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Archivio per Nazismo

Magnetica Ars Lab – April 25th


Una versione che strappa l’anima. Bellissima. Grazie…

Death in June – Cést un rêve


…gli orrori originati dalle devianze umane, gli abusi di chi si crede superiore e invece è soltanto una merda uscita dalle fogne… In questo brano dei DIJ l’intera epopea delle aberrazioni che la razza umana può impersonare, e poi superare.

Lankenauta | H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi


Su Lankenauta la recensione a H. Come Hitler vedeva i suoi tedeschi, romanzo di Johann Lerchenwald che indaga la parte umana di Hitler, in una complessa operazione che viaggia sul filo del rasoio di una continua bestemmia verso la razza umana ma che, in fondo, è un’operazione necessaria per capire che il mostro è sempre dietro l’angolo, ed è sempre pronto a riemergere e a reincarnarsi in una persona diversa, con la stessa pericolosità del passato.

Preceduto da un’acuta prefazione di Franco Cardini che pone l’accento sull’approccio del tutto nuovo che ci viene proposto, che mira ad offrirci l’immagine inusuale di un Hitler “umanamente comprensibile” e vero (che non vuol dire che vada assolto e perdonato per ciò che ha fatto ma che la forma narrativa può forse renderlo meglio decifrabile), questo breve romanzo di Johann Lerchenwald infrange a veder bene più di un tabù: innanzitutto quello della figura dell’invincibile condottiero promossa dalla propaganda di regime e dallo stesso dittatore, che nelle pagine lascia il posto invece a un uomo fragile, timido, spesso abulico e contraddittorio, con la testa piena di idee confuse, che gioisce, per esempio, per essere riuscito a farsi dichiarare inabile alla leva austriaca e che poco dopo corre ad arruolarsi volontario in Germania pur di dare un senso ai propri giorni; a un uomo quasi sempre tormentato, disperato, in più occasioni aspirante suicida, che, non avendo ancora un piano né un obiettivo accattivante da presentare al proprio uditorio, ma volendo porsi a capo di un movimento di massa, cerca le idee migliori nei comizi dei partiti democratici, tedesco-nazionali e tedesco-popolari per il programma politico della nascente DAP (poi NSDAP), ma anche a un cinico opportunista, estremamente abile nell’indovinare di volta in volta ciò che il pubblico vuole sentirsi dire, che riesce incredibilmente ad impressionare gli altri per la fermezza con la quale afferma di avere soluzioni per tutti i problemi, benché la sua vita sia contrassegnata da continue esitazioni ed incertezze (che non visitò mai, per capirci, un campo di concentramento per la paura di non reggerne la vista e sentirsi male), cioè in estrema sintesi a un astuto profittatore, che seppe bene come sfruttare a proprio vantaggio il meglio e il peggio del popolo tedesco.

Lerchenwald, in capitoli brevi ed essenziali, ne ripercorre la vita momento per momento, partendo dall’infanzia: da quando, umiliato e ferito dalla furia selvaggia e insensata di un padre che lo picchiava con una violenza di cui non riusciva a darsi spiegazione, si ripromise di ucciderlo non appena fosse diventato adulto perché violentava davanti ai suoi occhi l’amata madre, al noto episodio della mancata ammissione all’accademia di belle arti viennese, che sembrò precipitarlo in un disorientamento devastante; al fascino esercitato su di lui, sempre negli anni della sua permanenza a Vienna, dalle idee del pangermanista Schönerer e dal sindaco Lueger, “il re senza corona“, con i suoi rituali e le sue bizzarre pretese, le sue idee antisemite, “la sua istintiva capacità di captare gli umori popolari e di coniare seduta stante gli slogan corrispondenti“, alla permanenza nel ricovero per i senzatetto e al trasferimento a Monaco grazie all’eredità paterna ottenuta chissà come, e così via, di episodio in episodio, fino all’epilogo che noi tutti conosciamo.

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Lankenauta | La via dei topi. Sulle tracce dei nazisti in Argentina


Su Lankenauta la recensione a La via dei topi, di Emilio Barbarani, romanzo storico che ha molto del verosimile. Un estratto della valutazione:

Il protagonista della vicenda, voce narrante del romanzo, può essere serenamente associato allo stesso Barbarani. Il personaggio principale de “La via dei topi” è un diplomatico, proprio come l’autore. Si tratta, infatti, di un console italiano giunto da pochissimo a Buenos Aires, in Argentina. Siamo nel 1974 e l’uomo, fin dai primi giorni di permanenza nel Consolato d’Italia in Argentina, si rende conto che la sua vita e la sua professione non saranno affatto semplici né sicuri. Fin da subito i colleghi, e non solo, gli suggeriscono di stare molto attento a non dare confidenza agli sconosciuti. Lo invitano a non parlare troppo, a non far capire cosa fa, a non intrattenere rapporti con persone poco note: il Paese è poco sicuro e chiunque potrebbe dimostrarsi tutto il contrario di ciò che dice di essere. Il clima di sospetto e ambiguità pervade tutto il romanzo e anche una bella ragazza conosciuta in un bar potrebbe rivelarsi una spia al soldo della polizia cittadina.

Il console italiano viene presto a conoscenza di una misteriosa figura di cui molti gli parlano con grande circospezione. Si tratta dell’Ufficiale. Una persona dall’identità enigmatica che i poteri forti locali, di palese ispirazione conservatrice e di destra, stanno cercando con impegno. L’Ufficiale, infatti, sembra essere una delle figure più eminenti e sfuggenti della sinistra presenti in territorio argentino. I militari, la polizia e gli uomini al potere sono legati a una matrice ideologica ben definita e lottano forsennatamente contro quelli che per loro rappresentano il nemico. Basta poco a scatenare sparatorie per strada, forme di giustizia sommaria, rapimenti che finiscono per lo più con interrogatori, torture e omicidi. La scomparsa di giovani prelevati dalla polizia è quasi la regola, i desaparecidos sono sempre più numerosi.

“La via dei topi” non è solo il titolo del romanzo ma anche il tragitto che, forse pochi conoscono, percorso da molti gerarchi nazisti, tecnici tedeschi e scienziati al soldo del Terzo Reich per giungere fino in Argentina alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1962 lo stesso Eichmann venne rintracciato in Argentina dal Mussad che lo rapì e lo portò in Israele per processarlo. Ma dove sono finiti questi gerarchi? Dove sono finiti gli scienziati e i materiali pericolosi che questi portarono con sé durante la fuga in Sud America? Quale progetto avevano in mente di allestire una volta finita la Guerra? I misteri della storia, i poteri nascosti, le strane manovre finanziarie hanno mantenuto viva e attiva una piccola e pericolosa enclave nazista sopravvissuta in un luogo segreto in Cile. “Oggi la preoccupazione di americani e europei, russi inclusi, è sapere dove si sono rintanati le migliaia di fuoriusciti nazisti che sono giunti in Argentina con il beneplacito delle Forze Armate locali, e cosa stiano facendo“.

Barbarani sfiora argomenti storici che, ancora oggi, rimangono un tabù. Come, ad esempio, la vera morte di Hitler che, secondo la storia qui narrata, non sarebbe avvenuta nel famoso bunker a Berlino ma, dopo una fuga rocambolesca e ignota ai più, si sarebbe verificata in Argentina nel 1962. Personalmente non reputo accettabile questa versione, ma riconosco che, se parliamo di invenzione narrativa, tutto, o quasi, diventa plausibile. Ognuno fa letteratura a proprio modo.

Business as nazi


Dolosi e tendenziosi, le parole e i gesti da loro usati rendono i loro atti come orribili fraseggi nazisti in odor di business.

L’angelo di Monaco | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione di L’angelo di Monaco, romanzo di Fabiano Massimi che rievoca un fatto non troppo noto, ma ancora inquietante. La quarta:

Monaco, settembre 1931. Il commissario Sigfried Sauer è chiamato con urgenza in un appartamento signorile di Prinzregentenplatz, dove la ventiduenne Angela Raubal, detta Geli, è stata ritrovata senza vita nella sua stanza chiusa a chiave. Accanto al suo corpo esanime c’è una rivoltella: tutto fa pensare che si tratti di un suicidio.
Geli, però, non è una ragazza qualunque, e l’appartamento in cui viveva ed è morta, così come la rivoltella che ha sparato il colpo fatale, non appartengono a un uomo qualunque: il suo tutore legale è «zio Alf», noto al resto della Germania come Adolf Hitler, il politico più chiacchierato del momento, in parte anche proprio per quello strano rapporto con la nipote, fonte di indignazione e scandalo sia tra le file dei suoi nemici, sia tra i collaboratori più stretti. Sempre insieme, sempre beati e sorridenti in un’intimità a tratti adolescenziale, le dicerie sul loro conto erano persino aumentate dopo che la bella nipote si era trasferita nell’appartamento del tutore.
Sullo sfondo di una Repubblica di Weimar moribonda, in cui si avvertono tutti i presagi della tragedia nazista, L’angelo di Monaco è un thriller in miracoloso equilibrio tra inoppugnabile realtà storica e avvincente finzione, un viaggio all’inseguimento di uno scampolo di verità in grado, forse, di restituire dignità alla prima, vera vittima della propaganda nazista: la giovane e innocente Geli Raubal.

Jojo Rabbit | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a Jojo Rabbit, film di Taika Waititi. Lascio alle parole del recensore la meraviglia che penso sia questo film:

Un film umoristico ambientato durante la seconda guerra mondiale, il cui protagonista è un nazista che denigra il popolo ebraico e in cui Hitler è un simpaticone: Jojo Rabbit ha tutti gli ingredienti per essere una commedia a la Per favore non toccate le vecchiette, ma decide di inoltrarsi su un percorso tortuoso che lo eleva in una direzione diversa.

Johannes “Jojo” Betzler (Roman Griffin Davis) ha appena compiuto dieci anni ed è pronto a intraprendere il rito di passaggio che segnerà la fine della sua infanzia: entrare nella gioventù hitleriana. Gracile, di buon cuore e non particolarmente brillante, Jojo è l’antitesi dei valori attribuiti alla “razza ariana” e soffoca le sue insicurezze con una venerazione zelota della mitologia nazista. Il suo indottrinamento è tanto rigido che, nei momenti di debolezza, si confida con un Hitler immaginario (Taika Waititi) che considera il suo migliore amico.

Vittima di un incidente, Jojo rimane confinato in casa per il periodo della convalescenza, incappando fortuitamente in Elsa (Thomasin McKenzie), una ragazza ebrea che si nasconde nelle intercapedini dell’edificio. Incuriosito e disgustato allo stesso tempo, il piccolo nazista inizia a intavolare un progetto etnografico che lo porterà irrimediabilmente a confrontarsi con il diverso, scoprendo in esso molte più affinità di quante i suoi preconcetti gli lasciassero intendere.

Difficilmente Jojo Rabbit entrerà nella storia del cinema: è troppo ridicolo per essere serio ed è troppo serio per essere ridicolo. Al suo interno si possono identificare le scintille di un regista in grado di fare grandi cose, ma che fatica a rinunciare al suo lato ironico anche quando va a demerito del suo lavoro. La pellicola verrà inoltre accusata di aver umanizzato i soldati nazisti, di averli “deresponsabilizzati” dalle loro azioni o per averli rappresentati come vittime di un sistema soverchiante, di aver infranto dei taboo sacri.

Credo che la lettura opportuna sia quella diametralmente opposta. Vedo Jojo Rabbit come una lettera di speranza lanciata contro i nuovi fascismi, contro i sovranismi spietati che aizzano le folle, contro la xenofobia. Taika Waititi si affida alla fondamentale bontà delle persone, suggerendo che l’odio verso l’alterità sia frutto dell’ignoranza, della distanza tra umani e del cieco desiderio di appartenenza. I nazisti non sono brave persone, ma le brave persone possono agire da naziste quando agiscono codardamente.

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