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Archivio per Lutto

È morto Gabriele ‘AkaB’ Di Benedetto | NAZIONE OSCURA CAOTICA


La Nazione Oscura esprime ufficialmente, tramite questo post a firma del presidente Lukha B. Kremo – le condoglianze per la scomparsa di Gabriele Di Benedetto, fumettista, illustratore, pittore e regista, che aveva collaborato con Il Male, Il Manifesto, Rolling Stone e Linus e, con l’intro al n. 2 di Redux scritta proprio da Kremo, anche a qualcosa di forse lontanamente connettivista.

La sindrome di Much è una nefropatia degenerativa glomerulare, i sintomi sono versamenti pleurici e peritoneali, iponatruria, ipoalbuminemia, lipiduria, iperlipemia, microcitemia, eccetera eccetera.
Insomma, non è esattamente un raffreddore. In parole che preferisco, il tuo corpo si trasforma in una pappetta per neonati partendo dal rene e dai suoi capillari. La tua pelle si trascolora in un pangea di lividi e cominci a pisciare schiuma. Tutto questo è degenerativo, cioè può solo peggiorare.
Cosa fa la natura per non farci annoiare!
Ma è anche una sindrome di Munch, che ti prende dentro, proprio all’altezza dell’anima, e cerca di uscire gradualmente, conquistando la tua carne, fino a uscire e infettare l’esterno, i tuoi spazi, il tuo mondo.
Del resto, l’essere umano è di per sé un virus, un agente infettante del proprio ambiente di sviluppo, che gradualmente distrugge e degenera. I gruppi sociali sono tumori della biosfera, spesso maligni. Il corpo umano stesso è luogo di mutazione continua. La malattia è mutazione, sviluppo, degenerazione e morte. Quindi è lo stato naturale sia del corpo, sia delle società umane. La malattia è la linfa distruttiva e vitale che contraddistingue questa palla sudicia chiamata Terra. Con la malattia si può anche guarire.
In questo secondo capitolo di Redux (secondo pugno in faccia di una scarica di cinque), le tavole di AkaB sono come la carta da filtro su cui passano i fetidi liquami delle pestilenze virali più innominabili. Residui di macchie, di stati d’animo, di vergogna e abominio racchiusi diligentemente in tratti dove la stilizzazione rappresenta gli aspetti più orribilmente naïve dell’essere umano. Tinte cloacali, sguardi morbosi, lacrime di sporcizia, il fragoroso silenzio dei testi, personaggi che si odiano in un mondo socio-mentale che li opprime.
Il muro altissimo e infinito, che è infine il bordo della vignetta, è il desiderio di uscire dal luogo che fonda l’essenza stessa del personaggio. Una voglia che porta alla carta bianca (macchiata) e rientra rapidamente nel luogo del “reale” che esaurisce la vita in uno sputo di sangue.
Storie che infastidiscono il lettore, che si riconosce nell’uomo malato, che si rivede nel bambino maltrattato desideroso di volare, che è l’uomo che vuole fuggire.
Un uomo che nasce, si ammala e muore in un mondo che sa di cacca dal primo all’ultimo respiro.

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Blade Runner – Monologo finale – Io ne ho viste cose che voi umani… – I’ve seen things…


La morte del primo postumano estremo della nostra futura storia. Cortocircuiti semantici e il senso di dispiacere immenso, per un’icona, per qualcuno che ha interpretato l’ininterpretabile. Ciao Roy…

Due anni senza Sergio


L’ho ricordato pochi giorni fa, ma oggi è il secondo anno che passa dalla morte di Sergio Altieri. Mi piace ricordare ciò, nella tristezza che ciò comporta per la scomparsa di una persona davvero speciale, intensa e cristallina, potente…

Sempre nei nostri cuori e pensieri, you’re more than alive

La guerra che viene: in ricordo di Alan D. Altieri – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine il commosso saluto di Sandro Moiso a Sergio Altieri, morto ormai due anni fa all’improvviso, senza alcuna avvisaglia, nella sua casa durante la notte. Mi si stringe il cuore…

Due anni or sono, il 16 giugno 2017, Alan D. Altieri lasciava definitivamente la momentanea compagine umana per addentrarsi, probabilmente con un ghigno sul volto, in altre e per noi ancora precluse e sconosciute dimensioni.
Sergio Altieri, questo il suo vero nome, laureato in ingegneria meccanica, è stato uno dei più importanti scrittori italiani di genere (action, thriller, science-fiction, poliziesco e altro ancora) degli ultimi quarant’anni e sicuramente uno dei più visionari, forse il più visionario in assoluto. Forse anche per questo collaborò frequentemente a “Carmilla”, dedita all’esplorazione delle varie forme dell’immaginario critico dell’esistente e diretta da un altro grande visionario della letteratura fantastica, al quale fu da sempre legato da una profonda amicizia.

Una carriera che poteva già contare sulla pubblicazione di ben 19 romanzi e di cinque o sei antologie di racconti. Trame che si svolgono dal XVII secolo fino ad un prossimo e non meglio definito futuro in cui, comunque, a dominare la scena permangono l’avidità, la violenza, il desiderio di dominio politico, economico e religioso. Avvolte tutte da un clima cupo in cui, spesso, l’eroismo o la volontà, pur ferrea, dei singoli non basta ad evitare catastrofi, massacri e devastazioni paragonabili soltanto a quelle di cui ormai ci giunge l’eco quotidianamente.

Sì, perché il visionarismo catastrofista, la violenza selvaggia ed ineludibile che animano le sue pagine hanno i piedi ben piantati nella realtà che ci circonda e che accompagna da secoli il modo di produzione ancora dominante. L’appropriazione mafiosa, imperiale o privata della ricchezza socialmente prodotta è il motore che anima il dipanarsi delle vicende narrate e la devastazione sociale e morale è sempre seriamente correlata a quella ambientale. Altieri non ha mai avuto dubbi in proposito e proprio per questo i suoi scritti sono animati più dal cinismo che dall’imperturbabile e insopportabile buonismo, egualitarista e fasullo, di matrice cattolica che deturpa ancora gran parte della cultura, della letteratura, dell’immaginario politico contemporaneo.

Ciao Niki


Due parole per ricordare Niki Lauda. Chi mi conosce sa della mia passione per la F.1 e quella fiamma arde, sì, da quel 1 agosto ’76, quando Niki ebbe l’incidente che ha segnato il resto della sua vita e forse, ne ha determinato la morte.

Nella mia fantasia da adolescente Lauda ebbe un ruolo unico: fu l’iniziatore al personale concetto di crescita e mito che, fino ad allora, erano per me territori psichici totalmente vergini, sconosciuti; devo molto a quelle lontanissime settimane, anche la mia fantasia da scrittore ha le sue fondamenta in quelle drammatiche giornate in cui il pilota della Ferrari era appeso tra la vita e la morte, e nel corso dei decenni successivi vederlo e leggerlo in TV, e nelle interviste, mi ha sempre donato un senso di amarcord, qualcosa che riconoscevo all’impronta come familiare, mio.

Eri davvero unico, lo si annusava da lontano, e tutto ciò fa parte della nostra umanità più interiore e terribile, e forse per questo anche magnifica. Grazie Niki, buon viaggio; lo starai facendo al meglio delle tue possibilità, è indubbio.

Addio a Mario Marenco | False percezioni


Mi associo alla tristezza espressa da Luigi Milani per la morte di Mario Marenco, che chi ha la mia età non può non ricordare per i suoi funambolismi fanciulleschi e per la sua verve unica, espressa accanto a veri maestri dell’ironia, della sagacia, del dissacrante, ovvero la banda di Alto Gradimento, la trasmissione radiofonica dei primi ’70 di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, che è poi sbarcata in televisione e ha caratterizzato l’alternative colto e divertente, genere ormai dimenticato e, dai più, completamente sconosciuto. Un abbraccio a Mario e a tutta la banda, un abbraccio all’intelligenza che sembra essere sfumata da lungo tempo ormai.

Il dolore negato | Un saggio da leggere e su cui riflettere


Recensione a cura di Luigi Milani al libro Il dolore negato, di Pier Luigi Gallucci, che indaga l’argomento della dipartita degli animali domestici, coloro che hanno condiviso con noi una porzione intima di vita particolarmente intesa, anime di casa che sono entrate in profonda sintonia con noi, quel noi familiare e privato, particolareggiato, intenso, vicino all’amore struggente. Un estratto della recensione:

Il trapasso è un tema che fa paura a tutti noi, inutile girarci attorno. Uomini e donne civilizzati degli anni Duemila, tendiamo addirittura a negare la morte quando sono le persone a morire – si legga in proposito anche l’illuminante saggio La morte si fa social di Davide Sisto, di recente recensito sul blog GraphoMania – ma nel caso degli animali giungiamo perfino a ignorarla, a “far finta di niente”.

Ma come si può restare indifferenti quando si viene privati di un amico con il quale abbiamo scambiato affetto, emozioni, esperienze, con il quale in una parola abbiamo condiviso una parte del nostro transito terrestre? Eppure, nella nostra società disumanizzata, la morte di un animale è considerata da molti una perdita di scarsa rilevanza, e manifestare le nostre più che legittime reazioni a tale evento luttuoso è visto come un comportamento esagerato, quasi ridicolo.

«Era solo un gatto» o «Era solo un cane» sono frasi che suonano alle nostre orecchie come una cinica banalizzazione della situazione di autentica sofferenza che invece viviamo. Perché, sottolinea Gallucci, la fine della relazione con un animale domestico è analoga, sul piano psicologico, alla scomparsa di una persona cara. In altre parole, dobbiamo poter elaborare il lutto, compiendo un percorso doloroso ma necessario, che richiede necessariamente del tempo. Dobbiamo lasciar decantare l’evento, senza sforzarci, peraltro inutilmente, di ignorare il dolore e tutto quel ventaglio di reazioni che non è bene reprimere, pena il penoso prolungamento della nostra sofferenza.

C’è poi un altro aspetto evidenziato con acutezza nel saggio, la mancanza di una ritualità codificata per celebrare il distacco, a differenza di quanto avviene in occasione della morte delle persone a noi care. Starà dunque a noi adoperarci per trovare delle forme rituali atte a ricordare, e perché no, anche a commemorare, l’animale scomparso. Il libro illustra bene le possibilità a nostra disposizione al fine di riuscire a creare una sorta di rito, che possa aiutarci ad accettare la dura realtà dell’addio al nostro amato animale.

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