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Suspiria (2018): Un Horror che viola le regole di genere – L’occhio del cineasta


Su L’occhioDelCineasta un’articolata recensione a Suspiria di Guadagnino, controverso film che ha diviso spettatori e critici come non capitava da tempo. Per le mie considerazioni integrali spero a breve di fornirvi un link autorevole dove discutere, intanto godetevi le note che vi ho segnalato; un breve incollo:

Il film se non fosse stato denominato Suspiria poteva perfino non essere colleggato con l’opera visionaria di Dario Argento ma solamente al suo romanzo d’ispirazione per il film,  Suspiria De Profundis. In fin dei conti per essere un remake: l’inizio, lo sviluppo o il finale dovrebbero essere simili.  Per questi motivi mi viene da pensare che fare un riferimento nella promozione del film così forte al horror del 1977, non sia stata altro che un modo per sponsorizzare al meglio il lungometraggio, riuscendo a catturare i fan dell’originale, che probabilmente non sarebbero mai andati al cinema per vedere l’opera di Guadagnino.

Per dovere di cronaca va però detto che lo stesso Guadagnino ha voluto ribadire il concetto che il suo film non è un semplice remake ma un omaggio alla potente emozione che ha provato la prima volta nel guardare l’opera filmica. Molto interessante è stata, infatti, la rielaborazione della storia in chiave non propriamente Horror, benché a tratti la regia provi ad avvicinarsi a questo genere ma senza successo. Siamo più nell’ambito del genere autoriale in cui si ricerca una storia dai contorni sociali, politici e solo dopo di streghe. Per aggiungere tale sotto trame il regista è passato da una durata filmica dell’originale di 90 minuti a una di 152, minutaggio eccessivo per l’opera che rischia più e più volte di cadere in una sorta di autopiacimento autoriale e di raccontare poco o niente al pubblico.

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L’ordine delle cose – Carmilla on line


Corrado è un tipo efficiente e ordinato.
La sua vita privata è serena. La sua reputazione professionale è ottima.
L’ordine è la sua piccola mania. Colleziona souvenir dei paesi dove va per lavoro, bottigliette di sabbia che dispone per sfumatura di colore.
Corrado è un funzionario del governo italiano, addetto a organizzare gli accordi con le milizie libiche, e il finanziamento dei lager in Nordafrica.
Corrado è un uomo di legge. Alla domanda “Hai mai ucciso qualcuno?” risponde che sì, ha lasciato morire di fame un detenuto cercando di farlo parlare.
Corrado è Eichmann.
Con L’ordine delle cose(2017) Andrea Segre ha realizzato un film su Eichmann, sugli Eichmann contemporanei. L’unico film sulla dottrina MinnitiSalvini, e l’ha fatto prima che fosse ufficiale.
Con uno stile impeccabile, e grazie anche alla straordinaria interpretazione di Paolo Pierobon in un ruolo apparentemente semplice, e in realtà difficilissimo, Andrea Segre ha realizzato uno degli unici tre o quattro film italiani dell’ultimo decennio che valga la pena vedere, che dicano qualcosa di vero, attuale, e importante sulla realtà.
Corrado è un carnefice di massa, un burocrate dello sterminio, abituato alla disumanizzazione sistematica delle vittime, che per lui devono restare solo numeri. Un incontro casuale, e un attimo d’empatia imprevista decideranno quale vittima del lager cercherà di risparmiare, ma solo per un attimo, prima di riconsegnarla all’ordine delle cose.
Perché Corrado è un tipo ordinato.

Boomtown(2005) di Russell T. Davies suggerisce un’intuizione geniale e inquietante: i carnefici di massa, i burocrati dello sterminio, quando scelgono occasionalmente qualcuno da risparmiare, usano all’inverso gli stessi criteri soggettivi e arbitrari adoperati dai serial killer per scegliere le loro vittime. Il colore dei capelli, degli occhi, uno sguardo, un sorriso, un incontro casuale con il carnefice basta a decidere il destino della vittima: sommersa o salvata.

Qual è, secondo voi, il giusto corollario a queste note di Alessandra Daniele, su CarmillaOnline? Cosa vi ricorda Corrado, chi vi ricorda questa quest’ossessione per i numeri e per le catalogazioni, da chi è applicata ferocemente questa tecnica? Su, è facile, la risposta alla fine è una sola…

Laibach – Das Spiel ist aus (Official video)


Prossimi a vederli a Roma. Intanto, eccoli in uno dei loro pezzi più marzial-industrial.

Suspiria. La ricercatezza e la potenza nel remake di Luca Guadagnino – art a part of cult(ure)


Su ArtPartCulture la recensione Suspiria, che mi sento di confermare in toto. Presto, spero, la mia versione sulla critica al capolavoro di Guadagnino. Un estratto:

La struttura di Suspiria è senza dubbio complessa e stratificata: le incognite da trovare sono innumerevoli e ben celate. Per quanto tutte le risposte vengano date fin dal principio, trovare il giusto percorso per arrivare ad esse equivale al perdersi in un labirinto di suggestioni, riflessi, percezioni e pulsioni inconsce e destabilizzanti.

La danza, il filo rosso riscorrente, è l’ago della bilancia che pende, a cadenze alternate sul piatto della vita e su quello della morte, coinvolgendo la passione – sentimentale e fisica –, la rabbia e la distruzione. La danza è una possessione, una primitiva, sensuale e orgasmica opera di manipolazione, un rito di conversione e di estraniamento da tutto ciò che è reale. Le ballerine perdono la loro umanità per divenire corpi animaleschi che con i loro gesti netti e puliti scandiscono la trasformazione, l’abbandono del razionale, favorendo l’incarnazione dell’oscuro stregonesco e del proibito seducente.

Non vi sono contorni delineati: bene e male non sono mai concetti assoluti, ma maschere flessibili che nascondono riflessi distorti ed evanescenti. Si è chi si vuole essere o la riproduzione di un modello imposto da una forza suprema e manipolatrice? Trovare la propria autenticità nel caos dell’incessante rivolta interiore è possibile solo se ci si pone un obiettivo. Susie Bannion sceglie di essere le mani della compagnia di danza, e lo diventa, donando se stessa e aprendosi – non solo metaforicamente – all’ignoto.

L’ambientazione storica, nel cuore dell’autunno tedesco, supportata dai frequenti rimandi al Terzo Reich contribuisce ad alimentare la convinzione che brandelli di male siano latenti ovunque, pronti ad intaccare ogni animo, a persuaderlo, a corromperlo e a convertirlo.

Politica e danza vengono messe sullo stesso piano, i loro riti sfociano in performances eclatanti capaci di far cambiare posizione, di creare e distruggere contemporaneamente; non a caso il passato dello psicoterapeuta – marito di una donna deportata in campo di concentramento – e l’attivismo politico di Patricia vengono usati come armi a doppio taglio, come esche, come scudi per confondere, simulare e dissimulare, per far perdere a chiunque – anche allo spettatore – la lucidità.

ARTHUR MACHEN e il segreto delle Ninfe | Heroic Fantasy Italia


Su HeroicFantasy una bella biografia di Arthur Machen, ben dettagliata e innervata nei suoi gangli creativi e occulti. Un estratto:

L’opera di Machen può essere avvicinata a quella di Tolkien nel resuscitare gli antichi miti celtici. Ma mentre Tolkien, con gli occhi del letterato, dà valenza positiva ai “piccoli popoli”, Machen sa che questi erano visti con paura dagli antichi gallesi, così come gli Alvar nordici e gli Alp tedeschi e alpini erano ben più temibili degli Elfi di Tolkien. L’idea che il popolo di Faerie sia una maschera per un orrore arcaico indicibile è bene esposta nel racconto Il Sigillo nero.

Selvagge colline, arcaiche foreste, criptiche rovine romane fanno appunto da sfondo a The White People, secondo Lovecraft è l’opera in cui più ogni altra Machen ricrea la tradizione magica celtica. “In Machen, la storia più sottile—The White People— è indubbiamente la più grande, anche se non ha i terrori tangibili e visibili di The Great God Pan o The White Powder.” (lettera a Robert E. Howard, 4 Ottobre 1930). Il grande bibliografo e studioso dei letteratura fantastica E.F. Bleiler considerava questo racconto “probabilmente la migliore singola storia soprannaturale del secolo e forse della letteratura”, anche se l’elemento soprannaturale è fatto intuire, più che esplicitato e descritto.

«La stregoneria e la santità, ecco le sole realtà». È l’inizio del racconto, una lunga discussione tra un uomo pratico e razionalista (Cotgrave) e un mistico eccentrico (Ambrose), probabilmente portavoce di Machen. Questo prologo è stato bersaglio di critiche, sia di forma che di contenuto. Nella forma, si ritiene contrario a ogni buona regola di scrittura iniziare un racconto con un dialogo filosofico; nel contenuto, perché lo spiritualismo di Ambrose (nome non casuale: da Ambrosia, l’elisir dell’immortalità, come il Padre della Chiesa Ambrogio, ma anche come il mago Emrys Myrdinn, Merlino), e giudicato politicamente scorretto, irrazionale e misogino.

La tesi di Ambrose è che il vero peccato, come la vera santità, hanno poco a che fare con la nozione comune di bene e male, determinata dall’utile della società. La maggior parte degli uomini è debole, mossa dalle circostanze verso la criminalità o la rispettabilità. Il santo e il peccatore sono coloro che guardano oltre il velo dell’apparenza, l’uno per raggiungere sfere superiori con mezzi un tempo naturali, la contemplazione e l’estasi, l’altro con mezzi innaturali, la stregoneria. Il peccatore è non meno solitario del santo, e la sua via è ancora più ardua. Questo dialogo, da molti critici biasimato, è stato ammirato da Louis Pauwels e Jacques Bergier che vi hanno visto una spiegazione del male assoluto del nazismo. Perché l’adepto del male di Machen può non fare mai un atto violento (la strega bambina non fa nulla di più crudele di rompere dei piatti col pensiero, spaventando una cuoca), ma può anche compiere crudeltà mostruose come Gilles de Rais, che sacrificò, smembrò e violentò centinaia di bambini per trovare la pietra filosofale, o come, aggiunge Jacques Bergier, Hitler e Himmler che massacrarono milioni di persone per creare una razza di superuomini.

Imperdibili romanzi per gli amanti del giallo storico | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine la segnalazione dei romanzi di Ben Pastor, ovvero di Maria Verbena Volpi. Dalla sua penna escono romanzi storici di due epoche lontanissime, eppure accomunate da alcuni tratti: uno tratta di Martin Bora, ispirato al personaggio realmente esistito di Claus von Stauffenberg, famoso per il suo ruolo di primo piano nell’esecuzione del fallito attentato contro Adolf Hitler il 20 luglio 1944; l’altro di Elio Sparziano, autore di un’ampia e complessa raccolta di biografie imperiali che copre il periodo storico che va dal 117 al 284 d.C. ed è nota sotto il nome di Historia Augusta. Un estratto del post:

Il successo di Lumen spinge Ben Pastor a scrivere nuovi romanzi con Martin Bora come protagonista, seguendolo nel corso della sua carriera militare. Bora è innanzitutto un soldato integro e di solidi valori. Cattolico e discendente da una famiglia aristocratica, studia Filosofia presso l’Università di Lipsia, distinguendosi per i suoi ottimi risultati in ambito accademico. Tuttavia, dopo la laurea preferisce la carriera militare alla vita dello studioso. Anche qui le sue particolari doti personali e la sua intraprendenza lo conducono sulla strada del successo e di una rapida carriera all’interno dell’esercito tedesco.

Ben Pastor si dedica anche a una seconda serie di gialli storici, incentrata sul personaggio di Elio Sparziano. Anche in questo caso l’autrice prende ispirazione da una figura storica, vissuta forse nella tarda antichità romana, ma sulla cui reale esistenza molti studiosi nutrono diversi dubbi. Elio Sparziano sarebbe stato l’autore di un’ampia e complessa raccolta di biografie imperiali che copre il periodo storico che va dal 117 al 284 d.C. ed è nota sotto il nome di Historia Augusta. A differenza del personaggio storico, l’Elio Sparziano creato da Ben Pastor non è soltanto uno scrittore, ma anche un soldato e un uomo di corte, dove le sue doti intellettuali vengono alquanto apprezzate. Spesso si ritrova costretto a indagare su casi di omicidi, ritrovandosi coinvolto quasi sempre per caso in qualche nuovo mistero.

La sofferenza estrema e il suo linguaggio – Carmilla on line


Durante la Seconda Guerra è cosa nota che ci furono uno sterminato di internati in campi di concentramento, a opera delle forze naziste; campi di sterminio, si può facilmente aggiungere, in cui ogni giorno veniva operata una feroce selezione e c’è chi, come Rocco Marzulli, si è preso la briga di comprendere quali meccanismi orali – non scritti – operassero tra prigionieri di lingue, etnie e tradizioni diverse, che dovevano interfacciarsi con gli aguzzini nazisti, prevalentemente tedeschi. Una babele di linguaggi che facilmente non si comprendevano tra loro, con tragici esiti.

Valerio Evangelisti presenta quindi su CarmillaOnLine Italiani nei lager, e lo fa con bellissime parole e argomentazioni, di cui vi incollo un breve passo.

Non è intuitivo capire che uno dei problemi maggiori con cui si dovettero confrontare i detenuti fu il linguaggio. Le SS parlavano solo tedesco, che pochissimi dei reclusi conoscevano. Non comprendere un ordine, fraintendere una frase, poteva significare percosse, frustate, morsi dei cani lupo e, a volte, l’uccisione.

Inoltre, nei lager erano rinchiusi prigionieri di varia nazionalità. La reciproca incomprensione voleva dire non poter beneficiare dell’esperienza dei più anziani, ignorare le poche regole per cercare di sopravvivere, non sapere come far fronte alle ricorrenti malattie, essere all’oscuro degli espedienti per procurarsi un po’ di cibo. Come se non bastasse, gli italiani erano particolarmente odiati, perché, se agli occhi delle SS erano dei voltagabbana, a quelli di russi, polacchi, francesi erano fascisti e basta. Da cui un supplemento di vessazioni.

Come si resisteva, il più possibile, in quegli inferni sospesi nel nulla, in cui era inevitabile perdere la nozione del tempo? Bisognava imparare le parole essenziali per non scontentare gli aguzzini, e anche un linguaggio misto, con vocaboli in varie lingue deformate e soprattutto in tedesco e in polacco, nato spontaneamente nelle camerate. Linguaggio oggi perduto, solo orale e mai scritto, a parte brevi e rare iscrizioni sulle pareti.

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