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Archivio per Marco Maculotti

Fairies, streghe e dee: il “nutrimento sottile” e il “rinnovamento delle ossa” – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un lungo trattato sulle abitudini fameliche che le streghe e gli spiriti affini abbiano tenuto nel corso dei secoli, documentate da libri e citazioni di cui l’epoca umana post classicità ha disseminato il suo cammino. Un estratto, che compendia ovviamente anche lo sciamanesimo, come già Graham Hancock ha analizzato nel suo tomo Sciamani:

Si può dunque a buon diritto ipotizzare che dietro i misteriosi “raduni stregoneschi” che si verificarono in Italia nei secoli XIV – XVI (e con tutta probabilità anche nei secoli precedenti) si debba riconoscere un substrato euroasiatico di tipo sciamanico la cui origine si perde nella notte dei tempi, ma che sappiamo caratterizzato dall’adorazione di una divinità ora femminile (Madre Mattino, Madonna Oriente, Erodiana, Frau Venus, Frau Holle, ecc.) ora maschile (Thor, Horagalles, Ärlik/Erlik Khan, ecc.) considerata per prima cosa «Signore/a delle bestie/della selvaggina» e, in seguito, dell’abbondanza e della fecondità.

Negli antichi racconti mitici, nelle saghe di eroi e santi, nelle testimonianze processuali dell’Inquisizione e nei resoconti di “viaggi” sciamanici viene detto che questa divinità è in grado di “rinnovare la vita” miracolosamente, facendo rinascere buoi, cervi e oche dalle sole ossa, con l’imposizione di uno scettro o bacchetta con un pomo all’estremità, estremamente simile alla proverbiale “bacchetta magica” della fate e accostabile per funzionalità mitica al martello folgorante di Thor nel mito norreno. Ginzburg allarga ulteriormente il parallelismo al gandus, bastone degli sciamani lapponi, al «bastone a forma di cavallo» degli sciamani mongolo-buriati e al manico di scopa su cui le streghe affermavano di recarsi al sabba.

Blackwood: il «Panico della Natura Selvaggia» e dell’infinita distanza – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un articolo stupendo che analizza l’opera di Algernon Blackwood, lo scrittore che a cavallo del ‘900 ha espresso:

un’atmosfera sospesa, nella quale l’«uomo moderno» sembra ritornare idealmente e traumaticamente, anche per una notte soltanto, all’alba dei tempi. Trovatosi improvvisamente circondato dalla natura vergine, potremmo dire pre-umana, solo allora il protagonista blackwoodiano avverte l’instabilità e la fragilità della posizione che l’essere umano «civilizzato» ricopre all’interno di un cosmo che, in ultima analisi, appare come il palcoscenico su cui si manifestano potenze ataviche ben più antiche dell’umanità e non concepibili secondo i valori sociali e morali ad essa proprî; potenze che, pur manifestandosi talvolta per mezzo degli elementi naturali a noi noti, nondimeno differiscono ontologicamente dagli stessi, utilizzandoli piuttosto come portali per manifestarsi nella nostra realtà, a cui accedono infiltrandosi attraverso il labile velo che la separa dall’«altro mondo».

A 150 anni dalla nascita, quindi, è giusto celebrare quest’artista delle parole, nella mia considerazione nettamente superiore a qualsiasi altro autore weird, nel senso più esteso del genere. La sua padronanza delle parole, dei suoi significati e delle forze elementali che racchiudono, in perfetta sintonia con la magia sottesa a ogni verbo, sono per me leggendarie, irraggiungibili. Basta leggersi uno dei suoi mirabolanti racconti per esserne coscienti, come per esempio I salici:

The Willows (“I salici”) è profondamente influenzato dai viaggi compiuti dall’Autore sul Danubio e considerato da Lovecraft il suo picco creativo nonché il migliore racconto britannico in assoluto ascrivibile al filone dell’Orrore Sovrannaturale [il racconto è consultabile dai Lettori italiani nell’antologia H.P. Lovecraft — I miei orrori preferiti, a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, Newton Compton, Roma 1994)].

Rispetto a “Il Wendigo” ci troviamo nelle lande dell’Europa orientale anziché in quelle dell’America settentrionale, ma la sostanza non cambia. La narrazione si incentra sulla spedizione di due amici in una vasta area acquitrinosa, che i locali ungheresi evitano superstiziosamente, in quanto ritengono appartenere «ad esseri estranei al mondo degli uomini»:

« Il lugubre fascino di quell’isola solitaria che emergeva tra milioni di salici, spazzata da un uragano e circondata da profonde acque mulinanti […]. Mai calpestata da piede umano, e quasi sconosciuta, giaceva lì, sotto la luna, lontano da influenze umane, sulla frontiera di un altro mondo: un mondo alieno, abitato solo dai salici e dalle anime dei salici. »

Pur manifestandosi ai sensi dei protagonisti mediante la fisicità dei salici, più si prosegue nella lettura e più diventa chiaro che le entità malevole che li insidiano si limitano ad utilizzare queste piante come «maschere» per accedere al nostro mondo: «Sono i salici, naturalmente. I salici mascherano “gli altri”, ma gli altri ci stanno cercando qui intorno».

Realtà, illusione, magia e stregoneria: il “perturbante” nei “Notturni” di E.T.A. Hoffmann (II) – A X I S m u n d i


La seconda parte dell’indagine sui lavori di E.T.A. Hoffman (qui la prima). Su AxisMundi; un estratto:

Prosegue qui la nostra analisi sui racconti perturbanti di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann. Dopo aver analizzato, con l’aiuto dei saggi di Freud, Jentsch e Ligotti, “L’uomo della sabbia”, ci occupiamo ora di altre storie hoffmanniane del fantastico e del Weird (egualmente contenute nella duplice raccolta Nachtstücke (“Racconti notturni”, edita nel 1816 e nel 1817) che si contraddistinguono come alcuni dei più innovativi racconti di “magia e stregoneria” della letteratura moderna. Analizzeremo inoltre un altro racconto del Nostro che presenta molti punti in comune con i “Notturni” in analisi in questa sede: Vampirismo, pubblicato nel 1821.

Occhi, burattini e doppelgänger: il “perturbante” in “Der Sandmann” di E.T.A. Hoffmann (I) – A X I S m u n d i


Su AxisMundi una bella agiografia su E.T.A. Hoffmann, lo scrittore di oscurità e weird ante litteram di due secoli fa. Un estratto dall’ampio trattato.

In anticipo di qualche decennio su E.A. Poe e di circa un secolo su Arthur Machen e H.P. Lovecraft, Hoffmann riuscì in numerosi racconti a fare del “perturbante” la vera molla propulsiva, l’elemento segreto della sua arte: le sue intuizioni e ossessioni labirintiche non ispirarono solo grandi colleghi come i summenzionati, e inoltre Dostoevskij, l’Hermann Hesse più “esoterico” (Il lupo della steppa e Demian) e lo Schnitzler, ma fecero anche breccia nell’immaginario di alcuni dei registi cinematografici più rilevanti dei nostri giorni, quali David Lynch e Roman Polanski. In questo articolo ci proponiamo di mettere in luce alcune osservazioni che ci fanno propendere per questa tesi, e su cui il lettore è invitato a prendere una posizione autonoma.

Frammenti di uno sciamanesimo dimenticato: le Masche piemontesi – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un post molto particolareggiato sul legame tra sciamanesimo e stregoneria, del Piemonte peculiarmente, dove la masche – streghe – operavano.

Esistono al mondo ben poche aree geografiche interessate dal “fenomeno” della Stregoneria quanto l’Italia: dai processi inquisitori nel Settentrione, dalla Liguria al Trentino, ai culti estatico-agrari del Friuli analizzati da Carlo Ginzburg, dalle Janare del Meridione alle omonime Janas sarde, dalla Stregheria toscana studiata da Charles Godfrey Leland in Aradia, il Vangelo delle Streghe (1899) alle più antiche tradizioni in merito alle Sibille appenniniche e cumane, la penisola italica sembra aver conosciuto una diffusione a macchia d’olio delle pratiche cultuali in esame, diffusione che nemmeno l’avvento del cristianesimo ha saputo attenuare, se non dopo molti secoli e al prezzo di molteplici vite umane.

Persino i più antichi numi delle popolazioni italiche, d’altronde, erano detti essere divinità “selvagge”, proprie di un mondo pastorale e non ancora stanziale, come i latini Silvano e Fauno e l’etrusca Feronia: tradizione che ci fa pensare a un’epoca arcaica, probabilmente il Neolitico, in cui doveva essere diffuso nell’intera penisola un sistema cultuale di tipo sciamanico, che noi abbiamo già in altra sede proposto essere il substrato reale del revival (sempre se di revival poi devesi parlare, e non piuttosto di un fenomeno continuativo) del “fenomeno stregonesco”.

In questa sede vogliamo limitarci ad analizzare la tradizione piemontese, nel cui ambito culturale le adepte al culto stregonesco vengono denominate con l’appellativo di “masche”, termine derivante dal longobardo che compare per la prima volta in un testo scritto nell’Editto di Rotari (643 d.C.) col significato di “strega”: «Si quis eam strigam, quod est Masca, clamaverit»Ma il suo significato va ben oltre, come vedremo, alla semplice accezione utilizzata nell’Editto, assumendo all’occorrenza anche il significato di “spirito di un morto” e “demone maligno”.

Tuttavia, sebbene le testimonianze dell’era cristiana insistano particolarmente nel mettere in risalto i lati “sinistri” e “demoniaci” delle masche, nondimeno la tradizione popolare non le reputa del tutto malvagie: così come potevano maledire e avvelenare le loro vittime, esse erano anche in grado di guarirle, sia grazie alla conoscenza della scienza erboristica sia mediante pratiche “magiche”, o noi diremo piuttosto “para-sciamaniche”; così come scatenavano tempeste e guastavano i raccolti potevano anche allontanarle e favorire la fertilità dei terreni e l’abbondanza dei raccolti con operazioni rituali.

Gustav Meyrink alle frontiere dell’occulto – A X I S m u n d i


Un gran bell’articolo su Gustav Meyrink, sulla sua opera e sulla sua vita. Da AxisMundi; un estratto significativo:

«Domani saranno trascorsi per me ventiquattr’anni da quel giorno dell’Ascensione quando, seduto alla scrivania della mia cameretta di ragazzo, a Praga, e, messa nel cassetto la lettera d’addio che avevo scritto a mia madre, afferrai il revolver che avevo davanti; avevo infatti deciso di intraprendere il viaggio oltre lo Stige; volevo gettar via un’esistenza che mi sembrava destinata a rimanere in futuro scialba, senza valore e senza gioia.»

Il giovane uomo col revolver in mano, pronto a lasciare per sempre questa “amara valle di lacrime” è un anonimo e benestante banchiere austriaco con l’hobby delle donne, degli scacchi e del canottaggio. Nauseato dalla sua piatta e insignificante esistenza, si appresta a compiere l’estremo gesto. Cosa lo ferma all’improvviso? Uno stampato fatto scivolare improvvisamente sotto la porta della sua camera. Il giovane ripone la pistola, si alza dalla sedia, prese in mano il foglio e ne sbircia il titolo: Sulla vita dopo la morte”.

Leggendo più volte il ciclostilato, il giovane trascorre la notte in uno stato di veglia adrenalinica (la lunga notte dell’anima), «mentre dei pensieri, sino a quel momento estranei, cominciarono a passar[gli] per la mente… pres[e] il revolver come si fa con un oggetto divenuto momentaneamente inutilizzabile e lo chius[e] in un cassetto». «Lo conservo ancora oggi.  conclude l’autore di questa confessione  È morto per la ruggine ed il tamburo non gira più; non girerà mai più».

«Tengo di più alle mie teorie, che sono pratica e vita, che non alle mie creazioni artistiche, che ne sono simbolo e veste.»

Ne consegue che, nell’esercizio artistico del romanziere austriaco, il “fantastico” sia, in ultima analisi, soltanto «la veste estetica di una realtà nascosta e difficilmente conoscibile dai profani»

Gustav Meyrink abbandona questo mondo la sera del 4 dicembre 1932. Dopo aver salutato i familiari, si ritira nella propria camera e si siede, a torso nudo nonostante il gelo, sulla poltrona dirimpetto alla finestra. Rimane così tutta la notte, contemplando il cielo stellato, l’alba e il sole nascente; quindi, ancora con lo sguardo in adorazione, spira serenamente. La moglie Mena definisce l’esperienza del trapasso del marito «una messa solenne di religione e nobiltà» e racconta, in una missiva raccolta in questa edizione Arktos:

«I suoi occhi divennero sempre più splendenti e alle sei e trenta del mattino di domenica 4 dicembre esalò l’ultimo respiro. C’era in noi una gioia sgomenta nel vedere come il suo grande Spirito si era distaccato armonicamente. È rimasto il suo corpo, come una larva: la farfalla si è librata verso l’alto.»

“Picnic at Hanging Rock”: un’allegoria apollinea – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un lungo trattato sul film Picnic at Henging Rock e a tutto quello che è sotteso all’interno della storia. Avevo già trovato altre corrispondenze recenti a queste teorie, che già conoscevo, e ora l’approfondimento è d’obbligo anche perché in quest’ultimo intervento il filo esoterico viene ricondotto in parte ad Apollo, e il gioco ora si fa grosso. Un estratto:

Nell’«eterno presente atemporale» sperimentato e vissuto delle collegiali sui pinnacoli di Hanging Rock, in uno stato di solitudine assoluta e di comunione con la Natura — celebrata con danze feriche sostenute da ineffabili flauti panici e dionisiaci — c’è tutta l’atmosfera paradisiaca dell’Arcadia locus idilliaco ed onirico del mito ellenico. L’aspetto atemporale dell’esperienza è sottolineato anche dalla frase pronunciata da una delle ragazze: «Un milione di anni… solo per noi». Le collegiali, forse inconsciamente, sembrano consapevoli di stare per uscire dal tempo samsarico, e di essere in procinto di sperimentare l’accesso a una dimensione sopraelevata — o il ritorno all’Origine.

Il personaggio di Miranda (interpretata da Anne-Louise Lambert) si trova indubbiamente al centro della conflagrazione degli eventi: è la più eterea e angelica delle studentesse del collegio di Appleyard, e nondimeno è al tempo stesso quella che maggiormente si distacca dagli schemi prestabiliti dalle convenzioni sociali.

La figura di Miranda, non a caso definita come un’epifania della Venere del Botticelli, che in molte sequenze vediamo sfocata ed evanescente sugli sfondi ancestrali di Hanging Rock, è la rappresentazione dello Spirito veramente libero, che vola dove vuole. Significativamente, in una delle scene conclusive della pellicola, Sarah dirà di Miranda che non è andata lì per caso e che conosce cose che pochi altri conoscono: segreti. Miranda è, in altre parole, l’Eletta — in modo non dissimile se vogliamo dalla Laura Palmer di Twin Peaks — o, per dirla in termini gnostici, lo Spirito Pneumatico che si eleva oltre la superficie delle cose per ritornare alla Fonte: per questo, Miranda è anche Sophia.

Nel personaggio di Miranda riconosciamo simboli antichissimi della nostra tradizione, di cui possiamo solo supporre Peter Weir fosse consapevole. D’altra parte, spesso i simboli agiscono in modo inconsapevole ai loro stessi ‘evocatori’, dunque di ciò non dovremmo sorprenderci. Bisogna dirlo subito e chiaramente: Miranda ha tutti i crismi di un’epifania apollinea ed iperborea. Fin dalle prime scene, le viene associato il cigno come ‘doppio’: la vediamo per esempio pettinarsi allo specchio e il suo volto appare vicino a una fotografia del volatile iperboreo per eccellenza. Nelle battute finali, l’amica Sarah prega una sua effige accanto a cui, nuovamente, è stata posta una statuetta del medesimo animale.

Ma c’è molto di più: Weir ci mostra in più di un’occasione, grazie all’espediente visivo della sovrapposizione, la sua intercambiabilità effettiva con il cigno apollineo, e proprio in quella forma si mostra a Michael in una scena altamente significativa. Dove prima c’era Miranda, improvvisamente appare un cigno; poi, scompare anche quello e nulla rimane. Miranda è ritornata all’Altro Mondo. Comprendiamo così che, ben lungi dall’essere ‘morta’, Miranda vive ancora in una forma ontologicamente superiore e più sottile di quella umana, e può in tal modo apparire nei sogni delle sue compagne o sotto forma di epifania teriomorfa a chi davvero sappia ‘connettersi’ con lei.

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