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Rinascimento cyberpunk: da Neuromante a Mr. Robot – Quaderni d’Altri Tempi


Ormai è la pubblicazione SF dell’anno, l’acchiappatutto, il must di ogni appassionato italiano di SF e Fantastico a tutto tondo: l’antologia assoluta del cyberpunk, edita da Mondadori nella sua collana Oscar Draghi. E in effetti il libro d’istruzione di massa lo è, un tomo colossale, enciclopedico, che contiene tre romanzi cardine del genere – Neuromante di Gibson, Matrice Spezzata di Sterling, Snow Crash di Stephenson, più l’antologia curata da Gibson & Sterling Mirrorshades – e che è ulteriormente impreziosito da una bellissima intro di Bruce che, piccola soddisfazione, cita ampiamente i connettivisti come collettivo che ha preso lezioni dai cyberpunkers e che poi hanno ampliato i confini delle idee iniziali, in ogni senso.
QuaderniAltriTempi, ezine sempre molto attenta al mondo SF, ha già stilato un paio di articoli – qui quello di Luca Giudici – e ora con Giovanni De Matteo getta un tappeto cognitivo ai piedi di ogni appassionato, ma anche di qualsiasi volenteroso neofita. Vi lascio ad alcuni stralci del sempre vasto repertorio di Giovanni, la sua conoscenza degli argomenti trattati è stata per me, nel tempo, un continuo appoggio e confronto affinché migliorassi le mie cognizioni e idee.

In principio era il cowboy della consolle. L’hacker, il pirata del cyberspazio, lo scorridore dell’interfaccia.
La sua comparsa in letteratura è graduale e comincia a prendere forma dalla metà degli anni Settanta, prima con Rete globale di John Brunner (1975) e pochi anni dopo con Vernor Vinge e Il vero nome (1981), che già preludono agli sviluppi successivi ma, come i loro protagonisti assillati dall’anonimato e dalla copertura delle rispettive identità, sono ancora delle ombre vagamente delineate. L’irruzione formale del nuovo protagonista sulla scena della fantascienza si ha all’inizio degli anni Ottanta, grazie ai racconti di William Gibson Johnny Mnemonico (1981) e soprattutto La notte che bruciammo Chrome (1982), e poi a un romanzo di culto, che ne riprende le premesse e le spinge alle estreme conseguenze, segnando uno spartiacque nella storia della fantascienza (e non solo).

“Case aveva ventiquattro anni. A ventidue era un cowboy, un pirata del software, uno dei più bravi nello Sprawl. Era stato addestrato dai migliori in assoluto, da McCoy Pauley e Bobby Quine, leggende del ramo. Aveva operato in un trip quasi permanente di adrenalina, un effetto collaterale della giovinezza e dell’efficienza, collegato a un deck da cyberspazio su misura che proiettava la sua coscienza disincarnata in un’allucinazione consensuale: la matrice. Ladro, aveva lavorato per altri ladri più ricchi, che gli avevano fornito l’arcano software per penetrare le brillanti difese innalzate dalle reti delle multinazionali, per aprirsi un varco in banche-dati pressoché sterminate”
(Gibson, 2021).

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Orizzonti del fantastico: attualità del cyberpunk – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniAltriTempi un corposo articolo di Luca Giudici che opera un lungo excursus nei meandri del cyberpunk, approfittando dell’evento mondadoriano del momento: l’uscita nelle libreria di Cyberpunk, antologia assoluta, tomo di quasi 1400 pagine in cui sono contenuti i romanzi Neuromante di William Gibson, La matrice spezzata di Bruce Sterling, Snow Crash di Neal Stephenson e l’antologia Mirroshades.

La storia della ricezione del cyberpunk e di ciò che ne nacque, a conti fatti è quindi un libro che deve essere ancora scritto. Soltanto oggi, a otto anni dalla scomparsa, si comincia ad analizzare con la dovuta serietà l’immane lavoro di Antonio Caronia e la sua riflessione su questi temi. Ancora da iniziare invece è un’analoga operazione per quanto riguarda Franco “Bifo” Berardi, che sul tema ha scritto diversi testi, molti dei quali oggi di difficile reperibilità, e il cui apporto alla ricezione del cyberpunk in Italia è determinante. Ciò che emerge è la estrema difficoltà insita nel tentativo di codificare ciò che accadde al mondo del fantastico nell’ultimo quarto del secolo scorso, anche e soprattutto perché nei vent’anni che seguirono e che ci portano fino all’oggi, ancora una volta cambiò tutto. Cosa è successo? È successo che il cyberpunk è diventato, come avrebbe detto Baudrillard, il simulacro di se stesso.

Quanto fino a pochi decenni or sono rientrava nella sfera dell’immaginario oggi appartiene alla realtà quotidiana, e contestualmente si è creata una zona grigia, una fascia di trasmissione osmotica dove la tecnologia realizzata e quanto proiettato dal fantastico si mescolano e si confondono, influenzandosi reciprocamente e ricreandosi l’un l’altro senza interruzione. Ciò che oggi nella produzione letteraria viene definito cyberpunk, in realtà ne è solo un pallido riflesso, un debole rimando, inefficace per leggere il reale e ciecamente rinchiuso nella dimensione narrativa, confidando su quel fraintendimento che vede nella distopia una espressione del cyberpunk. Tutto ciò dimenticando il movimento degli esordi, che esondava continuamente nella realtà e in ogni altro tipo di espressione, influenzandole e trasformandole.

Cortocircuito temporale
Oggi quanto intuito nei primi romanzi e racconti si è nella sostanza realizzato, e noi viviamo immersi in quella connessione continua e costante che William Gibson ha chiamato cyberspazio, ma questo evento, per quanto chiaro e distinto ai nostri occhi, per essere analizzato deve essere calato nel contesto, sia in termini di datazione sia per quanto riguarda i contenuti caratteristici.
Il cyberpunk ha un rapporto complicato con la sua cronologia, sin dalle origini. Da un lato si tratta di una delle poche correnti ad avere una data di nascita e una di morte piuttosto precise, dall’altro è diventato poco più di un aggettivo, continuamente collegato impropriamente a romanzi e opere varie, che nei fatti nulla hanno a che vedere con la sua storia…

Allucinazioni Cyberpunk – Il Tascabile


Su IlTascabile un lungo articolo di Valerio Mattioli che prende spunto dall’uscita, per la collana Oscar Draghi di Mondadori, di Cyberpunk, l’antologia assoluta del genere con un’ampia prefazione di Bruce Sterling – che omaggia ancora una volta il Connettivismo, cosa che mi provoca sempre rossore e soddisfazione al contempo. Vi lascio ad alcuni stralci dell’editoriale di Valerio, che trasporta il lettore in un’allucinazione tecnologica postmoderma, infinita come il flusso software che l’ha originata.

Nessun movimento letterario può vantare un incipit come “Il cielo sopra il porto era del colore di una televisione sintonizzata su un canale morto”. È un’apertura che riletta adesso sfuma involontariamente nell’arcaico, quasi provenisse da un evo primordiale e semileggendario: cos’è “un canale morto”, quale sia il suo colore, lo sanno solo quelli che hanno fatto in tempo a conoscere l’era analogica delle telecomunicazioni audiovideo, e pure costoro è probabile che arrivati a questo punto, a oltre un decennio di definitiva transizione al digitale, nemmeno se lo ricordino più. Al tempo stesso, è un’apertura capace di riassumere l’intero spettro narrativo, estetico, umorale, entro il quale si dipanano le vicende che di quell’abbrivio paiono come una proiezione necessaria: da sola, è un’immagine che contiene un mondo – una specie di ecosistema ennedimensionale in cui ambiente naturale (il cielo), umano (il porto) e artificiale (il canale televisivo) si confondono come se fossero intenti a smaterializzarsi a vicenda, fino a dipingere un habitat fisico-mentale elettrificato e pericolosamente fuori sincrono, glitchato.

L’incipit in questione è quello di Neuromante, il romanzo che nel 1984 codificò nella maniera più plateale possibile il nuovo, emergente filone della fantascienza americana chiamato cyberpunk. William Gibson, l’allora trentaseienne autore del romanzo, vi era arrivato dopo aver quasi distrattamente posto le basi non solo di un genere letterario, ma di un intero nuovo stadio dell’immaginario tardomoderno: nel racconto del 1981 “Johnny Mnemonic” popolarizzò il termine sprawl (fino ad allora confinato a pochi, ristretti circoli di studiosi) per indicare gli enormi, caotici agglomerati urbani che senza soluzione di continuità trasformavano intere aree di globo terracqueo in un unico ambiente antropizzato. L’anno dopo, in “Burning Chrome”, coniò invece un’espressione che da allora ha preso vita fino a tracimare ben al di là della mera invenzione romanzesca: cyberspazio, una “allucinazione consensuale” prodotta dall’interfaccia computer-mente umana una volta che il sistema nervoso viene attraversato dalle info-stimolazioni del flusso cibernetico.

È interessante come, da molti punti di vista, il primo cyberpunk fosse un genere profondamente psichico: da Neuromante a Snow Crash passando per Mindplayers, buona parte delle vicende narrate si svolge letteralmente dentro la testa dei protagonisti, collegati con cavi e neurotrasmettitori a monitor e apparecchi vari dinanzi al quale stanno comodamente seduti: dallo “spazio interiore” della New Wave si era precipitati insomma nel “non spazio della mente” dove stavano disposte le “linee di luce” della matrice cibernetica, secondo l’altra definizione di cyberspazio data da Gibson. Questo – e la cosciente adozione di quella che Sterling definisce “prosa sovraccarica” – diede alle prime opere cyberpunk un carattere marcatamente sperimentale, al punto che lo stesso Gibson è stato non di rado accusato di essere troppo criptico, enigmatico e oscuro.

Il grande libro dei racconti di Sherlock Holmes | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine la segnalazione del Grande libro dei racconti di Sherlock Holmes, a cura di Otto Penzler.

Il grande libro dei racconti di Sherlock Holmes, pubblicato nella collana Oscar Draghi Mondadori (euro 28,00), raccoglie ben 83 avventure del noto detective di Baker Street scritte da tantissimi autori.

Per orientare il lettore all’imponente volume di quasi mille pagine (982 per l’esattezza) il curatore ha cercato di suddividere i racconti in diverse categorie. Lui stesso afferma nell’introduzione che si tratta di una suddivisione discutibile, poiché certi racconti dovrebbero figurare in più categorie, tuttavia può essere un primo modo per macro-selezionare le scelte narrative da lui operate.
I racconti presenti in questo libro, tutti tradotti da Enzo Verrengia, partono con due parodie classiche di Conan Doyle, poi Penzler raccoglie otto tra i racconti più ristampati nella storia dell’apocrifo. La categorizzazione attuata dal curatore ci porta a leggere anche tredici pastiche d’autore, cinque pastiche apocrifi risalenti al diciannovesimo secolo, tre storie in cui Holmes è presente solo “in spirito”, cinque avventure di stampo fantastico-fantascientifico, dieci racconti in cui Holmes incontra eminenti uomini o donne, undici racconti divertenti, quindici opere di giallisti contemporanei e undici di autori di polizieschi classici.

Il risultato è un tomo davvero unico per tutti coloro che amano leggere nuove avventure del detective inglese, oltre alle canoniche 60 scritte da Arthur Conan Doyle. Un volume con copertina rigida che si presta anche a un ottimo regalo. Una sorta di strenna natalizia anticipata che i fan dei Sherlock Holmes sapranno apprezzare.

“I Sette Re di Roma” tra mito e realtà – Associazione World SF Italia


Su WorldSFItalia la segnalazione completa della saga di Franco Forte dedicata ai sette re di Roma. Ecco il dettaglio:

Stiamo parlando de “I Sette Re di Roma“, serie ideata dall’infaticabile scrittore e giornalista Franco Forte, composta da sette romanzi che, a partire dal prossimo novembre, sarà in libreria nella prestigiosa collana “Mondadori Oscar Bestseller Historica”.
Si comincerà con la riedizione di “Romolo – Il Primo Re” volume che ha destato grande interesse tra i lettori e che ha dato l’input all’intero progetto editoriale, pubblicato da Franco Forte e Guido Anselmi e dedicato al leggendario creatore dell’Urbe.
Si procederà quindi durante tutto il 2021 e gli inizi del 2022 con gli ulteriori sei romanzi intitolati ognuno agli altri mitici sei sovrani ossia: Numa Pompilio, che sarà pubblicato nel febbraio 2021, realizzato dallo stesso Forte affiancato da Imperi e Roncari.
La terza uscita, prevista sempre per febbraio 2021, riguarderà Tullio Ostilio (scritto da Forte, Alfieri, Bonfiglioli). Quindi per giugno 2021 toccherà ad Anco Marzio (Forte, Di Gialleonardo, Gospodinoff). Tarquinio Prisco sarà in libreria a settembre 2021 (Forte, Fontana, Tortoreto). Servio Tullio a novembre 2021 (Forte, De Boni, Grella).
A chiudere la serie sarà il settimo testo, relativo a Tarquinio il Superbo, disponibile a gennaio 2022 (Forte, Leonelli, Voudì).
In conclusione, un’avventura editoriale originale nella quale quattordici ottimi scrittori italiani danno corpo, in una mescolanza di vicende entusiasmanti, epiche e con riferimenti concreti, a sette avvincenti romanzi sulle vicende che hanno visto Roma, da piccolo villaggio, divenire la capitale di un potente Impero e di una delle più grandi civiltà espresse dall’uomo.

Non solo Dune: ecco il drago di Frank Herbert | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di un’uscita editoriale per Urania Mondadori in libreria: Esperimenti e catastrofi, un compendio di romanzi di Frank Herbert, l’autore di Dune. La quarta:

La folle utopia di uno scienziato creatore di una civiltà tanto perfetta quanto mostruosa. Un mondo arido e velenoso, palcoscenico di un esperimento psicologico planetario. La sete di vendetta di un genio impazzito che diffonde sulla Terra un virus in grado di sterminare la specie umana. Dal creatore del mondo di Dune, tre romanzi apocalittici sui limiti che l’uomo non dovrebbe mai superare. All’interno: L’alveare di Hellstrom, Esperimento Dosadi e Il morbo bianco; i tre romanzi mettono in scena scenari apocalittici ed esplorano i temi come la sopravvivenza umana, la religione e i limiti che la scienza non dovrebbe oltrepassare. I protagonisti dei tre romanzi mettono in atto progetti ambiziosi e pericolosi in un mondo dove distinguere “buoni” e “cattivi” è sempre più arduo.

Una nota personale: non posso che gioire per queste continue uscite editoriali di Urania in libreria in formati maxi, ne giova tutto il genere e tutto ciò grazie alla lungimiranza di Franco Forte e di tutta la sua redazione. Great!

Questo passato potrebbe diventare il nostro futuro? | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di Electric state, romanzo atipico a metà strada tra un libro, una graphic novel e un fumetto, di Simon Stålenhag.

Electric State è un’opera affascinante, un romanzo illustrato in cui l’arte introduce in modo mirabile la narrazione. Le immagini mostrano delle istantanee di viaggio che prendono subito il sopravvento sul testo fornendo un punto di partenza visivo all’immaginazione del lettore. Simon Stålenhag è stato in grado di far lavorare insieme figure e parole in modo diverso da quello che è possibile trovare in un comune libro illustrato o in un graphic novel. Il risultato raggiunto dall’artista è ben superiore alla semplice somma delle sue parti: una corposa raccolta di cartoline postapocalittiche oltremodo coinvolgente. La storia è intrigante e trasmette un senso di spaesamento e mistero che cattura l’attenzione e descrive perfettamente ciò che si vede. Il testo è rarefatto, più una cronaca che un romanzo propriamente strutturato e probabilmente senza le immagini non sarebbe stato altrettanto efficace. La trama e la caratterizzazione, estremamente sottili, funzionano evocando impressioni e risposte emotive in chi le osserva, presentando, al tempo stesso, i retroscena di quel mondo morente. I disegni di Stålenhag, ispirati all’arte paesaggistica e faunistica dei più importanti pittori svedesi (Gunnar Brusewitz, Lars Johnsson) e americani (Edward Hopper, Andrew Wyeth), riprendono la concept art futuristica e fantascientifica di artisti cinematrografici del calibro di Syd Mead (Blade Runner, Tron, Aliens, Star Trek) e Ralph McQuarrie (Guerre stellari, Galactica, E.T., Cocoon). Nel 2019, Electric State è entrato, a buon diritto, nella rosa dei finalisti agli Arthur C. Clarke e Locus Awards, non riuscendo, sfortunatamente, ad aggiudicarsi alcun premio.

Il testo racconta il viaggio della giovane Michelle e di Skip il suo robot, mentre si dirigono a ovest verso la costa del Pacifico, attraversando un’America ucronica lacerata dalla guerra civile e dagli orpelli di una realtà virtuale militare autodistruttiva. Lungo il loro percorso s’imbattono in colossali navi da guerra che si profilano all’orizzonte come irraggiungibili vette metalliche e in decine di cadaveri d’individui a tal punto dipendenti dalla VR da essere morti ancora connessi ai loro visori. Ambientata nell’America degli anni Novanta, la storia mescola nostalgia e fantascienza in un cocktail accattivante. La visione di un 1997 alternativo e postapocalittico, che descrive e ripercorre luoghi ed eventi tra il deserto del Mojave e la California, è inquietante. Le parole si susseguono alle immagini correndo su due tracce. La prima è una sorta di cronaca dei principali avvenimenti riguardanti gli Stati Uniti in quei terribili anni: la nascita di una nuova tecnologia chiamata Sentre, sviluppata dai militari per combattere una guerra sanguinosa e il suo successivo utilizzo nel settore dell’intrattenimento con effetti irreversibili e devastanti per la popolazione. L’altra traccia, quanto mai coinvolgente, è un diario di viaggio: la storia di Michelle, una ragazza di 19 anni che, con un fucile da caccia, un’auto rubata e un piccolo robot, cerca di farsi strada attraverso un mondo sconvolto, in declino e totalmente militarizzato. Intende dirigersi verso San Francisco, o ciò che ne rimane, per recuperare qualcosa o qualcuno che per lei è molto importante. Michelle racconta il suo percorso a tappe, poche centinaia di parole alla volta, registrando minuziosamente le proprie sensazioni, impressioni ed emozioni. Lentamente il suo passato, le ragioni del viaggio, il rapporto con il robot che l’accompagna, si sciolgono in voci e immagini ormai quasi completamente dimenticate.

Quattro chiacchiere su Bas | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine un’intervista a Stefano Di Marino e al suo ultimo L’amante di Pietra, Giallo Mondadori di un personaggio seriale, che già ho amato: Bas. Un estratto:

L’idea di scrivere gialli mi solleticava da parecchio. In realtà ho cominciato seriamente a considerarla intorno alla metà degli anni 2000. Già da parecchio però ero appassionato di due formule narrative tipicamente italiane in questo filone che non ha (o non si pensa che abbia) una declinazione nostrana. Per dirla tutta, come anche dicevo in una introduzione al volume antologico del Giallo Mondadori Il mio vizio è una stanza chiusa (2009), ritengo che la radice del giallo italiano (non il nero che è cosa differente) abbia una radice più cinematografica e televisiva che letteraria.

Per inciso di gialli in Italia se ne è sempre scritti ma pochi hanno avuto la forza di attirare un grande pubblico, appassionandolo e perché no?, spaventandolo. Al cinema invece siamo stati maestri. Il genere che si chiamava Italian Giallo che ha radici negli anni ’60 (La ragazza che sapeva troppo) e ha raggiunto una sua piena maturità con Dario Argento ma anche con i lavori di tanti bravi artigiani del cinema, da Sergio Martino a Umberto Lenzi ad Aldo Lado solo per citare quelli che ho conosciuto di persona (ciao Aldo!) ha fatto scuola nel mondo.

Da anni ne ero un cultore e con la diffusione di VHS e DVD ne sono diventato anche raccoglitore. E insieme a quei film ho recuperato anche una serie di sceneggiati italiani degli anni ’70, che è più o meno lo stesso periodo dei film argentiani ma, considerando che era un prodotto TV, si trattava di storie dove la suspense aveva la meglio sul sangue. Tutte cose interessantissime e molto “italiane”.

Se per esempio guardo gli sceneggiati che il mio amico Biagio Proietti riscriveva dai teleplay di Durbridge, non posso fare a meno di notare una vena creativa italiana che ci fa solo onore. Con quegli spettacoli ero cresciuto e, anche se fino ad allora mi ero orientato verso l’avventura, sentivo una pulsione a cimentarmi in quel campo. Mi rincresce dirlo ma l’editore che avevo ai tempi per la libreria rifiutò tutti i progetti, compreso Gangland (e poi abbiamo visto come è andata), e anche questo non lo volle neanche leggere dicendo… che ero in grado di parlare delle nuove tecniche di combattimento ma una storia di suspense non avevo le capacità di raccontarla. Ok, volevano farmi fuori e colpivano dove faceva male. Io però incassavo bene.

Continuai a nutrirmi di tutte le storie che potevo con l’idea che qualcosa poi sarebbe germinato. Il palazzo dalle cinque porte è stato concepito intorno al 2007 come prima ipotesi. Poi l’ho effettivamente scritto nel 2008 e l’ho tenuto lì per diverso tempo perché non riuscivo a farmi leggere da nessuno. Per prima cosa avevo stabilito una regola. L’eroe sarebbe stato diverso dal Professionista. E di certo non un commissario. Volevo un personaggio carismatico, affascinante che piacesse al pubblico del Giallo che, per esperienza, so prevalentemente femminile. L’immagine la costruii su un eroe dei fumetti francesi che leggevo in quegli anni, ma era una immagine iconica. Alto, distinto con una mosca di barba. Un uomo colto e raffinato, non un legionario. Decisi che non avrebbe sparato mai neanche un colpo.

Dal 12 novembre in libreria i tre volumi di Titan EYMERICH, il ciclo completo e annotato dell’inquisitore – Eymerich.com


Da oggi sono disponibili in libreria i volumi che raccolgono i romanzi sull’inquisitore Eymerich, saga scritta dal magister Valerio Evangelisti; l’editore è ovviamente Mondadori! Dal sito di Evangelisti copio e incollo:

In tre lussuosi volumi l’intero ciclo di Eymerich, composto da tredici romanzi (vi è stato aggiunto Metallo urlante, per il racconto Venom), a cura di Alberto Sebastiani. Questa la presentazione dell’editore:

Nicolas Eymerich, l’inquisitore generale d’Aragona creato dalla penna di Valerio Evangelisti e protagonista di un ciclo di romanzi che fondono fantascienza, poliziesco, thriller, romanzo storico, gotico e horror, è un integralista determinato a reprimere quanto si oppone all’unico ordine che ritiene concepibile, quello della Chiesa. Lo fa con ogni mezzo, ed è pronto a distruggere tutto ciò che non si omologa alla sua visione del mondo. Non vuole sconfiggere i suoi avversari – si tratti di creature mostruose fantastiche, come zombie, golem o lupi mannari, oppure di ribelli all’ideologia, gli eretici. Vuole annientarli. E con loro eliminare il ricordo, ogni traccia della loro esistenza, cancellare i loro simboli, bruciare i loro libri. Eymerich conosce bene il dettato del Grande Fratello orwelliano secondo cui «chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato». E anch’egli vuole imporre il proprio immaginario, la propria visione del mondo su ogni pensiero divergente. La Storia sembra dargli ragione. Eppure la disobbedienza persiste.

Con l’occasione, Mondadori ripubblica a sé anche Metallo urlante, un caposaldo della letteratura fantastica italiana.

In libreria in autunno il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti: 1849. I GUERRIERI DELLA LIBERTA’ – Eymerich.com


Sul sito di Valerio Evangelisti la segnalazione dell’imminente suo nuovo romanzo in uscita: 1849, i guerrieri della libertà. Di cosa si tratta?

Pochi lo sanno ma nell’autunno del 1848 gio­vani in ogni parte d’Italia lasciarono lavoro e famiglie e si misero in marcia, destinazione Roma. Andavano a difendere l’insurrezione popolare che da lì a pochi mesi avrebbe vi­sto nascere la Repubblica Romana, crocevia di idee democratiche e diritti civili quasi im­pensabili per la società del tempo. La quotidianità di quella manciata di mesi fu però molto lontana dalla retorica con cui certa Storiografia oggi li restituisce.

Le strade in cui si batterono Mazzini, Gari­baldi e Mameli erano ingombre di spazza­tura e povertà, e con l’arrivo dei volontari si gonfiarono di grandi afflati e ancor più gra­tuiti assassini. A cavalcare la rivolta ci fu­rono in pari misura eroi e banditi, visiona­ri e faccendieri, gente di pistola, di mano e di coltello ma anche tante persone semplici, sprovveduti idealisti che rischiarono la vita inconsapevoli del ruolo che stavano avendo nella Storia. Proprio come Folco, immaginario panettie­re che arriva a Roma alla vigilia dei tumul­ti e diventa testimone di ogni più turpe ne­fandezza l’uomo sia capace ma anche di ogni suo più elevato slancio. E così, mentre fuori dalla città tuonano i cannoni della re­staurazione, e il passato cerca di soffocare il presente per disinnescare il futuro, Folco si rende conto che, pur non capendo fino in fondo quel che succede intorno a lui, respi­ra un’aria nuova, la sensazione, mai prova­ta, di fare parte di qualcosa di pulito…

Diamine, non vedo l’ora di leggerlo, sto davvero friggendo d’impazienza.

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