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Archivio per Minimalismi

Alva Noto – Xerrox Vol.4 | Neural


[Letto su Neural]

Quarta e penultima uscita per Alva Noto della serie Xerrox, partita nel 2007, un progetto che nell’insieme è basato sul concetto di replica digitale del materiale di partenza, sulla manipolazione dei dati, utilizzando un metodo di riproduzione idealmente continuo e senza fine. In questo caso le evoluzioni sonore, a differenza delle precedenti uscite, non sono campioni estratti da fonti esterne o frammenti di registrazioni. I paesaggi sonori delineati sembrano invece far riferimento a una narrazione decisamente cinematografica, s’imprimono più avvolgenti e ambientali del solito, assolutamente nitidi ed esenti da glitch troppo insisti. L’accuratezza stilistica del maestro rimane tuttavia quella consueta, un’elettronica fluida vergata da ondate energetiche di trattamenti effettati e ipnotiche ripetizioni seriali. L’ambientazione è coinvolgente, meticolosa nell’organizzazione di qualsiasi pattern, siderale e ultra dettagliata, a tratti anche quietista, sebbene in sottofondo sempre serpeggi una certa inquietudine, una grana armonica ed emotiva che ci riporta alla stessa essenza degli iniziali successi del maestro tedesco, artista e compositore che mai incede, nella sua misurata sobrietà e delicatezza, nel dipanare tracce poco impressive, rilassate o eccessivamente manieriste. Insomma, siamo di fronte a una musica ambient di taglio piuttosto classico, moderna e minimalista, che non potendo puntare sulla novità d’un tale approccio, leviga certi estremismi e mantiene una visione però inappuntabile, che non volgarizzi l’aspetto cinematico d’una siffatta vocazione. Carsten Nicolai ha segnato in queste ultime due decadi nuovi orizzonti musicali e incarnato il modello concettuale di quello che un sound artist debba essere e fare. Anche se i glitch e le interferenze quasi impercettibili adesso sono presenti in minor misura rimane solida una tecnica, una metodologia che nei tagli e nella ripetizione trova la sua estetica, adesso corroborata da forme più smussate, organizzante in un flusso molto sognante e raffinato.

Adam Basanta – Circular Arguments | Neural


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Adam Basanta in Circular Arguments ancora una volta sembra focalizzare la sua operatività obliqua nell’organizzazione multisensoriale di coreografie variabili tra microfoni, altoparlanti, sistema cinetico, spazi fisici e software personalizzato. L’attenzione di questo artista sonoro è da sempre indirizzata a quelle che sono pratiche di ascolto e comunicazione, agite in quanto attività relazionali, spesso utilizzando anche oggetti piuttosto comuni, protesi tecnologiche a buon mercato, accuratamente detournate dai loro utilizzi più convenzionali. In questo caso le registrazioni provengono da installazioni sonore create esclusivamente facendo uso di tecniche di feedback dal vivo e iterazioni ambientali. Lo stesso autore ha la fermezza di dichiarare di non essere sicuro che raccogliere tali sperimentazioni auditive in un album le renda necessariamente “musica”, seppure – vista la qualità del risultato – noi non abbiamo dubbi a tale proposito: questa è un’operazione concettualmente sofisticata, che attinge a conoscenze musicali e posizionamenti stilistici di confine. Questi suoni esistono – ciò è altrettanto indubbio – e occupano spazi precisi, pur non essendo pensati in una rigorosa struttura compositiva. Insomma, meritano comunque appieno tutta l’attenzione dell’ascoltatore. Basanta considera il contesto performativo come prioritario: la presenza del pubblico stabilisce e rende concreto un rapporto fisico con le specifiche esperienze vibratili. Nello spostamento tra installazione e medium digitale queste opere risuonano però in maniera differente, senza perdere – crediamo – il loro respiro musicale e quel senso di quiete ariosa apparentemente autonomo che in origine era parte di una performatività più complessa e fisica. I suoni s’imprimono con una certa purezza, cristallini, minimali, i volumi sono sempre controllatissimi e niente impedisce che questi intrecci di frequenze possano essere ascoltati come musica. L’ambientazione è piuttosto siderale, ultraterrena, ma alla fine questo è poco importante, la tecnologia – pure molto grezza – qui sembra essere vissuta in quanto integrazione del nostro quotidiano, restituendo in qualche modo una “sensibilità” molto estetica ed etica. Alla 901 Editions di Fabio Perletta, in quel di Roseto degli Abruzzi, ancora una volta possono essere soddisfatti delle energie messe in campo.

Ryan Teague – Recursive Iterations | Neural


[Letto su Neural]

Possono delle ossessive e ripetitive sequenze sonore imprimersi sino allo sfinimento, facendo proliferare fra le pieghe del loro riproporsi momenti più sintetici, ritmici e tagliati? Evidentemente il compositore bristoliano Ryan Teague tiene a questi fraseggi in maniera particolare, reputandoli altrettanto importanti delle melodie e dei momenti ariosi ed elegiaci dispensati fra i solchi. Sono Recursive Iterations, articolate in sette differenti composizioni che ammiccano a un sound design cinematico con elementi di musica neoclassica e un’elettronica avvincente, solo apparentemente malfunzionante, che fa capolino con intelligenza calcolata, forse in maniera anche maniacale ma organizzata per catturare completamente l’attenzione. Nelle note di edizione si sottolinea quanto la struttura musicale sia derivativa di un sistema algoritmico appositamente progettato, seppure l’idea di fondo sembra molto semplice e anche piuttosto artigianale: mettere assieme elementi apparentemente differenti, lavorare sulla ripetizione e sull’incastro di strutture musicali non contigue fra loro. È un ciclico ritorno, solo differentemente inquadrato nelle rispettive tracce, quello al quale assistiamo, fatto di spazi negativi e circolari, solcati da una tensione sempre vivida, corroborata da scorie sintetiche che pulsano a intervalli regolari e ad arte compatibili, in un crescendo di trame ben concentrate e reattive. Qualcuno potrebbe sottolineare che l’impostazione rimanda un poco alle seminali sperimentazioni abstract di metà anni novanta (ad esempio alle produzioni Mo’ Wax e alla prima elettronica editata mediante software). L’effetto non è mai comunque quello di un “già sentito”, perché Teague è abilissimo nell’accostare i giusti elementi e nel limarne i bordi, infondendo le giuste pause e i tempi precisi perché tutto funzioni alla perfezione. I ritmi lenti e cadenzati, assieme ai loop gentili, danno vita a quello che si potrebbe definire un ambient downtempo che è però sferzato dalle cesure più nervose e digitali, il tutto anche ai confini del post-rock, di una contemporanea musica da camera e dell’ idm. Musica soave ma certo non per tutti e non completamente quietista.

Six Microphones – Six Microphones | Neural


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Sono due gli splendidi 12” in vinile, in edizione bianco-latte – con i suoni masterizzati da Taylor Deupree – compresi nella doppia elegantissima confezione che si deve a una nuova etichetta di Cambridge, la Counter Audition, completati anche da un’edizione digitale a cura della LINE di Los Angeles. Solo dopo qualche ricerca abbiamo realizzato che Six Microphones non è altro che il moniker del designer e compositore Robert Gerard Pietrusko, che in questo caso ha presentato un omonimo progetto le cui seminali frequenze hanno origine dalle sue sperimentazioni di feedback audio. Per l’uscita in questione questi materiali sono stati registrati in presa diretta presso lo Storefront for Art and Architecture a New York City, mettendo in opera anche le specifiche relazioni tra suono, spazio e pubblico presente. Cercando di spiegare più dettagliatamente come è stato realizzato il tutto viene da dire che le vibrazioni minimaliste sono qui agite grazie ad un sistema dinamico, uno stato di feedback risonante che è diffuso all’interno d’un caratteristico spazio architettonico. Se la percezione dell’ascoltatore è forzata a un’estrema attenzione e qualcosa si distingue a malapena nel caso l’amplificazione non fosse adeguata, sono i ronzii primari e secondari, i passaggi sordi e gli aggiustamenti omeostatici a imprimersi con perdurante costanza ai nostri sensi. Il tutto è suddiviso in sei parti e una overture, decisamente evocativo d’un approccio di psicoacustica-performativa, astratto e piuttosto raffinato. Insomma, questa sembra essere la classica uscita da sentire rigorosamente in cuffia, immersi in un ascolto totalizzante e meditativo, che spinge in una dimensione “no time, no space”, al contrario della sua esecuzione dal vivo, nella quale è la reazione sonora nello spazio ad essere al centro di quello che si percepisce. L’installazione sonora funziona anche decontestualizzata diremmo, poiché i modelli di feedback risultano comunque ben realizzati e sempre mutevoli. Poco importa che l’idea non sia affatto inedita e che altri abbiano già utilizzato sonorità ottenute in questa maniera. La qualità delle registrazioni, per intrecci e difformità di risonanze dà vita comunque a una varietà di passaggi, in un insieme ottenuto grazie ad attrezzature veramente basilari (solo sei microfoni e altoparlanti). Il risultato è decisamente coinvolgente, frutto d’un feedback incontrollato ma anche di un’abilità organizzativa e di una mente musicale tutt’altro che scontate.

Horla – Fantômes | Neural


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Scritto, prodotto e mixato nel Madagascar nord-orientale da Clovis Lemée – musicista e condirettóre della Cabanon Records, meglio conosciuto come Horla – questo LP vuole essere un tributo alla natura selvatica, all’animismo e all’essenza misteriosa di quella terra affascinante, nella quale visioni fantasmagoriche indotte, strani rituali e un certo primitivismo magico, diventano una costante poetica degli stessi ambienti attraversati. La gestazione di Fantômes è durata all’incirca due anni e la suggestione stilistica nelle composizioni proposte è quella d’un free-jazz molto rarefatto e avanguardistico, nel quale forti sono gli elementi autoctoni, tribali, sensibili d’una molteplicità di pieghe e intrecci musicali, ritmi e armonie. “Opium quartet” parte con una sola nota di tromba ripetuta e suoni granulari un po’ sulfurei e dissonanti, seppure mollemente ipnotici, densi e cadenzati. Nella successiva “Bois-Pierre“ – che è più nervosa e ritmicamente sfaccettata – è sempre un andamento sognante e stravagato a conquistare l’ascolto, in un ribollire d’emergenze auditive percussive e sequenze discretamente sinistre. “Jumbo score” è ancora una composizione prevalentemente ritmica e sommessamente tribale: sembra di sentire sonagli, rumori animali, echi sordi piuttosto spazializzati e cupi. In “Haschich jazz”, ci si trova di fronte a un approccio polifonico e a una molteplicità di fonti sonore, sottolineate anche da intrecciate registrazioni di cori evocativi e chiesastici. Horla spesso si avvale di strategie aleatorie, preordinate impostando un certo numero di variabili definite a priori, che rendono indistinguibili le registrazioni microfoniche di strumenti acustici e i suoni di sintesi. L’editing di ogni brano è decisamente accurato e anche piuttosto laborioso, come in “The coconut fall”, raffinata partitura armonicamente predisposta, un po’ malinconica ed elegiaca. “Qui sont ces fantômes” è pure assai quieta, anche questa basata sul ripetersi di un solo accordo, questa volta di clavicembalo. “Palissandre spleen” è la più breve delle tracce presenti nell’album, solo poco più di due minuti, anche questa un misto di registrazioni acustiche e parti di sintesi che si devono a uno stilizzato xilofono, seguita da “Veillée pour les morts” che articola tintinnii piuttosto sghembi in un jazz rarefatto dalle partiture ariose e melodiche. “Veillée pour les morts” sfuma suadente agitando una doppia dialettica, strutturata da una parte da trattamenti piuttosto swing ed edulcorati, dall’altra da una ritmica sbilenca in opposizione alle melodiche evoluzioni. Si chiude con “Frame-Océan” fra eleganti costruzioni melodiche e ritmica improvvisativa, includendo abrasioni tonali e rumori di fondo.

Voin Oruwu – Etudes From A Starship | Neural


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Sono dieci le futuristiche tracce elegantemente costruite da Dmitriy Avksentiev, aka Voin Oruwu, sound artista che dopo Big Space Adventure, doppio LP pubblicato nel 2018 per Private Persons, approda adesso alla Kvitnu di Dmytro Fedorenko e Kateryna Zavoloka. Sono atmosfere misticheggianti e un po’ enfatiche, malinconiche ed emotive, quelle dipanate dal musicista di Kiev, attivo nelle scene elettroniche anche con i moniker di Koloah e Tropical Echobird. Come spesso succede con le uscite Kvitnu il confine fra sperimentalismo, immaginari distopici e un’elettronica di tendenza – dalle venature tecnoidi – è molto sfumato. Sin dai primissimi solchi di “Titan” le ambientazioni sognanti fanno però presagire sviluppi più tesi e sintetici, che arrivano presto, prima con “Blur Planet”, che sostiene un respiro decisamente space e rarefatto, poi con “Source”, produzione nella quale le sequenze si fanno più complesse e cinematiche, un po’ cameristiche e inquiete. Bisogna aspettare “Decay Instability” per ritmiche sostenute, fratturate e quasi da dancefloor industrialista, mentre la successiva “Even Mind” parte quasi silente ma vantando una ripresa di grande effetto simbolico, una sorta di nenia cosmica, siderale e macchinica. Non c’è quasi cesura fra le differenti tracce e “Limulus” anche sciorina diradati passaggi ed elementi percussivi adrenalinici, giocando sul contrasto quiete-caos, che è tecnica ricorrente a queste latitudini stilistiche. Siamo idealmente in viaggio interstellare con Voin Oruwu, che non fa mistero delle sue fascinazioni sci-fi, anche in “Escape Mission” e nella traccia di chiusura, “Ceremony”, elegiaca e musicalissima. È proprio questa capacità di far fronte a più registri espressivi a coinvolgere infine l’ascoltatore più smaliziato, quello che si rende presto partecipe nell’essere investito da differenti stilemi, montati ad arte in un impianto concettuale che riesce ad accogliere più influenze senza rinunciare a sperimentalismi e melodie, a sapienze ambientali e a passaggi nervosi. Voin Oruwu è abile nel tenere la scena e pure nelle sue esternazioni meno radicali – ci riferiamo ad esempio alla sua apparizione per un format quale Boiler Room – non viene meno a questa sua doppia vocazione, divisa fra pattern eterei e ritmiche ipnotiche, paesaggi sfumati e intensità vibratili. Studies From A Starship è un album da godere a fondo lasciandosi coinvolgere e incantare dal suo flusso visionario e sinuoso.

Yoshio Machida + Constantin Papageorgiadis – Music from the SYNTHI 100 | Neural


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Utilizzando il SYNTHI 100 dell’Institute for Psychoacoustics and Electronic Music dell’Università di Ghent, Yoshio Machida, uno sperimentatore piuttosto prolifico e ben conosciuto anche nelle enclave free form, presenta un interessante progetto con il belga Constantin Papageorgiadis, musicista ed ingegnere del suono pure appassionato di strumentazioni analogiche vintage. Il sintetizzatore fa parte di una serie ideata e realizzata negli Electronic Music Studios Ltd. (EMS) a partire dal 1974, una produzione di sole 30 unità, preziose console che in passato sono state impiegate anche da assoluti mostri sacri della composizione contemporanea, quali per esempio Karlheinz Stockhausen (in Sirius), Eduard Artemyev (che ne ha utilizzato uno per la colonna sonora di Stalker, film distopico e visionario di Andrej Tarkovskij), o per la BBC in svariate serie sci-fi (Doctor Who, Blake’s 7 e Guida galattica per autostoppisti), oltre che da technoheads postmoderne quali Aphex Twin e Jack Dangers dei Meat Beat Manifesto. Alle gioie e dolori di una imponente apparecchiatura di tal fatta – è di oltre due metri la lunghezza complessiva dei suoi moduli – si piegano adesso i due specialisti, realizzando un album senza nessuna aggiunta ulteriore né effettuando editing alcuno. Un SYNTHI 100, tuttavia, è uno strumento che permette infinite modulazioni, grazie ai suoi molti parametri, comprensivi di 12 oscillatori e 8 filtri, che utilizzati nelle forme piuttosto stringate e concettuali del duo, liberano appieno le potenzialità di trame decisamente sintetiche, space e generative. È come un ipnotico testing alieno quello che arriva a noi, soprattutto denso del fascino di un’applicazione scrupolosa e di siderali iterazioni, una prova comunque imbevuta da un’anima anche fortemente musicale, ricca di un’obliqua narrazione poetica, che prescinde dall’estrema manipolazione e dalla smodata ripetizione di loop. Le sequenze espresse non sembrano infatti funzionare secondo le logiche d’un audioabuso astratto, né assecondando i trend d’un esotismo retro-future. Qui il focus sembra essere quello d’un utilizzo quanto più completo e a sé stante, nel quale ogni traccia brilla di singoli elementi ed intuizioni, trasalimenti ed analisi, una sorta di scrittura scenica elettronica, frammentaria ed elusiva ma ricca di una sostanza che deve avere in sé e non in qualcos’altro il principio della sua stessa intelligibilità.

Plaster – Transition | Neural


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Nuovo studio album – che è edito da Kvitnu – per Plaster, moniker dietro il quale adesso vi è solo Gianclaudio Hashem Moniri (precedentemente in duo con Giuseppe Carlini). Transition rispetto al passato esibisce un approccio maggiormente minimale e concreto, utilizzando nelle composizioni soprattutto strumentazione analogica e hardware, al bivio fra un’ispirata suite dalle venature industriali e ambientali evoluzioni, con sequenze cupe e dai tratti inquietanti, che riverberano di terre inabitate e paesaggi un po’ lunari. Quello che sembra evidente è che la transizione suggerita dal titolo riguardi adesso proprio una vocazione più sperimentale, seppure un certo impianto tecnoide ancora faccia capolino nel corso delle otto tracce, splendidamente addobbate dell’artwork di Zavoloka, una delle menti pulsanti e anche designer che guida le sorti dell’etichetta viennese. Gli immaginari che sono evocati sembrano avere a che fare con i classici modelli della fantascienza distopica, mescolando un po’ di post-human e visioni apocalittiche, trasportando l’ascoltatore attraverso scansioni ipnotiche ma tuttavia parecchio ritmate, minacciose e sintetiche. Non mancano i momenti di quiete, ad esempio in “Unregistered Product”, nel quale un loop elegiaco viene modulato con grande perizia e insistenza, dando lustro a meditabonde connessioni, che nella successiva “Imaginary Friend” si fanno quasi retrowave o più noisey – se preferite – facendo pendere la bilancia sul versante di una fruizione decisamente cruda, vibrante e diretta. Sono spurie melodie create con sintetizzatori analogici quelle di quest’album che rimangono impresse nelle nostre sinapsi, “The Last Goodbye” o “Casual Encounter”, potenti tracce che nella loro dimensione evocativa immaginiamo anche molto spendibili in versione live, per un pubblico che necessita di un ritorno alle origini, quando tutto era meno patinato e l’essere aspri e urticanti non era un’opzione. Non sappiano se Moniri sia interessato a questo. Fatto sta che un talento di questo tipo ci piacerebbe messo alla prova anche in situazioni meno confortevoli. Sarebbe in sintonia con le sue stesse ossessioni, che confortevoli non lo sono affatto e trovano ispirazione nei meandri più oscuri e contorti fra i generi, sempre modulando in maniera tesa e iper-vivida, coriacea e insondabile.

Orson Hentschel ‎– Electric Stutter | Neural


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In questo suo secondo LP, sempre per Denovali – il primo era stato Feed the Tape nel 2016 – Orson Hentschel mette da parte un approccio complessivamente più experimental e purista per abbracciare contaminazioni pop e influssi contemporanei meno concettualmente insistiti. Se i reali cambiamenti per gusto e stile – quelli che incidono profondamente le nostre “abitudini d’ascolto” – avvengono soprattutto nella sfera del quotidiano, è nella commistione d’elettronica alquanto rarefatta e ambientali partiture, culture alte e basse, elegiache sonorità e minimalismi, che Electric Stutter trova la sua maniera di coinvolgere all’ascolto. L’effetto è allo stesso tempo delicato e potente, stilizzato ma in definitiva molto cinematografico e ricorda in qualche passaggio anche le maniere “orchestrali” di certi gruppi post-rock, a volte freddi e contenuti, in altre iterazioni più melodici e ridondanti. Non è questa un’operatività inedita alle latitudini elettroniche di molti mavericks contemporanei, eppure Hentschel riesce ad esprimere una cifra propria, autentica nella giustapposizione d’elementi musicali e sequenze strutturali che reggono la complessa partitura. Il compositore tedesco ha vocazione drammatica da spendere, un notevole senso del ritmo e cura dei dettagli: all’appeal del manipolatore da consolle aggiunge costruzioni che possono essere spese in live più fisici e spettacolari, non adatti per il dancefloor ma che potrebbero benissimo tenere le scene in festival ed happening di vario tipo. Anche se Hentschel ha attraversato una formazione classica, le sue tecniche compositive attingono da differenti versanti tanto da avvicinarlo più alla dimensione tipica dell’artista multimediale che non a quella del musicista. Lungo le nove tracce dell’album – un doppio LP in vinili da 180 grammi o in cd – sono molti i fotogrammi auditivi, le possibili narrazioni, le sequenze simboliche che si susseguono. L’energia è palpabile, la tensione costante e mobilissima nell’integrazione dei vari “quadri” sensoriali, con una resa che non consente distrazione alcuna o cali di partecipazione. Il paradiso futuro forse è solo un lieve ticchettio, poche note dilatate e un crescendo ad arte irrisolto, la costanza di trascinare un processo verso la sua consunzione, l’ennesimo risuonare che nel buio d’una sala e davanti ad uno scelto pubblico trova la sua ragione d’essere.

Confronto prima del cambiamento


Il confronto è retto da dinamiche minimali, come ogni altro tipo d’interazione, e il susseguirsi delle piccole fasi di assistemento assomiglia all’onda evolutiva tellurica, un frammento di devastante cambiamento.

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