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Il paletto di frassino e il telegrafo (vampiri e delinquenti fermati dal progresso) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un bell’excursus sui miti del Fantastico, nella fattispecie Frankenstein e Dracula e la sua corte pregressa e soprattutto successiva di vampiri, passando per Villa Diodati. Da non perdere…

Nell’immaginario comune – frutto della lettura di svariati testi e della visione di pellicole – la figura del vampiro, dandy byroniano o melanconico malato d’amore, ha un punto debole: il cuore. Lo stesso punto debole che il lettore-spettatore fa suo nella consapevolezza che solo il paletto di frassino, piantato nel cuore dormiente del non-morto, possa arrestare le sue malefatte e annientare quella tristissima non-vita che, in qualche modo, è costretto a portare avanti; il paletto di frassino nei confronti del vampiro assume lo stesso peso dell’argento (fuso in pallottole o coltelli) nel contrastare il licantropo o lupo mannaro che dir si voglia.
In buona parte delle trasposizioni filmiche – mi vengono in mente soprattutto certe pellicole della Hammer – il finale, la chiusura del cerchio delle peripezie, insomma il ritorno all’ordine dopo l’incidente narrativo interno all’intreccio (consistente nelle morti che il vampiro provoca), vengono sempre sciolti tramite l’espediente del paletto di frassino; quando il re delle tenebre è ancora a riposo nella sua bara, Van Helsing e compagni, armati di paletto, croci e martello, fanno irruzione nei sotterranei della sua dimora al fine di piantare l’aguzza arma nel cuore – già morto ma “vivo di non-vita” – del conte Dracula, magari un Christopher Lee nel meglio dei suoi anni, un conte già più decadente di quello che impersonò Bela Lugosi nel film di Browning del 1931 ma ancora assai distante dal Gary Oldman di Coppola, cilindro e bastone, flâneur baudelairiano da un lato, rilkiano Malte Laurids Brigge dall’altro.
Non è da sottovalutare il fatto che il romanzo epistolare di Bram Stoker, sicuramente a livello commerciale il più conosciuto tra quelli che hanno per protagonista la figura del vampiro, viene edito a fine Ottocento, per la precisione nel 1897; questo a testimoniare che lo scritto è in parte distante dai classici del gotico anglosassone (per intenderci, le opere di Walpole, della Radcliffe, di Lewis).
Non a caso Dracula è forse davvero il canto del cigno del romanzo gotico, non senza fondamento si discosta dunque anche dalla narrazione di Polidori (quest’ultimo autore di un lungo racconto sulla figura del vampiro, in cui modella il suo Lord Ruthven nientemeno che sulle sembianze dell’amico Byron; racconto che nasce nella stessa infernale sera di Villa Diodati, quando Mary Shelley avrà l’intuizione per il suo moderno Prometeo, ossia Frankenstein).
Per inciso va specificato che quasi nulla della figura del vampiro creata da Stoker penetra nelle pellicole cinematografiche: in queste ultime è sempre la malattia d’amore di un dandy decadente a reggere il filo della matassa, assai spesso lo spettatore è quasi complice involontario del villain, laddove nel romanzo di Stoker è il fetido alito del conte a farla da padrone, il ribrezzo che provoca in coloro che a lui s’accostano, l’inquietante cattiveria che sprigiona la sua figura.
Orbene se il romanzo della Shelley (anno di grazia 1818) narra la dimostrazione di un malsano uso della scienza e del progresso (Victor Frankenstein cerca di “creare”, e ci riesce, una creatura assemblando – quasi in maniera grottesca e avventurosa – pezzi di vari cadaveri saccheggiati dai cimiteri durante la notte), possiamo forse negare che il progresso – rappresentato dal telegrafo nel romanzo di Stoker – non sia invece ciò che permette agli umani di anticipare le mosse del vampiro?
Credo proprio di no; da un lato – nel caso della Shelley – la creatura a cui lo scienziato dona la vita (più che vita forse “esistenza” materiale) finisce per assumere connotati romantici di diseredato, con nobili pensieri e sensibilità accentuata, una creatura verso cui il lettore prova una forma – oserei dire “dostoevskijana” – di compassione; dall’altro lato il vampiro – che pure furoreggia come simbolo estremo del mal d’amore nell’estetica romantica, emblema del cuore spezzato – carne, morte e diavolo nel medesimo corpo (per citare il fondamentale saggio di Mario Praz), ma comunque “egoista” nel rendere non-morti altri soggetti.
Insomma la Shelley crea una vittima frutto dell’uso macabro, malato, “egotico” della scienza; Stoker, invece, è già più moderno nel dare al conte gli attributi (già post-romantici) dell’eroe satanico, del “morto io, morti tutti”; è pur vero che Dracula subisce un mal d’amore di dimensioni elefantiache, è altrettanto vero però che questo si tramuta nella volontà distruttrice di potenza nei confronti del genere umano.
Detto ciò e ritornando sui nostri passi è dunque il telegrafo che anticipa le mosse del vampiro; qualcuno potrebbe obiettare e chiedersi come sia possibile ciò, visto che in teoria un essere soprannaturale come il vampiro ha facoltà telepatiche (e Dracula le aveva!) che dovrebbero allegramente infischiarsene del progresso e della scienza; eppure a una minuziosa analisi del romanzo è proprio questo che risulta. Il vampiro è sconfitto dal telegrafo, non certo dal paletto di frassino (o almeno non solo da esso). Il paletto è la pratica, il telegrafo la teoria.

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Storia naturale del nerd | N I G R I C A N T E


frankensteinSul blog di Michele “DottoreInNiente” Nigro, una riflessione sul concetto di nerd applicato principalmente al capolavoro letterario romantico Frankstein. Un estratto:

Colgo la triste occasione della dipartita del mitico Gene Wilder (“Frankenstein Junior”) per parlarvi di un libro letto non molto tempo fa – “Storia naturale del nerd” di Benjamin Nugent (Isbn Edizioni) – e in particolare per soffermarmi sul capitolo intitolato Contro gli scienziati nelle torri, che a mio avviso rappresenta il punto nevralgico (o uno dei punti) della tesi di Nugent sull’eziologia del nerdismo. E per farlo l’autore attinge a piene mani dalla letteratura gotico-fantascientifica e precisamente scomoda il noto “romanzo nero” Frankenstein, o il moderno Prometeo della scrittrice britannica Mary Shelley.

Secondo Nugent, Victor Frankenstein è un proto-nerd; e infatti scrive: <<… l’antieroe è uno scienziato genialoide che finisce per sottrarsi completamente all’affetto dei suoi cari… […] rappresentando così la sua sete di conoscenza come un surrogato di un più urgente bisogno virile (“penetrare” i segreti della natura, n.d.b.). […] Ma al contrario del desiderio amoroso, il desiderio di progresso scientifico finisce per corrompere lentamente il corpo. […] La bellezza e la salute, qualità importanti per un giovane uomo che vuol essere marito e padre, vengono sacrificate alle esigenze della scienza.>>

Leggi il seguito di questo post »

Il golem di Victor, come venne al mondo (Nightmare Abbey 9) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine il festeggiamento del bicentenario di Villa Diodati, dove nacque il Fantastico moderno. Esattamente il 18 giugno 1816.

[“Cominciato la mia storia di fantasmi dopo il tè”, scrive nel proprio diario alla data 18 giugno 1816 John William Polidori: e ai giorni immediatamente precedenti risale la famosa sfida letteraria idealmente a monte del fantastico moderno. Duecento anni dopo la fatale vacanza a Villa Diodati si propone qui un brano dai testi di ‘TuttoFrankenstein’, un ciclo di incontri a Torino sul romanzo di Mary Shelley conclusosi appropriatamente nella serata del 17 giugno: il passo qui commentato riguarda la scena del destarsi della Creatura. Per la traduzione utilizzo l’edizione Einaudi 2011.]

The Vampyre | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine la storia del Vampiro di Polidori e di tutto l’annesso di Villa Diodati, che ha visto nascere il Fantastico moderno e il Weird.

Polidori seguì il celebre autore nei suoi viaggi attraverso l’Europa e compose l’opera che avrebbe tanto influenzato la figura del vampiro proprio durante un soggiorno in Svizzera, nella casa che Byron aveva affittato presso il lago di Ginevra. Qui Byron aveva anche invitato un altro famosissimo autore, Percy Bysshe Shelley, e la sua futura moglie Mary Wollstonecraft, nonché la sorellastra di quest’ultima, Claire Clairmont (una delle svariate amanti di Byron).

A causa del maltempo, i cinque scrittori furono costretti a rimanere chiusi in casa, svagandosi con la lettura di alcune opere della letteratura gotica. Fu proprio in conseguenza di queste letture che Byron propose ai suoi ospiti di cimentarsi in un’inconsueta sfida letteraria: ognuno di loro avrebbe dovuto scrivere una storia di fantasmi da leggere al resto del gruppo la sera successiva. Soltanto due dei presenti riuscirono a portare a termine questo compito e comporre un buon racconto: Mary Wollstonecraft, come tutti sanno, creò Frankenstein e la sua creatura, mentre Polidori scrisse quello che qualche anno dopo sarebbe stato pubblicato come Il Vampiro, ispirandosi tuttavia al frammento composto da Byron nel corso della medesima sfida.

Il Lord Ruthven creato da Polidori rappresentò una vera rivoluzione nell’immaginario vampiresco: abbandonando completamente il mostro delle leggende popolari, questo nuovo non morto si basava sul modello del “byronic hero”, l’eroe tenebroso e maledetto, circondato da un alone di fascino e mistero, creato da Byron. Lord Ruthven pare in effetti un vero e proprio alter ego del celebre autore: il suo stesso nome è stato tratto dal romanzo gotico Glenarvon di Lady Caroline Lamb, ex amante di Byron, il quale era stato il modello su cui si era basato anche il personaggio Glenarvon. Il racconto venne pubblicato nel 1819 sul New Monthly Magazine, ma venne erroneamente attribuito a Byron, il quale, nonostante ne avesse smentito la paternità, non riuscì mai a fare attribuire all’amico il merito di aver composto Il Vampiro.

L’anniversario della SF


Su KippleBlog un post, ieri, festeggiava l’anniversario della nascita di Mary Shelley, la celebre scrittrice di Frankenstein, considerato il primo romanzo di fantascienza. Secondo quest’ottica, la Fantascienza sarebbe un’invenzione femminile.
Mary Shelley era figlia della filosofa Mary Wollstonecraft, antesignana del femminismo, e del filosofo e politico William Godwin. In Kipple siamo per sottolineare questa cosa e siamo orgogliosi di far notare che 2 edizioni su 3 del Premio Kipple sono state vinte da una donna (Clelia Farris e Biancamaria Massaro rispettivamente con “La pesatura dell’anima” e “I signori del Malsem“). [L’esito del Premio Kipple 2011 sarà comunicato entro la fine di settembre.]

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