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Solaris e la ricerca infinita di noi stessi | OcchioDelCineasta


Su OcchioDelCineasta la recensione a uno dei film che adoro di più: Solaris, di Andrej Tarkovskij. In basso, il trailer che lancia la psiche nell’universo del bizzarro pianeta.

Il film, tratto da un romanzo del polacco Stanislaw Lem, vede nella prima parte della versione integrale la presentazione di Kris, psicologo in procinto di partire per decidere le sorti della stazione spaziale che si trova su Solaris, un pianeta extrasolare. Kris vorrebbe trascorrere questi ultimi momenti prima della partenza con il padre, ma un amico di famiglia, Henri Berton, interrompe l’ultimo saluto per avvertire e raccontare a Kris la strana esperienza vissuta in prima persona sulla stazione spaziale di Solaris; Kris liquida Henri dicendo che lui non crede a tutte le teorie studiate attorno al pianeta e non bada troppo al racconto dell’uomo.

Kris giunge su Solaris e si trova davanti una stazione spaziale quasi abbandonata che cade a pezzi; scopre che sono sopravvissute solo due persone all’interno e che un suo caro amico, il Dr. Sartorius è morto suicida e ha lasciato un video per Kris prima di togliersi la vita. Kris comincia a rendersi conto che le cose sono strane all’interno della stazione spaziale, comincia a vedere “ospiti” che abitano la stazione e si rende conto che Solaris ha un’influenza molto forte sulle persone; tanto forte che il pianeta può “riportare in vita” delle persone legate agli umani della stazione, persone legate ai desideri dell’uomo. Kris rivede così la moglie morta suicida anni prima, Hari, e inizia così un viaggio con se stesso fatto di ammissione di colpe passate e redenzione.

Tarkovskij firma questa volta un film diverso dal solito, un unicum nella sua filmografia, questa volta non è fatto solo di silenzi e immagini importanti, “ingombranti” che portano avanti da soli tutta la narrazione, ma in questo caso anche i dialoghi e le spiegazioni sono importanti, siamo in un luogo a noi sconosciuto, un altro pianeta, Solaris, ed è giusto che il regista accompagni e aiuti lo spettatore. Negli altri lungometraggi una riflessione silenziosa e più onirica prevale, basti pensare a Stalker, capolavoro del 1979, molte volte accostato a Solaris proprio perché anche qui l’uomo intraprende un viaggio per mettersi a nudo davanti ai suoi errori, alla vergogna; quello di Stalker era un viaggio più cupo e drammatico dell’uomo, questo di Solaris è un viaggio e una creazione per l’uomo di una sua isola felice dopo la remissione dei suoi peccati; un atto di fede finale per una nuova possibilità data all’essere umano.

Tarkovskij mantiene i suoi punti cardini che sono fondamentali della sua firma, la spiritualità e la metafisica. Non da mai niente per certo, ma pone lo spettatore, disposto a seguirlo, all’inizio della strada del cambiamento, della presa di coscienza, delle sue colpe e del suo Essere umano, fragile

Pink Floyd – Recording Obscured By Clouds (Pop Deux Documentary)


Un’intervista ai Floyd – prettamente Waters e Gilmour – intorno agli inizi o metà ’72, quando sono stati circa una settimana in Francia per registrare Obscured by clouds, colonna sonora dell’omonimo film di Barbet Schroeder. Sembrano passati eoni.

Il colore venuto dallo spazio – False percezioni


Sul blog di Luigi Milani è segnalata una sua recensione a Color Out of Space, il film di Richard Stanley che ha scodellato, è il caso di dire visto il suo lungo purgatorio dal mondo del Cinema, dopo lustri di inattività. Vi incollo alcuni passi del buon Luis:

Il colore venuto dallo spazio, film distribuito in Italia direttamente nel circuito home video, segna il ritorno dietro la macchina da presa del talentuoso Richard Stanley, a trent’anni anni dal discreto Hardware e a più di venti dal sofferto L’isola perduta.
Ebbene, possiamo affermare che la rentrée, nonostante l’impresa non fosse delle più agevoli, sia stata di segno più che positivo, vista la qualità complessiva dell’opera. Oltretutto dobbiamo ammettere che adattare il racconto originario del 1927 firmato dal celebre Solitario di Providence era impresa affatto facile.
Stanley, al quale evidentemente la lontananza dal set non ha inficiato le qualità registiche, riesce infatti nell’intento, dando vita a un film visionario, di grande impatto emotivo, specie nelle sequenze finali, dal gusto scopertamente lisergico.

La sceneggiatura segue abbastanza fedelmente la successione degli eventi narrati da H.P. Lovecraft, pur con gli inevitabili, seppur discreti, adattamenti alla contemporaneità. Alludiamo all’utilizzo di smartphone o all’ossessiva presenza, in stile Cronemberg per intenderci, della televisione, strumento di pseudo-evasione al quale si affida uno degli sventurati protagonisti del film, un Nicholas Cage — passatemi il termine — “scazzato” come non mai nel ruolo dell’improbabile capofamiglia Gardner.
L’attore adotta un profilo recitativo destrutturato in tutta la prima parte del film, forse per meglio caratterizzare il successivo, definitivo tracollo mentale. Uno stato nel quale sprofonda alle prese con le vicende incredibili e devastanti che colpiscono il terreno su cui sorge l’abitazione della famiglia in seguito alla caduta di un misterioso meteorite.

A livello puramente visivo, come già accennato, il film funziona bene: quando assistiamo alle orribili mutazioni umane e animali, i connessi momenti gore risultano molto coinvolgenti ed efficaci, anch’essi per molti versi di stampo “cronemberghiano”.
Notevole anche l’uso sapiente del colore e dell’effettistica. A dispetto del budget non certo stellare, diciamo da B movie di lusso (pare sui 6 milioni di dollari), il regista mostra di saper utilizzare bene le risorse, dando vita a una trasposizione più che dignitosa.

Eyes Wide Shut: Il testamento psico-erotico di un maestro


Su OcchioDelCineasta una bella recensione a Eyes Wide Shut, l’ultimo film di Stanley Kubrick, che è stato anche il testamento di una coppia di attori che viveva insieme nella vita e che, dopo aver girato questo film così intimo, si sono lasciati. Un insieme di cause ed effetto che sforano il reale nella finzione, e viceversa. Un estratto della rece:

Il tredicesimo (e ultimo) lungometraggio del maestro del cinema Stanley Kubrick sintetizzò la conclusione degna per una carriera registica che per oltre un cinquantennio si era interessata all’indagine, allo studio dell’animo umano. Il regista, infatti, morì a poche settimane dalla conclusione delle riprese, e non poté né ultimare il montaggio (curato poi da Steven Spielberg) né replicare all’accoglienza tiepida, se non addirittura negativa, di una critica che (come fu per Arancia meccanica) si divise in guelfi e ghibellini.

L’idea di Eyes Wide Shut venne a Kubrick dopo la lettura del romanzo di Arthur Schnitzler Doppio sogno, che rielaborò per trasformare in grande arte filmica l’introspezione freudiana dei problemi coniugali, spostando il contesto geo-storico dalla letteraria Vienna anni Venti alla New York anni Novanta (quest’ultima ricostruita però ai Pinewood Studios di Londra). Una volta chiamata a raccolta la coppia hollywoodiana per eccellenza (Cruise/Kidman), Kubrick ha potuto sguinzagliare tutta la sua visionarietà, andata poi a tradursi nel suo film più doloroso, che valica la contaminazione di sogno e realtà mentre si ammanta di torbidi simbolismi, enigmatico e disturbante per le sinapsi più che per lo stomaco.

Nella New York di fine Novecento, il dottor Bill (Tom Cruise) e Alice Harford (Nicole Kidman) sono la coppia perfetta: giovani, belli, di status agiato e con una bambina piccola. Tuttavia la crisi è dietro l’angolo, e lo spettro del tradimento s’infiltra nella loro vita coniugale. Dopo che la moglie ha confessato di aver fantasticato su un rapporto adulterino, Bill intraprende un viaggio notturno per le vie della Grande Mela, affrontando gli ostacoli dei desideri e delle fantasie più peccaminose. L’apice surreale di questo girovagare verrà raggiunto quando Bill riuscirà a infiltrarsi in una villa di figuranti mascherati dediti al baccanale scambistico, un’esperienza che rischia di coinvolgerlo in un omicidio.

Pink Floyd Live at Pompeii: un grandioso elogio della bellezza


Su OndaMusicale un lungo articolo che dettaglia la storia, lo spirito e i contenuti di PinkFloyd at Pompeii, classicone girato nell’anfiteatro di Pompei al finire del ’71 in cui i Floyd danno, effettivamente, uno dei loro migliori di cui si sono resi protagonisti. Uno stralcio dell’articolo:

Quando la troupe arriva sul posto, i tecnici si rendono conto di non avere abbastanza disponibilità di corrente elettrica per alimentare tutti i macchinari. Il problema viene risolto col famoso cavo, fornito dal Comune stesso e alimentato dalla corrente del Municipio. I disguidi accorciano sensibilmente i tempi previsti per filmare il concerto, tanto che le riprese effettive si concentrano in soli quattro giorni, tra il 4 e il 7 ottobre del 1971. La breve finestra temporale fa sì che non ci sia il tempo di registrare tutte le canzoni previste, che erano più o meno quelle che facevano parte della scaletta live del periodo, con l’aggiunta di due parti della lunga suite di “Echoes”. Per risolvere la situazione si renderanno delle ulteriori giornate di riprese tra il 13 e il 20 dicembre, agli studi Europasonor di Parigi, dove la band suonerà altre canzoni illuminata solo da riflettori simili a quelli impiegati a Pompei; la sovrapposizione di alcune immagini girate tra gli scavi contribuiranno alla riuscita dell’innesto cinematografico, tanto che quasi non ci si rende conto della differente ambientazione. Inoltre, alcune bobine delle riprese vanno smarrite, evento a cui si deve il fatto che, durante l’esecuzione di “One of these days”, le inquadrature si concentrino quasi esclusivamente su Nick Mason, regalando un momento di gloria al membro più sfuggente del gruppo.

Il film è pronto per l’uscita nel 1972: il successo bacia da subito l’opera, sia nelle sale sia per la critica. Negli anni, poi, il live a Pompei diventa un vero e proprio cult per i fan. Non si deve dimenticare, inoltre, che all’epoca i Pink Floyd, pur essendosi già guadagnati lo status di band di culto, erano un po’ degli oggetti misteriosi a livello visivo. Non avevano un frontman di carisma e presenza scenica come i Led Zeppelin, i Deep Purple, gli Who o i Rolling Stones, e i loro live erano talmente imperniati su rivoluzionari effetti visivi e speciali da nascondere quasi i musicisti dagli sguardi del pubblico.

La performance di Pompei mostra finalmente i quattro giovani in piena luce, con la qualità eccezionale del prodotto cinematografico e nello splendore della loro giovinezza. Ma diamo un’occhiata più da vicino al film vero e proprio. La proiezione inizia con lo schermo completamente nero e la grancassa di Mason che riproduce il battito del cuore umano. Passa un minuto buono prima che si aggiungano altri strumenti e quasi due perché il nero si dissolva lasciando spazio alle immagini…

Piigs: maiali di carta – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la critica e analisi sociale PIIGS. Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity, basata sul film Piigs: maiali di carta, libro a cura di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre. Un corposo estratto integrale del post per comprendere in quale nassa ci siamo cacciati rincorrendo il mito del business:

Uscito nel 2017, Piigs è un film sui disastri delle politiche neoliberiste in Europa. Adesso è uscito anche un libro omonimo, un backstage di carta che ci permette di capire come una pellicola indipendente, nata sulle panchine di Piazza Re di Roma, invece di durare per un fine settimana in tre sale, abbia raggiunto numeri sorprendenti: 3 mesi di tour di presentazione alla presenza dei registi, 9 settimane di programmazione nel Circuito Cinema in circa 100 sale per un totale di quasi 100 mila spettatori, più altri 300 mila con la trasmissione sulla Rai e altri milioni stimabili grazie alla distribuzione all’estero e alla piattaforma Raiplay.

Il volume racconta di tre videomaker che decidono d’imbarcarsi in un’impresa impossibile: girare un film di economia. E così, come Thomas Kuhn mostrava che le scoperte scientifiche sono opera di pesci fuor d’acqua, Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre, che di economia sapevano poco o niente, si mettono a studiare Keynes, Minsky, Galbraith, Mitchell, Caffè e Gallino. Poi, scoperto il mostro dell’austerità che divora le nostre vite, s’industriano con i mezzi espressivi del cinema, ma senza un soldo in tasca, per comunicarci il pericolo che corriamo. È la parte più avvincente del libro in cui si collezionano una serie di case history di guerrilla cinema degne di un corso universitario: l’intervista rubata a Warren Mosler in un corridoio di facoltà, quella a Yanis Varoufakis con tanto di schizzi di pizza rossa, la missione teleguidata oltre oceano per girare la parte su Noam Chomsky, lo studio di Vladimiro Giacché e l’incubo della telecamera traballante, la gestione dell’imprevisto con Erri De Luca.

Piigs in versione cartacea è la storia incredibile di come produrre e distribuire un film partendo da meno di zero, di come organizzare un crowdfunding, risparmiare sui diritti d’autore del materiale d’archivio e trovare finanziamenti con metodologie degne dei Blues Brothers. Il volume dimostra inoltre che si può realizzare un prodotto di massa anche sposando una tesi teorica di peso. Nel caso specifico si tratta per lo più della Teoria monetaria moderna, che sta raccogliendo molti consensi nella sinistra radicale internazionale, ma che allo stesso tempo, a detta dei critici, non sembra dare risposte nuove ai problemi cui andò incontro il postkeynesismo negli anni settanta. Ciò, tuttavia, non toglie nulla all’incisività destruens di Piigs (film e libro), alla sua capacità di smascherare la natura di classe dell’Unione europea e delle sue politiche economiche. Alla fine del lungo viaggio dei tre registi, sia nei meandri macroeconomici del neoliberismo, che nei loro risvolti quotidiani – esemplificati dalla storia della cooperativa Il Pungiglione – l’elisir portato a casa è un dono di conoscenza. Federico Greco infatti conclude: “Non si tratta neppure… di un conflitto tra i Paesi del nord Europa e quelli del sud, come comprenderò col tempo, ma tra le élite di ogni singolo Paese e le loro classi dei lavoratori.”

L’ultima sfida del cinema quantistico di Nolan: Tenet – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniAltriTempi una lunga e articolata recensione/esegesi di Giovanni De Matteo a Tenet, ennesimo capolavoro – e forse il supremo – di Christopher Nolan. Un eloquente estratto:

Tenet è un film impossibile da condensare in una sinossi. È una storia di spionaggio in cui, come viene spiegato al Protagonista (nessun nome nel copione per lui, vedremo meglio perché) interpretato da un ottimo John David Washington, già fattosi apprezzare per BlacKkKlansman (Spike Lee, 2018), nel corso del suo training ultrarapido, l’obiettivo è scongiurare la Terza Guerra Mondiale. Ma si tratta di un tipo di intrigo molto particolare, in cui la fantascienza irrompe fin da subito in maniera preponderante: infatti la spada di Damocle sospesa sulla sopravvivenza dell’umanità non è una guerra come le altre, combattuta con ordigni nucleari in un teatro geografico, ma un inedito conflitto temporale in cui un piccolo gruppo di uomini reclutati da Tenet (vedremo anche qui di cosa si tratta) rappresenta l’ultima linea di difesa per la nostra epoca contro una minaccia catastrofica sferrata dal futuro.
Il futuro che minaccia il presente è un tempo in cui la Terra è ormai allo stremo, devastata dagli effetti del cambiamento climatico che l’hanno resa quasi inabitabile, per cui i suoi signori hanno deciso di eliminarci cercando in questo modo di azzerare gli effetti delle nostre azioni e, soprattutto, delle nostre omissioni. I paradossi alla base di ogni storia di viaggi nel tempo non colgono alla sprovvista il Protagonista, che infatti ci mette poco a far notare al suo partner l’inconsistenza delle mire della posterità: in che modo, cancellandoci, gli uomini del futuro riuscirebbero ad annullare i nostri effetti sull’ecosistema? Non si originerebbe una diramazione dalla linea del tempo originale, in cui inevitabilmente i posteri non potrebbero beneficiare dell’esito del loro intervento? Neil, l’agente interpretato da Robert Pattinson che assiste il Protagonista nella sua missione, istruendolo su come destreggiarsi tra le insidie del tempo, glielo spiega laconicamente, liquidando la questione senza addentrarsi in uno degli infodump a velocità supersonica che puntellano le pellicole di Nolan (e nemmeno Tenet, in altri passaggi, fa eccezione): non dobbiamo convincerci che sia vero, è sufficiente che ci credano loro… Tra proiettili che viaggiano dal bersaglio alla canna, inseguimenti su automobili lanciate in retromarcia e colluttazioni in cui ogni colpo sembra poter essere previsto e parato, inizia così un viaggio che è allo stesso tempo un’iniziazione sulle peculiarità dell’entropia e una corsa contro il tempo per disinnescare l’Algoritmo, un congegno in grado di “invertire” l’intero pianeta, scongiurando in questo modo la fine del mondo.

Di guerre nel tempo la letteratura di fantascienza ha saputo fornire un variegato campionario, a partire da Il Grande Tempo di Fritz Leiber (1957) e dai racconti di Poul Anderson dedicati alla Pattuglia del Tempo (1955-1960), fino all’incursione di Charles Stross con Palinsesto (2009), diversi dei quali insigniti dei maggiori premi del settore: storie di agenti temporali e di organizzazioni segrete create per preservare la coerenza storica dalle ingerenze di fazioni rivali o, come nel caso del capostipite di Leiber, storie di vere e proprie guerre combattute per il controllo della storia, un’ispirazione poi ripresa in Italia da Lanfranco Fabriani e Sandro Battisti con le storie dei rispettivi cicli dell’UCCI (Ufficio Centrale Cronotemporale Italiano) e dell’Impero Connettivo.
È una suggestione tornata recentemente alla ribalta anche con il pluripremiato romanzo breve Così si perde la guerra del tempo di Amal el-Mohtar e Max Gladstone (2019), incentrato sullo scambio epistolare tra le agenti rivali Rossa e Blu, emissarie di due fazioni in lotta per l’egemonia sul futuro attraverso il controllo del passato. Ma in Tenet rileviamo, incidentalmente e con ogni probabilità al di là delle intenzioni di Nolan, anche interessanti punti di contatto con due pietre miliari degli anni Novanta: la prima corrispondenza, del tutto fortuita, è con Cherudek di Valerio Evangelisti (1997), quinto romanzo della sua acclamata serie dell’Inquisitore Eymerich, che ancor prima di Tenet menziona diffusamente il quadrato del Sator e sviluppa il concetto di entropia negativa; e poi La Terra moltiplicata di Greg Egan (1992), in cui il protagonista si ritrova invischiato, durante le ricerche di una donna scomparsa, in una cospirazione incentrata sulla possibilità di sfruttare le applicazioni della meccanica quantistica per provocare effetti macroscopici sulla realtà: una delle organizzazioni segrete coinvolte nell’intrigo è il Canon e Tenet, oltre a essere una parola palindroma presa in prestito dal latino e dal quadrato sopra menzionato, è anche un termine che in inglese indica in un contesto religioso il dogma, la dottrina, il canone.

Lapsis | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione al film Lapsis, di Noah Hutton. Una feroce critica al nostro attuale modo di vivere dove una multinazionale preferisce l’umano al robot. Perché l’ultimo lavora, è vero, sempre, ma il primo ha più inventiva e lavora in determinate condizioni più del robot: ed è lì che avviene il business. Vomitevole condotta…

In un presente alternativo (ma non troppo) al nostro, una nuova tecnologia ha rivoluzionato l’intera economia: il quantum. Fondamentalmente, si tratta di un sistema di connessione informatica iper-veloce che consente comunicazioni e scambi in tempo reale. Tipo internet, insomma, ma meglio. Curiosamente, una tecnologia su cui si regge l’intero sistema economico funziona grazie a una infrastruttura fisica ridicolmente semplice: cavi lunghissimi tirati da un “nodo” a un altro, a comporre una vera e propria rete. Tipo internet, insomma, ma peggio.
Tutta un’economia secondaria e sostanzialmente parassitaria è incentrata sulla figura dei “cablatori”, persone che trascorrono i fine settimana a scarpinare per le sconfinate foreste nordamericane trascinando questi cavi avvolti su dei carrellini con le ruote. Per ogni percorso completato, il cablatore riceve denaro e punti, che gli consentono via via di salire di ranking e ottenere percorsi migliori.
[Sta suonando un campanello? Forse è il rider di Deliveroo che vi consegna la pizza che avete ordinato su una sofisticatissima app dal vostro nuovo smartphone più potente di un computer.]
Apparentemente, il sistema funziona a meraviglia per tutti: i cablatori che arrotondano lo stipendio trascorrendo il week-end a passeggiare all’aria aperta, al punto che molti finiscono per farlo a tempo pieno; le agenzie che li ingaggiano trattenendo giusto una parte delle commissioni; la multinazionale delle telecomunicazioni che in regime di sostanziale monopolio sviluppa l’infrastruttura del quantum; tutte le altre multinazionali, a partire da quelle della finanza, che grazie al quantum aumentano gli scambi e i profitti.
Tutti felici e contenti grazie alla gallina dalle uova d’oro: basta accaparrarsi un “medaglione”, il device che consente di registrarsi a ciascun nodo, e iniziare a cablare. Così almeno recitano le pubblicità in cerca di nuove reclute. Una di queste nuove reclute è Ray, il protagonista del film. Dopo aver perso il lavoro, mosso dalla necessità di sostenere le cure per il fratello, affetto da “omnia” (una specie di sindrome da stanchezza cronica), è costretto a scendere a patti con la sua precedente diffidenza nei confronti della nuova tecnologia. Eccolo perciò iniziare a scarpinare, grazie al medaglione procurato dall’agenzia del losco Felix. Un medaglione che in precedenza era registrato al nome del misterioso “Lapsis”, famigerato nella comunità dei cablatori.

È solo una volta all’interno del sistema che Ray comincia a rendersi conto che dietro la facciata dorata dipinta dalle pubblicità si nasconde un sottobosco (letteralmente) di soprusi e iper-sfruttamento.

Borat – Seguito di film cinema, di Jason Woliner – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una recensione/riflessione al sequel di Borat, tra considerazioni sociali, politiche e di costume che sembra non poter lasciare indifferenti. Un estratto:

Un sequel di Borat non sembrava impresa facile. Il film più grottesco, più cattivo e politicamente scorretto che sia mai stato girato aveva tutte le caratteristiche dell’opera unica. Difficile reggere il confronto con le risatacce scandalizzate che strappava, si rischiava il doppione, un lato B non all’altezza. Invece Sacha Baron Cohen, il vero autore del film, 14 anni dopo ce l’ha fatta. Ha vinto la sfida con se stesso. Borat “il giornalista” riprende le operazioni e torna in America.

Lo troviamo ai lavori forzati, intento a spaccare pietre col piccone (e qui per un attimo ci abbandoniamo a un sogno: vedere al suo posto tanti politicanti italiani). Infatti il suo film precedente ha messo in pessima luce il Kazakistan, per cui è stato condannato al pubblico ludibrio. Per il momento è sfuggito alla pena di morte, per squartamento, o dato in pasto ai maiali, come si usa in Kazakistan, ma chissà. Per cui quando lo prelevano, per portarlo non si sa dove, teme il peggio. Invece viene condotto davanti a un ministro il quale gli comunica che non sarà giustiziato. Anzi, dovrà tornare in azione, in America.

Il suo paese vuole entrare nel salotto buono della politica, con gli altri stati “normali”, e una buona occasione pare sia questo nuovo presidente, “McDonald Trump”, che sembra conforme agli usi e costumi del Kazakistan. Borat dovrà farselo amico, portandogli un dono: la scimmia Johnny, star del cinema porno. Ma non a Trump in persona, perché potrebbe irritarsi, ma al vicepresidente, il famoso puttaniere Mike Pence. Certamente gradiranno.
Così “il giornalista” può recuperare il suo completino con cravatta, e chiede di essere affiancato dal suo vecchio pard. Ma il ministro ribatte che gli sta sedendo sopra, sulla poltrona di pelle umana. Impressionato (ma in modo blando, chi si può impressionare in Kazakistan?), si procura una minuscola roulotte, per trasportare la scimmia chiusa in una cassa. Ma prima va a trovare la figlia. In gabbia, naturalmente, con la paglia, perché chi ha la sventura di avere una femmina, almeno la tiene in gabbia.
La ragazza, 15 anni, smania per accompagnarlo, perché potrebbe diventare “come Melania”. Impossibile ovviamente, in Kazakistan le figlie non possono viaggiare, il loro posto è unicamente la gabbia. Borat la saluta con una specie di tristezza – blanda naturalmente, in Kazakistan non ci si commuove per una figlia! – e finalmente parte, con la minaccia che, se fallirà, sarà squartato da due mucche.

Inizia il nuovo viaggio americano, un viaggio nabokoviano in salsa crudele-demenziale, con alcuni camei di personaggi reali che rispondono con professionalità alle domande folli di Borat, tipo: “Quanti zingari posso gasare nella roulotte con questa bombola di gas?”, al che l’uomo risponde: “Beh, quanti ce ne stanno”.
Nel precedente film entrava in una convention di fanatici religiosi, qui va tra i trumpiani. Scopre il mondo spaventoso di QAnon, travestito e truccato proprio da Trump. Gli rivelano che il coronavirus è stato diffuso dai Clinton, i quali sono anche a capo di una setta che rapisce i bambini per sgozzarli e berne il sangue (e qui non c’è nulla di boratiano, perché è tutto vero, e non sono “quattro gatti” fuori di testa, ma una fetta importante del popolo americano che vota Trump). Intanto fa una scoperta sconvolgente: nella cassa c’è la figlia, che si è intrufolata e ha mangiato la scimmia. È un fatto grave, che potrebbe costargli la pelle. Dunque si fa venire un’idea: morta la scimmia può regalare la figlia a Pence. La ragazza è perplessa, ma deve farlo, perché è il suo dovere di figlia. Perché in Kazakistan è la regola.
Poi, dopo altre peripezie, altri incontri, altre pazzie surreali, si scopre che Pence non è disponibile, per cui si ripiega sul Rudolph Giuliani, il famigerato sindaco di New York che ha inventato la “zero tolerance” che fatto andare in iperventilazione molti sindaci nostrani, sia di destra sia di “centrosinistra”. La figlia, che nel frattempo si è civilizzata grazie agli insegnamenti di una signora che l’ha accudita per qualche tempo, lo aggancia con una intervista, e lo invita in una camera d’albergo. E qui, tra un alternarsi di candid camera e di recitazione, con la scena che ha fatto tanto scalpore di Giuliani che si stende sul letto e se lo massaggia per farselo venire duro (ma è lui? a dire il vero non si capisce bene, anche se Baron Cohen ha garantito che è lui), avviene una sorta di catarsi e di presa di coscienza di Borat e della stessa figlia.

Giulietta degli spiriti: Fellini fra il matrimonio e il sogno


Su OcchioDelCineasta una recensione a un film che conoscevo solo dal titolo e che i fa sempre più pensare a un mio coinvolgimento da spettatore nelle opere di Federico Fellini. Giulietta degli spiriti è una pellicola che m’intriga, assai…

È il primo lungometraggio a colori – dopo il mediometraggio Le tentazioni di Don Antonio nel film Boccaccio ’70 del 1962 – del cineasta Federico Fellini. Forse il meno apprezzato dalla critica italiana che, reduce dal trionfo estetico di 8 ½, ritrova sì il gusto felliniano per l’assurdo, ma non si lascia lusingare dal fasto e dalle cromie della pellicola. Il regista de I vitelloni e La strada sceglie la via dell’accusa all’alta borghesia romana, incarnata nella mite figura di Giulietta Masina, alle prese con una profonda crisi coniugale e le interferenze con il mondo degli spiriti. Adornano la scena i sontuosi costumi e le barocche scenografie, apparati curati da Piero Gherardi, solamente candidati alle categorie di appartenenza agli Oscar del 1967.

La critica italiana spende tante parole sul film di Federico Fellini successivo all’epocale svolta avvenuta con 8 ½: parole non sempre generose nei confronti del primo lungometraggio a colori del maestro riminese. Perché sì, la poetica del regista in Giulietta degli spiriti c’è tutta e all’ennesima potenza: forse troppa per i gusti dell’attento spettatore. Fellini infarcisce il suo film di fantasmi, ossia, quelli che la protagonista Giulietta vede in quanto dotata, a quanto pare, di un terzo occhio in grado di metterla in contatto con un universo altro e rilevatore della propria condizione umana. In tal senso, il cineasta premio oscar forza la mano su tale connotato, riempiendo la scena in tutti i sensi: la ricca scenografia barocca, i ricchissimi costumi, l’estrosità dei personaggi come Susy o le sorelle di Giulietta; sul piano oltreumano, ci sono invece gli spiriti che compaiono nei momenti di crisi della donna, sino al raggiungimento dell’apice nella scena finale della pellicola. Fellini esagera su tutti i fronti, realizzando un prodotto che Adelio Ferrero definisce come un turgore liberty, una dissipazione floreale, contaminazione viziosa di immagini oniriche, gusto incontrollato della deformazione: il tutto al fine di delineare una ferocissima critica volta alla classe borghese romana, letteralmente controllata dal fasullo buoncostume, dalle superstizioni, dal quieto vivere che, inevitabilmente, esplode nel tripudio di colori e ambienti dal gusto barocco.

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ˈGŌSTRAK

In Absentia Lucis Tenebrae Vincunt

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