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Archivio per Marco Maculotti

Giovanna d’Arco, le Fate e “San Michele” | AxisMundi


Su AxisMundi – dove, come sempre, gli articoli sono molto interessanti – un piccolo trattato su Giovanna d’Arco e le fate, e le sue visioni mistico-surreali. Un buon estratto:

Sebbene molti ritengano che, storicamente, l’Europa sia da quasi mille anni interamente cristiana, lo studio delle testimonianze d’epoca, a partire dai processi alle streghe e dai canoni ecclesiastici, ci racconta una storia ben diversa, che emerge tra le pieghe per chi la sappia vedere. Per gli studiosi della storia delle religioni dell’ultimo secolo, d’altronde, la contrapposizione cultuale e ideologica che oppose, per quasi due millenni, il cristianesimo e le religioni native europee è cosa nota.
Giovanna d’Arco era nata a Domrémy: questo luogo era noto nell’antichità per aver dato i natali a numerosi sensitivi e guaritori, individui cui nella tradizione celtica si attribuisce la cosiddetta «seconda vista». Non lontano dal villaggio svettava un faggio, denominato dai popolani «l’Albero delle Fate» o «delle Signore». Era un faggio, da cui si ricavava ogni anno, per la festa di fine anno, il «palo di maggio» (o, più semplicemente, «il maggio»). A poca distanza sorgeva una fonte sacra,  alle cui acque si attribuiva il potere di guarire le febbri. Giovanna fin da bambina danzava intorno all’Arborum Dominarum, intrecciava ghirlande di fiori freschi e ne decorava i rami in onore all’immagine di Santa Maria di Domrémy, e «cantava canti e carmi con certe invocazioni». È evidente che il substrato mitico e sacrale del luogo è tutto fuorché cristiano: siamo nell’ambito del culto delle Fate (Faés) o «Dame Bianche», di sapore inconfondibilmente celtico. Quella del fairy-tree è una tradizione ancora oggi diffusa in Irlanda: io stesso ne ho visitati un paio, presso la sacra collina di Tara e la tomba a corridoio di Carrowkeel, siti entrambi risalenti al Neolitico (il che la dice lunga sulla longevità storica di certi culti).

Era inevitabile che prima o poi se ne accorgesse anche il potere ecclesiastico, ancor più allarmato in quanto correva voce tra i popolani che Giovanna avesse ricevuto la sua missione divina dall’Albero delle Fate. Sotto le sue fronde aveva udito delle voci, che da quel momento in poi la indirizzarono in tutte le decisioni più importanti della sua vita. Durante gli atti processuali, interrogata dagli inglesi, confessò che la sua madrina aveva visto le Fate e ci aveva parlato, ma sottolineò il fatto che ella era «una donna buona, e non una divinatrice o una strega». Le confessioni della giovane ricordano quelle dei Benandanti friulani quando vennero interrogati dall’Inquisizione, tra il XVI e il XVIII secoli, sui proprî caratteristici culti «estatico-agrari», di netta impronta pagana: come questi anche Giovanna riceve nottetempo le visite di un «angelo di luce», che scoprirà poi essere San Michele.

«Quelli della mia parte sanno bene che la voce mi fu mandata da Dio, hanno visto e conoscono questa voce. Anche il mio re e molti altri hanno udito le voci che venivano a me… Vidi lui [San Michele] con gli occhi del mio corpo, come vedo voi», si difese Giovanna, affermando di averlo visto molte volte prima di sapere che era San Michele, quando era ancora bambina. Obbedendo alle voci, la novella Vestale era convinta di fare la volontà delle «Persone Sante», di cui San Michele era il comandante nella millenaria guerra contro il Male. Rifiutò ostinatamente di giurare sul Vangelo e fu difficile persuaderla a fare lo stesso col messale, e quando le domandarono se avesse mai bestemmiato Dio, rispose che «non aveva mai maledetto i Santi». Chiestole se avesse mai rinnegato Dio, affermò di «non aver mai rinnegato i Santi»: «io credo alla Chiesa che è in terra».

Giovanna era convintissima della sua missione divina, e nessuno avrebbe potuto convincerla del contrario. La Francia, d’altronde, si era salvata grazie a lei, e alle voci a cui ella obbediva. All’inizio del processo disse che «era venuta da Dio» e che «non aveva niente da fare qui», chiedendo a gran voce di essere rimandata al più presto donde era giunta. Come il Salvatore cristiano, sapeva già che il suo tempo era limitato, perché glielo avevano rivelato le voci delle Persone Sante: sarebbe stata presa «prima della festa di S. Giovanni», cioè il solstizio d’estate. Tuttavia le dissero anche che non doveva affliggersi ma accettare fino in fondo il suo destino e la sua missione, che sarebbe infine giunta nel regno dei cieli. Su queste entità divine, che sebbene negli atti del processo denomini «angeli» presentano molteplici punti di contatto con i fairies (lett.: «i luminosi», «gli splendenti») del folklore celtico, aveva detto ai suoi accusatori: «Vengono spesso tra gli uomini senza che nessuno li veda; io stessa li ho visti molte volte in mezzo alla gente».

Mimesis editore presenta “Carcosa svelata” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Carcosa Svelata (di cui abbiamo già parlato qui e qui), saggio Mimesis di Marco Maculotti sugli aspetti esoterici e non solo della serie TV True detective, che si riflette in un’altra serie fondamentale, la Twin Peaks di David Lynch.

True Detective è diventata serie di culto grazie soprattutto a una sceneggiatura letteraria di grande impatto che propone personaggi a tutto tondo, le cui vite sembrano gravate da una sorta di maledizione che ha a che vedere con il mistero del tempo e dell’eterno ritorno dell’uguale. La lettura esoterica offerta dall’opera di Maculotti, come recita il sottotitolo, fa leva su una narrazione che si distingue per il non detto e per le atmosfere arabescate di simbolismi dotati di una storia millenaria. A questo riguardo, si possono rilevare certe similitudini con Twin Peaks, soprattutto per la capacità di entrambe le serie tv di proiettare lo spettatore in una dimensione ‘altra’, esulante la dimensione del quotidiano. Commenta l’autore:

“Nel libro viene inquadrata la figura del Re in Giallo, adorato dalla setta, mettendolo a confronto con alcune divinità della storia antica, proponendo un’analisi maggiormente filosofica delle tematiche più profonde del serial televisivo, vale a dire quella del mistero del tempo divoratore e dell’eterno ritorno dell’uguale, e più per esteso del destino riservato, similmente a una maledizione fatale, ai vari personaggi del serial”.

Basandosi sugli strumenti dell’antropologia del sacro e della storia delle religioni, l’opera di Maculotti consente di comprendere al meglio tutto ciò che nella nuda narrazione dei fatti degli otto episodi della prima stagione rimane silente e inespresso, occultato e implicito. Analizzando il significato profondo dei simboli disseminati durante le otto del serial di Pizzolatto, il libro intende gettare luce sul tipo di culto, di credenze e di forma mentis che sta dietro al lato meramente esteriore degli accadimenti mostrati allo spettatore. Spiega nell’introduzione Maculotti:

“In un contesto poliziesco con elementi paranormali perfettamente integrati nella storia, l’approccio al caso del detective protagonista Rust Cohle è eccentrico e surreale almeno quanto quello dell’agente Dale Cooper in Twin Peaks, e la sua esistenza decisamente più cupa. La sua immersione nei delitti della Setta della Palude ha i crismi di una vera e propria discesa negli inferi, un viaggio esistenziale e metafisico, a cui seguirà, durante il coma, l’ascesa al mondo superno e la sua liberazione dalla ‘trappola samsarica della vita’”.

“Il cosmo ciclico e il mito dell’eterno ritorno”, su Stroncature – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi un post che indaga, ancora una volta e in altre ottiche, la serie TV TrueDetective:

Cosa ha reso True Detective una serie tv così speciale e di culto? Probabilmente la sua caratteristica di basarsi più sul non detto che sul detto, di sfruttare più le atmosfere create e i simbolismi sapientemente velati, che non quello che accade effettivamente. Una peculiarità lodevole che però rende molto complicato decifrare i suoi significati più reconditi. Se sviscerare la serie nel suo complesso può sembrare un’operazione quasi impossibile, proprio per la sua caratteristica di non dire, nessuno vieta di provare a gettare luce su alcuni elementi-chiave della storia, analizzabili per esempio con gli strumenti dell’antropologia del Sacro e della storia delle religioni.

Ma si è partiti da qui:

Nei primi due secoli dopo Cristo, in tutto il Mediterraneo romano si diffuse il culto di una bizzarra divinità mediorientale, originatasi nei vangeli apocrifi e connessa a un particolare filone del cristianesimo delle origini: lo gnosticismo. Il nome del dio era Abraxas, e il suo compito era quello di regnare sul cosmo inferiore, assicurando l’equilibrio del ciclo universale, destinato a ripetersi invariato, senza sosta. Le origini di Abraxas, però, sono molto più antiche, e discendono dalle tradizioni sciamaniche dell’Asia centrale: ne è prova il suo tamburo rituale, attributo divino giunto in Palestina dalle steppe tramite l’influenza culturale dell’impero persiano. Già gli sciamani, infatti, celebravano il rito circolare dell’eterno ritorno, ritenendo che il tempo non fosse altro che un “cerchio piatto”, una forza primordiale da cui scaturisce una creazione destinata a ripetersi senza sosta.
Nei primi secoli dopo Cristo, in tutto il Mediterraneo romano si diffuse il culto di una misteriosa divinità che troviamo raffigurata su numerose gemme e amuleti, ma anche invocata in molte preghiere e papiri magici. Il suo nome è Abraxas, e le sue sembianze sono quelle di una creatura umanoide con i piedi serpentini e la testa di gallo. Lo ritroviamo nei vangeli gnostici, testimonianze di un vero e proprio cristianesimo alternativo. Ma Abraxas è un dio benigno o un demone malvagio? Cos’è l’oggetto rotondo che regge in una mano? Esaminando le fonti e le testimonianze storiche, il libro ricostruisce un’affascinante rete di simboli che, attraverso il millenario tamburo magico, collega i rituali sciamanici dell’Asia centrale con i culti del Mediterraneo antico. E non solo: nel corso dei secoli il mistero di Abraxas ha affascinato i cavalieri Templari, Erasmo, Tommaso Moro, Jung e Crowley, e continua a sopravvivere nella cultura pop contemporanea, tra romanzi, serie tv e fumetti.

Non è una leggenda confinata in un passato remoto: il mito dell’eterno ritorno riemerge con forza anche nella spiritualità contemporanea e nella cultura pop, come conferma il successo internazionale della prima stagione della serie tv True Detective di Nic Pizzolatto, che rielabora a tinte noir la concezione del “Tempo Divoratore”, prendendo soprattutto spunto dal saggio di Thomas Ligotti (“La cospirazione contro la razza umana”), dalla letteratura del fantastico di fine ‘800 e inizio ‘900 (Ambrose Bierce, Robert W. Chambers, H.P. Lovecraft) e dalla filosofia pessimista e nichilista (Schopenhauer, Cioran). Protagonista del serial è il cinico investigatore Rust Cohle, interpretato dall’attore Matthew Mc Conaughey, il quale esibisce nel suo complesso personaggio tutti i crismi dello “sciamano” contemporaneo. Dal mitico Abraxas dei vangeli apocrifi alle paludi della Louisiana, l’idea del cosmo ciclico continua a suggestionare l’Occidente, rivoluzionando le sue apparenti certezze…

Negli oscuri meandri di Carcosa – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi un lungo articolo che setaccia, attraverso la pubblicazione Carcosa svelata, di Marco Maculotti,  la serie TV True detective, fonte di letture e riletture del reale che affondano nella trascendenza e nel kernel attuale del Fantastico. Un estratto:

In un’era in cui la produzione di serie tv è continua, persino asfissiante, ce ne sono poche che si prestano a essere analizzate a fondo. La prima stagione di True Detective è una di queste. Che il serial di Nic Pizzolatto sia strutturato su una profonda base filosofico-letteraria dal 2014 a oggi l’hanno capito in molti. Eppure, pochi hanno osato penetrarvi all’interno.
Svelare Carcosa, attraverso uno studio profondo dei misteri che le gravitano attorno, approfondendo simboli, influenze e richiami (più o meno espliciti) presenti nell’opera di Pizzolatto. Maculotti parla di appunti, ma il suo lavoro è molto di più: tredici capitoli, suddivisi in tre parti e accompagnati dalle perturbanti illustrazioni di Marco Sabbatani, in grado di trasportare il lettore all’interno della città perduta e nella mente dei suoi personaggi principali. Una lettura da compiere tutta d’un fiato, come se si partecipasse a un rito o si guardasse una serie tv. Ci sarà tempo poi per ritornare sulle singole parti, rimarcare i richiami interni e delineare nuove connessioni.

La struttura del libro è organica, ben articolata, ma anche sorprendente. Parlando di True Detective, ci si sarebbe potuti aspettare che la prima parte fosse incentrata su Thomas Ligotti, lo scrittore statunitense fonte di ispirazione principale del regista. Invece Maculotti stupisce, prendendo le mosse dai legami della serie con fatti reali e di rilevanza sociale. Parliamo dei parallelismi tra la Setta della Palude e il Bohemian Grove californiano, tra il «posto dove uomini ricchi vanno ad adorare il demonio» e i casi di cronaca nera avvenuti prima dell’uscita del serial, tra True Detective e altri prodotti cinematografici, da Rosemary’s Baby di Roman Polanski a Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick. Un primo capitolo agghiacciante, che presenta il sostrato narrativo e solleva inquietanti interrogativi sulla realtà.
Da qui la narrazione prosegue seguendo due filoni tra loro complementari: uno fantastico-letterario e un altro mitico-filosofico. Il primo viene trattato nella seconda parte. Qui Maculotti ripercorre le origini di Carcosa, la città perduta menzionata per la prima volta da Ambrose Bierce nel suo racconto del 1885 An Inhabitant of Carcosa e dieci anni dopo da Robert W. Chambers nella sua celebre raccolta The King in Yellow. Proprio nel racconto che apre l’opera, il narratore introduce il volume maledetto, di cui non si riesce a liberare, con queste parole:

Lessi e rilessi quelle pagine e piansi, risi e tremai in preda a un orrore che a volte mi assale ancora oggi. Ed è questo che mi turba, perché non posso dimenticare Carcosa, dove nel cielo risplendono stelle nere e dove le ombre dei pensieri degli uomini si allungano nel pomeriggio, dove i Soli gemelli affondano nel lago di Hali: la mia mente conserverò per sempre il ricordo della Maschera Pallida.

Elementi che troviamo, in forma rielaborata, in True Detective. Sia nei racconti di Bierce e Chambers che nella serie di Pizzolatto, Maculotti sottolinea come «chi sperimenta Carcosa durante una visione […] sembra improvvisamente condotto mentalmente a una preter-esistenza al di fuori del tempo, il cui ricordo causa un vero e proprio trauma emotivo». Una forma di pazzia derivata da un’esperienza estatica, tanto irresistibile quanto terrificante.

Oltre ai due autori di fine Ottocento, la trattazione spazia tra le innumerevoli connessioni letterarie con l’universo mitopoietico derivato dalla città perduta. In questo senso vengono richiamati, tra gli altri, i maestri del fantastico Howard Phillips Lovecraft e Abraham Merritt, ma è nel rapporto con Il grande dio Pan di Arthur Machen (di cui Maculotti è grande conoscitore) che l’analisi è particolarmente sottile. La pazzia estatica derivata dal Re in Giallo di Chambers sarebbe paragonabile, infatti, alla regressione protoplasmatica dovuta alla visione del Pan di Machen: entrambe esperienze che conducono al disfacimento fisico e psichico dei disgraziati beneficiari. In True Detective la tematica viene riproposta nell’ultimo capitolo, quando Rust Cohle rivela al collega Martin Hart la sua discesa abissale durante il coma:

C’è stato un momento in cui ho iniziato a scivolare nell’oscurità. Era come se fossi diventato un essere senza coscienza con una vaga consistenza nell’oscurità e sentivo che quella consistenza svaniva. Sotto l’oscurità c’era un’altra oscurità, un’oscurità che era più profonda, calda. Era come se fosse tangibile.

Presentazione di «AXIS mundi» agli Stati Generali della Psichedelia in Italia 2020 – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi un lungo articolo di Marco Maculotti che aiuta a inquadrare l’essenza stessa del sito, il motivo per cui esiste e gli obiettivi che i tenutari si sono prefissati. Un estratto, non esaustivo ma significativo:

Inquadrare «AXIS mundi» in una categoria ben definita non è semplice. Pur essendo incentrato su tematiche apparentemente molto accademiche come la storia delle religioni, l’antropologia del sacro, l’etnografia e il folklore, in realtà le pubblicazioni riguardano spesso anche argomenti più difficilmente inquadrabili in una prospettiva accademica, come tutte quelle dottrine che vengono solitamente definite “esoteriche”, pratiche rituali e “magiche”, e non ultima la letteratura del fantastico.
Il “filo rosso” che unifica tutte queste tematiche eterogenee trattate sulle pagine di «AXIS mundi» in realtà, definizioni ed etichette a parte, è molto chiaro, e si può rintracciare nella credenza nell’esistenza di un mondo ulteriore dietro quello di cui facciamo esperienza tutti i giorni con i sensi ordinari: un mondo occulto e normalmente invisibile, decifrabile alla stregua di un codice segreto, cui l’individuo può accedere eccezionalmente durante le esperienze estatiche e mistiche e di cui la storia delle religioni e le dottrine etnografiche ci hanno dato innumerevoli testimonianze attraverso i millenni della storia dell’umanità.
A livello accademico l’antropologia non si è mai concentrata, purtroppo, su questa prospettiva interpretativa dell’esperienza cultuale e religiosa. Quando nacque nel XIX secolo, l’antropologia era considerata nelle università una disciplina quasi interamente incentrata sul profilo razziale. Nella seconda metà del XX secolo si è poi passati a una prospettiva nominalmente “culturale”, ma in realtà più incentrata su tematiche di tipo sociologico, e non sulle tradizioni sacre stricto sensu. Io invece ritengo che, se vogliamo davvero studiare la storia dell’homo religiosus attraverso i millenni, dobbiamo mettere al centro della nostra analisi proprio l’esperienza sacra in sé, e tutta la visione del mondo che nelle società tradizionali stava dietro e rendeva possibile, collettivamente e individualmente, questa esperienza.

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Apparizioni Mariane & “Dame Bianche” – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un lungo intervento di Marco Maculotti sulla continuità delle apparizioni della Madre, attraverso epoche pagane e postpagane, nel Centro e Sudamerica. Un estratto:

Ha recentemente destato preoccupazione, tra i cattolici tradizionalisti, la celebrazione del rituale dedicato a Pachamama, Dea Madre della tradizione andina, nell’ambito del Sinodo Pan-Amazzonico, svoltosi in Vaticano durante il mese di ottobre 2019. Molti tra i fedeli e pure diversi ecclesiastici e teologi hanno visto nel rituale una celebrazione contro-iniziatica, idolatrica, addirittura “satanica”, accusando tra le altre cose la curia di Roma di mirare a sostituire il Culto Mariano con quello profano ed “ecologista” della Madre Terra.
Non vogliamo in questa sede impelagarci in discorsi teologici vertenti sui dogmi della Vergine Madre né tantomeno sostenere una concezione stricto sensu sincretica fra la medesima e le più svariate figure femminili venerate dalle altre religioni, quanto piuttosto limitarci a riportare alcune riflessioni volte ad analizzare l’aspetto archetipale delle Apparizioni Mariane al di là dei dogmi cattolici, nonché a mettere in luce alcune caratteristiche inaspettate e ricorrenti che sembrano non presentare soluzione di continuità con i culti precristiani.

Molti elementi delle Apparizioni Mariane degli ultimi secoli sembrano richiamare Misteri molto più antichi del cristianesimo. È per esempio il caso del già menzionato caso della Vergine di Guadalupe che apparve il solstizio d’inverno del 1531 presentandosi contemporaneamente come la Vergine Maria e la Inninantzin Huelneli, cioè la «Madre dell’Antico Dio», vale a dire Quetzalcoatl, il «Serpente Piumato», la divinità più elevata del pantheon precolombiano. Ritorna dunque anche in questa tradizione l’immancabile “incontro” tra Femminino e Serpentino, addirittura a più livelli: secondo la tradizione, Quetzalcoatl era infatti nato dalla dea Coatlicue, letteralmente traducibile come «Gonna di Serpenti», personificazione della natura madre e dell’aspetto femminile della divinità, che l’avrebbe concepito verginalmente, ingravidata da un frammento di giada, pietra particolarmente sacra nell’antico Messico.
Si vedrà dunque come anticamente, nella tradizione azteca così come in un numero infinito di culti precristiani, la figura della Madre di Dio coincideva anche, tra le altre cose, con quella della Madre Terra, e quindi comprendeva ipso facto sia l’aspetto benevolo e consolatore di cui si è detto sia quello terrifico, altrove rinvenibile sotto forma di culti come quello indiano di Kali o, per rimanere in ambito cristiano, in quello omologo delle cosiddette «Madonne Nere» o di «Sara la Nera» per gli Zingari, che analogamente alla Dea Nera degli Induisti coniugano in una sola persona divina i due aspetti predetti, come pure la Santa Muerte così venerata nel Messico odierno.
Il rapporto esistente tra la Madonna e la morte, d’altronde, è troppo ricorrente per non essere rilevato: si è già detto che numerose Apparizioni Mariane degli ultimi decenni hanno portato alla rivelazione profetica di immani disgrazie come guerre e carneficine. Jean Markale, parlando della «Legione di Maria» [10] esistente in Irlanda fin dai primi secoli cristiani, fa della Vergine (e anche di Sant’Anna) un doppio funzionale dell’antica dea celtica Ana o Dana, omologa della Diana italica, divinità selenica; d’altronde, anche la Madonna viene tradizionalmente rappresentata con i piedi al di sopra di una falce lunare.
Dea della nascita come della morte, attraverso la sua “porta” (in latino ianua) avveniva la nascita nel nostro mondo e soprattutto, dopo la morte fisica, quella al mondo degli dèi e dei Tuatha de Danann: «nel momento in cui si oltrepassa trionfalmente la porta, si penetra nel mondo degli Anaon, vale a dire dei Trapassati», accedendo così al mondo degli dèi. È lo stesso Markele a sottolineare che «non si raggiunge la dimora di Dio se non passando per il mondo dei morti», di cui Ana-Diana-Maria detiene le chiavi similmente alla Reitia degli antichi Veneti, Dea Madre e Signora dell’Aldilà, divinità della natura, della fertilità, della guarigione e della salute, o forse meglio sarebbe dire della salvezza (nella concezione delle culture tradizionali sovente i due termini si confondono).

Arthur Machen: l’apprendista stregone di autori vari – Club GHoST


Sul ClubGhost la recensione di Cesare Buttaboni a “Arthur Machen, l’apprendista stregone”, saggio multiautoriale che indaga la figura del seminale scrittore gallese di weird, intriso di un paganesimo che è salutare di questi tempi – anche in altri, a dirla tutta.

libretto appena pubblicato da Bietti a cura di Paolo Mathlouthi (che comprende tre interessanti saggi di Alessandra Colla, Marco Maculotti e Andrea Scarabelli) confermano il fermento intorno alla sua figura. Nonostante questo, Machen, nonostante gli omaggi di Lovecraft, Stephen King e Guillermo Del Toro, non ha mai sfondato (a differenza di Lovecraft) presso il grande pubblico ma il motivo è che ci troviamo di fronte a un autore particolare, lontano anni luce da un horror di facile presa sul lettore. Per Fruttero e Lucentini era uno scrittore estremamente raffinato e di nicchia (trovavano il suo stile troppo reticente e, per questo motivo, cassarono Il Gran Dio Pan dall’antologia “Storie di fantasmi” della Einaudi, anche se consideravano Il terrore un capolavoro) mentre per Borges era un “minore” senza che questo termine fosse da considerare in senso negativo dal famoso scrittore argentino. Di sicuro Machen è il mio scrittore “weird” preferito. Proprio del citato romanzo Il Gran Dio Pan si parla diffusamente in Arthur Machen: l’apprendista stregone. In particolare Marco Maculotti nel suo articolo Arthur Machen, profeta dell’Avvento del Grande Dio Pan, sottolinea come la pubblicazione, nel 1894, del romanzo dello scrittore gallese, costituisca un vero e proprio spartiacque nella concezione della natura di questa divinità. Mentre prima Pan era visto alla stregua di un dio pastorale, d’ora in avanti verrà considerato nei suoi aspetti inferi e occulti almeno fino alla fine della Grande Guerra che, con tutto il suo carico di orrori, è quasi il compimento delle predizioni nefaste del libro di Machen. Del citato racconto Il terrore ce ne parla con grande competenza Alessandra Colla che si sofferma anche sulla biografia dello scrittore. Andrea Scarabelli sottolinea invece l’importanza della lettura che di Machen fece Jacques Bergier prima nel libro di culto Il mattino dei maghi (che conteneva l’incipit de Il popolo bianco, forse il migliore racconto macheniano in assoluto) e poi in Elogio del fantastico dove c’era un intero capitolo a lui dedicato. In retrospettiva forse Bergier ha esagerato la sua permanenza nella Golden Dawn: Machen era una persona sensibile in cerca di ispirazione e qualcosa deve aver ricavato da queste esperienze, ma la sua condanna nei confronti dello spiritismo e dei suoi aspetti deleteri è oggi ben nota.

Disponibile sul sito di Bietti: http://www.bietti.it/categoria-prodotto/critica/.

 

Sulla concezione tradizionale dell’arte figurativa e sulla sua funzione sacrale – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un trattato sulla dicotomia – causa-effetto – della concezione scientifica che esiste soltanto in virtù della concezione religiosa o mistica dell’esistenza umana, trasfigurandola così in arte. Un modo di equilibrare le energie antropologiche con un dualismo che è tale dalla notte dei tempi e che in questi anni, su altri aspetti della nostra esistenza ma nemmeno troppo distanti, è venuto a mancare nel mondo economico, con il trionfo del capitalismo sulle dottrine socialiste (lo so, ho semplificato molto, forse troppo, ma non è questa la sede per parlarne). Un estratto:

Fu Julius Evola a rilevare come anticamente, fin dall’epoca dei Cromagnon, l’arte figurativa fosse sempre stata caratterizzata dall’«inseparabilità dell’elemento naturalistico da una intenzione magicosimbolica». Prendendo le fila da questa osservazione, vi è subito da notare come nel mondo tradizionale l’arte non fu mai considerata fine a se stessa né fondata unicamente su concetti meramente esteriori quali bellezza o piacevolezza: al contrario, si può affermare che il fine principale dell’arte figurativa antica — come per es. nel caso delle pitture rupestri rappresentanti scene di caccia — fu sempre di carattere magico-apotropaico. In altri termini, tradizionalmente la raffigurazione pittorica ebbe lo scopo di concentrare l’attenzione “magica” dei membri della società tribale, ad es. sulla preda che veniva dipinta. Questa convergenza di attenzione e volontà da parte di tutti i consociati avrebbe condotto al risultato sperato, e veicolato dalla pittura: la cattura della selvaggina. Sempre Evola fa notare come

«le arti antiche […] erano tradizionalmente “sacre” a particolari numi o eroi, sempre per ragioni analogiche, tanto da presentarsi come contenenti potenzialmente la possibilità di realizzare “ritualmente”, cioè nel valore di simbolo di una azione o significato trascendente, la varietà dell’azione materiale».

E ciò non vale solo per quanto riguarda la pittura: nell’esempio dei Cromagnon a cui abbiamo accennato, una funzione importantissima ebbe anche la danza rituale. Una visione per così dire complementare del sacro e del profano — per come siamo soliti intenderli noi uomini moderni — sopravvisse a lungo: ancora in epoca classica, Luciano riferisce che i danzatori avevano conoscenza dei “sacri misteri”, ragion per cui non di rado venivano assimilati a dei sacerdoti.

Si deve dunque sottolineare come, nelle società tradizionali (e con ciò intendiamo comprendere una fascia temporale della durata di diverse decine di millenni) a ogni arte o scienza profana è sempre corrisposta una “scienza sacra”, la quale aveva, per dirlo con Evola «un carattere organico-qualitativo e considerante la natura come un tutto, in una gerarchia di gradi di realtà e di forme di esperienza, delle quali forme quella legata ai sensi fisici non è che una particolare».

In questo senso Ananda K. Coomaraswamy poté affermare che «religione e arte sono quindi nomi diversi per una stessa esperienza: un’intuizione della realtà e dell’identità». Identificandosi con le figure non solo antropomorfe della pittura rupestre, ma altresì anche e soprattutto con le rappresentazioni della preda (una renna, per esempio) i cacciatori Cromagnon si assicuravano il buon esito della spedizione: in tale operazione magico-apotropaica era essenziale l’identificazione con la situazione stessa, e quindi con tutti i fattori da cui ne sarebbe dipeso l’esito — i cacciatori così come la preda.

Si pensi anche alle prime forme mediterranee delle arti teatrali: da una parte esse avevano relazione con un antichissimo complesso di cerimoniali volti ad ottenere e a garantire la fertilità del mondo naturale (si può pensare a questo riguardo ai rituali del tipo dei Lupercalia, i quali dietro l’aspetto esteriore di pantomime veicolavano una funzione magica ben poco dissimile da quella che sottintendevano le danze e le pitture dei Cromagnon); dall’altra, se sfociarono nei “drammi sacri” del tipo della tragedia (da τραγῳδία, lett. “canto del capro”), la ragione con tutta probabilità è da ricercarsi nelle loro origini.

Noi riteniamo infatti che il substrato da cui nacque l’ars teatrale mediterranea vada ricercato nell’ambito del Sacro, e segnatamente nelle iniziazioni e nelle adunate delle confraternite misteriche del mondo antico — quali le Dionisie e le Tesmoforie — oltre che nelle “mascherate” di fine anno e in altre ricorrenze tradizionali del calendario cosmico-agrario.

La maschera del Daimon: Gustav Meyrink e la “Metamorfosi del sangue” – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un approfondimento su Gustav Meyrink e la sua opera, lo scrittore weird che tanto ha dato al genere e tanto ha preso all’esoterismo. Un estratto:

Di Gustav Meyrink abbiamo già parlato sulle nostre pagine, recensendo la sua raccolta di saggi Alle frontiere dell’occulto — Scritti esoterici (1907 – 1952) recentemente tradotta in italiano dalle edizioni Arktos. La metamorfosi del sangue (titolo originale Die Verwandlung Blutes), testo appena pubblicato dalle edizioni Bietti — che nel sottotitolo invita a considerarlo alla stregua di una «Autobiografia spirituale» dello scrittore austriaco —, è da inquadrarsi dalla medesima prospettiva, presentando in forma di saggio le tematiche “occultistiche” che hanno reso così unica la mitopoiesi del’autore in questione.

Questa novità del catalogo Bietti, indirizzata agli appassionati della letteratura mitteleuropea di carattere “sovrannaturale” di inizio ‘900 e agli studiosi di dottrine “esoteriche”, si presenta impreziosita da una prefazione di Sebastiano Fusco (Il paradiso all’ombra delle spade. L’esoterismo nell’opera di Meyrink), dalla rara introduzione di Enrico Rocca alla prima edizione italiana de Il Golem e dalla postfazione critica di Andrea Scarabelli (Magiche metamorfosi), cui si deve ascrivere anche la curatela del testo. Così viene presentata l’opera in quarta di copertina:

«Come ormai universalmente riconosciuto, Gustav Meyrink è passato alla storia per aver inserito, nei suoi romanzi e racconti, una serie di esperienze vissute in prima persona nei più svariati ambiti di ciò che siamo soliti chiamare “esoterismo”. Tutte queste esperienze — dallo Yoga all’alchimia, dal tantrismo alla teosofia — sono accuratamente documentate ne La metamorfosi del sangue, saggio autobiografico rimasto inedito alla morte dell’autore, risalente agli ultimi anni della sua vita e qui tradotto per la prima volta in italiano. Testamento spirituale, lunga rêverie sul ruolo del destino e sulla possibilità d’influenzarlo attivamente, inno all’Immaginazione creatrice, questo scritto può essere considerato una sorta di “laboratorio” della narrativa di Meyrink, Demiurgo del Fantastico che fece di vita, letteratura e occultismo una cosa sola».

Parlando di trasmutazione del sangue o del corpo — dottrina che l’autore ritrova sia nello Yoga, che negli antichi insegnamenti gnostici, che tra i Rosacroce — Meyrink sottolineò come il superamento della condizione meramente umana cui fa seguito l’esperienza mistica di unione con il divino preveda la trasmutazione dello stesso veicolo corporeo del neofita: un tema, questo, che egli stesso indagò nei suoi romanzi iniziatici, così come pure fece nello stesso periodo il gallese Arthur Machen.

Nei racconti di quest’ultimo, i personaggi che riescono misteriosamente ad accedere all’Altro Mondo si renderanno conto, una volta tornati nel nostro mondo, di non aver più niente in comune con esso, appartenendo ormai de facto al mondo invisibile. Il cambiamento avvenuto in tali persone dopo la visita a Fairyland non è meramente psicologico, ma altresì ontologico: sia il loro corpo che la loro anima subiscono una vera e propria trasformazione, operata dai Fairies stessi, che ricorda da molto vicino lo «smembramento rituale» compiuto dagli spiriti iniziatori nelle tradizioni sciamaniche e la conseguente trasmutazione operata da questi ultimi sul corpo del neofita.

Folli, sciamani, folletti: la liminalità, l’alterità e l’inversione rituale – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un lungo articolo che esamina le assonanze tra i fairies della leggenda nord europea – ma non solo – e gli sciamani, i buffoni di corte e altre figure del folklore magico, passando quindi per la psichedelia. Vi lascio alla chiosa:

Si potrebbe dunque ipotizzare, avendo fornito questi dati, una discendenza iconografica della figura del Folle/Giullare da figure mitiche ben più arcaiche, entità sottili ben conosciute dal foklore. Da questo punto di vista, il Buffone medievale sembra essere, in ultima analisi, una antropomorfizzazione e una profanizzazione paradigmatica di figure altre in un’epoca in cui, dominando la concezione cristiana, esse erano state estromesse dall’ambito immaginale e sacrale collettivo e quindi, di conseguenza — come detto — profanizzate e per tale via reinterpretate a un livello comprensibile per la nuova concezione dominante.

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