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Dune 2021: l’epica delle sabbie | PostHuman


Su PostHuman Mario Gazzola recensisce in anteprima Dune, il nuovo film di Denis Villeneuve. L’articolo è trascinante, la prosa di Mario è notevole e fa precipitare il lettore direttamente nelle viscere della pellicola, che forse vedrò ma che a priori non suscita automaticamente l’attesa che ho avuto, che so, per Blade Runner 2049, soltanto perché non amo particolarmente la saga di Frank Herbert (lo so, adesso mi bersaglierete con ingiurie ed epiteti di ogni foggia). Vi lascio alle parole di Gazzola:

La sua narrazione ha il passo ieratico e solenne della fantascienza mistica, ai confini col fantasy più maturo: quella che ci presenta il “viaggio dell’eroe” (saggio-bibbia degli sceneggiatori by Chris Vogler, basato sugli studi di mitologie e religioni comparate di Joseph Campbell nel pure monumentale saggio L’eroe dai mille volti), segue un andamento che nei suoi tratti essenziali si ritrova appunto nei cicli mitologici classici (tutti, dall’Iliade al ciclo bretone di Artù, dal Kalevala al Mahabarata, ma pensate solo a cos’è Virgilio per Dante nella Commedia).
Viaggio iniziatico che nei suoi punti salienti – un eroe, un antagonista, un mentore, un talismano, un conflitto per conquistare un premio, una vittoria, l’amore – riassume in sé praticamente l’essenza, il dna di ogni narrazione, dall’Ulisse di Omero a quello di Joyce. Ciò che rende appunto la sci-fi/fantasy matura la prosecuzione della mitologia in forme letterarie moderne.
Villeneuve, da indiscusso maestro della regia quale ormai è, impagina questo viaggio in sontuosi panorami di… dune (ovvio!) e rocce tendenti all’astratto, colori sabbiosi e interni tetri e incombenti, fastosi costumi neorinascimental-cosmici, attraverso quei silenzi e quelle attese di qualcosa d’inespresso che sono il suo marchio di fabbrica da Arrival, che bene servono l’atmosfera mistico filosofica dell’opera e che sono una continua festa per gli occhi, anche quando rischiate di perdervi fra le intricate cospirazioni di corti spaziali degne dei Borgia.

Come di ogni opera larger than life, vi capiterà – come dubitarne? – di leggere in giro su qualche pregiato quotidiano nazionale stupidaggini tipo che il film ha “una parte centrale troppo lenta”, che sono un po’ come dire che la Bibbia “ha anche delle buone idee ma niente ritmo”. Ma sono quei redazionali svelti scritti da “penne medie” per essere letti dallo “spettatore medio” in tempi medi e dargli l’illusione d’aver capito in fretta se il film è da vedere o no. Carta igienica per il giorno dopo.
Fate come diceva proprio Virgilio a Dante: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Voi che leggete qui invece andatelo a vedere, lasciatelo crescere nei suoi 155 minuti di epos, e progressivamente sentirete crescere in voi l’inesorabile empatia per l’ennesimo viaggio eroico, sempre attraverso le stesse tappe, sempre appassionante come la prima volta, quello del giovane Paul Atreides (il 26enne Timothée Hal Chalamet qui sopra a sinistra) e della sua affascinante e combattiva madre-Gesserit dai poteri telepatici Lady Jessica (suadente e magnetica Rebecca Ferguson sotto a sin., che non si è mai sazi di guardare), circondati dall’opulento cast con Oscar Isaac (duca Leto Atreides, padre di Paul, nella foto in alto con lui), Josh Brolin (il roccioso Gurney Halleck), Stellan Skarsgård (l’immenso barone Vladimir Harkonnen, sopra a destra), il sempre minaccioso Dave Bautista, la velata reverenda madre-Gesserit Charlotte Rampling (qui sotto a destra con Paul) e Javier Bardem (il Fremen Stilgar). La coprotagonista Zendaya appare ancora poco, perché il suo ruolo crescerà ora che Paul e madre trovano riparo fra i Fremen del deserto cui lei appartiene, ma proprio quando ahinoi termina bruscamente il film, lasciandoci assetati come nomadi nel deserto della seconda parte, sui cui tempi di gestazione purtroppo non si sa ufficialmente ancora nulla.

Jodorowsky’s Dune: il più fecondo fallimento della storia del cinema


Su PostHuman Mario Gazzola traccia mirabilmente le coordinate di Jodorowsky’s Dune, il documentario video in cui si racconta il making of del regista cileno attorno al concept di Dune. Un estratto:

La parte più pazzesca del film di Pravich è infatti il dopo, in cui la regia ci giustappone esempi dei disegni di Moebius per lo story board di Dune accanto a scene di film successivi, talmente simili da non poter pensare che sia stato un caso: il libro era rimasto nel cassetto di tutte le major hollywoodiane, quindi non è stupefacente che intuizioni della geniale coppia siano filtrate nei duelli di Star Wars di Lucas, nelle soggettive di Terminator di Cameron, nelle apparizioni fantasmatiche dei Predatori dell’Arca Perduta di Spielberg o in altri titoli minori come Flash Gordon, fino alle minacciose montagne scolpite nel Prometheus di Ridley Scott.
Al cui epocale capostipite Alien peraltro diedero decisivi contributi proprio O’Bannon (col soggetto originale) e Giger (coll’indimenticabile, orroroso xenomorfo), “scoperti” da Jodo e indi “adottati” da Hollywood dopo il naufragio del cosmico progetto, se ne parla alle pagine 101-106 del mio FantaRock (con Ernesto Assante, Arcana, 2018).

Mai pubblicata neppure in forma di libro cartaceo, la fertilissima, profetica sceneggiatura Jodo/Moebius si connette infine anche all’imminente, attesissimo Dune di Villeneuve (di cui già è trapelato il progetto di una trilogia cinematografica per sviluppare compiutamente l’impianto narrativo di Herbert) attraverso la colonna sonora: infatti le solenni musiche di Hans Zimmer per il film in uscita comprendono anche un brano riarrangiato dei Pink Floyd ambìti da Jodo: è Eclipse, proprio da quel The Dark Side Of The Moon le cui session di registrazione volgevano alla fine al momento dell’incontro col visionario regista cileno).

Matrix Resurrections, il primo trailer ufficiale | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione della prossima uscita di Matrix IV, chiamato Revolutions. In fondo potrete trovare anche il trailer che, a me, dice assai poco. E a voi?

La regista e co-sceneggiatrice Lana Wachowski ha tenuto segreta fino a oggi la trama del quarto capitolo della saga, ma appare chiaro che dopo il finale di Matrix: Revolutions (2003) in cui il corpo di Neo veniva recuperato da Matrix stesso, il nostro eroe si ritrova dove tutto è cominciato, a Chicago, in un lavoro e una vita che non lo soddisfano. Ma con una variante, come dice al suo analista interpretato da Neal Patrick Harris (Gone Girl) fa sogni che non gli sembrano sogni e teme di essere pazzo. Poi ci sono le pillole blu, che apparentemente deve prende costantemente, almeno finché, come vediamo, non decide di liberarsene. Così prima re-incontra Trinity (Carrie-Ann Moss) la quale ovviamente non conosce la sua stessa vera identità e poi un personaggio, interpretato da Yahya Abdul-Mateen II (Watchmen) che assomiglia tantissimo a un giovane Morpheus, il quale gli dice che è tempo di volare e gli porge la pillola rossa. Dopo è un trionfo di scene altamente spettacolari in puro stile Matrix, fino allo strano incontro con un altro personaggio misterioso, interpretato da Jonathan Groff (Mindhunter su Netflix) il quale gli dice “Dopo tutto questo tempo, perché tornare in Matrix?”. E fate attenzione alla canzone, White Rabbit degli Jefferson Airplane, parte dell’album Surrealistic Pillow datato 1967. Se conoscete l’inglese è molto rivelatoria.

Matrix Resurrections arriverà nei cinema americani e su HBO Max il 22 dicembre, ma purtroppo noi dovremo aspettare un po’ di più, il primo gennaio 2022, ma sarà un gran bel modo di festeggiare l’anno nuovo. Vi lasciamo con il primo trailer in italiano e in lingua ufficiale, pronti a tornare in Matrix?

La Trentunesima Ora – Trailer e film


Ho caricato sul Tubo sia il trailer che il film (postato più sotto) La trentunesima ora. È materiale realizzato agli inizi del Connettivismo, pregno di quel ribollire di idee che si hanno quando comincia qualcosa. Vi lascio alle note della pagina e ai credits che ho caricato sui video, sono passati ormai quindici anni e tante cose sono cambiate, ma il bagaglio creativo che ognuno nel film si porta ancora appresso è cresciuto, ed è di un altro passo.

Un matematico è prossimo alla morte, un cancro lo sta divorando così come un gusto per lo studio dei numeri primi sta divorando la sua creatività: egli è convinto che dietro ogni numero primo si celi un messaggio, un criptico esistere delle dottrine occulte che hanno attraversato le ere degli uomini. Feynman, il matematico, ha una storia con Ilaria, che è anche l’infermiera che segue i suoi frequenti soggiorni in ospedale; lei non sembra interessarsi ai numeri primi e non riesce a capire perché lui si ostini a rincorrere quelle bizzarre teorie, perdendoci il sonno e quel residuo di salute che gli è rimasta. Feynman è tormentato e fa fatica a discernere la realtà dai suoi pensieri, vede cose strane accadergli intorno che s’intrecciano, apparentemente, con i suoi deliri; tutto l’universo sembra parlargli e lui è ora certo di aver trovato la soluzione ai suoi supplizi cerebrali. Ma Feynman è davvero al sicuro quando ritiene la sua scoperta attinente soltanto al mondo sottile delle dottrine occulte e non, invece, passibile di applicazioni pratiche?

Con: Giulia Tramentozzi, Francesco Trani, Sandro Battisti. Regia di Marco Cerilli. Soggetto: Sandro Battisti. Sceneggiatura: Giovanni De Matteo, Marco Milani, Sandro Battisti, Francesco Cortonesi. Musiche: Kirlian Camera e Francesco Lucarelli.

The Matrix: Resurrections, i primi dettagli del quarto capitolo della saga | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com le novità che riguardano la realizzazione di Matrix IV. Nell’ericolo sono presenti corposi spoiler (che non aggiungo qui sotto). Un estratto:

Era il novembre del 2003 quando Matrix: Revolutions ci lasciava con molte rivelazioni ma anche molte nuove domande, ma avremmo dovuto aspettare l’agosto del 2019 perché la Warner annunciasse l’arrivo del quarto capitolo con la regia di Lana Wachowski. Poi nei giorni scorsi si è tenuta la manifestazione CinemaCon, un evento che coinvolge i proprietari di sale cinematografiche di tutto il mondo e durante la quale le major hanno presentato in anteprima i film di prossima uscita, auspicando che le sale ritrovino una necessaria scintilla di vita. Così ecco arrivare il titolo ufficiale, The Matrix: Resurrections il cui termine “resurrezioni” sembra un riferimento diretto a quanto lasciato in sospeso in Revolutions.

Pink Floyd – The Colours of Infinity (Part VII) 1993/95


Questo è un brano che è, da quanto ho capito, una sorta di inedito, forse l’ultima produzione in assoluto dei Floyd verso la metà ’90 e che è, anche, una colonna sonora, come da DNA Pink Floyd. L’intera storia è riportata qui sotto ed è davvero molto interessante, come il brano, meraviglioso, tipicamente floydiano.

Pink Floyd – The Colours Of Infinity (Extracted Audio) Extracted 16 Minute Audio From The Documentary Film Colours Of Infinity – 1995. Features Audio Soundtrack From Pink Floyd’s 1993 Division Bell Sessions.

Yeah! That’s the one. The director confirmed me It is Pink Floyd and not David alone. Some years ago I started to be very interested about “The Colours of Infinity” soundtrack (1993) that appears on “A Tree Full of Secrets” by David Gilmour. I started to search info about the film, I saw it and finally I got the 20 minutes extra material from the DVD with music by David (Not the one included in A Tree Fulll of Secrets, I mean the complete ones and isolated, not taken from the Film) I was always pretty sure that the music was not only by David how it says everywhere, specially because of the similarities with The Division Bell and The Endless River (The Big Spliff). Also because It was made on the same years. So I decided to contact Nigel Lesmoir-Gordon, the director of the film, to ask him about this. Finally I got his answer and he confirmedme that the music is played and recorded by all Pink Floyd members (David, Rick and Nick). I don’t know if this was well known before, but I have never read a confirmation like this, and It means we have more Pink Floyd music, probably, from TBS unreleased recordings. remiserogilmour – 2018-01-13 – Yeeshkul (http://yeeshkul.com/forum/showthread….) The Documentary included music credited to David Gilmour what it actually is some left over music from The Division Bell Sessions.

“La casa dalle finestre che ridono”: feticcerie e (auto)sacrifici


Su AxisMundi la celebrazione dei 45 anni del film La casa dalle finestre che ridono, opera indimenticabile di Pupi Avati di cui, più in basso, potete leggere una abbastanza recente intervista.

La prima paura che ho provato è sicuramente legata alla favola rurale e al rapporto con la morte, che nella cultura contadina ricorre sempre», ebbe modo di confessare Pupi Avati, rivelando la sorgente prima da cui sorse la sua personalissima poetica: quella del “gotico padano”, definizione coniata dagli esperti del settore per descrivere il suo peculiare modo casereccio di fare cinema dell’orrore. Un orrore non notturno e oscuro, ma piuttosto panico e meridiano, che colpisce perpendicolarmente la sua vittima designata (lo spettatore) come il sole al suo zenit nelle campagne dell’Emilia-Romagna. Un terrore atavico che emerge talvolta attraverso le maglie espositive delle fole contadine raccontate intorno al fuoco, le sere d’inverno, dai più anziani ai più giovani: proprio da quell’ascolto, il Nostro seppe distillare materiale prezioso ai fini dell’edificazione del suo personalissimo impianto narrativo orrorifico.

Non alla mera follia psicologica si deve dunque pensare, confrontandosi con il pittore Buono Legnani di La casa dalle finestre che ridono: a un certo punto della pellicola si parla esplicitamente, riferendosi al nefando operato di questi in combutta con le depravate sorelle, di «comunioni sacrificali», di «riti a base di sacrifici umani» e della «possibilità che gli uomini ancora oggi possano trovare contatti con i defunti attraverso queste pratiche», aggiungendo in seguito che i tre erano venuti in contatto con tali pratiche proibite in Brasile, dove avevano trascorso l’infanzia. Attraversando idealmente l’Atlantico e in qualche modo sincretizzando le tradizioni popolari nostrane con quelle afroamericane e caraibiche, Avati prese ispirazione da una serie di allarmi giornalistici di cui, a partire dall’ultimo ventennio del XIX secolo, si occuparono i quotidiani brasiliani: testimonianze sull’esistenza di «sessioni notturne» e di feticcerie, sull’ambiguità delle pratiche e degli strumenti utilizzati – idoli mostruosi, radici sconosciute e liquidi sospetti. Fu allora che si cominciò a parlare di «sacerdoti di culti malefici», «sessioni di possessione» (macumbas) e «associazioni maledette», i cui riti notturni si ispiravano allo spiritismo nero di origine sub-sahariana e all’adorazione degli orixás.

Suggestioni esoteriche ed esotiche che il cinema italiano di quegli anni sfruttò adeguatamente con una manciata di pellicole, a metà strada fra l’horror canonico e il mondo movie, ispirate alle credenze tradizionali e ai rituali ancestrali di quelle popolazioni considerate in qualche modo “primitive” ancora nella seconda metà del XX secolo. Tra i risultati più meritevoli sono da menzionare Il dio serpente di Piero Vivarelli (1970), Il paese del sesso selvaggio di Umberto Lenzi (1972) e Il profumo della signora in nero di Francesco Barilli (1974).

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Jodorowsky’s Dune | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione al Dune di Alejandro Jodorowsky, uscito in sale selezionate in questo scorcio finale dell’estate come antipasto alla versione di Denis Villeneuve. Un estratto:

Nell’ambito della fantascienza esiste un film che è entrato nell’immaginario degli appassionati di fantascienza, pur avendo il grande difetto di non essere mai stato realizzato: questo film è il Dune di Alejandro Jodorowsky. Quest’opera poteva essere la prima trasposizione cinematografica del romanzo di Frank Herbert uscito nel 1965, che fu invece portato al cinema, per la prima volta da David Lynch, nel 1984.

Dopo anni di racconti parziali, il regista cileno ha deciso finalmente di narrare tutta la storia di questo progetto.
Istrionico, ironico e geniale, Jodorowsky è la voce principale di questo documentario, supportato dalle numerose testimonianze dei collaboratori che furono allora coinvolti nella realizzazione del film. In questo documentario racconta tutte le sue idee, le persone coinvolte, i luoghi visitati, in oltre due anni. Grazie al suo carisma, oltre che al supporto economico di Seydoux, fece una vera propria campagna di acquisti scegliendo tra i migliori tecnici nel campo degli effetti speciali, i migliori artisti e i musicisti di allora. Il primo reclutato fu il fumettista Jean Giraud, che nel campo fantascientifico era ben noto con il nome di Moebius. Andò negli Stati Uniti a parlare con Douglas Trumbull, creatore degli effetti speciali di 2001 Odissea nello Spazio; salvo poi detestare il suo approccio troppo tecnico e ripiegare sul quasi esordiente (ma molto promettente) Dan O’Bannon, che era stato il responsabile degli effetti speciali di Dark Star, quel piccolo capolavoro che fu anche l’esordio cinematografico di John Carpenter. Si portò in Francia Chriss Foss, allora famoso copertinista britannico di libri di fantascienza, per realizzare i disegni delle navi spaziali.
Voleva Salvador Dalì nel ruolo dell’imperatore (è incredibile), che accettò per una cifra esorbitante. Dalì gli suggerì un artista svizzero allora misconosciuto per le scenografie degli Harkonnen: Hans Ruedi Giger. Per la colonna sonora reclutò i Pink Floyd; Mick Jagger doveva essere Feyd Rautha (curiosamente nel film di David Lynch fu scelta un’altra rockstar, Sting, per lo stesso ruolo). Paul Muad’Dib sarebbe stato interpretato da suo figlio.
Insomma Jodorowsky fu una particella elementare impazzita, che a metà degli anni ‘70 viaggiò negli Stati Uniti e per mezza Europa, per collegare il mondo artistico con quello cinematografico e quello della fantascienza. Come lui stesso dice aveva “un’ambizione smisurata” era conscio di poter fare l’opera più grande della sua vita. Con il produttore francese stimò che il budget necessario per il film doveva essere di almeno 15 milioni di dollari, che per allora era una cifra esagerata, ritornò quindi a Hollywood per cercare i soldi che gli mancavano. Per tale motivo preparò con Moebius un volume dettagliatissimo a supporto della sceneggiatura, in cui era disegnata ogni scena del film, una vera opera nell’opera.

Nonostante tutto questo, Hollywood non diede mai fiducia a un regista così fuori dai suoi schemi.

Trace | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine il mediometraggio Trace, un’operazione direi simile al film Primo Re in cui si raccontava l’epoca di Romolo e Remo, in un’ottica per molti versi assai probabile utilizzando un latino arcaico. Qui si utilizza invece il norreno antico e la coerenza forse è inferiore rispetto al capolavoro di Matteo Rovere, però il risultato è godibilissimo lo stesso. Buona visione.

Racconta la storia di Baldr, un esploratore che ha visto civiltà lontane ai confini del mondo. Da loro porta conoscenze che possono aiutare la sua gente a costruire un futuro migliore. Ora deve sfuggire a Gorm e al suo clan malvagio, che cercano di distruggere tutto ciò che può mettere in discussione il loro modo di vivere.

Last Night in Soho: online il trailer del film di Edgar Wright | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione e trailer di un nuovo strano – e intrigante – film horror: Last Night in Soho, di Edgar Wright. Qui sotto sinossi e trailer, davvero intriganti entrambi.

Una ragazza ossessionata dalla moda degli anni ’60 trova il modo di tornare indietro nella Londra di quel periodo. Qui incontra il suo idolo, un’aspirante cantante molto carismatica. Ma la Londra degli anni ’60 non è quello che sembra e il tempo sembra andare in pezzi con conseguenze losche.

“Quando il passato ti lascerà entrare, la verità verrà fuori”.

The Nefilim

Fields Of The Nephilim

AppartenendoMI

Ero roba Tua

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

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