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Archivio per Misticismo

Trascendere significa abdicare all’intrinseca comprensione tecnica


Un sogno lungo quanto un’estensione di parole e idiomi gutturali, milioni di entropie sommate su se stesse fino a tracimare la comprensione, fino alla mistica della trascendenza.

Mircea Eliade: l’iniziazione sciamanica e le tecniche dell’estasi – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un corposo estratto dal saggio Lo Sciamanesimo e le tecniche dell’estasi, scritto circa settant’anni fa da Mircea Eliade. Vi lascio ad alcuni passi che non fanno altro che aumentare il già enorme fascino verso lo sciamanesimo, che porta a un suo studio serio.

Magia e maghi li incontriamo un po’ dappertutto nel mondo, mentre lo sciamanismo corrisponde a una “specialità” magica particolare: implica il “dominio del fuoco”, il volo magico e così via. Così, benché lo sciamano sia, fra l’altro, un mago, non ogni mago può essere qualificato come sciamano. La stessa precisazione si impone nel riguardo delle guarigioni sciamaniche: ogni medicine-man è un guaritore, ma lo sciamano utilizza una tecnica propria solo a lui. Quanto alle tecniche sciamaniche dell’estasi, esse non esauriscono tutte le varietà dell’esperienza estatica attestate dalla storia delle religioni e dall’etnologia religiosa: non si può dunque considerare un qualsiasi estatico come uno sciamano; questi è lo specialista di una trance durante la quale si ritiene che la sua anima possa lasciare il corpo per intraprendere ascensioni celesti o discese infernali.

Queste precisazioni preliminari, per succinte che siano, indicano già il cammino che ci proponiamo di seguire per giungere alla giusta comprensione dello sciamanismo. Dato che questo fenomeno magico-religioso si è manifestato nella sua forma più completa nell’Asia centrale e settentrionale, si prenderà come esemplare tipico lo sciamano di tali religioni. Non ignoriamo, e anzi cercheremo di mostrare che, almeno nel suo stato attuale, lo sciamanismo centro-asiatico e nord-asiatico non è un fenomeno originario, esente da ogni influenza esterna: al contrario, è un fenomeno che ha una lunga “storia”. Ma questo sciamanismo centro-asiatico e siberiano ha il merito di presentarsi come una struttura nella quale vari elementi che esistono diffusi nel resto del mondo – e cioè: rapporti speciali con gli “spiriti”, capacità estatiche permettenti il volo magico, l’ascensione al Cielo, la discesa agli Inferi, il dominio sul fuoco e così via – si rivelano già, nella zona in questione, integrati in una particolare ideologia e convalidati da tecniche specifiche.

[…] i popoli che si dichiarano “sciamanici” danno un’importanza considerevole alle esperienze estatiche dei loro sciamani; queste esperienze li riguardano personalmente e direttamente, perché sono gli sciamani che, per mezzo della loro trance, li guariscono, accompagnano i loro morti nel “regno delle ombre” e fanno da mediatori tra loro e i loro déi, celesti o infernali, grandi o piccoli. Questa ristretta élite mistica non solo dirige la vita religiosa della comunità, ma in un certo modo veglia sulla sua “anima”. Lo sciamano è il grande specialista dell’anima umana: lui solo la “vede”, perché ne conosce la “forma” e il destino.

Ove non si tratti della sorte immediata dell’anima, ove non si abbia a che fare con la malattia (=perdita dell’anima) o con la morte, o con una sventura, o con un importante sacrificio che implica una certa esperienza estatica (viaggio mistico nel cielo o negli inferi), lo sciamano non è indispensabile. Una gran parte della vita religiosa si svolge senza di lui.

Come è noto, i popoli artici, siberiani e centro-asiatici sono composti nella grande maggioranza da cacciatori-pescatori e da pastori-allevatori. Un certo nomadismo li caratterizza tutti. E, nelle grandi linee, le loro religioni coincidono, nonostante le differenze etniche e linguistiche. […] venerano un Gran dio celeste, già creatore e onnipotente, ma in via di divenire un deus otiosus. Talvolta il nome stesso del gran dio vuol dire “Cielo”; tale è, per esempio, il Num dei Samoiedi, il Buga dei Tungusi o il Tengri dei Mongoli. Perfino quando il nome concreto di “cielo” manca, si ritrova uno dei suoi attributi più specifici, come “alto”, “elevato”, “luminoso” ecc.

The Joy of Nature – Taking Leave of a Friend


Folgorazioni sull’onda della rivelazione psichica.

Picnic at Hanging Rock


Stato di recupero asceso a vette dove il mistico ti offre una colazione.

Stefano Bertoli: Eleven Faces And Forty Two Arms – Ver Sacrum


Su VerSacrum, Cesare Buttaboni recensisce il disco Eleven Faces And Forty Two Arms di Stefano Bertoli, che conosco ormai da molto tempo e che reputo uno dei migliori artisti della scena elettronica e rumoristica, in senso lato e futurista, senza contare gli aspetti olistici che spesso esprime. Vi lascio alle parole della recensione.

Stefano Bertoli (di cui ho parlato di recente a proposito del progetto Andromaca) è un musicista elettronico che fa della ricerca da oltre 20 anni. Ora la Industrial Ölocaust Recordings, un’etichetta di culto per chi segue il post industriale esoterico (ha in catalogo I Cordis Cincti Serpente) con una filosofia di fondo tesa verso il conseguimento di scopi magici abbastanza oscuri per il profano (la IHR è collegata all’A.E.U., organizzazione italiana consacrata in non meglio precisati studi mistici e magici), pubblica un disco a suo nome intitolato Eleven Faces And Forty Two Arms. A dispetto dell’immagine raffigurata in copertina che sembra legarsi indubbiamente con l’esterica magico-rituale dell’etichetta, la musica contenuta in questo disco si riallaccia in realtà alla sperimentazione elettronica dell’inizio degli anni ‘70. Le 2 lunghe tracce (di circa 20 minuti di durata) “Kan” e “Non” mi hanno riportato alla mente un disco senza tempo come Sonanze di Roberto Cacciapaglia, un capolavoro ispirato ai Corrieri Cosmici tedeschi ma che suonava unico e originale. Per l’occasione Bertoli suona strumenti elettronici desueti come il CiatLonbarde CocoquantusII, il Sidrax e il Folktek Resonant Garden oltre a nastri magnetici e microfoni a contatto. Le ambientazioni sono astratte e minimali ma non ascoltiamo mai un suono fuori posto. L’atmosfera è quieta e meditativa e ci culla dolcemente verso il Vuoto Cosmico Il risultato è ipnotico e catartico: a dispetto dell’apparente aseticcità e freddezza della musica questi suoni hanno un’anima e, soprattutto, non viene mai meno l’emozione, elemento per me fondamentale per poter apprezzare la musica. La musica contenuta in “Eleven Faces And Forty Two Arms” ha un senso e ha qualcosa da dire il che non è poco in un mercato inflazionato in cui capita spesso di sentire suoni sterili e messi a casaccio (come in alcune produzioni industrial) oppure dischi che suonano uguali a mille altri senza avere il sacro fuoco dell’ispirazione (è il caso di alcuni artisti ambient). Consigliato ai viaggiatori cosmici.

“Zothique n. 4”: Arthur Machen e il fascino panico del perturbante – A X I S m u n d i


Su AxisMundi una estesa disquisizione su Arthur Machen e la sua opera sulle culture cultuali celtiche, delle creature fatate, e sui rapporti che lui ha avuto con le società ermetiche ignlesi del XIX secolo. Le considerazioni partono dal numero 4 della rivista Zothique, già recensita qui.

Nel suo saggio del 1919, Das Unheimliche, Sigmund Freud prendendo spunto dalle intuizioni del collega Ernst Jentsch indagò la natura di questo strato della vita psichica:

« Non c’è dubbio che esso appartiene alla sfera dello spaventoso, di ciò che ingenera angoscia e orrore, ed è altrettanto certo che questo termine non viene sempre usato in senso nettamente definibile, tanto che quasi sempre coincide con ciò che è genericamente angoscioso. È lecito tuttavia aspettarsi che esista un nucleo particolare, che giustifichi l’impiego di una particolare terminologia concettuale. »

Nondimeno, ben prima delle ricerche freudiane e oltre un decennio dopo, Machen scandagliò tale sentimento in lungo e in largo, conducendo il suo pubblico all’interno di quel nucleo che lo psicanalista austriaco aveva soltanto abbozzato. Il presente corposo volume, comme d’habitude curato con grande passione e professionalità da Pietro Guarriello, ricostruisce organicamente tale esperienza, attraverso numerosi contributi critici e cinque racconti (di cui quattro dello scrittore gallese) rimasti fino ad ora inediti in Italia.

Arthur Llewelyn Jones nacque a Caerleon-on-Usk il 3 marzo del 1863, figlio del pastore anglicano John Edward Jones e della scozzese Janet Robina Machen, da cui prenderà il cognome d’arte. Nelle sue memorie rimarcò come la sua più grande fortuna sia stata quella di essere nato nel cuore del Gwent, in un vero e proprio caleidoscopio di leggende.

All’interno del suo mirabile studio inserito nella seconda parte dell’albo (pp. 181-222), Le fate, le streghe e la porta per l’Altro Mondo: rilievi folklorici ed etnografici sull’opera di Arthur MachenMarco Maculotti ricorda come già Jorge LuisBorges avesse rilevato la fiera identità celtica di Machen, attraverso cui «poté sentirsi oscuramente vittorioso e antico, radicato nella propria terra e alimentato da primitive scienze magiche». Caerleon, Isca Silurum per i romani, è anche identificata con Camelot, la fortezza di re Artù. Infine, è una delle terre maggiormente interessate dalla tradizione dei fairies, le enigmatiche creature che abitano il Regno segreto, pregevolmente tratteggiato dal presbiteriano scozzese Robert Kirk sul finire del Seicento (The SecretCommonwealth, scritto nel 1692 e pubblicato per la prima volta solo nel 1815).

Nell’opera macheniana, tuttavia, si assiste a più riprese a un capovolgimento radicale della percezione post-shakespeariana di questi esseri, in quanto l’autore gallese, appassionato studioso di folklore celtico, recuperò la visione tradizionale e perturbante del cosiddetto “piccolo popolo“. Ne La storia del sigillo nero, il professor Gregg, alter ego dell’autore, sembra riferirsi direttamente a Kirk quando afferma:

« Così come i nostri antenati avevano chiamato “fatati” o “buoni” gli esseri terribili perché li temevano, li avevano anche rivestiti di forme affascinanti, ben sapendo che la verità era assai diversa», giungendo alla conclusione per cui fate e diavoli sarebbero di un’unica razza e di un’unica origine.

Atrium Carceri – Executioner


La mistica dello spazio profondo.

Not My God’s – Sowing Discord (Official Music Video)


I pagani mistici continuano a essere tra noi.

Facile misticismo


Rinnovi le movenze teatrali in un mistero ben congegnato di significati, in bilico tra il riconoscibile e l’inconoscibile, ammantandoti di aureo mistero che sa di misticismo a buon mercato.

L’impero interno: note occulte sul cinema di David Lynch – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un lungo post che indaga l’opera (anche occulta) di David Lynch, uno dei pochissimi geni superlativi dell’arte contemporanea.

David Keith Lynch, statunitense, uno dei più significativi registi della storia recente, figura enigmatica del cinema, torturatore dell’inconscio e dei lati oscuri dell’individuo e della realtà, grande sapiente di un Occidente contemporaneo in avanzata crisi spirituale. Il suo cinema è pieno di segreti, intuizioni, indicazioni, lati nascosti, altissime e vastissime conoscenze. Dalla psicanalisi, alle dottrine orientali –  è egli stesso praticante di meditazione trascendentale –, fino all’esoterismo nel senso più vasto del termine. In quest’articolo esamineremo alcune delle sue opere, per coglierne gli “assi portanti”. Assi che sembrano costituire il vero nucleo delle sue produzioni, da molti “profani” definite troppo spesso “senza senso”, e che invece sono ricolme di “ogni senso”.

“Preferisco ricordare le cose a modo mio”, afferma Fred Madison protagonista di Lost Highway (titolo italiano Strade perdute), tra i capolavori di David Lynch degli anni novanta. L’affermazione di Fred Madison (Bill Pulman), sembra innocua o, appunto, “apparentemente senza senso”, ma in realtà è la chiave d’accesso agli squarci di mondo interiore aperti in questo e in altri suoi capolavori: il “potere della mente”, nella potenza e nel delirio, nell’immaginazione positiva e nella proiezione distorta, tra il servizio alla realtà e l’allucinazione distruttiva.

Il protagonista di Lost Highway, infatti, è un musicista jazz abbastanza introverso, in un periodo poco felice, anche dal punto di vista coniugale, come emerge dai dialoghi con sua moglie. Quest’ultima, la procace e sensuale Renée – una Patricia Arquette dall’estetica pin up –, quando valorizzata a pieno assurge a vero elemento di congiunzione per una discesa nei meandri più oscuri della psiche del marito.

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