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Archivio per Mario Gazzola

Suspiria: le streghe del teatro danza squarciano il 2019 horror | PostHuman


Su PostHuman la recensione di Mario Gazzola a Suspiria, il nuovo film (remake?) di Luca Guadagnino. Un estratto:

Che si può ancora dire dell’attesissima operazione di ripensamento complessivo di un film come Suspiria, che segna una pietra miliare e una svolta senza ritorno nell’horror mondiale? Solo che, dopo tante attese, annunciazioni, prese di posizione a priori pro o contro, finalmente ora si può parlare semplicemente del film in quanto tale: e che per una volta quelle attese non sono state deluse giacché quello che scorre sullo schermo al buio è a propria volta un capolavoro. Un’opera d’ampio respiro, originale rispetto al modello di riferimento quanto concettualmente ambiziosa, che presumibilmente verrà ricordata come una nuova pietra miliare del (troppo a lungo depresso) horror italiano, alla pari con il capolavoro argentiano di riferimento. Testa a testa con altri recenti capolavori internazionali sull’oscuro femminino demoniaco (con cui ha qualcosa in comune, horror o meno che li si voglia definire), quali Antichrist di von Trier e Neon Demon di Refn.

Nei confronti del Suspiria di Argento, Guadagnino – che pure se ne dichiara fan dall’infanzia – s’è comportato con piena libertà, come un Miles Davis che interpreta in chiave jazzistica la Summertime di Gershwin: è meglio, è peggio? Ognuno può scegliere qual è la versione più di suo gusto, sempre consapevole che senza quei poco più di 2’ di ninna nanna dell’opera Porgy and Bess le successive 25.000 interpretazioni a oggi registrate non sarebbero mai esistite.

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Rock e fantascienza, inossidabili – Libri – ANSA.it


Addirittura l’Ansa s’interessa al meraviglioso lavoro di Mario Gazzola ed Ernesto Assante, Fantarock. A testimonianza del gran lavoro che i due hanno fatto per modellare l’immaginario che intercorre tra Rock e SF e, più in generale, col Fantastico.

 

Libri, “Fantarock”: quando il rock incontra la fantascienza – Corriere dell’Umbria


Sul CorriereDellUmbria una bella presentazione e intervista relativa a MarioGazzola per quanto riguarda l’opera FantaRock. A voi il video di ciò che Mario dice; ah, prendetevi il libro…

Fantarock. Stranezze spaziali e suoni da mondi fantastici | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione dell’opera FantaRock, saggio a 360° sulle commistioni tra Rock e SF, a cura di Mario Gazzola ed Ernesto Assante. Un estratto:

Ci sono molti modi di fruire di storie fantastiche. Tra i tanti ha una rilevanza non trascurabile la musica che, sia mediante i testi delle canzoni che virtuosismi strumentali, racconta talvolta grandi epopee fantastiche, sia ispirate a libri o film, sia del tutto autonome. Se tanti sono i generi musicali ispirati dai mondi fantastici, Fantarock. Stranezze spaziali e suoni da mondi fantastici è un saggio edito da Arcana Edizioni si concentra sul Rock, proponendosi di esplorare a   360° le connessioni della musica pop rock con l’immaginario di fantascienza. Un percorso che, lo leggerete dalla sinossi, attraversa epoche diverse, e diverse accezioni mediatiche.

L’anno del FantaRock | PostHuman


Su PostHuman la segnalazione di una prossima, monumentale uscita, un’opera che vede protagonisti Mario Gazzola ed Ernesto Assante che insieme – e in collaborazione con una manciata di altri redattori, tra cui io – definiscono le coordinate delle interazioni tra Rock e SF. Il volume, infatti, si chiama FantaRock, stranezze spaziali e suoni da mondi fantastici, e dal 6 dicembre sarà in libreria, edito da Arcana. Ne riparleremo, di quest’opera, man mano che la Rete si accorgerà di essa; nel frattempo, ecco alcuni tratti dal post di presentazione.

FantaRock esplora tutte le connessioni fra musica rock e immaginario di fantascienza, partendo dalle origini negli anni ’50 e risalendone il corso fino al 2018: un capitolo a decennio, tranne la fase del mitico ’68 che occupa un capitolo a sé, uno per questi primi 18 anni dal fatidico 2000, uno sulla multiforme carriera del sopra evocato David Bowie, il quale ha declinato le sue articolate passioni fanta in numerosi dischi e progetti cine-teatrali, fortunati e meno.

Ecumenicamente, il saggio affronta tutti gli stili musicali che si sono abbeverati alle sorgenti del fantastico avvicendandosi nel corso di questi 60 e rotti anni, senza snobismi critici: dal r’n’r primordiale al folk fino ai cantautori italiani, dal jazz alla psichedelia, dal prog alle avanguardie più esoteriche; e poi hard&heavy, punk e new wave, ma anche importanti colonne sonore orchestrali o elettroniche, disco music ed electro pop, hip e trip hop, jungle e techno, fino alle più recenti contaminazioni a 360 gradi delle Björk o dei Gorillaz, degli Unkle o dei Flying Lotus. E ancora, gli storici concept album degli anni ’70 con le loro fantastiche copertine apribili a libro, fino ai loro epigoni nel moderno progressive metal.
Sonda le ispirazioni letterarie e cinematografiche dei musicisti, le connessioni con il mondo del fumetto, oggi del videogioco e delle serie tv. Fino ai cantanti divenuti attori (Bowie, Jagger, Iggy Pop, Alice Cooper etc.) e – in qualche caso – anche registi (Rob Zombie) o autori letterari/fumettistici, o quantomeno ispiratori a loro volta di personaggi del fantastico come Sandman (Robert Smith), Constantine (Sting), il Corvo (Peter Murphy).

Analizzando in profondità, in effetti i percorsi che collegano la nostra musica alla narrativa dallo sguardo proteso verso gli spazi infiniti, o l’immaginazione di possibili futuri, sono pressoché infiniti: anche perché quella musica ha appunto sempre avuto nel proprio dna l’ambizione di essere in un certo senso la “colonna sonora del futuro”, ovvero l’astronave per conquistarli quegli spazi. A volte, anche (ri)scoprendone versanti inesplorati, come ha sottolineato Sandro Battisti (che ha curato le schede su Pink Floyd e Fields of the Nephilim): “descrivere minuziosamente l’universo dei Fields of the Nephilim e, soprattutto, dei Pink Floyd, relazionarli col fantastico e con la s/f in particolare, è stato come pitturare nuovamente una tela che conosci a menadito, ma mai così doviziosamente. Narrare di quei mondi ha il sapore sapido di un gusto mai troppo appagante, mai troppo esplorato, mai davvero stancante”.

FantaRock esce in libreria il 6 dicembre, occupa ben 460 pagine (con numerose illustrazioni in b/n) e costa 26,50€.

L’album bianco dei Twenty Four Hours | PostHuman


Notevole recensione e post di Mario Gazzola, temperato sul connettivismo musicale che ha senso quanto quello letterario. Una fusione di stili e mode, ma tutti coerentemente legati da sperimentazioni su vari livelli, non ultimo il Pop, per protendere in ultima analisi verso il Mainstream, ormai abbondantemente contaminato dalle sperimentazioni.

Leggete a fondo quello che Mario ha scovato tra le note e le pieghe del tempo che passa: Twenty Four Hours, Close – Lamb – White – Walls.

Il gruppo omaggia quindi gli ospiti Tuxedomoon con la cover di What Use (da Half Mute dell’81), eseguita ben due volte: la prima sul cd 1, più elettronica e fedele alle atmosfere originali degli sperimentatori di San Francisco, la seconda in chiusura del cd 2, una versione definita nei credit “acoustic” che in realtà significa più decisamente rock, accelerata e sostenuta da un possente drumming quasi-metal del Lippe Marco. Ma l’omaggio acquista ulteriore valenza simbolica, essendo la prima delle due versioni mixata in medley con l’altra cover dell’album, cioè la floydiana Embryo (inedito del ’69 disponibile su raccolte e sul recente cofanetto The Early Years 1965–1972), a saldare così quel ponte fra i due mondi sonori su cui si diceva il progetto Twenty Four Hours si protende.

Che poi si amplia anche a comprendere l’influenza beatlesiana nell’hard rock melodico di The Tale Of The Holy Frog, spiritoso titolo molto “prog” che invece impiega un riff alla A Ticket To Ride (la cui grinta risulta un po’ diluita dalla raffinata vocalità di Elena, che tira più verso atmosfere liriche alla Sophya Baccini). Mentre quella dei Genesis è palpabile nella lunga suite Supper’s Rotten, “solo” 15’ contro i 23’ della Supper’s Ready di Gabriel & co. (non da The Lamb ma da Foxtrot), cui i Twenty Four Hours scippano anche il riff minimalista di chitarra acustica tra il primo e il secondo movimento, che nella loro moderna suite “marcia” (in cinque movimenti, con lunghe parti strumentali) ci fa l’occhiolino dal synth del leader, il quale si produce anche in qualche espressionismo vocale alla Peter Gabriel dell’epoca.

Luz & Climax: nessuno uscirà esorcizzato di qui | PostHuman


Su PostHuman la recensione  a due film, Luz e Climax, che della possessione demoniaco fanno la loro cifra stilistica ma, soprattutto, fanno dell’innovazione la loro bandiera. Perché parliamo sì di umani invasati, ma con nuove dinamiche. Vi lascio alle parole di Mario Gazzola:

La trama di Luz è semplice, anche se l’interpretazione assai meno: Luz (l’intensa, sorprendente Luana Velis, sopra a sinistra) è una giovane tassista di origine cilena in un’imprecisata città di lingua tedesca. Entra da sola e visibilmente contusa in una stazione di polizia, deve essere interrogata dall’ispettrice Bertillon (Nadja Stübiger, foto sotto a sinistra), assistita dal traduttore Olarte (Johannes Benecke), isolato in cabina dietro un vetro con le cuffie, e dallo psicanalista Rossini (Jan Bluthardt). Quest’ultimo però è stato prima avvicinato in un gelido bar (unico altro ambiente del film) da un’avvenente bionda, Nora (Julia Riedler, ambedue nelle foto ai lati), che lo seduce, lo ubriaca e sembra impossessarsi di lui (immagine a destra).

L’obiettivo è ricostruire cosa ha fatto Luz nelle ultime 24 ore in quel taxi, per arrivare in quello stato al commissariato. Non sarà facile. Lo psicanalista si serve dell’ipnosi regressiva per ricostruire il passato della ragazza: ribelle in un collegio femminile cattolico cileno, sembra aver effettuato rituali sciamanici su una compagna di scuola. Tilman Singer procede per flash, abbagli – sia visivi che narrativi – senza regalarci spiegazioni: come però dice lui stesso in un’intervista su Dread Central, “c’è un’entità demoniaca che desidera quella ragazza” e, beffandosi dell’ipnosi, risalirà dal corpo dell’amica e compagna di scuola Nora ad occupare quello dello psicanalista (foto a destra), che finirà per spogliarsi e rivestirsi da donna, per poi accostarsi a Luz in un bacio saffico per interposto corpo. Il ritmo è sempre più frenetico, la stanza si riempie di nebbia come se Luz fosse in grado di materializzare l’ambiente esterno nella sala dell’interrogatorio, rivive l’incidente, i due poliziotti sono sconvolti, Bertillon spara nella nebbia. Ma a chi?

Niente preti, nessun esorcismo, niente rigurgiti verdastri né teste che ruotano sul collo a 360°. Ma neanche alcuna catarsi finale a sciogliere la tensione. Alla fine, Luz esce dal commissariato da sola, esattamente come vi era entrata, seguita dalle frasi che l’hanno accompagnata a più riprese per tutto il breve film (70’): una parafrasi blasfema del padre Nostro e la domanda “è proprio questo che vuoi? Come puoi continuare a vivere in questo modo?”. Ma chi veramente sta uscendo da quel luogo?

Potremmo poi fin cedere alla tentazione di un vago parallelo con lo straniamento psichedelico del Climax di Gaspar Noé: un vero saggio sulla techno come nuova psichedelia, a sua volta visto al MFF e – per quanto diversissimo – chiuso in un bozzolo di pari ellissi narrativa (in cui il regista ci guida mostrandoci le sue vhs di Possession – guarda un po’ – Suspiria, Un chien andalou, Querelle e Inauguration of the Pleasure Dome di Kenneth Anger, secondo me il riferimento più diretto del suo film). Nessun demone se non quello della droga nel film del provocatore francese sulla festa dei ballerini ma, come dice Gomarasca nella sua recensione per Nocturno, “un’affascinante quanto ripugnante messa dionisiaca dove le peggiori atrocità accadono di fronte a una platea incapace di dare un valore morale alle azioni compiute”.
E, se pensiamo che fra i cartelli posti a stacco fra le scene verso la fine si staglia quello che dice “la morte è un’esperienza fantastica”, non sembra poi così fuori luogo collegare questo “rave di morte” col suo precedente Enter the Void sulla trasmigrazione delle anime e, per proprietà transitiva, coll’ermetico debutto di Singer.
Volo pindarico? Se seguite i movimenti di macchina ubriachi del Noé, cosa non lo è?!

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