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Macelleria Mobile di Mezzanotte – Death Was Last to Enter the Nightclub


Il germe del desiderio s’insinua tra le pieghe del crepuscolo e del video.

Occhiali Neri: il film di Dario Argento sbarca a Berlino | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione dell’uscita del nuovo film di Dario Argento, Occhiali neri. Vi lascio alle note dell’articolo:

Roma. L’eclissi oscura il Sole in una torrida giornata di estate. È il presagio del buio che avvolge Diana quando un serial killer la sceglie come preda. La giovane escort, per sfuggire al suo aggressore, va a schiantarsi contro una macchina, perdendo la vista. Dallo choc Diana riemerge decisa a combattere per la sua sopravvivenza, ma non è più sola. A difenderla e a vedere per lei adesso ci sono Nerea, il suo cane lupo tedesco, e il piccolo Chin, sopravvissuto all’incidente. Il bambino cinese con i suoi grandi occhi, la voce dolce dall’accento straniero, il carattere di un ometto indipendente e indifeso allo stesso tempo, la accompagnerà nella fuga. Ossessionati dal sangue che li circonda, saranno uniti dalla paura e dalla disperata ricerca di una via di scampo, perché l’assassino non vuole rinunciare alle sue prede. Chi si salverà?

Quando la fantascienza incontra la paura: Dark Skies – Oscure presenze | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com – nell’ambito di Delos230 – un’interessante recensione di Giuseppe Vatinno sul film di qualche anno fa Dark Skies – Oscure presenze, che miscela le suggestioni horror con tematiche SF, tipo casa infestata ma, questa volta, dagli alieni. Un estratto:

In questo articolo ci vogliamo occupare di un ottimo film di fantascienza/horror, spesso i generi sono contaminati, che ha l’angoscia come protagonista: Dark Skies – Oscure presenze, diretto da Scott Stewart, prodotto negli Usa nel 2013 e della durata di 97’. La trama sembra quella del classico film sulle case infestate ed infatti il produttore è lo stesso di Paranormal activity e il gran numero di telecamere utilizzate sta lì a ricordarlo. Ma veniamo alla trama.

Una tipica famiglia americana è composta dai genitori Daniel (Josh Hamilton) e Lacy Barrett (Keri Russell), padre e madre di Jesse (Dakota Goyo) e Sammy (Kadan Rockett), il maggiore e il minore dei figli. Le atmosfere solari e ventose, ma di una luce troppo vivida che inquieta e turba e non promette nulla di buono, sono alternate a notti lunari, prodighe di eventi numinosi.
In questo clima si inserisce la vicenda della una crisi lavorativa di Daniel che viene licenziato e non riesce a trovare un nuovo lavoro e questo stato di ansia si propaga a tutti i membri della famiglia. Dopo questo evento nella casa in cui abitano si verificano due “poltergeist” notturni consecutivi. Nel primo viene svaligiato il frigo e si pensa ad un animale selvatico entrato in casa e non gli si dà troppa importanza, mentre nel secondo c’è del metodo: in cucina viene allestita una specie di “scultura” impilata, fatta con barattoli e utensili disposti in un equilibrio improbabile. Una composizione che inquieta molto Lacy e di cui sono sospettati i figli.
Il più piccolo, Sammy, pare al centro delle azioni di infestazione. Riferisce infatti di ricevere di notte le visite di un “omino del sonno” che gli parla. La madre è spaventata e pensa che il figlio stia male e per questo si attivano anche controlli medici.

Il film è molto ben congeniato nella trama con il soggetto e le sceneggiatura firmata sempre dal regista. Inizialmente lo spettatore è portato a credere che si tratti di un classico film horror con una dinamica prevedibile e cioè un caso di infestazione spiritica di una vecchia abitazione americana, un genere ben noto e collaudato. Ma con lo scorrere del tempo e dell’avanzare della trama ci si rende conto, si è quasi trascinati per mano a farlo, che il film tratta d’altro e cioè di alieni, extraterrestri della specie più conosciuta e cioè i famosi “grigi”.
Lo spettatore è condotto per gradi a rendersene conto. In una avvincente epifania. I “poltergeist” non sono veri fenomeni spiritici quanto invece manifestazioni aliene (i protagonisti notano delle cicatrici dietro le orecchie che nascondono dei chips) che sembrano vertere intorno al piccolo Sammy. Ma in realtà quasi tutti i membri della famiglia cadono in una sorta di trance che procura loro anche guai fisici, come lividi, che insospettiscono le autorità. Daniel sistema diverse telecamere di videosorveglianza che alla fine riescono a catturare in un fotogramma una “presenza”. Si tratta di un alieno grigio.
La svolta della storia si avrà solo quando la moglie Lacy incontrerà in una chat un esperto di abduction che spiegherà a loro (e a noi) che sono vittime di un tentativo di rapimento da parte dei grigi. Daniel si procura allora un fucile a pompa e si barrica in casa, ma appena giunta la notte la famiglia viene aggredita dagli alieni che risultano appunto “grigi” di aspetto molto alto rispetto alla norma, che alla fine di sequenze di vera paura rapiscono il figlio maggiore, Jesse. Si scopre così che Jesse è stato attenzionato da piccolo dagli extraterrestri, lo scopre la madre tramite dei disegni che ha fatto nell’infanzia e che lo ritraggono insieme a tre alieni e che solo adesso riesce a vedere. Durante le drammatiche scene finali Jesse viene rapito.

Stati di Allucinazione: un trip-movie tra scienza, religione e filosofia – Auralcrave


Su AuralCrave un lungo post che analizza il film Stati di allucinazione, uscito ormai decenni fa ma che conserva sempre un fascino intramontabile. Un estratto:

Stati di allucinazione (Altered States) è probabilmente il più grande Trip drug movie di sempre. Lo è per il talento registico di Ken Russell, per la sceneggiatura visionaria di Paddy Chayefsky ispirata alle altrettanto strabilianti esperienze di John C. Lilly, oltre che per un budget di produzione di tutto rispetto: elementi che collocano questa pellicola datata 1980 in quell’area a cavallo tra il b-movie di lusso, la fantascienza colta e l’horror religioso, facendole meritare fin da subito lo status di cult.
La storia si ispira liberamente alla vita del neuroscienziato statunitense John C. Lilly, attivo fin dal secondo dopoguerra nella ricerca legata agli stati alterati della coscienza, al linguaggio dei delfini e alla comunicazione inter-specie. Personaggio stravagante e controverso, sperimentatore di LSD, amico di Timothy Leary e Allen Ginsberg, Lilly incarna magnificamente quel filone di pensiero scientifico eterodosso attratto dal soprannaturale, con un percorso biografico che lo pone in stretta contiguità con il movimento hippie prima e new-age dopo.

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Pink Floyd, per il 50esimo anniversario di ‘Live at Pompeii’ un docufilm-evento su ItsArt – Rockol


Su RockOl si festeggia dei Floyd, oltre che il mezzo secolo di Meddle, anche i cinquant’anni della realizzazione del film Pink Floyd at Pompeii, avvenuto proprio agli inizi di ottobre del ’71. Le celebrazioni continuano con un docufilm su quell’evento:

A cinquant’anni dalla leggendaria esibizione a porte chiuse dei Pink Floyd all’anfiteatro romano di Pompei – che nel 1972 fu documentata dallo storico film-concerto “Live at Pompeii” – ItsArt, la piattaforma digitale promossa dal Ministero della Cultura, renderà disponibile “Reliving at Pompeii”, docufilm articolato in cinque episodi diretto da Luca Mazzieri con la supervisione di Adrian Maben, che coordinò le riprese del rockumentary originale.
L’opera, che sarà visibile gratuitamente – previa registrazione su ItsArt – alle ore 20 del prossimo 28 ottobre, è stata realizzata con il sostegno del Parco archeologico di Pompei e del Gruppo TIM: proponendosi di ripercorrere “i momenti creativi del regista in un viaggio intimo dentro i luoghi del Parco Archeologico e della città di Pompei, per andare alle origini di quella intuizione concretizzata con il primo ciak del famoso film-concerto di cinquant’anni fa”, il documentario – che sfrutta soluzioni tecnologiche immersive come la realtà aumentata e il light mapping – alterna a spezzoni del film originale sequenze inedite in alta definizione, oltre che a una serie di interviste e contributi curate dal giornalista e critico Ernesto Assante.

Hardware (1990) 30 anni di cyber-plagio | Il Zinefilo


Lucius Etruscus qualche mese fa – colpevole mia svista – ha analizzato a fondo Hardware, la pellicola che Richard Stanley girò una trentina di anni fa, dal sapore cyberpunk ma non solo; potete trovare le sue argomentazioni sul blog Il zinefilo, vi incollo quindi stralcio e vi invito a leggere tutta la (meravigliosa) storia dietro alla realizzazione del lungometraggio, che non conoscevo:

Malgrado sia un’opera non originale, comunque Stanley deve inventarsi un modo per riempire un film avendo per le mani solo qualche pagina di fumetto, quindi ci dà dentro e onestamente tira fuori oro puro, costruendo fili narrativi da tirare al momento giusto, introducendo personaggi che faranno comodo in momenti chiave e inventando modi perché la protagonista possa sfuggire ad un robot assassino in una casa minuscola. Mi sento di dire che Stanley è riuscito pienamente nell’intento, e ancora oggi credo che  Hardware sia un film che funzioni, quasi del tutto privo com’è di riferimenti al momento particolare in favore di temi universali. L’ambiente claustrofobico regala grande emozione al tutto: all’epoca chi rimaneva assediato in casa aveva centinaia di metri quadrati dove scappare, ma la povera Jill a giusto una camera e cucina da condividere con il suo carnefice, quindi si apprezzano ancora di più le idee per far andare avanti la storia, riuscite o meno che siano.

After Blue – il futuro è donna, pop e… ormonale | PostHuman


Su PostHuman un articolo-recensione che, lo ammetto, faccio fatica a inquadrare se non per una fascinazione di un qualche tipo che comprende alcuni dei miei interessi – psichedelia, immaginario erox, sperimentazioni espressive – e che ruotano attorno al regista Bertrand Mandico, autore che non conoscevo ma che mi ha lasciato un senso di… indefinita ammirazione, in attesa di essere confermata. Vi lascio a una parte dell’estratto di PostHuman, e vi invito a stare attenti agli sviluppi del regista e di ciò che ruota attorno a lui. In basso il trailer di After Blue e un clip di Caleb Landry Jones, che non c’entra ma c’entra con le pellicole del regista francese.

Nella bella sala restaurata dell’ex Spazio Oberdan ieri abbiamo visto Hormona, il trittico di corti del francese Bertrand Mandico (di cui abbiamo già scritto QUI), che faceva parte della rassegna monografica dedicata all’enfant terrible del cinema underground francese, omaggio che culminava con la proiezione dei suoi per ora unici due lungometraggi: il primo è Les Garçons Sauvages del 2017, “viaggio allucinante” di una banda di teppistelli burroughsiani in un’isola del tesoro dagli influssi molto particolari, sotto la guida di un capitano di vascello molto più arcigno del Nemo di Verne! Film che o vedi a un festival o poi risultano davvero difficilmente reperibili.
Il trittico comprendeva:
Prehistoric Cabaret del 2013
Notre Dames Des Hormones del 2014
Y a-t-Il Une Vierge Encore Vivante del 2015.
Tre cortometraggi uniti dallo sguardo appunto “ormonale” su una pansessualità stillante da ogni inquadratura, che flirta sempre sottilmente con qualcosa di “altro”: non solo di altro da quella che un tempo si definiva “normalità” sessuale, ma anche con concetti come l’origine dell’umanità (il primo), le dinamiche fra due donne/artiste nei confronti dell’improvvisa intrusione nel loro ménage di un’inconcepibile, forse sovrannaturale entità “virile” (il secondo), o con un’idea tutta personale di misticismo (il terzo).

AFTER BLUE
Ma il piatto forte è stata l’anteprima italiana del secondo, After Blue, suo ultimo e più ambizioso opus, fresco di passaggio a Locarno: 130 stordenti minuti di un altro “viaggio allucinante” d’ambientazione fantascientifica (come già il mediometraggio Ultra Pulpe), il cui titolo allude appunto al nome del remoto pianeta su cui l’umanità futura ha trovato scampo dal proprio scempio della Terra (tema onnipresente nella s/f attuale), ma anche la fine del genere maschile, inadatto a sopravvivervi. Qui sotto il trailer internazionale del film.

Dune 2021: l’epica delle sabbie | PostHuman


Su PostHuman Mario Gazzola recensisce in anteprima Dune, il nuovo film di Denis Villeneuve. L’articolo è trascinante, la prosa di Mario è notevole e fa precipitare il lettore direttamente nelle viscere della pellicola, che forse vedrò ma che a priori non suscita automaticamente l’attesa che ho avuto, che so, per Blade Runner 2049, soltanto perché non amo particolarmente la saga di Frank Herbert (lo so, adesso mi bersaglierete con ingiurie ed epiteti di ogni foggia). Vi lascio alle parole di Gazzola:

La sua narrazione ha il passo ieratico e solenne della fantascienza mistica, ai confini col fantasy più maturo: quella che ci presenta il “viaggio dell’eroe” (saggio-bibbia degli sceneggiatori by Chris Vogler, basato sugli studi di mitologie e religioni comparate di Joseph Campbell nel pure monumentale saggio L’eroe dai mille volti), segue un andamento che nei suoi tratti essenziali si ritrova appunto nei cicli mitologici classici (tutti, dall’Iliade al ciclo bretone di Artù, dal Kalevala al Mahabarata, ma pensate solo a cos’è Virgilio per Dante nella Commedia).
Viaggio iniziatico che nei suoi punti salienti – un eroe, un antagonista, un mentore, un talismano, un conflitto per conquistare un premio, una vittoria, l’amore – riassume in sé praticamente l’essenza, il dna di ogni narrazione, dall’Ulisse di Omero a quello di Joyce. Ciò che rende appunto la sci-fi/fantasy matura la prosecuzione della mitologia in forme letterarie moderne.
Villeneuve, da indiscusso maestro della regia quale ormai è, impagina questo viaggio in sontuosi panorami di… dune (ovvio!) e rocce tendenti all’astratto, colori sabbiosi e interni tetri e incombenti, fastosi costumi neorinascimental-cosmici, attraverso quei silenzi e quelle attese di qualcosa d’inespresso che sono il suo marchio di fabbrica da Arrival, che bene servono l’atmosfera mistico filosofica dell’opera e che sono una continua festa per gli occhi, anche quando rischiate di perdervi fra le intricate cospirazioni di corti spaziali degne dei Borgia.

Come di ogni opera larger than life, vi capiterà – come dubitarne? – di leggere in giro su qualche pregiato quotidiano nazionale stupidaggini tipo che il film ha “una parte centrale troppo lenta”, che sono un po’ come dire che la Bibbia “ha anche delle buone idee ma niente ritmo”. Ma sono quei redazionali svelti scritti da “penne medie” per essere letti dallo “spettatore medio” in tempi medi e dargli l’illusione d’aver capito in fretta se il film è da vedere o no. Carta igienica per il giorno dopo.
Fate come diceva proprio Virgilio a Dante: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Voi che leggete qui invece andatelo a vedere, lasciatelo crescere nei suoi 155 minuti di epos, e progressivamente sentirete crescere in voi l’inesorabile empatia per l’ennesimo viaggio eroico, sempre attraverso le stesse tappe, sempre appassionante come la prima volta, quello del giovane Paul Atreides (il 26enne Timothée Hal Chalamet qui sopra a sinistra) e della sua affascinante e combattiva madre-Gesserit dai poteri telepatici Lady Jessica (suadente e magnetica Rebecca Ferguson sotto a sin., che non si è mai sazi di guardare), circondati dall’opulento cast con Oscar Isaac (duca Leto Atreides, padre di Paul, nella foto in alto con lui), Josh Brolin (il roccioso Gurney Halleck), Stellan Skarsgård (l’immenso barone Vladimir Harkonnen, sopra a destra), il sempre minaccioso Dave Bautista, la velata reverenda madre-Gesserit Charlotte Rampling (qui sotto a destra con Paul) e Javier Bardem (il Fremen Stilgar). La coprotagonista Zendaya appare ancora poco, perché il suo ruolo crescerà ora che Paul e madre trovano riparo fra i Fremen del deserto cui lei appartiene, ma proprio quando ahinoi termina bruscamente il film, lasciandoci assetati come nomadi nel deserto della seconda parte, sui cui tempi di gestazione purtroppo non si sa ufficialmente ancora nulla.

Jodorowsky’s Dune: il più fecondo fallimento della storia del cinema


Su PostHuman Mario Gazzola traccia mirabilmente le coordinate di Jodorowsky’s Dune, il documentario video in cui si racconta il making of del regista cileno attorno al concept di Dune. Un estratto:

La parte più pazzesca del film di Pravich è infatti il dopo, in cui la regia ci giustappone esempi dei disegni di Moebius per lo story board di Dune accanto a scene di film successivi, talmente simili da non poter pensare che sia stato un caso: il libro era rimasto nel cassetto di tutte le major hollywoodiane, quindi non è stupefacente che intuizioni della geniale coppia siano filtrate nei duelli di Star Wars di Lucas, nelle soggettive di Terminator di Cameron, nelle apparizioni fantasmatiche dei Predatori dell’Arca Perduta di Spielberg o in altri titoli minori come Flash Gordon, fino alle minacciose montagne scolpite nel Prometheus di Ridley Scott.
Al cui epocale capostipite Alien peraltro diedero decisivi contributi proprio O’Bannon (col soggetto originale) e Giger (coll’indimenticabile, orroroso xenomorfo), “scoperti” da Jodo e indi “adottati” da Hollywood dopo il naufragio del cosmico progetto, se ne parla alle pagine 101-106 del mio FantaRock (con Ernesto Assante, Arcana, 2018).

Mai pubblicata neppure in forma di libro cartaceo, la fertilissima, profetica sceneggiatura Jodo/Moebius si connette infine anche all’imminente, attesissimo Dune di Villeneuve (di cui già è trapelato il progetto di una trilogia cinematografica per sviluppare compiutamente l’impianto narrativo di Herbert) attraverso la colonna sonora: infatti le solenni musiche di Hans Zimmer per il film in uscita comprendono anche un brano riarrangiato dei Pink Floyd ambìti da Jodo: è Eclipse, proprio da quel The Dark Side Of The Moon le cui session di registrazione volgevano alla fine al momento dell’incontro col visionario regista cileno).

Matrix Resurrections, il primo trailer ufficiale | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione della prossima uscita di Matrix IV, chiamato Revolutions. In fondo potrete trovare anche il trailer che, a me, dice assai poco. E a voi?

La regista e co-sceneggiatrice Lana Wachowski ha tenuto segreta fino a oggi la trama del quarto capitolo della saga, ma appare chiaro che dopo il finale di Matrix: Revolutions (2003) in cui il corpo di Neo veniva recuperato da Matrix stesso, il nostro eroe si ritrova dove tutto è cominciato, a Chicago, in un lavoro e una vita che non lo soddisfano. Ma con una variante, come dice al suo analista interpretato da Neal Patrick Harris (Gone Girl) fa sogni che non gli sembrano sogni e teme di essere pazzo. Poi ci sono le pillole blu, che apparentemente deve prende costantemente, almeno finché, come vediamo, non decide di liberarsene. Così prima re-incontra Trinity (Carrie-Ann Moss) la quale ovviamente non conosce la sua stessa vera identità e poi un personaggio, interpretato da Yahya Abdul-Mateen II (Watchmen) che assomiglia tantissimo a un giovane Morpheus, il quale gli dice che è tempo di volare e gli porge la pillola rossa. Dopo è un trionfo di scene altamente spettacolari in puro stile Matrix, fino allo strano incontro con un altro personaggio misterioso, interpretato da Jonathan Groff (Mindhunter su Netflix) il quale gli dice “Dopo tutto questo tempo, perché tornare in Matrix?”. E fate attenzione alla canzone, White Rabbit degli Jefferson Airplane, parte dell’album Surrealistic Pillow datato 1967. Se conoscete l’inglese è molto rivelatoria.

Matrix Resurrections arriverà nei cinema americani e su HBO Max il 22 dicembre, ma purtroppo noi dovremo aspettare un po’ di più, il primo gennaio 2022, ma sarà un gran bel modo di festeggiare l’anno nuovo. Vi lasciamo con il primo trailer in italiano e in lingua ufficiale, pronti a tornare in Matrix?

SUSANNE LEIST

Author of Paranormal Suspense

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

Legalise Drugs & Murder

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