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Astronomy dominos at Pompeii: i Pink Floyd e David Gilmour alle falde del Vesuvio – Articoli – SENTIREASCOLTARE


Un’enciclopedia su PinkFloyd @ Pompeii, è tutto ciò l’articolo che vi segnalo e che tratteggia così tanti dettagli legati alla pellicola, ai Floyd, al mondo vorticoso e sognante di quegli anni, di quel mezzo secolo fa che sembrano secoli, un altro universo, qualcosa d’irripetibile. Uno stralcio:

Perfezionisti come loro costume, i Floyd volevano usufruire della migliore tecnologia, e dunque fecero trasferire a Pompei – tre giorni di viaggio in camion da Londra – tutto l’apparato usato nelle esibizioni live. In più un registratore a 16 piste secondo Maben (un osannato magazine straniero nella italica edizione afferma essere state 24, mentre Wikipedia parla di 8 tracce e ha ragione: lo conferma David Gilmour nelle battute iniziali di David Gilmour Live At Pompeii) ritenuto sufficiente per cogliere al meglio, data la eccellente resa acustica dell’anfiteatro, la qualità del suono sprigionato dalla band. Perché l’idea era di trarne non solo un documentario ma anche il disco.

In un paese governato dalla burocrazia, in un tempo determinato da istituzioni ingolfate laddove non incagliate del tutto, ottenere il permesso per insediare una band di capelloni all’interno di un gioiello storico ma fragile come l’anfiteatro pompeiano sarebbe stato compito improbo, se non addirittura chimerico. Il veloce dipanarsi della matassa fu merito di una fortuita combinazione tra sorte favorevole e il caposaldo del catalogo “usi e costumi di un paese, l’Italia”: le amicizie. Aggirandosi per studiare la location, Maben si imbatté in un professore dell’Università di Napoli, tale Carputi ringraziato sui titoli di coda, che non solo si rivelò fan dei Pink Floyd, ma anche la persona giusta per ottenere i permessi necessari presso la Soprintendenza dei Beni Culturali di Napoli. Per girare furono concessi sei giorni; non prima però di avere pagato il biglietto di entrata per chiunque avesse oltrepassato i cancelli: siete i Pink Floyd e vabbè un occhio si chiude; ma ccà nisciuno è fesso, “mo’ cacciare la grana, please”.

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Plot


Incantati, mentre osserviamo le strane distanze farsi tattili, il plot di una decisione è una guglia che può diventare insopportabile.

La Giacarta della sanità pubblica – Carmilla on line


Federico Greco e Mirko Melchiorre sono due dei tre registi che nel 2017 hanno diretto PIIGS – un fortunato documentario in cui il cinema veniva messo al servizio della divulgazione economica per svelare i meccanismi perversi dell’austerità europea.
Nella nuova pellicola “C’era una volta in Italia”, in sala in questi giorni, raccontano la storia della chiusura nel 2010 dell’ospedale di Cariati, un comune della provincia cosentina, per rispettare uno dei tanti piani di rientro dal debito sanitario. In seguito a quel provvedimento e agli effetti moltiplicatori della pandemia, le conseguenze non si fanno attendere: la sanità locale collassa, i tempi di attesa per una visita specialistica o un’analisi diagnostica crescono a dismisura, inizia la migrazione verso le strutture del Settentrione e la necessità di accedere ai servizi privati a pagamento – almeno per coloro che possono permetterselo, gli altri aspettano e spesso muoiono. Ecco la Giacarta della sanità pubblica italiana: il film si apre infatti con le immagini del colpo di stato in Cile e la seconda parte del titolo contiene una minaccia: Giacarta sta arrivando. Si riferisce all’assassinio, da parte dell’esercito indonesiano sostenuto dal governo Usa, di circa un milione di civili nell’ambito della politica di contrasto al locale partito comunista. Il motivo di tale abbinamento bizzarro è che quei crimini servirono a imporre una svolta neoliberista al capitalismo mondiale. Questa stessa politica economica oggi è responsabile di nuove stragi di civili, per esempio nella sanità.

Ecco, questo è il senso più forte di quest’articolo di CarmillaOnLine, e vi invito a leggerlo tutto per comprendere alcune logiche commerciali che investono la Sanità, ma non solo quella.

Pink Floyd – Empty Spaces – What shall we do now?


Un brano straconosciuto, le immagini dal film “TheWall” sono da lungo tempo, ormai, iconiche.

Avatar: La via dell’acqua | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione di Emanuele Manco all’appena uscito secondo film di James Cameron del ciclo “Avatar”: Avatar, la via dell’acqua. Uno stralcio:

Il campionario cinematografico messo in campo attinge a tanti generi: western, fantascienza militare ed ecologista, dramma familiare. C’è la storia del marine fuggitivo, ma anche quella della sua difficoltà nel gestire i figli che crescono. Ci sono anche le dinamiche tra i fratelli, di complicità e antagonismo. Senza dimenticare in questo panorama la figura di una madre guerriera che farà di tutto per difendere la sua famiglia.

Anche stavolta, se si vuole fare le pulci, la struttura narrativa è semplice, e per nulla originale, ma è funzionale a una storia in cui sono le immagini a raccontare i personaggi, il loro mondo e i loro destini. Un progetto per il quale Cameron si conferma un artista sperimentatore e ricercatore, che cita se stesso senza pudore, mostrandoci versioni migliorate delle sue già brillanti intuizioni visive (Aliens, Titanic, The Abyss, tanto per dirne alcuni) capace di fare progredire la tecnologia cinematografica, con film che distinguono i tempi in prima e dopo la loro uscita. 

La mosca | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di La mosca, racconto di George Langelaan che ha ispirato i films dal titolo omonimo – editore Nicola Pesce.

Una telefonata nel cuore della notte sta per cambiare la vita di Arthur Browning: l’incomprensibile omicidio di suo fratello Robert, lo scienziato, sconvolge la quotidianità della famiglia e la precipita in un complesso turbinio di sangue, follia e segreti, dove l’unico indizio sembra essere collegato a una misteriosa mosca bianca fuggita da un laboratorio.

Pubblicato nel 1957, questo breve e incisivo noir di George Langelaan, che intesse magistralmente fantascienza, orrore e dramma familiare, ha ispirato registi del calibro di Kurt Neumann e David Cronenberg a realizzare alcune delle pagine più significative e disturbanti della cinematografia horror della seconda metà del Novecento.

«Con i denti che mi battevano e cercando di non guardare, sollevai e feci scivolare in posizione quell’arto orrendamente leggero».

The Menu | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a “The Menu”, film di Mark Mylod che pone l’accento sugli aspetti più rivoltanti del business culinario, con l’esaltazione continua dei programmazioni televisivi di cucina e dell’enorme bacino di fruitori, che alimentano a loro volta tutto uno sconfinato mercato pubblicitario che traina, inevitabilmente, modi di vivere consumistici e pretenziosi – pagopretendo.

Un gruppo di persone si prepara a godere un’esperienza indimenticabile: una cena speciale al ristorante Hawthorne, cucinata dal grande Julian Slowik. Tra i partecipanti ci sono un miliardario e sua moglie, tre top manager, un divo pieno di se con assistente, una critica gastronomica con i suo lacchè, un fanatico di cucina e la sua bella accompagnatrice. Per raggiungere il luogo della cena devono imbarcarsi su uno yacht che li condurrà in un’isola in cui ogni elemento, dall’affumicatoio per la carne alle brandine nel casermone dove vive la brigata di cuochi, viene inteso come una missione culinaria. Al centro di tutto c’è lo chef pluridecorato Slowik, che per mille e passa dollari a testa promette di realizzare il menù perfetto. L’unica nota stonata della serata è l’inattesa presenza di Margot che accompagna Tyler, un vero fanatico che idolatra Slowik, e che è stato lasciato da poco dalla fidanzata. La presenza di un ingrediente non previsto rovinerà la filosofia di una cena esclusiva, preparata fin nei minimi dettagli per ospiti appositamente selezionati?

Il tema di The Menù, scritto da Seth Reiss e Will Tracy, è piuttosto chiaro: fare il verso a quel tipo di cucina che prende il cibo un po’ troppo sul serio facendolo diventare una filosofia di vita e, di conseguenza del  tipo di società che trova questo genere di operazione il massimo dello chic. Non si tratta solo di puntare il dito sulle assurde disquisizioni di critici gastronomici che discutono di piatti quasi fossero opere di Picasso, ma di una società che permette loro di farlo. Un mondo (il nostro) in cui ricchi businessmen sono abituati a disporre di qualunque cosa il denaro possa comprare e, per questo, rimangono increduli nel sentirsi rifiutare una richiesta (del pane con una portata che non lo prevede), la coppia di miliardari così abituati ad avere tutto da essere diventati incapaci di capire il valore di qualcosa, o un attore senza velleità artistiche ma disposto a tutto pur di essere popolare. In questa società una parte importante ce l’hanno anche i creduloni, coloro che non fanno necessariamente parte dell’élite ma che risultano incapaci di qualunque senso critico e per questo disposti a ogni sacrificio per una cieca fede.

The Eternal Daughter: il trailer dell’horror A24 | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di un nuovo film in arrivo per Tilda Swinton: The Eternal Daughter, di cui è possibile vedere qui sotto il trailer. La sinossi del film (regia di Joanna Hogg):

Tilda Swinton recita al fianco di Tilda Swinton in The Eternal Daughter, nuovo progetto targato A24. In questa terrificante storia di fantasmi vedremo infatti Swinton impegnata in un doppio ruolo.

Un’artista e la sua anziana madre tornano nella vecchia casa di famiglia. L’abitazione è ora un hotel infestato dal suo misterioso passato e le due donne si troveranno ad affrontare segreti rimasti sepolti troppo a lungo.

ROSEMARY’S BABY – NASTRO ROSSO A NEW YORK | IL FILO A PIOMBO DELLE SCIENZE


Sul blog di Marco Moretti una critica approfondita, con riferimenti di ogni tipo, al capolavoro di Roman Polański, Rosemary’s Baby.
È un lungo excursus che attraversa molti aspetti della pellicola e di ciò che gravita intorno alla storia espressa nel film, ma vi lascio alla trama, che sarà per voi straconosciuta, invitandovi poi alla lettura dell’intero post.

Trama:
Una coppia di giovani sposi in cerca di casa riesce a trovare un appartamento spazioso e conveniente in un palazzo gotico chiamato Bramford, i cui inquilini sono quasi tutti anziani. L’uomo si chiama Guy Woodhouse ed è un attore che ha appena iniziato la sua carriera. La moglie, Rosemary, è di estrazione plebea e rurale (il cognome da signorina rimane ignoto). I due non si lasciano sfuggire l’occasione, anche se apprendono dal loro amico Hutch che il condominio ha una fama oscura legata a omicidi, suicidi, stregonieria e rituali satanici; la precedente inquilina dell’appartamento è morta dopo essere caduta in coma. I vicini di casa, gli anziani coniugi Minnie e Roman Castevet, si dimostrano subito alquanto bizzarri e invadenti. Guy li ritiene simpatici e inizia a trascorrere le sue serate con loro, mentre Rosemary non li sopporta. La donna fa la conoscenza della giovane Terry, una ex tossicodipendente accolta dai Castevet nel loro appartamento. Ne riceve in dono un ciondolo di buon augurio, contenente una radice di tannis. Pochi giorni dopo, Terry si suicida lanciandosi nel vuoto. Guy ottiene una parte importante in uno spettacolo di Broadway perché l’attore che avrebbe dovuto interpretarla è diventato cieco all’improvviso, senza alcuna causa apparente. Al settimo cielo per il suo successo, Guy vuole festeggiare folleggiando con la moglie e le propone di generare un figlio. La sera la coppia cena a lume di candela, finendo con un dessert preparato dalla signora Castevet. Il dolciume è una mousse al cioccolato, chiamata “moscia” dalla carampana che l’ha donata. A detta di Rosemary, questa “moscia” avrebbe un sapore di gesso, ma il marito irritato la obbliga a ingurgitarla. Lei ne mangia un po’ e di nascosto getta via il resto, ma è troppo tardi. Perde i sensi e sprofonda in un incubo, in cui viene offerta a un essere abominevole dal marito e dai Castevet. Questo mostro, che ha occhi di vipera e pelle lebbrosa, la possiede carnalmente col suo enorme fallo e le inietta dentro lo sperma. Al risveglio, la mattina, Guy confessa a Rosemary di aver approfittato della situazione per penetrare nel suo canale procreativo e immettervi il genetico. Quindi il sogno aveva un fondamento nella realtà! Un mese dopo la donna risulta incinta. A comunicarglielo è il suo ginecologo, il dottor Hill. Non appena i Castevet vengono a sapere la notizia, fanno pressione su di lei affinché cambi ginecologo, consigliandole una loro conoscenza, il dottor Sapirstein (tra gli esseri umani la parola “consiglio” è un eufemismo per “pressione”). Rosemary si sente molto sollevata, ma presto si accorge di essere caduta in una trappola. È l’inizio di un incubo ad occhi aperti. Il dottor Sapirstein prescrive alla donna gravida alcune dubbie pozioni erboristiche, che le inducono sintomi molesti come perdita di peso, coliche intestinali e diarrea profusa. Il suo aspetto, spettrale e smagrito, preoccupa molto l’amico Hutch, che comincia ad indagare sulla storia del condominio Bramford. Tuttavia, prima di poter render noti i risultati ottenuti, Hutch sprofonda nel coma. Rosemary, temendo per la propria salute, cerca di ritornare dal suo precedente ginecologo, il dottor Hill, ma Guy le si oppone, temendo che il dottor Sapirstein possa offendersi. Dopo il litigio, i dolori della donna cessano all’improvviso. Tre mesi più tardi, una certa Grace Cardiff la contatta e la informa che Huth, suo amico, è morto, ma che prima del trapasso è tornato cosciente e la ha incaricata di darle un libro sulla stregoneria intitolato All them Witches, assieme a un messaggio criptico: “Il nome è un anagramma”. Così Rosemary arriva a comprendere la verità. Roman Castevet è un anagramma di Steven Marcato, nome del figlio di un famoso satanista, Adrian Marcato. Ora ne è certa: i Castevet e il dottor Sapirstein sono adoratori di Satana! Le loro intenzioni nei confronti del bambino che lei ha in grembo non possono essere buone. Per istinto, Rosemary cerca rifugio dal dottor Hill,  che però si rivela egli stesso un appartenente alla setta satanica a cui non solo è affiliato il dottor Sapirstein, ma anche Guy. I due demonolatri raggiungono lo studio del dottor Hill. La gravida, giudicata isterica, viene sottoposta a sedazione. Quando si sveglia, le viene detto che ha avuto le doglie e che il bambino è nato morto. Non rassegnandosi alla morte del figlio, Rosemary trova un adito segreto che dalla sua camera da letto conduce nell’appartamento dei Castevet. Qui trova tutti, il marito, i Castevet, il dottor Sapirstein e altri membri della setta, intenti ad adorare il bambino, vivo e vegeto, che frigna in una culla drappeggiata di nero. Una croce rovesciata è appesa sopra di lui: egli è il Figlio di Satana!

SYD BARRETT: “HAVE YOU GOT IT YET?” – IL DOCUMENTARIO | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia la segnalazione della realizzazione di Have You Got It Yet? The Story of Syd Barrett and Pink Floyd, un documentario che verte su Syd Barrett, il fondatore dei Floyd; ovviamente sono molto gli attori coinvolti, tutti dell’entourage Floyd, tutti coloro che hanno avuto una parte nelle vicende di Syd. Vi lascio a un estratto dall’articolo:

Il documentario esplora l’enigmatico Barrett, che ha scritto i primi due successi dei Pink Floyd e ideato il nome della band. Nel 1968, pochi anni dopo la fondazione del gruppo, Barrett fu costretto a lasciare i Pink Floyd quando i suoi compagni di band si allarmarono per la sua stabilità mentale e l’uso di droghe psichedeliche.
“Barrett abbandonò la musica e tornò a casa, a Cambridge, per gli ultimi 30 anni della sua vita e per il suo primo amore, la pittura“, si legge nel comunicato stampa del documentario. Alcuni dei maggiori successi mondiali dei Pink Floyd – Dark Side of the Moon, Wish You Were Here e The Wall – esaminano i temi della follia e della celebrità, tra cui “Shine On You Crazy Diamond” e “Wish You Were Here”, scritte come tributo a Barrett. Have You Got It Yet? è stato diretto dal pluripremiato regista Roddy Bogawa e dal defunto graphic designer Storm Thorgerson, co-fondatore dello studio Hipgnosis che ha creato alcune delle più famose copertine di album rock di tutti i tempi, tra cui Dark Side of the Moon e Wish You Were Here dei Pink Floyd. Thorgerson conosceva Barrett fin dagli anni ’60.
“Il film è stato completato da Bogawa con il fotografo Rupert Truman degli StormStudios e il produttore Julius Beltrame dopo la prematura scomparsa di Storm nel 2013“, si legge nel comunicato. “Il produttore Orian Williams… è entrato nel progetto mentre era ancora in produzione“. Il documentario, prodotto da Believe Media e A Cat Called Rover, contiene interviste inedite ai membri della band Pink Floyd David Gilmour (amico d’infanzia, e che riempì essenzialmente il vuoto lasciato da Barrett), Nick Mason e Roger Waters, oltre alla sorella di Barrett, Rosemary Breen, ai manager dei Pink Floyd Peter Jenner e Andrew King, a Pete Townshend degli Who, Graham Coxon dei Blur, Andrew VanWyngarden degli MGMT, al drammaturgo Tom Stoppard e ad altri. L’attore Jason Isaacs è il narratore del film.

Orian Williams ha commentato: “La parte più difficile nel raccontare la storia di Syd Barrett è stata l’interpretazione del suo processo di armonia e di come l’inaspettata sinergia sonora e la discordanza visiva, entrambe apparentemente casuali, fossero pianificate e ben pensate. Roddy Bogawa ci dà un’idea di come Barrett abbia incanalato il genio, la follia e la sperimentazione nei Pink Floyd, il contenitore in cui tutto ha preso vita ma che ha anche portato via Syd“.

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