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Archivio per Michele Mari

La montagna morta della vita | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione del romanzo La montagna morta della vita, di Michel Bernanos, uscito per la collana Novecento Fantastico dell’editrice Hypnos. Di cosa parliamo?

Torna finalmente in Italia dopo oltre cinquant’anni il capolavoro di Michel BernanosLa montagna morta della vita. Composto nel 1963, pubblicato postumo nel 1967, il romanzo si presenta nella sua prima parte come una classica avventura marinaresca, in perfetto stile hodgsoniano, per poi approdare, con la scoperta di una terra incognita, alla miglior tradizione lovecraftiana, in un’atmosfera visionaria degna della celebre Montagna di Jodorowski.
Il volume, presentato in una nuova traduzione a cura di Elena Furlan, è arricchito da un corposo saggio di Juan Asensio e da una nota al testo di Michele Mari.

“Il mio sguardo fu allora attratto dalla montagna più alta, in fondo, in lontananza. Era rossa come una brace di fucina. E il battito, che per un attimo si era attenuato, cominciò all’improvviso a risuonare con una violenza infernale. Seguì un lungo sospiro, poi la luce livida ridivenne ombra, e la foresta riprese il suo posto, sistemando per bene le foglie nel cielo nero. Il silenzio regnava di nuovo”.

 

L’orma Editore presenta “Automi, bambole e fantasmi” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di un’uscita particolare, dedicata ai racconti di E.T.A. Hoffmann: Automi, bambole e fantasmi. Un estratto dalla quarta:

Qui tutto sembra essere in segreta relazione, il segreto della vita, il feticcio, l’arroganza faustiana, l’incanto dell’arte, il vampirismo – Michele Mari.

E.T.A. Hoffmann: per Baudelaire era l’autore del «comico assoluto», per Walter Scott più che di un critico, avrebbe avuto bisogno di uno psichiatra, per Goethe le sue storie nuocevano alla salute, mentre per Freud era il maestro del «perturbante». Pareri discordi di fronte a uno scrittore originalissimo, capace di far affiorare regioni inesplorate della fantasia.

In Automi, bambole e fantasmi troviamo alcune tra le figure più suggestive e affascinanti che costellano le sue pagine: giocattoli animati, violinisti folli, ossessionanti apparizioni e presenze fantasmatiche. E poi scenari che evocano mondi vertiginosi: gli abissi di una miniera, le finestre di una casa desolata, la guerra in miniatura di una stanza di bambini, il labirinto della città.

Syd Barrett, fluida follia | il manifesto


Su IlManifesto questo lungo articolo che dettaglia, partendo dal mezzo secolo del disco solista di Syd Barrett, il suo percorso artistico, psichico e surreale. Ho sempre amato quell’artista, quell’uomo.

«Noi che il dolore ha fatto viaggiare nella nostra anima alla ricerca di un luogo di calma a cui appoggiarci, alla ricerca della stabilità nel male come gli altri nel bene, noi non siamo folli, siamo dei medici meravigliosi» (Antonin Artaud)
«Il matto non gioca mai, ma edifica monumenti capovolti. L’artista gioca sempre, edificando gli stessi monumenti» (Marco Ercolani, psichiatra)
Il 3 gennaio 1970, cinquant’anni fa esatti, nei negozi inglesi arriva uno strano ellepì. Strano a partire dalla copertina. C’è una stanza vuota con il pavimento dipinto a strisce bicolori, c’è un giovane uomo a piedi nudi accovacciato, che si puntella con la punta delle dita, come se fosse concentrato a mantenere un equilibrio tutto suo. Accanto ha un vaso con qualche fiore stentato. Nelle immagini a complemento, di spalle al giovane uomo c’è una splendida ragazza nuda, sempre di schiena o di tre quarti. I due si ignorano, la donna potrebbe anche essere un fantasma della mente. Il titolo è scritto a caratteri più grandi di quelli dell’autore, e dice The Madcap Laughs, il pazzo sta ridendo. Il pazzo, che non ride affatto nelle foto, è Syd Barrett, e quello è il suo primo disco solista. La copertina l’ha concepita lo studio Hipgnosis, la stessa realtà che produrrà le stupefacenti, imprevedibili copertine dei Pink Floyd: ad esempio, in quello stesso anno, quella di Atom Heart Mother, con il prato verde e la mucca pezzata che guarda in camera. Psichedelia indotta con l’immagine meno psichedelica che si possa concepire, il placido ruminante. La psichedelia, il «disvelamento della realtà interiore», per andare al significato letterale del termine era stata per i Pink Floyd quasi tutta farina dal sacco del «pazzo che ride», Syd Barrett.

OGGETTO DI CULTO

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Rosso Floyd | Lankelot


Recensione, su Lankelot, a Rosso Floyd, il romanzo_biografia che Michele Mari ha dedicato ai Pink Floyd. La recensione esplora molto bene i molteplici e particolari lati dal libro, e vi lascio a un passo della trattazione, esplicativo:

C’è una motivazione forte dietro la scelta di Mari di riscrivere la storia dei Pink Floyd smembrando la forma romanzo in un maxi-processo fatto di interrogazioni, testimonianze, confessioni e referti. Un dibattimento in cui sono chiamati a rispondere sia i Pink Floyd (tutti tranne Syd Barrett) sia gli altri personaggi reali o fantastici che ne hanno incrociato, o mancato, il destino di gloria: da Alan Parker ad Alan Parsons, dai familiari di Roger Waters e Syd allo gnomo che ispirò The piper at the gates of dawn, da Stanley Kubrick, che non riuscì a coinvolgere i PF nella colonna sonora di 2001, a Chris Dennis, il primo cantante della band, che la abbandonò per lavorare come tecnico della RAF nel Golfo Persico … Sappiamo che la drammaturgia del processo non è estranea all’estetica dei PF, come ci ricorda il film The wall, dove Bob Geldof, alias Roger Waters (a sua volta alter ego di Barrett) è un divo in crisi che erge un muro protettivo-oppressivo intorno a sé, finché un giudice terribile non lo condannerà a patire la pena più profonda: abbattere il suo muro ed esporsi agli altri. Ma non è solo questa sollecitazione estetica ciò che spinge Mari a organizzare il romanzo dei PF come un’istruttoria. Se c’è un processo, vuol dire che c’è una colpa. E nel caso della band di Cambridge è un senso di colpa quello che va processato, molto affine a quello che la psicologia chiama la “sindrome del sopravvissuto”.

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