HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per Media Art

Dóra Maurer – Thinking in Proportions | Neural


[Letto su Neural]

Osservando altre persone che guardano lo schermo del loro smartphone per ore, ci chiediamo cosa dovrebbe rappresentare un’impresa culturale simile a quella che la videoarte ha rappresentato negli anni Settanta per la televisione. Se non sembrassero antiquati, anche alcuni primi video arte sarebbero informativi e, infine, gli smart media non sarebbero mai messi in discussione. Un altro notevole sforzo delle edizioni DVD di Index è questa collezione di opere di video arte dell’artista ungherese Dóra Maurer. Tra i suoi lavori, i video qui inclusi testimoniano la sua principale poetica, che è quella del “movimento e dello spostamento”. È facile trovare queste qualità in quasi tutti i lavori qui inclusi. In particolare la dissezione del tempo e dell’immagine in “Ritardo”, dove il volto di una donna è spezzato in pezzi e riprodotto, mentre allo stesso tempo lo schermo e il suo contenuto in continua evoluzione è divisorio e unificante. Allo stesso modo, “Triolet” gioca con diverse prospettive ottiche dello stesso soggetto registrate attraverso una telecamera oscillante, poi assemblate meccanicamente dividendo lo schermo in tre parti, come un trittico orizzontale. Quello che Maurer sembra fare è mappare lo spazio dello schermo durante l’esecuzione attraverso un cancello aperto tra lo schermo e lo spettatore. Ecco perché questi lavori sembrano così recenti (a parte la qualità video). Certamente, produrre alcune delle idee negli anni settanta e all’inizio degli anni ottanta sarebbe stata una sfida tecnica, ma averle di nuovo pubblicate quarant’anni dopo afferma come ‘movimento e spostamento’ siano ancora molto rilevanti.

Quantified Self Portrait (One Year Performance), intimate flows | Neural


[Letto su Neural]

Nella media art c’è un intero filo conduttore nel definire un ritratto non come un volto, ma solo tramite dati intimi collegati in modo univoco alla persona. Poiché la nostra identità burocratica è fatta esclusivamente di dati digitali, come la maggior parte della nostra socialità mediata, questa pratica riflette progressivamente la nostra natura quotidiana. Michael Mandiberg è sempre stato attento ai cambiamenti nelle nostre strutture quotidiane, sviluppando opere d’arte con una cura quasi ossessiva. Nel suo “Quantified Self Portrait (One Year Performance)” mostra un video a 3 canali, fatto di fotografie davanti allo schermo e screenshot prodotti ogni quindici minuti da software personalizzati, per una performance di un anno, e alcune riflessioni testuali chiave. Il risultato è un’identificazione con la prospettiva del laptop e il carico di lavoro, mentre le riflessioni più lente interrompono il flusso dei coinvolgimenti con lo schermo, fornendo una delle possibili strategie di fuga individuali.

Body Paint series, the edge of the recent | Neural


[Letto su Neural]

Dal momento in cui hanno deciso di lavorare insieme dopo aver lasciato l’università nel 1996, il duo di artisti giapponesi Sembo Kensuke e Yae Akaiwa, conosciuti meglio come exonemo, hanno incarnato in maniera essenziale l’abilità di attraversare pratiche ibride dei media, indagando e spingendo verso confini dualistici in maniera concettuale, le interfacce e gli interstizi. Gli adattamenti nel capire il posto che occupano i media nella nostra vita negli ultimi vent’anni possono essere percepiti lungo la linea temporale dello sviluppo della loro pratica, fin dai primi tentativi con i software dai circuiti hardware alterati, oppure con l’uso analogico quando in genere le persone utilizzano il digitale, per arrivare a vari esperimenti col suono e con video, alla creazione dei video col GPS, alle performance partecipative usando l’ASCII e i simboli buddisti, le installazioni costruite a mano, la condivisione internazionale del loro modello Internet Yami-Ichi e il più recente utilizzo della pittura, insieme al video, per riaffrontare le questioni sulla corporalità e la materialità. Osservatori acuti delle tendenze (all’interno del circuito dei media) i loro progetti discutono costantemente la nostra relazione con la tecnologia, con tutte le sue ambiguità e compulsioni. Ultima tra queste manifestazioni è la loro esibizione “Milk on the Edge” presso la galleria hpgrp di Greenwich a New York dove hanno vissuto fino al 2015, con sede nell’incubatore NEW Inc. istituito dal New Museum. La mostra include progetti delle loro “Body Paint series” (esibite all’Ars Electronica del 2014) in aggiunta ai nuovi progetti creati usando schermi a LED verniciati con molta pittura, ma è il codice sottostante che la dice lunga. Qualcosa qui viene azzerato. In un’intervista di Rachel Lim a newinc.org riguardo all’esibizione gli artisti hanno affermato: “Sembra che tutto stia tornando indietro alla cornice quadrata per quello che riguarda la timeline dei social media. Nonostante ciò, gli esperimenti nell’arte del software e nell’arte interattiva hanno cercato di andare oltre il limite stesso. Penso che la cornice o il bordo della cornice sia l’intersezione di una nuova realtà. Ecco perché stiamo cercando di dipingere sul monitor per provare che cosa possiamo provare attraverso esso. Quel confine è il limite di un nuovo senso della realtà”. Nella loro descrizione artistica per l’esibizione ampliano ancora il concetto: “Che interfacce inaffidabili sono i nostri corpi! Oggi, costantemente legati al mondo attraverso la tecnologia, i nostri corpi stanno allargando le loro frontiere e cercando di toccare il mondo oltre la cornice stabilita. I territori di confine appena oltre gli schermi e i nuovi confini poco chiari sono contrassegnati dallo spruzzo di latte marcio”. Qui, gli exonemo mantengono la posizione di artisti della new media art fin dalla metà degli anni novanta nonostante permettano di essere visti – nudi e castrati – all’interno dei telai dipinti della galleria, artificialmente sottomessi, controllati, costretti, limitati e su un livello nuovo, contemporanei. Questo ha le sfumature di “Blue Man Group” che incontra “Butoh dancer” unito a qualcosa di irreale: come l’ombra dei dati umani contenuta all’interno della sua astrazione spettrale. Nell’intervista affermano anche come percepiscono la scomparsa delle precedenti linee di confine tra la media art e l’arte contemporanea, visto che gli artisti contemporanei utilizzano i media restando contemporanei (mentre gli artisti dei media si confondono nella storia dell’arte o i loro sé non lineari vengono inglobati fra il lignaggio e la cornice della galleria). È chiaro che gli exonemo sanno cosa stanno facendo. Se a un certo punto stanno vendendo, non si stanno svendendo.

Sean Cubitt – Finite Media: Environmental Implications of Digital Technologies | Neural


[Letto su Neural]

I sistemi digitali hanno causato, col tempo, una relazione che può essere considerata molto vicina alla pura “devozione”. Siamo interessati ai rituali ipnotizzanti di cui riempiamo la nostra vita, ma essi hanno la proprietà di renderci completamente insensibili agli straordinari sprechi di risorse sociali e naturali che implicano e provocano o come Cubitt afferma nel testo, noi pensiamo “che la merce dei consumatori non ha storia”. Questo libro esamina l’infrastruttura globale digitale e il suo mantenimento economico attraverso la sua vorace necessità di energia e materie prime da un lato e la privazione dei poveri lavoratori dall’altro. Fin dall’opera precedente Ecomedia (2005) Cubitt ha indagato le dimensioni teoriche di ecologia, media e arte con un approccio intrecciato. È semplice riconoscere le due parti principali in cui è suddiviso il libro. Nella prima, l’esposizione di verità inquietanti coinvolge un ampio spettro di campi connessi, e rafforza il fatto, attraverso dei casi di studio, che non possiamo limitare il tema dell’ecologia soltanto alla natura, ma occorre includere anche gli “ambienti secondari” dei media e della tecnologia. La terrificante combinazione dei fatti e delle cifre in questa parte è messa insieme con il conseguente sviluppo nella seconda parte di un rigoroso approccio politico e filosofico, che porta al sostegno di “una estetica eco-politica mediatica”. Questo libro può essere attribuito a queste essenziali idee; dal momento che il concetto di limitatezza declinato nel proprio titolo, richiede un più ampio e efficace ambientalismo, comprendendo finalmente tutte le parti tuttora fondamentali del suo discorso.

Cathy van Eck – Between Air and Electricity: Microphones and Loudspeakers as Musical Instruments | Neural


[Letto su Neural]

Invertire la funzione di tecnologie specializzate da semplici attrezzi a strumenti è un approccio condiviso dagli inventori passati, da artisti di qualsiasi periodo storico e da maker sperimentali contemporanei. Cathy van Eck è un artista sonoro che ha ampiamente approfondito l’utilizzo di microfoni e di altoparlanti come strumenti musicali. Essi hanno una presenza scenica anonima e un funzionamento imperscrutabile rispetto al gestuale causa-effetto tipico degli strumenti classici. Inoltre, rappresentano totalmente la quintessenza e l’interfaccia audio universale tra gli esseri umani e le macchine digitali/analogiche. Van Eck analizza storicamente e tecnicamente come comporre con tali oggetti aggiungendo le loro specifiche qualità al risultato finale. Partendo dai celebri esperimenti di Stockhausen, Tudor, Lucier and Pook, l’artista analizza la progettazione del segnale elettrico coinvolto, oltre al classico feedback acustico, utilizzando gli strumenti ‘origine del suono’, che hanno implicazioni estetiche sulla composizione. Per citare Van Eck la “relazione tra i movimenti del corpo del performer e il suono risultante non è più obbligatoria […] ma può essere composta”. Questo libro echeggia come l’omonimo progetto di ricerca dell’autore, articolato in ventotto composizioni realizzate tra il 2006 e il 2013. L’artista utilizza diversi approcci per ‘indurre’ il suono nelle installazioni e nelle performance, ma tutto è strutturato unendo tre principali categorie: movimento, materiale e spazio. Ciò che sta componendo ultimamente è una cartografia concettuale che “rende udibile ciò che si supponeva essere silenzioso”.

Eggsistential Angst, avoiding the countdown | Neural


[Letto su Neural]

Eggsistential Angst è un’opera di Neil Mendoza, definita dallo stesso artista “an investigation into balance and survival as an egg and a pendulum weave a never ending dance”. Nell’installazione, un pendolo grande e metallico oscilla, con il suo costante e crescente dondolio. Quando il movimento raggiunge una potenza tale da trasformare l’oscillazione in una rotazione completa, si attiva sull’estremità del pendolo una ruota di reazione, di quelle utilizzate anche per guidare il movimento dei satelliti. Guidata da un servo motore, tale ruota inverte il verso del dondolio, provocando la rotazione completa del pendolo nella direzione opposta a quella di partenza. Questo continuo movimento apparentemente innocuo avviene a pochi millimetri da un uovo, posizionato su un piedistallo sottile e slanciato, che con lievi ma scattanti spostamenti riesce elegantemente a scansare tutti i passaggi del pendolo. Motori, schede Arduino e due motori “stepper” aggiuntivi garantiscono la perfetta interazione fra i due elementi. Se nella Pala di Brera di Piero della Francesca, pende dal cielo come simbolo di fertilità, protezione e fecondità, in Eggsistential Angst l’uovo rovescia (letteralmente) la sua posizione: da sempre segno di nascita, protezione e vita, l’uovo è in quest’opera (e forse in questo tempo) simbolo di manifesta fragilità, costantemente minacciato dal dispiegarsi dei minuti battuti dal pendolo, come un lento ed ineffabile conto alla rovescia, dal quale riesce con fatica a sottrarsi.

Laura Leuzzi, Stephen Partridge – Rewind Italia: Early Video Art in Italy | Neural


[Letto su Neural.it]

La media art della seconda metà del XX secolo è più vicina al corrente status post-digitale ma questo – stranamente – non è ancora stato documentato in maniera sufficiente e adeguata. Tutto ciò sembra particolarmente vero per quegli anni di transizione che vanno dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta, gli anni degli “eroi analogici” – come potrebbero essere chiamati. Questi costituiscono la cerniera tra il mondo pre-digitale e quello digitale interconnesso a livello globale mentre l’effimero d’entrambe le video attrezzature e l’hardware dei formati di memorizzazione sembra decidere il destino dei materiali originali. Non ci sono legami palpabili con le nuove generazioni e i lavori dell’epoca sono risultati difficili da comunicare e da condividere (negli ambiti artistici e non). Il sommarsi di tali questioni ha posto seri problemi quando si trattava di ricostruire questo fondamentale periodo nella storia della media art e il risultato rende evidente perché quello che è documentato in questo libro risulti essere particolarmente prezioso. Finanziata dall’Arts and Humanities Research Council (AHRC), UK, la pubblicazione favorisce il recupero di documenti spesso rari sulla vivace scena della video arte italiana di quel periodo, includendo informazioni sugli studi di produzione, i luoghi delle azioni, i curatori e gli artisti, ma anche sul rapporto con gli ospiti internazionali e i loro interventi. L’incapacità di qualsiasi comparabile istituzione italiana ad abbracciare questo compito la dice lunga, insieme con il problema di avere una metodologia accettata ma “straniera”. Il tutto aggiunge valore a questa ponderosa antologia, per lo più unica nel suo genere e che sicuramente beneficia di una prospettiva non locale. Anche se molto è stato incluso ci sono ancora alcune aree che non sono state esplorate e che si spera – in un volume futuro – verranno trattate approfonditamente.

Zabet Patterson – Peripheral Vision: Bell Labs, the S-C 4020, and the Origins of Computer Art | Neural


[Letto su Neural.it]

Solo recentemente l’archeologia della computer art è stata oggetto di studi. Forse una delle ragioni per la quale questo è accaduto è perché maggiore è la distanza tecnologica, più profonda è la nostra comprensione delle azioni e degli esperimenti compiuti in un determinato momento nel tempo. In questo volume, Zabet Patterson indaga la computer art prodotta dalla fine degli anni Cinquanta, centrata sulla macchina Stromberg-Carlson 4020 utilizzata ai Bell Labs nel New Jersey (definita come “Microfilm Plotter”), uno dei primi dispositivi che ha permesso a un computer mainframe di creare output visivi. La sua considerazione di questa produzione è fluida e si concentra su alcuni seminali lavori artistici prodotti in quel luogo, coinvolgendo media diversi come la poesia, la fotografia, il disegno ed altri. La Patterson – inoltre – cerca di ricostruire l’intero contesto intorno le opere, invece di concentrarsi solo sugli audaci dettagli tecnici, facendo si che diversi aspetti rilevanti emergano. Tra questi il coping e il making-do, con i limiti tecnologici che probabilmente oggi avremmo considerato inaccettabili, oppure quello che riguarda l’elaborare soluzioni innovative (qui il confine tra il tecnico e l’artistico è piuttosto sfocato). Le dinamiche e le storie personali sono rimarcate attraverso un processo di ricerca che sembra aver fatto poco affidamento sui documenti ufficiali, scoprendo invece il valore di traiettorie strane e singolari. Il lettore è pervaso da una piena comprensione delle lotte coinvolte nella definizione e realizzazione di queste nuove opere d’arte e può far sua una generale panoramica del contesto tecnico e culturale di quel tempo, tra cui gli approcci specifici dei principali musei e di settore, alla fine imparando tanto e usufruendo di queste conoscenze in prospettiva.

Jussi Parikka – A Geology of Media | Neural


[Letto su Neural.it]

C’è una tensione senza fine tra la “materialità” dei mezzi di comunicazione e la sua infinita (personale) proliferazione, non risolta quasi per definizione. Al centro della maggior parte delle strategie di conservazione della media art, questa tensione può essere vista come una questione assolutamente cruciale, qui assai significativa per comprendere i paradossi che il digitale ha indotto rispetto a molti altri scritti basati su poco sostanziali trattazioni. Nel terzo e ultimo volume della sua esplorazione sull’ecologia dei media (dopo Digital Contagions e Insect Media) Parikka esplora questa tensione, disegnata sui seminali concetti di “deep time” e “anarchaeology”, un debito critico verso Siegfried Zielinski, cercando di sviscerare sia l’estetica che la radicalità di questa tensione. Dalla prima di queste concettualizzazioni viene lo studio sulle minuscole particelle, in particolare nel capitolo sulla polvere, un elemento estremamente simbolico della materialità e metafora di informazioni. Ispirandosi all’altra si prendono in considerazione questioni geologiche classiche, focalizzandosi sulla lenta formazione dei materiali di base necessari per costruire i nostri mezzi di comunicazione e sull’estremo futuro impatto della radioattività nei materiali contaminati. Le conseguenze politiche d’entrambi gli approcci sono sapientemente integrate in una prospettiva globale “antropocenica” e l’economia dei materiali multimediali emerge con forza. A questo proposito anche “Zombie Media”, un testo classico di Parikka scritto assieme a Garnet Hertz, viene infine aggiunto come appendice della ricerca, rafforzando gli effetti di questa tensione fra materiale e immateriale che evolve nel nuovo dualismo di geologico contro fabbricato.

Data Drops, Emotions Rendering in Liquid Colours | Neural


[Letto su Neural.it]

Varvara Guljajeva & Mar Canet definiscono il loro Data Drops come un “progetto di scultura dati”. Esso utilizza i dati di un sondaggio sulle emozioni della gente nei confronti dei dati personali utilizzati da terzi e li abbina ad un colore in base alla ruota delle otto emozioni primarie congegnata da Robert Plutchik. Prodotto in collaborazione con lo scienziato Mario de la Fuente, il lavoro mette gocce su vetrini da microscopio che sono liberi di muoversi e persino fondersi con altre gocce, grazie ai gradienti di superficie e di evaporazioni. L’interazione (perché di questo si tratta) viene registrata e gli schemi finali risultanti sono così documentati. A parte l’estetica del risultato c’è un aspetto emblematico utilizzando gocce come dati. Le gocce contengono una variabile, una quantità di liquido indefinito e in maniera similare ai big data posseggono una qualità dimensionale difficilmente sondabile. L’uso mirato dei colori potrebbe in qualche modo compensare questo, ma la struttura è progettata per lasciare i risultati emotivamente aperti.

ADESSO-DOPO

SCIVOLO.

J. Iobiz

Scrittore. In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più

Unclearer

Enjoyable Information. Focused or Not.

Free Trip Downl Hop Music Blog

Free listening and free download (mp3) chill and down tempo music (album compilation ep single) for free (usually name your price). Full merged styles: trip-hop electro chill-hop instrumental hip-hop ambient lo-fi boombap beatmaking turntablism indie psy dub step d'n'b reggae wave sainte-pop rock alternative cinematic organic classical world jazz soul groove funk balkan .... Discover lots of underground and emerging artists from around the world.

Mágica Mistura✨

Uma mistura mágica de poesia, imagens, música, citações, atualidades e velharias do Brasil e do mundo,sempre com um toque de inconformismo ...

boudoir77

"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

MITOLOGIA ELFICA

Storie e Leggende dal Nascondiglio

Stories from the underground

Come vivere senza stomaco, amare la musica ed essere sereni

Luke Atkins

Film, Television, and Music Critic

STAMPO SOCIALE

Rivista di coscienza collettiva

La Ragazza con la Valigia

Racconti di viaggi e di emozioni.

simonebocchetta

Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

TRIBUNUS

Duemila anni di Storia Romana

Alessandro Giunchi

corruptio pessima optimi

Dreams of Dark Angels

The blog of fantasy writer Storm Constantine

Bagatelle

Quisquilie, bagatelle, pinzillacchere...

HORROR CULTURA

Letteratura, cinema, storia dell'horror

Oui Magazine

DI JESSICA MARTINO E MARIANNA PIZZIPAOLO

Eleonora Zaupa • Writer Space

Una finestra per un altro mondo. Un mondo che vi farà sognare, oppure...

Through the Wormhole

“Siamo l’esperimento di controllo, il pianeta cui nessuno si è interessato, il luogo dove nessuno è mai intervenuto. Un mondo di calibratura decaduto. (…) La Terra è un argomento di lezione per gli apprendisti dei.” Carl Sagan

AI MARGINI DEL CAOS

un blog di Franco Ricciardiello

Tra Racconto e Realtà

Guardati intorno

Roccioletti

Arte altra e altrove.

Sharing

NEUTRALIZE THE FREE RADICALS

Novo Scriptorium

ἀνθρώποισι πᾶσι μέτεστι γινώσκειν ἑωυτοὺς καὶ σωφρονεῖν.

Arte Macabra

per gli amanti del macabro e del grottesco nell'arte moderna

CineFatti

Almeno un film al giorno, come il caffè.

Alessandro Rolfini

ESPLORA L’AVVENTURA

Pmespeak's Blog

Remember! Once warmth was without fire.

L'edera

e le altre poesie in ordine sparso by MerMer

anche-ombre

percorsi ombreggiati, riflessioni esauste, alcooliche, liberatorie

Giacomo Ferraiuolo

Avevo un sogno e l'ho realizzato.

- GIORNALE POP -

Per informarsi su fumetti, film, serie tv, cartoni, musica e tutto ciò che è pop

Inchiostro e Sanguenero

È impossibile non comunicare. (Primo assioma della comunicazione. Scuola di Palo Alto)

Stregherie

“Quando siamo calmi e pieni di saggezza, ci accorgiamo che solo le cose nobili e grandi hanno un’esistenza assoluta e duratura, mentre le piccole paure e i piccoli pensieri sono solo l’ombra della realtà.” (H. D. Thoreau)

L'occhio del cineasta

La community italiana sul cinema

La Sindrome del Colibrì

The more you know, the less you fear (Chris Hadfield)

Terracqueo

MultaPaucis

Il maestro dei sogni

"Tutti siamo fatti della stessa sostanza dei sogni"

Astro Orientamenti

Ri orientarsi: alla ricerca del nostro baricentro interiore

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: