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Archivio per Marco Maculotti

Il Terrore e l’Estasi: “La collina dei sogni” di Arthur Machen – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un fluente articolo che celebra l’opera di Arthur Machen nel giorno del suo compleanno – oggi. Un estratto:

Nelle pagine del romanzo (La collina dei sogni) si possono dunque intravedere le difficoltà e privazioni che segnarono quegli anni di vita di Machen, dalla realizzazione del divario insormontabile esistente tra vita reale e vita ideale — un leitmotiv nell’opera macheniana — alle insidie insite nella stesura del libro: infatti, benché «ebbro di sentimenti e fantasie arcane, desidera[sse] con ardore tradurre ogni emozione in parole scritte», Lucian/Machen si rende conto che «[i]l grande mistero del linguaggio, la magia della parola, continuavano a sfuggirgli: le stelle brillano soltanto nell’oscurità della notte e il loro splendore si dilegua alla luce del giorno».

Il narratore percepisce «l’esistenza di cose nascoste e spaventose, fuori e dentro di lui», al punto che «il paesaggio del cuore si rifletteva nel mondo circostante e viceversa»: «le selvagge colline a cupola e i boschi che si profilavano minacciosi nel buio gli sembravano simboli di qualche tremendo segreto nascosto nelle fibre più recondite di quell’estraneo ch’era diventato ai suoi stessi occhi». Come nella migliore tradizione folk-horror britannica, il territorio si trasmuta in un «paesaggio che frantuma in modo netto l’ego del protagonista […] attraverso il contatto con l’Antico così come con il surreale e il sovrannaturale».

È evidente, qui come in tutto il romanzo, l’influenza esercitata su Machen dal decadentismo francese, da Huysmans a Baudelaire, secondo cui la Natura è da vedersi come un «tempio vivente», una «foresta di simboli» che solo il poeta, grazie alla sua sensibilità e veggenza, può decifrare; tema, questo, peraltro caro anche al contemporaneo William Butler Yeats.

È solo uno dei tanti passaggi citati nell’articolo, tutti meritevoli di attenzione perché tutti tendenti a un mondo surreale, a una descrizione di realtà inesistenti sotto cui si agitano innumerevoli cosmi di energia, di oscurità, di surrealtà non descrivibili attentamente e scientificamente se non col metro delle proprie percezioni e sensibilità. Un capolavoro di uomo, Machen, e di verità.

I rapimenti dei Fairies e il mistero dei “Missing 411” – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un lungo excursus sulle sparizioni che la tradizione popolare anglosassone ha sempre voluto causate dagli gnomi e dalle fate. Qui, quelle suggestioni s’intrecciano con lo spirito dei luoghi selvaggi che, si cita, Algernon Blackwood e Arthur Machen hanno sempre narrato nei loro racconti folgoranti; non ultimo, anche le spiccate essenze fantastiche di Picnic a Hanging Rock, gli X-Files, True Detective e TwinPeaks trovano il giusto posto nell’articolo. Un estratto inesaustivo:

Pur non avendo mai avuto, fin dalla fondazione avvenuta nel 1776, una tradizione religiosa strettamente propria, gli Stati Uniti d’America più di ogni altro stato al mondo si configurano come l’area geografica che, tra lo scorso secolo e l’attuale, ha visto nascere una serie di correnti culturali nella cosiddetta “realtà alternativa” che potremmo definire pseudo-religiose. Si tratta di movimenti che, pur non potendo essere catalogabili stricto sensu come “religiosi”, sono basati su credenze ben precise condivise dai membri interni che spesso presuppongono una fede incondizionata nell’argomento, se non addirittura l’aver vissuto in prima persona un’esperienza catalizzatrice della stessa.

Il caso più famoso resta ovviamente la “religione” ufologica, con tutte le sue derive più o meno New Age, dalle abductions alla fecondazione in vitro di ibridi umano-alieni, fino alle più estreme teorie cospirazioniste che parlano di “rettiliani” et similia. Ma molti altri esempi potrebbero essere portati a titolo di esempio: la credenza nell’esistenza del Bigfoot/Sasquatch, omologo del più noto Yeti himalayano; il chupacabras, che molti vogliono responsabile delle cosiddette “mutilazioni del bestiame”; il Mothman, i cui avvistamenti avverrebbero poco prima di catastrofi inimmaginabili (si dice sia stato avvistato anche prima dell’attacco alle Torri Gemelle); il Diavolo del Jersey; e via discorrendo.

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L’iniziazione sciamanica e le vie dell’Aldilà nella tradizione nordamericana – A X I S m u n d i


Su AxisMundi l’analisi di un mondo sciamanico che continua a sopravvivere, nei rivoli del non visto e del non sentito, tra le anime del nostro mondo trascendentale, sviluppando i germi di un’ascesi che non muore mai.

È risaputo come nella tradizione europea il periodo dell’anno della cosiddetta “crisi invernale”, che va indicativamente dall’inizio di novembre (Samhain/Halloween/Festa dei morti) a gennaio/febbraio, si contraddistingua per una serie di credenze e riti che hanno a che fare con l’Altro Mondo e l’iniziazione. Che si analizzino i Saturnali romani, le cerimonie celtiche o la Yule dei Norreni, oltre a una serie di rituali deambulatori che sono rimasti in vita nel periodo medievale per arrivare fino a noi (Calusari romeni, Krampus austriaci, ecc.), i topòi ricorrenti di questo periodo dell’anno sono sempre i medesimi: regresso momentaneo, in attesa dell’inizio dell’anno nuovo, ad una situazione di caos e di indeterminazione; confusione dei ruoli sociali; contatti tra il mondo dei morti e quello dei vivi; complesso cultuale “del visitatore”; iniziazione dei giovani alle confraternite segrete; processioni e danze con maschere che impersonificano i demoni e gli spiriti dei defunti, e via dicendo.

Meno conosciuto è il fatto che anche i popoli nativi dell’America settentrionale, la cui cultura religiosa è ascrivibile all’ambito dello sciamanesimo e dell’animismo, contemplano nello stesso periodo dell’anno credenze e pratiche rituali estremamente simili, che in questo articolo ci prefiggiamo di analizzare. Ci occuperemo innanzitutto delle cerimonie iniziatiche invernali, per poi cercare di inquadrare l’esperienza iniziatica vera e propria e il conseguente viaggio “in spirito” del neofita nel “villaggio degli spiriti”. In ultimo, tenteremo di definire le caratteristiche ascritte dalla tradizione nordamericana all’Altro Mondo e riporteremo alcune dottrine esoteriche riguardo la sopravvivenza dell’anima (o meglio, delle anime) alla morte fisica e al loro accesso conseguente a dimensioni altre.

Verso il “TimeWave Zero”: Psichedelia ed Escatologia in Terence McKenna – A X I S m u n d i


Bellissimo articolo, su AxisMundi, che traccia la via di Terence McKenna, storico punto di riferimento per la cultura psichedelica e trascendentale, che grazie alle sue idee rivelatrici ha saputo costruire attorno a sé un consenso ricco di rimandi allo sciamanesimo, all’esoterismo, alla filosofia e alle leggende antropologiche su fate, gnomi, esseri agenti di un mondo surreale che riemerge con l’esperienza psichedelica, ma non solo. Un estratto:

L’esistenza di questa dimensione invisibile dietro quella visibile, tema classico dello sciamanesimo di tutto il mondo, fu per McKenna una rivelazione strettamente connessa con le esperienze psichedeliche. Non solo: McKenna teorizzò anche che tale “mondo invisibile” si trovasse al di sotto o dietro le “barriere del linguaggio”, da ciò derivandone che, una volta oltrepassata la barriera linguistica “umana, troppo umana” si sarebbe sperimentato l’accesso a una dimensione trans-linguistica e trans-reale, quale era appunto quella spalancata dalle esperienze con la psilocibina o con il DMT:

« La capacità degli allucinogeni di annullare i confini disgrega le barriere del linguaggio. Queste piante ci mostrano che la superficie della realtà non è tale, ma è solo la superficie del nostro particolare linguaggio, che a quel punto sparisce svelando cosa c’è sotto. » 

McKenna collega questa sua teoria al fenomeno della glossolalia spontanea, particolarmente comune sotto l’effetto di sostanze psicotrope di quelle del tipo sopramenzionato:

« È come se la psilocibina fosse un feromone che stimola l’attività linguistica, un tentativo di connettere in qualche modo l’intenzionalità linguistica all’ontos dell’essere. Ed è come se le parole ti sgorgassero dalla bocca, si dà vita alle parole. E queste concrescenze di significato hanno poi creato quella specie di ambiente unitario che chiamiamo comprensione. »

Giunse quindi alla conclusione che, sotto la barriera del linguaggio, esistesse un “linguaggio” ordinariamente invisibile e al tempo stesso più reale del linguaggio stesso, una sorta di codice occulto che governerebbe tutti i fenomeni naturali, coscienziali e cosmici, qualcosa di simile a quanto sostenuto dagli alchimisti e dagli ermetici. Tale “linguaggio”, diversamente da quello normalmente utilizzato dagli esseri umani, più che udito deve essere visto:

« Ritengo che il linguaggio sia qualcosa che deve essere visto, non udito, e penso che ci evolveremo verso un linguaggio visibile, anche se al momento stiamo operando con questi codici acustici di qualità scadente. Credo che per certi versi la storia sia il processo che permette a questo linguaggio naturale di uscire, rivelarsi, definirsi, raffinarsi. »

Questa idea gli giunse osservando il fatto che gli sciamani amazzonici, dopo aver composto e cantato i propri Icaros (canti sacri donati dagli “spiriti dell’Ayahuasca”), li commentavano non secondo criteri uditivi, bensì secondo criteri visivi: capitava infatti che un membro della tribù commentasse che l’Icaro, pur essendo “variopinto” o “luminoso”, sarebbe stato migliore se fosse stato “più viola che blu”, o commenti di questo genere. In altre parole, gli sciamani Shuar descrivevano i propri canti più come opere pittoriche che come composizioni musicali.

Jacques Bergier e il “Realismo Magico”: un nuovo paradigma per l’era atomica – A X I S m u n d


Su AxisMundi un articolo che indaga il lavoro di Jacques Bergier su alcuni scrittori del Fantastico che coniugano SF, sacro e scienza. Un lavoro connettivista ante-litteram, di cui però è forse il caso prendere alcune misure. Un estratto:

La “via” che Bergier, «divulgatore scientifico, esperto di narrativa dell’Immaginario, scienziato “di sinistra” che aveva fatto al Resistenza ed era stato nei lager tedeschi», propose di seguire fu appunto quella del cosiddetto “Realismo Fantastico” (o “Magico”): un nuovo metodo di indagine in cui le conoscenze scientifiche più avanzate (fra cui, la fisica quantistica) erano destinate a fondersi con antichi corpora sapienziali, spesso di carattere segreto ed iniziatico (si pensi ai filoni alchemico, ermetico e teosofico), oltre che con il gli studi fortiani sul paranormale e la fantascienza di respiro cosmico del nuovo secolo. Dal punto di vista di Pauwels e Bergier, come scrive Gianfranco de Turris,

« […] non c’era una differenza sostanziale fra teorie e ipotesi sostenute nella saggistica scientifica e nei racconti di immaginazione: tutto si poteva mettere sullo stesso piano… Inoltre, più o meno apertamente, sostenevano la tesi di una specie di “complotto mondiale” che da tempi immemori cercava d’impedire simili collegamenti e quindi la scoperta di nuove verità, per mantenere l’umanità a livelli conoscitivi inferiori. »

Fairies, streghe e dee: il “nutrimento sottile” e il “rinnovamento delle ossa” – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un lungo trattato sulle abitudini fameliche che le streghe e gli spiriti affini abbiano tenuto nel corso dei secoli, documentate da libri e citazioni di cui l’epoca umana post classicità ha disseminato il suo cammino. Un estratto, che compendia ovviamente anche lo sciamanesimo, come già Graham Hancock ha analizzato nel suo tomo Sciamani:

Si può dunque a buon diritto ipotizzare che dietro i misteriosi “raduni stregoneschi” che si verificarono in Italia nei secoli XIV – XVI (e con tutta probabilità anche nei secoli precedenti) si debba riconoscere un substrato euroasiatico di tipo sciamanico la cui origine si perde nella notte dei tempi, ma che sappiamo caratterizzato dall’adorazione di una divinità ora femminile (Madre Mattino, Madonna Oriente, Erodiana, Frau Venus, Frau Holle, ecc.) ora maschile (Thor, Horagalles, Ärlik/Erlik Khan, ecc.) considerata per prima cosa «Signore/a delle bestie/della selvaggina» e, in seguito, dell’abbondanza e della fecondità.

Negli antichi racconti mitici, nelle saghe di eroi e santi, nelle testimonianze processuali dell’Inquisizione e nei resoconti di “viaggi” sciamanici viene detto che questa divinità è in grado di “rinnovare la vita” miracolosamente, facendo rinascere buoi, cervi e oche dalle sole ossa, con l’imposizione di uno scettro o bacchetta con un pomo all’estremità, estremamente simile alla proverbiale “bacchetta magica” della fate e accostabile per funzionalità mitica al martello folgorante di Thor nel mito norreno. Ginzburg allarga ulteriormente il parallelismo al gandus, bastone degli sciamani lapponi, al «bastone a forma di cavallo» degli sciamani mongolo-buriati e al manico di scopa su cui le streghe affermavano di recarsi al sabba.

Blackwood: il «Panico della Natura Selvaggia» e dell’infinita distanza – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un articolo stupendo che analizza l’opera di Algernon Blackwood, lo scrittore che a cavallo del ‘900 ha espresso:

un’atmosfera sospesa, nella quale l’«uomo moderno» sembra ritornare idealmente e traumaticamente, anche per una notte soltanto, all’alba dei tempi. Trovatosi improvvisamente circondato dalla natura vergine, potremmo dire pre-umana, solo allora il protagonista blackwoodiano avverte l’instabilità e la fragilità della posizione che l’essere umano «civilizzato» ricopre all’interno di un cosmo che, in ultima analisi, appare come il palcoscenico su cui si manifestano potenze ataviche ben più antiche dell’umanità e non concepibili secondo i valori sociali e morali ad essa proprî; potenze che, pur manifestandosi talvolta per mezzo degli elementi naturali a noi noti, nondimeno differiscono ontologicamente dagli stessi, utilizzandoli piuttosto come portali per manifestarsi nella nostra realtà, a cui accedono infiltrandosi attraverso il labile velo che la separa dall’«altro mondo».

A 150 anni dalla nascita, quindi, è giusto celebrare quest’artista delle parole, nella mia considerazione nettamente superiore a qualsiasi altro autore weird, nel senso più esteso del genere. La sua padronanza delle parole, dei suoi significati e delle forze elementali che racchiudono, in perfetta sintonia con la magia sottesa a ogni verbo, sono per me leggendarie, irraggiungibili. Basta leggersi uno dei suoi mirabolanti racconti per esserne coscienti, come per esempio I salici:

The Willows (“I salici”) è profondamente influenzato dai viaggi compiuti dall’Autore sul Danubio e considerato da Lovecraft il suo picco creativo nonché il migliore racconto britannico in assoluto ascrivibile al filone dell’Orrore Sovrannaturale [il racconto è consultabile dai Lettori italiani nell’antologia H.P. Lovecraft — I miei orrori preferiti, a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Newton Compton, Roma 1994)].

Rispetto a “Il Wendigo” ci troviamo nelle lande dell’Europa orientale anziché in quelle dell’America settentrionale, ma la sostanza non cambia. La narrazione si incentra sulla spedizione di due amici in una vasta area acquitrinosa, che i locali ungheresi evitano superstiziosamente, in quanto ritengono appartenere «ad esseri estranei al mondo degli uomini»:

« Il lugubre fascino di quell’isola solitaria che emergeva tra milioni di salici, spazzata da un uragano e circondata da profonde acque mulinanti […]. Mai calpestata da piede umano, e quasi sconosciuta, giaceva lì, sotto la luna, lontano da influenze umane, sulla frontiera di un altro mondo: un mondo alieno, abitato solo dai salici e dalle anime dei salici. »

Pur manifestandosi ai sensi dei protagonisti mediante la fisicità dei salici, più si prosegue nella lettura e più diventa chiaro che le entità malevole che li insidiano si limitano ad utilizzare queste piante come «maschere» per accedere al nostro mondo: «Sono i salici, naturalmente. I salici mascherano “gli altri”, ma gli altri ci stanno cercando qui intorno».

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