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The Lodge: il gelo in famiglia


La videorecensione di Mario Gazzola a The Lodge, film uscito nei mesi scorsi prelockdown e ora recuperato per un giudizio assai lusinghiero. Su PostHuman.

Gelato nella gamma dei blu di una baita isolata fra le nevi canadesi, The Lodge utilizza quegli spazi chiusi e soffocanti come metafora delle strettoie emotive che attanagliano i rapporti fra la giovane nuova compagna di uno psicanalista e dei due figli di lui. Due ragazzini caldi come la neve che imprigiona tutti, che non nascondono di incolpare la donna, già non molto salda psicologicamente, del suicidio della loro madre, crollata alla richiesta di divorzio del marito.

The Lodge è un horror intimista reso plumbeo dalle ossessioni religiose della protagonista, unica superstite del suicidio di massa della setta guidata da suo padre.

Blow-Up: Recensione, trama e trailer del film di Antonioni


Su OcchioDelCineasta una particolareggiata recensione a BlowUp, il film del ’66 di Michelangelo Antonioni che ha riscritto le regole filmiche del Giallo. Un estratto:

Blow-Up è il film che prima di tutti, forse più di tutti, attua una forte rottura forte con tutte le canonizzazioni del racconto e del cinema classico; pur sotto una luce che può essere quella di un film di genere, e senza violarne in esplicito le caratteristiche dell’idea del thriller (Giallo, poliziesco, del dubbio, del voler trovare una soluzione ad un enigma), praticamente arrivando in fondo vediamo che quasi tutto è stato stravolto. C’è un omicidio di cui noi non ne abbiamo consapevolezza, che emerge dalle fotografie. A differenza che nella parodia che mette in salvo il protagonista, qui lo mette in pericolo. La fotografia invece di chiarificare ciò che è successo, fa entrare la narrazione in una dimensione di dubbio, di assoluta misteriosità di quello che è successo. Lo strumento che dovrebbe restituire in maniera obiettiva cosa c’è davanti alla macchina, invece ci mostra un’immagine difficile da distinguere e capire. Sono dei segni che vengono interpretati in un certo modo, non sono chiari. In tutto questo, il vicino di casa del protagonista, una coppia, marito e moglie in cui lui, Bill, è un pittore astratto; il suo modo di dipingere è assolutamente automatico, senza riflessione, dove l’azione è essa stessa parte dell’opera (alla Pollok). Recuperando dei quadri vecchi che lui ha composto, che ha nel suo studio, dice che lui dipinge senza sapere cosa sta facendo, poi riguardandoli vede uscire delle forme (“qui c’è una gamba, c’è qualcosa”).  Alla fine la moglie di Bill dirà della foto superstite nello studio del protagonista “Sembra un quadro di mio marito”, ci sono delle macchie bianche e nere, le foto sono in bianco e nero, che non restituiscono niente di nitido, solo delle forme che devono essere ulteriormente interpretate, sono ponte per un insieme di possibilità di lettura di quella situazione. La base di Cortazar, quella in cui la foto è il ponte per un possibile, e non è definizione di una certezza, non fa chiarezza neanche la foto del racconto, che diventa ponte per un possibile sviluppo di questo tipo di rapporto, e di quello che sarebbe potuto accadere a quel ragazzo.

Pur mantenendo le caratteristiche di genere, mancano tutti quei presupposti e i personaggi tipici del genere Thriller e Noir. Abbiamo un omicidio, ammesso che effettivamente lui veda questo corpo, e che ci sia davvero sull’erba durante la notte; non vediamo come è stato commesso, e non c’è indagine della polizia. Sembra che nessuno si sia accorto di questo delitto. Siamo in una rappresentazione assolutamente concettuale (intellettuale, mentale) sia della realtà, sia del genere. Non abbiamo un punto di vista chiaro, indelebile, con delle linee chiare e da seguire. Come succedeva nel cinema di Rossellini, con protagonista Ingrid Bergman, abbiamo un personaggio che è assolutamente decontestualizzato da ciò che lo circonda, che si trova a doversi rapportare, a dover cercare un’interpretazione dei segni che arrivano da quello che lo circonda. E’ una riflessione molto più filosofica di quella che potrebbe suggerire la trama del film. Seguiamo questa odissea, così come abbiamo seguito le odissee delle varie protagoniste di Rossellini interpretate da Ingrid Bergman. L’idea che questo film ci parli non soltanto di un mistero da dover eventualmente risolvere e affrontare, ma che ci parli di altro, è per certi versi esplicitata da due oggetti che compaiono nel film, e che vengono trattati in maniera completamente opposta e che hanno un’opposta funzione, proprio in quanto oggetti. A un certo punto appare un’elica che lui compra in un negozio di antiquariato e che gli viene portata nel suo studio.

Antonioni ci mostra non soltanto la nostra continua e perenne inadeguatezza nel confrontarci con il reale, che le foto confondono ancora di più non essendo gli elementi visti dal fotografo nel momento in cui sta scattando le foto, che si accorge di alcune cose soltanto entrando a sviluppare i negativi e ingrandendoli, facendo emergere un omicidio. All’inizio il fotografo lo vediamo convinto di poter catturare il reale nell’attimo (Entrando nel dormitorio pubblico notturno facendo le fotografie ai poveri che si lavano, si cambiano, si spogliano), e questa sua idea di poter congelare in maniera estetica anche la realtà più cruda; e come una sorta di contrappasso la fotografia precipita il protagonista all’interno di un’incertezza, di un’indagine che conduce da solo e che non ha i mezzi per poter riuscire ad arrivare alla logica e ai motivi, e quindi abbiamo questo precipitare del fotografo in questa sua inadeguatezza che lo porta prima alla distruzione per mano di altri del proprio studio fotografico, e ad accettare il gioco surreale dei mimi che fingono di giocare a tennis, è una finzione sinestetica perché abbiamo da una parte la vista di due mimi che giocano a tennis senza la pallina, ma dall’altra abbiamo il sonoro che ci fa sentire come questi mimi toccano veramente la palla, c’è il rumore di una palla colpita da una racchetta. Accettare questa assurdità lo porta a scomparire egli stesso all’interno del parco.

Il parco già di per se è una metafora dell’incertezza in cui si trovano i personaggi a vagare. E’ un qualcosa di artificiale che vorrebbe riproporre un qualcosa di assolutamente naturale. Lui si perde all’interno di questa dialettica tra il naturale e l’artificiale che è il parco. Il film attraversa principalmente tre luoghi che hanno una componente cromatica ben determinata:

  • La città di Londra e le sue strade, rappresentate in maniera come se fossero dipinte, sembra quasi impossibile che ci possa essere una composizione della città in questa maniera. Le due sfumature prevalenti sono quelle di grigio e di rosso, due colori assolutamente antitetici come effetto visivo sullo spettatore. Vive di un contrasto cromatico enorme
  • Parco: Totalmente verde
  • Studio fotografico: Colori artificiali, acrilici, innaturali. Bianchi, neri, viola. I vestiti delle modelle che popolano questo studio sono assolutamente colorati con colori acidi, lontani dal naturale.

La trentunesima ora – esperimenti visivi connettivisti


Agli albori delle attività connettiviste mi è capitato anche di recitare in un mediometraggio, dopo averlo cosceneggiato – assieme a Giovanni De Matteo, Marco Milani e Francesco Cortonesi – sulla base di un mio soggetto, e dopo aver individuato regista e attori. Parlo della Trentunesima Ora, e parlo anche del 2006; da allora, però, la voglia di esplorare il fantastico mondo del cinema mi è rimasta, e anzi è cresciuta a dismisura. Vi lascio alla sinossi del film, e se volete visionarlo non avete che da chiedere:

Un matematico è prossimo alla morte, un cancro lo sta divorando così come un gusto per lo studio dei numeri primi sta divorando la sua creatività: egli è convinto che dietro ogni numero primo si celi un messaggio, un criptico esistere delle dottrine occulte che hanno attraversato le ere degli uomini.
Feynman, il matematico, ha una storia con Ilaria, che è anche l’infermiera che segue i suoi frequenti soggiorni in ospedale; lei non sembra interessarsi ai numeri primi e non riesce a capire perché lui si ostini a rincorrere quelle bizzarre teorie, perdendoci il sonno e quel residuo di salute che gli è rimasta. Feynman è tormentato e fa fatica a discernere la realtà dai suoi pensieri, vede cose strane accadergli intorno che s’intrecciano, apparentemente, con i suoi deliri; tutto l’universo sembra parlargli e lui è ora certo di aver trovato la soluzione ai suoi supplizi cerebrali.
Ma Feynman è davvero al sicuro quando ritiene la sua scoperta attinente soltanto al mondo sottile delle dottrine occulte e non, invece, passibile di applicazioni pratiche?

Bliss – l’orrore dell’arte | PostHuman


Su PostHuman è cominciata l’era delle videorecensioni, sempre a opera di Mario Gazzola che si cela dietro il monicker “The Posthuman Videodrome Entity”, in perfetta forma fotogenica; l’onore di aprire le danze è del film Bliss, di Joe Begos. Apprezziamo gli interventi, e le prospettive future del mezzo appena nato, tutto visibile sul nuovo canale PostHuman del Tubo.

Shirley | ilgiornodeglizombi


Su IlGiornoDegliZombi una dettagliata – e intrigante – recensione a Shirley, film noBioPic ispirato fortemente alla scrittrice americana Shirley Jackson – autrice che adoro ai livelli massimi. Un estratto:

Non è un biopic di Shirley Jackson, mi preme molto sottolinearlo, perché magari molti se lo aspettano, e sappiamo tutti l’effetto che fanno le aspettative deluse. Ecco, mettetevi anima e cuore in pace: Shirley non racconta la vita della più grande scrittrice della storia della narrativa horror, ma è opera di pura finzione, a sua volta tratta dal romanzo omonimo di Susan Scarf Merrel, pubblicato nel 2013 e, ma tu guarda un po’, inedito nel nostro paese. A parte Shirley Jackson e il marito Stanley Hyman, tutti i personaggi principali del film sono inventati. Se devo trovare un termine di paragone cinematografico, mi viene in mente The Hours, altro raffinatissimo gioco intellettuale tratto da un romanzo che ho letteralmente fatto a pezzi per quante volte l’ho letto, e che utilizzava un simile meccanismo nel mischiare elementi biografici con temi e personaggi presi dalle creazioni letterarie di Virginia Woolf.
Entrambe sono storie incentrate sull’atto dello scrivere, entrambe riguardano scrittrici segnate dai disturbi mentali e alle prese con consorti messi in ombra dal loro successo, entrambe ci dicono qualcosa su come le donne hanno vissuto e vivono il mestiere della letteratura. Ma nessuna delle due può essere, a ragion veduta, definita una biografia.

Dune, i primi dettagli ufficiali sul film | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com lo stato di avanzamento del film Dune che Denis Villeneuve sta portando avanti da molti mesi. Sembra l’ennesimo capolavoro. Un estratto:

Se vi state preoccupando di possibili interruzioni delle riprese, è lo stesso Chamalet a raccontare che l’inizio è avvenuto nell’estate del 2019, nel sud della Giordania e negli emirati arabi, nello specifico Abu Dhabi, dove in mezzi a canyon di granito e paesaggi giganteschi e irreali sembrava davvero di essere su un pianeta alieno. Ed eccoci trasportati su Arrakis, il pianeta intorno a cui ruota la complessa storia creata da Herbert cinquantacinque anni fa e in grado di influenzare tutta la fantascienza a venire, partendo da Star Wars per passare anche da Alien.

L’attore rivela che le temperature raggiunte nel deserto erano paragonabili a quelle di Arrakis e le cosiddette tute distillanti del romanzo, ricreate nel dettaglio, nella realtà sortivano l’effetto opposto di quello immaginato dall’autore: dal proteggere e fornire idratazione a chi le indossa, facevano sudare da morire.

Il pianeta, come sanno i conoscitori del romanzo, è un immenso mare di sabbia, ma nasconde due segreti: una spezia unica nella galassia, capace di allungare la vita, prevedere il futuro, aprire le potenzialità della mente umana e inestimabile per i navigatori per gilda spaziale per il pilotaggio delle loro astronavi.

Il secondo sono enormi, voraci vermi della sabbia, che si nascondono nel sottosuolo e emergono in superficie per attaccare coloro che attraversano il deserto.

NICK CAVE AND THE BAD SEEDS – From Her To Eternity


…forse il momento migliore del gothic acido di Nick Cave coi suoi Badseed, immortalati nel film Il cielo sopra Berlino, di Win Wenders

Il colore venuto dallo spazio | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Il colore venuto dallo spazio, di Richard Stanley, film ispirato all’omonimo racconto di HP Lovecraft. Un estratto:

Richard Stanley riesce a evocare l’alieno con una semplicità disarmante. Attraverso una fotografia che tinge di porpora una natura maestosa, rievoca l’orrore cosmico in maniera decisamente più efficace della narrazione in sé. Tutto quello che non è immagine finisce infatti per diventare accessorio, riempitivo: dalle inutili sdolcinatezze che avrebbero fatto rabbrividire il solitario di Providence a Nicolas Cage. Già, Nicolas Cage. Quando è stata annunciata la collaborazione tra Stanley e Cage abbiamo creduto che quell’unione fosse la materia di cui sono fatti i sogni. Eppure ci sbagliavamo. Cage è eccessivo dal primo minuto in cui compare in scena, fino a trascendere nella seconda parte della pellicola. Non riesce a prendere le misure e va nella direzione opposta al film, tanto che in più di un’occasione sfiora il ridicolo. E purtroppo non è il solo. Stanley dipinge una “normalità” che è già abbastanza bizzarra ben prima della caduta del meteorite. Tra adolescenti che praticano wicca, sociopatici e mungitori di alpaca, la discesa verso la follia non può che perdere d’impatto. Più che subire l’influsso del colore, i personaggi sembrano essere assolti, finalmente liberi di diventare loro stessi.

Nel racconto di Lovecraft, la mutazione avviene per gradi: prima le piante, poi gli animali e infine gli uomini. Consumati e poi disfatti. Stanley è ovviamente costretto a restringere la linea temporale, ma fa l’errore di concentrarsi in maniera eccessiva sulla famiglia Gardner. Cage era già abbastanza inquietante come padre premuroso e le radiazioni cosmiche sembrano solo fargli bene, ma il resto della famiglia reagisce in maniera fin troppo approssimativa. Quando il colore inizia a esercitare la sua influenza i loro comportamenti si fanno confusi, esagerati, incoerenti. E la magia di Lavinia si rivela nella sua inutilità.

La trasposizione di Stanley perde gran parte della potenza evocativa di Lovecraft, ma pur se con qualche grossolano errore, la sua è una delle migliori letture non solo di Il Colore venuto dallo spazio ma dell’opera del solitario di Providence. E  poi ogni passo falso è perdonato quando in scena fanno la loro comparsa le ripugnanti creature che rendono omaggio al mostro di La cosa.

YouTG.NET – “Dieci, cento, mille anni”, un videoclip inedito per “L’ultimo pizzaiolo”


Su segnalazione di Arnaldo Pontis dei Machina Amniotica, link un articolo di YouTG in cui il clip musicale del film L’ultimo pizzaiolo.

L’ultimo Pizzaiolo è un racconto per immagini che ci guida attraverso le sale cinematografiche della Sardegna chiuse, abbandonate e cadenti: per raccontare un pezzo di memoria collettiva e immortalare questi luoghi prima che vengano cancellati dal profilo urbano di città e paesi. L’ultimo pizzaiolo, lungi dall’essere elegia del cinema e dei suoi anni più fulgidi, vuole essere la difesa di una memoria pubblica e privata che appartiene a tutti: il racconto di un recente “come eravamo” che si riverbera nella storia sociale, economica e culturale della Sardegna, e merita di non venire coperto dall’oblio.

Il film presenta anche le testimonianze di 4 anziani protagonisti delle sale cinematografiche in Sardegna: Mario Piras, storico operatore del cinema Olympia di Cagliari, Luciano Cancedda, che ha lavorato nel cinema dal 1957 per diventare poi proiezionista del Moderno di Monserrato fino alla chiusura; di Dante Cadoni, che ha iniziato nel 1966 a 15 anni nel cinema Garibaldi di Villacidro e Pino Boi, cagliaritano verace, “figlio del cinema” come si definisce lui. Il padre era proiezionista e rumorista già ai tempi del muto all’Olympia, e oltre a seguire le orme paterne poi abbandonate, è stato fattorino, magazziniere, distributore: una vita in mezzo alla pellicola. È stato l’ultimo gestore del deposito di pellicole della Sardegna, un tempo carico di bobine di celluloide

“Una rapida morte – spiega il regista, Sergio Naitza – dagli anni ‘80 ha cancellato repentinamente luoghi simbolo di ogni centro abitato, grande e piccolo, frantumando un tessuto sociale che si era formato nel corso del tempo. Ogni città ha la sua via Gluck celentanesca: dove c’era il verde – e la sala cinematografica era un luogo di divertimento, cultura, condivisione, speranza – ora c’è una città, ovvero l’ingordigia immobiliare che ha cambiato la destinazione d’uso e soppresso una memoria collettiva.

Pontis è stato coinvolto con alcuni nomi della scena musicale alternativa sarda, come Joe Perrino, che ricordo benissimo come gruppo di spalla in uno dei tanti concerti visti nella mia gioventù; il progetto filmico è molto bello, poesia allo stato puro e le note che suggellano l’opera visiva sono semplicemente magnifiche. Vi incollo qui sotto il clip, buona visione.

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Cattive acque | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a Cattive acque, film di Todd Haynes che racconta di come il Liberismo sia aggressivo, rapace, pronto a qualsiasi compromesso pur di incarnare il profitto. La democratizzazione della possibilità di truffare e arricchirsi produce tali risultati…

Rob Bilott è un avvocato di Cincinnati alle dipendenze di uno studio legale che difende le industrie chimiche. Un giorno però Wilbur Tennant, un contadino amico di sua nonna, lo raggiunge in ufficio per chiedergli aiuto poiché vede morire in poco tempo tutte le mucche della sua fattoria. Ha il sospetto che un’industria chimica che ha una discarica a pochi metri dai suoi terreni, stia inquinando le acque che le bestie bevono. Se da prima Bilott è poco propenso ad accettare il caso, non appena si rende conto che sta succedendo qualcosa di pericoloso non solo per Tennant ma per tanti in paese, decide di accettare l’incarico. Quella che però doveva essere una veloce indagine si trasforma ben presto in un calvario lungo vent’anni, che rischia di mettere a repentaglio non solo la carriera di Bilott ma anche la sua famiglia.

Cattive acque non è un semplice legal thriller ma si iscrive in quel genere tanto ben raccontato dal cinema americano, dell’inchiesta nata dall’abuso di potere verso i cittadini. Come Tutti gli uomini del presidente, The Post, Leoni e agnelli, il cuore della storia è costituito da un’inchiesta, nel caso di Cattive acque il film è tratto da un reportage giornalistico, che scoperchia le frodi operate da un’azienda chimica senza scrupoli. Lo sguardo sulla vicenda è dato dal protagonista perfettamente interpretato da Mark Ruffalo, attore non a caso impegnato in molte lotte civili che, spinto dal bisogno di ottenere giustizia, sembra imbarcarsi in un’impresa colossale.

La sceneggiatura riesce nel mirabile lavoro di creare il giusto equilibrio tra la storia personale del protagonista che pure deve fare i conti con una famiglia da mantenere e un capo che lo appoggia fino ad un certo punto, e la messa in scena della vicenda legale. Grazie a ciò il film riesce essere appassionante nonostante il tema ma, senza introdurre elementi che distoglierebbero dal focus che interessa raccontare. Rob Bilott non è una versione maschile di Erin Brockovich ma un uomo qualunque capace di compiere una scelta morale.

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