film dell’87 che tanto aveva segnato l’immaginario dell’epoca – personalmente ho subito messo in relazione quel film con gli allora giovani FieldOfTheNephilim.

Durante un’intervista rilasciata a Yahoo!, Kiefer Sutherland ha raccontato che una delle sue scene preferite del film è stata decisamente massacrata nella sala di montaggio.

Queste le sue parole:

C’era questa scena, che non si vede nel film, a cui ero davvero entusiasta di partecipare, principalmente perché era talmente violenta che non riuscivo a credere la stessimo girando.

Se ne vede un piccolo frammento nel film, l’hanno tagliata per la maggior parte. In pratica c’è questo tizio calvo sulla spiaggia a cui avevano messo una specie di protesi. Ed è stato come addentare una torta: ho mangiato tutta la parte posteriore della sua testa e il sangue è schizzato ovunque. Che poi era quello che mi era stato detto di fare. Durante la scena avrei dovuto sorridere proprio come un bambino di fronte a una torta.

Quelle ballerine stregate baccanti | PostHuman


Su PostHuman Mario Gazzola confeziona un articolo molto ben strutturato tra la pellicola Climax di Gaspar Noé (ispirata anche a Dario Argento), il saggio Uomo diventa Lupo di Robert Eisler, e il Suspiria di Luca Guadagnino, analizzato da me.

Questo è l’incipit della mia analisi su Suspiria:

Suspiria è un’opera pervasa dal senso lurido e opprimente del Nazismo; di quello magico, di quello che a fatica viene riconosciuto come fondante di buona parte della inumana dottrina sociale ed economica attuale. Sbocciato circa cento anni fa, si ramificava nella società tedesca – ma non solo – partendo dai culti ancestrali delle antiche terre barbare centroeuropee, credenze che furono coltivate fin dal XVIII secolo per contrastare l’Illuminismo che scacciava via i culti irrazionali di un tempo lontanissimo, immemore, razionalmente mai esistito, frastagliati ricordi mitologici di teoremi risibili così balzani da provocare oggi un’ilarità irrefrenabile. Quell’accozzaglia di credenze ed epopee generò un mostro così spaventoso che a tutt’oggi la stessa parola che ne è nata, nazismo, produce un disgusto tale, una folle paura e rivoltante reazione da essere diventato un tabù semantico che Guadagnino, nelle sue manifestazioni più occulte, guarda dritto in faccia ed esorcizza usandone gli stessi percorsi magici.

L’incipit onnicomprensivo, invece, dell’analisi di Mario è questo:

Nei giorni scorsi è riapparso sugli schermi milanesi (prima in originale al Cinema Beltrade, poi doppiato anche all’UCI) Climax di Gaspar Noé, film che avevamo già recensito dopo il passaggio al Milano Film Festival, accostandolo al tedesco Luz, magari arbitrariamente (in quanto visti nello stesso contesto) ma forse significativamente, trattandosi quest’ultimo di un originale film di possessione.

Nessuna strega, nessuna invasione demoniaca nella controversa pellicola del provocatorio regista francese (anche se all’inizio uno dei ballerini parla di una “strana atmosfera” nella scuola della festa, legata forse a “strani rituali… sacrifici…”), se non l’invasamento causato da una sostanza psichedelica (presumibilmente Lsd) nella sangria bevuta dai ballerini di Climax durante una festa che quindi degenererà in un autentico sabba non privo di spargimenti di sangue “laicamente sacrificale” (tra cui quello del figlio della coreografa, alla fine suicida per senso di colpa) e orge da moderne baccanti di varia sessualità.

Non sono pochi ormai gli articoli (ad es. QUI) che hanno accostato lo psycho trip di Noé al classico Suspiria, che peraltro compare fra le Vhs accatastate sul lato destro dello schermo tv su cui scorrono le interviste coi ballerini protagonisti all’inizio di Climax, che peraltro al capolavoro di Argento erige un manifesto omaggio, nei violenti quadri monocromi ipersaturi in rosso e verde per rendere lo straniamento percettivo dei moderni danzatori “invasati” dallo stupefacente a liberare i propri lati reconditi meno presentabili (rabbia, violenza, omosessualità, incesto etc.).

Ma cosa c’entra una banda di ballerini drogati con una congrega di streghe celata dietro la rispettabilità di un’austera scuola di danza? Ce lo spiega il saggio Uomo diventa Lupo di Robert Eisler (Adelphi, 2019), osservando che i comportamenti dal Medioevo cristiano bollati come “stregoneria” in realtà affondano le loro radici nei selvaggi rituali orfici delle baccanti greche (da cui l’omonima tragedia di Euripide) o degli Isawiyya marocchini: “nel 1929 riuscii a dimostrare l’identità fra questo rito berbero e le orge bacchiche delle menadi o ‘donne furiose’, ricoperte di pelli di lince, di leopardo e di volpe (…); esse facevano a pezzi e divoravano crudi cerbiatti, capretti, agnelli, serpenti, pesci e perfino fanciulli”. “Come aveva realmente luogo l’orgia estatica degli accoppiamenti fra le ‘donne furiose’ e i maschi (…) ‘bevitori di vino’ (…) chiamati anche satiri, vale a dire uomini itifallici (…)” (pg 36). E “Solo dopo essersi saziati con il sangue e la carne delle loro vittime animali i cacciatori potevano accoppiarsi al termine di danze erotiche selvaggiamente eccitanti” (ibidem, nota 112, Baccanali, pg 152-3).

Pertanto, se la stregoneria antropologicamente non è che la persistenza di ataviche memorie di questi rituali della fertilità pagani ancestrali, e accettiamo che il rave scatenato a base di musica tribal-elettronica e sostanze psicotrope al posto del vino ne sia la rivisitazione moderna, ecco saldato il legame fra due situazioni narrative apparentemente distanti fra loro.

Racconti orribilissimi dal Satyricon – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un bell’articolo di Franco Pezzini che mostra come il genere Fantastico abbia origini antichissime e sia correlato con le origini e le suggestioni, direi anche le prime percezioni, della razza umana. Il tramite è Satyricon, il romanzo latino di Petronio che ha al suo interno alcune chicche che si svolgono durante la famosa cena di Trimalcione: parliamo di lupi mannari e streghe, in sostanza di magia:

Il racconto costituisce la prima testimonianza occidentale di licantropia come mutazione involontaria (cioè non collegata con rituali metamorfici come in Bucoliche VIII, 95-99); e se qualcuno ne relativizza il valore documentale per l’evidente carattere di intrattenimento, in realtà si basa comunque su tutto un patrimonio di storie folkloriche (come quelle che PlinioSt. nat. VIII 80, derubrica a menzogne “a meno di prendere per buone tutte le favole dei secoli passati”) ed elementi rituali. A partire da un contesto fortemente evocativo di quel tema morte che corre ossessivamente nel Satyricon: l’evento è innescato dal decesso del partner della “magnifica lardona” Melissa, spingendo il narratore ad addentrarsi nella notte; la scena coinvolge un soldato “forte come un orco” (“fortis tanquam Orcus”), similitudine dall’eco infera, e avviene sotto una luna “che sembrava il sole di mezzogiorno”, cioè non solo piena ma in apparenza relativa a un altro ordine di tempo ed esistenza, un notturno mezzogiorno dei morti; il tutto si consuma tra le tombe. Ma la morte può avere anche connotazioni rituali, legate a un rito di passaggio: il soldato si spoglia per assumere l’altra identità; tutto attorno agli abiti orina in cerchio come una bestia che segni il territorio (si noti che aveva già liberato la vescica almeno in parte), a innescare una duplice funzione magica. Da un lato infatti le vesti divengono di pietra, cioè simili alle stele tombali – qualcosa che sul piano pratico permette di ritrovarle (conditio sine qua non del tornare uomo, in certe tradizioni, e sembra alludervi lo stesso testo di Esopo), ma insieme le ascrive al contesto di morte. D’altro canto le tradizioni su metamorfosi in lupo citano spesso la traversata di un corso d’acqua quale momento del passaggio/frontiera tra identità diverse: qui in luogo dell’acqua c’è l’orina di demarcazione. Quanto al motivo folklorico della ferita riportata dal lupo che permetterebbe di identificarlo in un uomo similmente vulnerato, tornerà con valore probatorio a distanza di secoli in vari processi a lupi mannari.
Del resto il lupo, associato dalla tradizione indoeuropea all’aspetto magico e terrifico della sovranità (nel contesto latino Romolo, figlio della lupa, circondato dalla scatenata schiera dei lupi-capri Luperci), viene spesso accostato a divinità non solo della guerra (per esempio il Marte padre di Romolo) ma della morte (gli dei inferi dei Greci, Ade, e degli Etruschi, Ajta, col capo coperto da una pelle di lupo). In un testo che di richiami alla predazione e insieme alla morte sembra tutto intessuto il lupo è insomma di casa; e a fronte della documentata esistenza in varie parti del mondo di società cultuali del furore guerriero improntato a un’idea di metamorfismo licantropico (in senso ampio – guerrieri-orsi eccetera – o invece specifico lupesco), non pare strano che qui a metamorfizzare sia un soldato.

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Cavallette neanche tanto Criptiche

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