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Archivio per Matteo Trevisani

Superstizioni


Segnare il suolo lì dove è caduto un fulmine angoscia e assedia i pensieri, determina nuove logiche, sfarina il ciclo positivista e ricorda l’antica superstizione.

I vivi abitano la stessa terra dei morti – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto è comparso un racconto di Matteo Trevisani, scritto recentemente in relazione alla pandemia da cui non siamo ancora completamente usciti. S’intitola I vivi abitano la stessa terra dei morti, e vi allego l’incipit, per capire il mood che Matteo esprime, la ricchezza della sua prosa.

È così che succede, mi sono detto. Sono morto. 

Era il decimo giorno di quarantena, poco prima dell’alba. Affacciandomi alla finestra sulla notte quieta ho percepito con esattezza di essere finito in un altro mondo. Non ero io a essermene andato – ero indubitabilmente vivo – ma anche se riconoscevo me stesso come facente parte dei vivi, mi davo una nuova cittadinanza, il mondo in cui abitavo aveva di colpo assunto tratti diversi, irriconoscibili.

Mi sono detto che era colpa della situazione che il mondo stava attraversando e che la soglia della suscettibilità si era abbassata per tutti, ma anche se le cose che componevano la realtà sembravano a un primo sguardo le stesse di sempre, a un’indagine più attenta mi accorgevo che differivano quel tanto che bastava per rendermele assolutamente estranee. Ma uno sguardo che si posi con troppa insistenza sulle cose finisce per deformarle e quello che non riuscivo a dirmi era che non si trattava di una sensazione del tutto nuova. Forse era così dal primo giorno del mondo e io non me ne ero mai accorto. 

Eppure eravamo vivi, potevo esserne certo. La mia compagna e mio figlio erano vivi e dai loculi della casa di fronte le solite ombre vaghe cominciavano il loro stentato vivacchiare mattutino. Ma nonostante la pallida alba di marzo la sensazione di essere finito nell’Ade non riusciva ad abbandonarmi, anzi, il giorno rendeva ancora più evidente quella dissonanza. Presto la città dei morti non fu solo una città: non si erano fatte le dieci che la sensazione di abitare nel Tartaro si era allargata fino a comprendere la nazione, e poi il continente, e a sera tutto il pianeta. Un pianeta in un cono d’ombra, figlio di nessun sole, che naviga al buio sballottato da forze gravitazionali alla cui lotta non giova nessuna orbita. Vivevamo su pianeta alla deriva, naufragato in un mare bianco come la sclera di un occhio che non si è mai visto chiuso.

Trame psichiche


Trame di un gorgoglio statico si arrampicano non viste sui muri più vecchi, mostrando a se stessi la complessità di una trama estatica, che vibra di ogni parte psichica espansa.

L’inumazione


Dovremmo inumare ogni sensazione e renderci attenti soltanto alle premonizioni, e alle sensazioni che scaturiscono dall’intuito, e dall’istinto.

Nel Foro


Nell’area comiziale mi sorprendo a osservare ombre e passi fugaci, momenti che penso siano andati nell’abisso di un tempo che tale non è.

Lankenauta | Libro dei fulmini


Su Lankenauta la recensione a Libro dei fulmini, strano romanzo di Matteo Trevisani. Un copiaincolla della critica, giusto per capire cosa ci troviamo davanti:

Il protagonista del romanzo di esordio di Matteo Trevisani (Libro dei fulmini, Atlantide 2017, Euro 20,00) è uno studioso di magia ed esoterismo e fa il giornalista culturale per una rivista per la quale si occupa di “musei abbandonati, chiese senza più storia, templi romani obliati”. Anche lui si chiama Matteo come l’autore, il quale egli stesso da sempre si occupa di esoterismo, scienze occulte e filosofia, forse più di un sospetto sulla nascita di un nuovo genere letterario di tipo ibrido quale potrebbe essere definita un’auto fiction in salsa di saggio archeo-filosofico? Matteo ci accompagna in una Roma umbratile e crepuscolare, anche se per lo più limitatamente a quella delle antiche vestigia imperiali e invasa dalle orde di turisti, con i palazzi trafitti dall’arancio dei raggi del sole al tramonto, alla ricerca dei misterici segni lasciati dai fulmini. I fulmini sono i messaggeri degli dei e tramite fra il mondo dei vivi e quello dei morti. Il loro culto che testimonia il rapporto della divinità con gli umani e risponde alla necessità di “normalizzare i rapporti fra cielo e terra”, è tramandato nei secoli e risale prima ancora che ai romani, agli etruschi che ne furono i primi sacerdoti.

Matteo riceve un messaggio sul telefono che lo invita a recarsi al Tabularium, la terrazza che domina il Foro romano ed è da lì che tutto ha inizio, con la visione di una strana e arcaica cerimonia alla quale sembra sia stato chiamato a assistere in quanto eletto.

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