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Il Cyberpunk è morto: lunga vita al Cyberpunk | AxisMundi


Su AxisMundi un articolo che è in realtà un posteditoriale alla pubblicazione Cyberpunk di Mondadori. Siamo sulle stesse lunghezze d’onda espresse in queste mesi un po’ ovunque da altre critiche evocate dal tomo Mondadori, il cyberpunk è stato un movimento che ha anticipato talmente tanto il basso futuro da divenire l’attualità. Alcuni estratti:

Bisognerebbe fare un listone della spesa solo per elencare le principali opere classificabili nella categoria cyberpunk e i suoi precursori. Blade Runner, Ghost in the Shell, Transmetropolitan, Nirvana… il cyberpunk è ovunque, ma questo non è necessariamente un bene. È un problema nel momento in cui si rapporta a una società troppo cyber e poco punk, che lo riduce a ennesimo oggetto di consumo e lo muta in agente della società dello spettacolo, teorizzata da Guy Debord nel 1967: Lo spettacolo è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno.

Con le tecnologie avanzate, le luci al neon e il Keanu Reeves di turno, lo spettatore viene trascinato nel cyberspazio delle infinite possibilità. Ma vi resta inerme. Così il cyberpunk sta vendendo l’anima al diavolo, in contraddizione ai principi che l’hanno fondato. Questa condizione paradossale è percepita soprattutto in riferimento al contesto italiano. Negli anni Novanta in Italia il cyberpunk era qualcosa di marcatamente politico. Per rendersene conto basta recuperare alcuni testi cult di quel periodo. La prefazione all’antologia Cyberpunk edita da Shake Edizioni Underground si apre con queste parole del curatore Raffaele Scelsi: La tensione politica di questo scritto è orientata difatti verso la riappropriazione della comunicazione da parte dei movimenti sociali, tramite la formazione di reti informatiche alternative, che possa finalmente impattare lo strapotere delle multinazionali del settore. Oggi tramite il cyberpunk si offre l’opportunità, a tutti gli operatori culturali e di movimento, di aprire un nuovo enorme campo di produzione di immaginario collettivo, capace di scardinare la tenace cappa immaginativa esistente, dalla quale da più tempo si è compressi. 
Non c’è partitismo, ma vengono affermati dei principi. L’autogestione, la democratizzazione dell’informazione e le potenzialità delle nuove tecnologie non sono slogan, come si legge all’inizio del volume: «Non esiste copyright su questa pubblicazione. Si diffidano però tutte quelle Società che lavorano per la costruzione e il mantenimento di una “società orientata verso una comunicazione di tipo chiuso”, a farne liberamente uso». Cyberpunk non come orpello ludico-letterario, ma sottocultura.

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Rinascimento cyberpunk: da Neuromante a Mr. Robot – Quaderni d’Altri Tempi


Ormai è la pubblicazione SF dell’anno, l’acchiappatutto, il must di ogni appassionato italiano di SF e Fantastico a tutto tondo: l’antologia assoluta del cyberpunk, edita da Mondadori nella sua collana Oscar Draghi. E in effetti il libro d’istruzione di massa lo è, un tomo colossale, enciclopedico, che contiene tre romanzi cardine del genere – Neuromante di Gibson, Matrice Spezzata di Sterling, Snow Crash di Stephenson, più l’antologia curata da Gibson & Sterling Mirrorshades – e che è ulteriormente impreziosito da una bellissima intro di Bruce che, piccola soddisfazione, cita ampiamente i connettivisti come collettivo che ha preso lezioni dai cyberpunkers e che poi hanno ampliato i confini delle idee iniziali, in ogni senso.
QuaderniAltriTempi, ezine sempre molto attenta al mondo SF, ha già stilato un paio di articoli – qui quello di Luca Giudici – e ora con Giovanni De Matteo getta un tappeto cognitivo ai piedi di ogni appassionato, ma anche di qualsiasi volenteroso neofita. Vi lascio ad alcuni stralci del sempre vasto repertorio di Giovanni, la sua conoscenza degli argomenti trattati è stata per me, nel tempo, un continuo appoggio e confronto affinché migliorassi le mie cognizioni e idee.

In principio era il cowboy della consolle. L’hacker, il pirata del cyberspazio, lo scorridore dell’interfaccia.
La sua comparsa in letteratura è graduale e comincia a prendere forma dalla metà degli anni Settanta, prima con Rete globale di John Brunner (1975) e pochi anni dopo con Vernor Vinge e Il vero nome (1981), che già preludono agli sviluppi successivi ma, come i loro protagonisti assillati dall’anonimato e dalla copertura delle rispettive identità, sono ancora delle ombre vagamente delineate. L’irruzione formale del nuovo protagonista sulla scena della fantascienza si ha all’inizio degli anni Ottanta, grazie ai racconti di William Gibson Johnny Mnemonico (1981) e soprattutto La notte che bruciammo Chrome (1982), e poi a un romanzo di culto, che ne riprende le premesse e le spinge alle estreme conseguenze, segnando uno spartiacque nella storia della fantascienza (e non solo).

“Case aveva ventiquattro anni. A ventidue era un cowboy, un pirata del software, uno dei più bravi nello Sprawl. Era stato addestrato dai migliori in assoluto, da McCoy Pauley e Bobby Quine, leggende del ramo. Aveva operato in un trip quasi permanente di adrenalina, un effetto collaterale della giovinezza e dell’efficienza, collegato a un deck da cyberspazio su misura che proiettava la sua coscienza disincarnata in un’allucinazione consensuale: la matrice. Ladro, aveva lavorato per altri ladri più ricchi, che gli avevano fornito l’arcano software per penetrare le brillanti difese innalzate dalle reti delle multinazionali, per aprirsi un varco in banche-dati pressoché sterminate”
(Gibson, 2021).

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Orizzonti del fantastico: attualità del cyberpunk – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniAltriTempi un corposo articolo di Luca Giudici che opera un lungo excursus nei meandri del cyberpunk, approfittando dell’evento mondadoriano del momento: l’uscita nelle libreria di Cyberpunk, antologia assoluta, tomo di quasi 1400 pagine in cui sono contenuti i romanzi Neuromante di William Gibson, La matrice spezzata di Bruce Sterling, Snow Crash di Neal Stephenson e l’antologia Mirroshades.

La storia della ricezione del cyberpunk e di ciò che ne nacque, a conti fatti è quindi un libro che deve essere ancora scritto. Soltanto oggi, a otto anni dalla scomparsa, si comincia ad analizzare con la dovuta serietà l’immane lavoro di Antonio Caronia e la sua riflessione su questi temi. Ancora da iniziare invece è un’analoga operazione per quanto riguarda Franco “Bifo” Berardi, che sul tema ha scritto diversi testi, molti dei quali oggi di difficile reperibilità, e il cui apporto alla ricezione del cyberpunk in Italia è determinante. Ciò che emerge è la estrema difficoltà insita nel tentativo di codificare ciò che accadde al mondo del fantastico nell’ultimo quarto del secolo scorso, anche e soprattutto perché nei vent’anni che seguirono e che ci portano fino all’oggi, ancora una volta cambiò tutto. Cosa è successo? È successo che il cyberpunk è diventato, come avrebbe detto Baudrillard, il simulacro di se stesso.

Quanto fino a pochi decenni or sono rientrava nella sfera dell’immaginario oggi appartiene alla realtà quotidiana, e contestualmente si è creata una zona grigia, una fascia di trasmissione osmotica dove la tecnologia realizzata e quanto proiettato dal fantastico si mescolano e si confondono, influenzandosi reciprocamente e ricreandosi l’un l’altro senza interruzione. Ciò che oggi nella produzione letteraria viene definito cyberpunk, in realtà ne è solo un pallido riflesso, un debole rimando, inefficace per leggere il reale e ciecamente rinchiuso nella dimensione narrativa, confidando su quel fraintendimento che vede nella distopia una espressione del cyberpunk. Tutto ciò dimenticando il movimento degli esordi, che esondava continuamente nella realtà e in ogni altro tipo di espressione, influenzandole e trasformandole.

Cortocircuito temporale
Oggi quanto intuito nei primi romanzi e racconti si è nella sostanza realizzato, e noi viviamo immersi in quella connessione continua e costante che William Gibson ha chiamato cyberspazio, ma questo evento, per quanto chiaro e distinto ai nostri occhi, per essere analizzato deve essere calato nel contesto, sia in termini di datazione sia per quanto riguarda i contenuti caratteristici.
Il cyberpunk ha un rapporto complicato con la sua cronologia, sin dalle origini. Da un lato si tratta di una delle poche correnti ad avere una data di nascita e una di morte piuttosto precise, dall’altro è diventato poco più di un aggettivo, continuamente collegato impropriamente a romanzi e opere varie, che nei fatti nulla hanno a che vedere con la sua storia…

Allucinazioni Cyberpunk – Il Tascabile


Su IlTascabile un lungo articolo di Valerio Mattioli che prende spunto dall’uscita, per la collana Oscar Draghi di Mondadori, di Cyberpunk, l’antologia assoluta del genere con un’ampia prefazione di Bruce Sterling – che omaggia ancora una volta il Connettivismo, cosa che mi provoca sempre rossore e soddisfazione al contempo. Vi lascio ad alcuni stralci dell’editoriale di Valerio, che trasporta il lettore in un’allucinazione tecnologica postmoderma, infinita come il flusso software che l’ha originata.

Nessun movimento letterario può vantare un incipit come “Il cielo sopra il porto era del colore di una televisione sintonizzata su un canale morto”. È un’apertura che riletta adesso sfuma involontariamente nell’arcaico, quasi provenisse da un evo primordiale e semileggendario: cos’è “un canale morto”, quale sia il suo colore, lo sanno solo quelli che hanno fatto in tempo a conoscere l’era analogica delle telecomunicazioni audiovideo, e pure costoro è probabile che arrivati a questo punto, a oltre un decennio di definitiva transizione al digitale, nemmeno se lo ricordino più. Al tempo stesso, è un’apertura capace di riassumere l’intero spettro narrativo, estetico, umorale, entro il quale si dipanano le vicende che di quell’abbrivio paiono come una proiezione necessaria: da sola, è un’immagine che contiene un mondo – una specie di ecosistema ennedimensionale in cui ambiente naturale (il cielo), umano (il porto) e artificiale (il canale televisivo) si confondono come se fossero intenti a smaterializzarsi a vicenda, fino a dipingere un habitat fisico-mentale elettrificato e pericolosamente fuori sincrono, glitchato.

L’incipit in questione è quello di Neuromante, il romanzo che nel 1984 codificò nella maniera più plateale possibile il nuovo, emergente filone della fantascienza americana chiamato cyberpunk. William Gibson, l’allora trentaseienne autore del romanzo, vi era arrivato dopo aver quasi distrattamente posto le basi non solo di un genere letterario, ma di un intero nuovo stadio dell’immaginario tardomoderno: nel racconto del 1981 “Johnny Mnemonic” popolarizzò il termine sprawl (fino ad allora confinato a pochi, ristretti circoli di studiosi) per indicare gli enormi, caotici agglomerati urbani che senza soluzione di continuità trasformavano intere aree di globo terracqueo in un unico ambiente antropizzato. L’anno dopo, in “Burning Chrome”, coniò invece un’espressione che da allora ha preso vita fino a tracimare ben al di là della mera invenzione romanzesca: cyberspazio, una “allucinazione consensuale” prodotta dall’interfaccia computer-mente umana una volta che il sistema nervoso viene attraversato dalle info-stimolazioni del flusso cibernetico.

È interessante come, da molti punti di vista, il primo cyberpunk fosse un genere profondamente psichico: da Neuromante a Snow Crash passando per Mindplayers, buona parte delle vicende narrate si svolge letteralmente dentro la testa dei protagonisti, collegati con cavi e neurotrasmettitori a monitor e apparecchi vari dinanzi al quale stanno comodamente seduti: dallo “spazio interiore” della New Wave si era precipitati insomma nel “non spazio della mente” dove stavano disposte le “linee di luce” della matrice cibernetica, secondo l’altra definizione di cyberspazio data da Gibson. Questo – e la cosciente adozione di quella che Sterling definisce “prosa sovraccarica” – diede alle prime opere cyberpunk un carattere marcatamente sperimentale, al punto che lo stesso Gibson è stato non di rado accusato di essere troppo criptico, enigmatico e oscuro.

L’inferno secondo Neal Stephenson | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’uscita per Fanucci di Fall La caduta all’inferno, romanzo di Neal Stephenson che continua la sua sperimentazione semiotica del multiverso cibernetico e dell’upload cerebrale. La quarta, intrigante, e non potrebbe essere altrimenti.

Nella sua giovinezza, Richard “Dodge” Forthrast ha fondato la Corporation 9592, una società di videogiochi che lo ha reso un multimiliardario. Ora, raggiunta la mezza età, Dodge apprezza la sua vita comoda e libera, la gestione delle sue miriadi di interessi commerciali e trascorrere il tempo con la sua amata nipote Zula e la sua giovane figlia, Sophia. In una bella giornata autunnale, mentre si sottopone a una procedura medica di routine, qualcosa va irrevocabilmente storto. Dodge viene dichiarato morto cerebrale, tenuto in vita dalle macchine, lasciando la famiglia sbalordita e gli amici intimi attoniti. Molto tempo prima, Dodge aveva redatto il testamento ordinando che il suo corpo fosse dato a una società di crionica, ora di proprietà dell’enigmatico imprenditore tecnologico Elmo Shepherd. Legalmente obbligata a seguire la direttiva nonostante i dubbi, la famiglia di Dodge scansiona il suo cervello e archivia tutti i suoi dati in un cloud in attesa di sviluppi. Negli anni a venire, infatti, la tecnologia consentirà di riaccendere il cervello di Dodge, verrà creato un eterno aldilà, il Bitworld, in cui gli esseri umani continueranno a esistere come anime digitali.

Snow Crash: la HBO conferma la serie per il suo canale online | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com un articolo segnala l’adattamento di Snow Crash, romanzo seminale di Neal Stephenson, in serie TV. Ecco i dettagli.

È una sorta di cerchio che si chiude su sé stesso: nel gennaio di quest’anno il regista Joe Cornish (Attack the Block, Il ragazzo che diventerà re) raccontava a Syfy Wire come la Paramount lo avesse messo al lavoro su una sceneggiatura basata sul celebrato romanzo di Neal Stephenson Snow Crash, solo per poi cancellare il progetto perché ritenuto troppo sofisticato e costoso per essere realizzato. Ci sarebbero poi state voci di serie tv basate sul romanzo, ma doveva arrivare la HBO e il suo prossimo canale via cabo HBO Max per far partire il progetto e, ironicamente, mettendoci al lavoro proprio lo stesso Cornish.

Snow Crash è il secondo romanzo di Stephenson, pubblicato in origine nel 1992 (BUR Rizzoli 2017 da noi) che Bleeding Cool ha definito come un “di tutto e di più”: contiene storia, linguistica, antropologia, archeologia, religione, scienza informatica, politica, crittografia, memetica e filosofia all’interno di un folle contesto cyberpunk.

In quella che era all’epoca la visione del ventunesimo secolo, il mondo aveva subìto un non meglio identificato collasso economico e città come Los Angeles non erano più parte degli Stati Uniti ma erano state vendute, come altre zone del paese, alle multinazionali.

Hiro è un fattorino che consegna pizze nel mondo reale, ma (molto prima di Ready Player One) una principe nel mondo virtuale. Un giorno, in ritardo con una consegna, incontra una ragazza che si fa chiamare Y.T. (Yours Truly) e che parla di sé stessa in terza persona. Y.T. lo aiuta ad arrivare in tempo e tra i due si instaura un rapporto di scambio di informazioni tramite la rete. Nel metaverso il ragazzo incontra un uomo che si fa chiamare Raven, il quale gli offre un file dati chiamato Snow Crash che gli dice essere una droga informatica. Infatti, quando il suo amico Hacker Da5id prova ad analizzare il file soffre danni cerebrali nel mondo reale. Ed ecco arrivare l’ex ragazza di Hiro, Juanita, la quale gli fornisce un database contenente una enorme ricerca che collega il virus all’antica cultura sumera e la leggenda della torre di Babele.

Le ricerche congiunte del protagonista e di Y.T. portano a una organizzazione religiosa chiamata Pearly Gates e un magnate dei media chiamato L. Bob Rife e le due entità sono collegate a Snow Crash, che sembra essere in grado di programmare le funzioni cerebrali usando stimoli audio e un virus in grado di alterare il DNA. E questa sarà l’inizio di una lotta contro il tempo per impedire che Snow Crash invada le menti di tutti gli abitanti del metaverso e quindi di quello reale.

Contro il capitalismo cronofago, a difesa del nostro tempo | Holonomikon


Giovanni De Matteo sa come capitalizzare l’attenzione su un determinato tema. La sua vasta cultura lo porta a confrontare situazioni e dettagli, concetti e consuetudini fino a rendere evidente la trama che sottostà al reale; che molto spesso, come anche in questo caso, è fetida, orribile e miserabile.

Attraverso tre passi ben distinti – la lezione del tempo cristiano, Neal Stephenson e soprattutto Cronofagia, saggio edito dagli amici della D Editore – Giovanni individua i germi del Capitalismo in ognuno dei tre settori, e mentre per Stephenson parliamo di narrativa, pur se ragionata e rapportata alla nostra civiltà, negli altri due comparti emergono le motivazioni dell’attuale Iperliberismo. In Cronofagia, in particolare si evidenzia come questo moloch inumano ci strappi brandelli della nostra esistenza senza requie, al momento abbiamo soltanto il sonno immune dai suoi assalti ma, nel momento in cui il mostro riuscirà a ghermirci pure nell’onirico, si apriranno colossali mercati da sfruttare, a tutto vantaggio del Sistema e non certo dell’umano (o postumano che sarà).

La chiosa di Giovanni è terrificante e severa ma, come si suol dire, giusta: vi lascio alle sue parole, che quoto in toto. Una piccola considerazione finale: sia lui che io diciamo le stesse cose, e ciò mi fa domandare: e se questa anticapitalista e anarcoide fosse una delle tante cifre stilistiche dei connettivisti in toto? Non solo speculazione cerebrale sul prossimo mondo e sul Fantastico a tutto tondo, quindi, ma anche sul sociale, sul politico che necessariamente condiziona il presente e quindi, il futuro: è forse questo un modo di essere olografici come i connettivi pretendono di essere? Il dibattito, rigorosamente, va sostenuto sui blog, non sui social…

Un nuovo manifesto politico è pronto da percorrere: non lo abbiamo delineato noi, si è solo palesato per com’è.

Le conclusioni non sono confortanti. C’è chi, come Jaron Lanier, propugna un abbandono delle piattaforme social e lo fa da tempo, con solide motivazioni. Un aut per abbandonare il Sæculum virtuale, in termini arbriani, per riscoprire e valorizzare l’importanza del nostro tempo, dedicandoci alla riflessione critica, all’approfondimento, alla scoperta e alla coltivazione della conoscenza. E forse è un ragionamento sensato, perché la sproporzione tra le forze coinvolte, l’assedio delle armate algoritmiche della datacrazia da una parte, un singolo individuo a difesa delle mura della sua fortezza privata del tempo dall’altra, è tale per cui nessun compromesso potrà mai favorire un esito positivo per la parte più debole e vulnerabile.

Il che non vuol dire rinunciare a internet e a tutti i servizi della rete, ma semplicemente abbracciare un downgrade al web 2.0, da cui ripartire per un nuovo inizio. Ed è una scelta politica, certo, e come si diceva una volta anche una scelta di vita.

La domanda vera non è se farlo o meno, o quando, ma un’altra ancora: siamo ancora in tempo per cancellare i nostri account social?

Immagini del conflitto / Spazi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Immagini del conflitto. Corpi e spazi tra fantascienza e politica, di Antonio Tursi. È una cavalcata tra molti dei topoi fantascientifici, sociali e postumani di questo tempo corrente, interessante e stimolante per le considerazioni sul luogo dove stiamo tutti allegramente andando, oscillando tra i paradigmi di Aldous Huxley, Neal Stephenson, Matrix e William Gibson.

La questione del carattere politico del nuovo mondo tecnologico con cui ci troviamo a fare i conti viene affrontata da Tursi recuperando alcuni celebri esempi di narrazione di “mondi nuovi” del passato per poterli confrontare con i nuovi scenari contemporanei. L’analisi prende il via dalla constatazione di come a partire dalle grandi scoperte geografiche cinquecentesche si originino due grandi narrazioni metaforiche caratterizzate da differenti connotazioni socio-politiche: «da un lato, verso il consolidamento di un utopismo popolare, soprattutto contadino, che aveva radici nel medievale Paese di Bengodi e che si manifestava nelle tante variazioni sull’antico tema del Paese di Cuccagna; dall’altro, verso l’elaborazione di costruzioni colte e moderne come l’Utopia di Tommaso Moro e la Città del Sole di Tommaso Campanella» (p. 101). La prima direzione, che si protrae addirittura fino all’epoca illuminista con Candido e l’Eldorado, insiste con il descrivere utopisticamente un mondo paradisiaco. Per quanto riguarda il secondo filone lo studioso si sofferma sul celebre Libellus relativo all’isola di Utopia di Moro in cui il mundus novus, nella sua volontà di neutralizzare ogni tipo di “lotta di parte”, «si pone come tramite tra la Repubblica disegnata da Platone […] e il Leviatano di Hobbes» (p. 106).

Dopo tali premesse storiche Tursi approda al romanzo di genere distopico di Aldous Huxley, Brave New World (1932), in cui si narra di uno Stato Mondiale che genera i suoi abitanti in provetta per poi collocarli in rigide caste pianificandoli ed educandoli a mantenere e desiderare l’ordine stabilito. In ossequio all’obiettivo della stabilità sociale, in cambio dell’apatia a questi cittadini del nuovo mondo, prodotti attraverso una sorta di catena di montaggio, viene garantita la felicità materiale e fisica. Huxley avrà modo, diverso tempo dopo aver steso il romanzo, di puntualizzare il ruolo della comunicazione di massa e dell’intrattenimento nel creare e soddisfare gli appetiti dell’uomo moderno soffocandone ogni minima propensione politica.

Attraverso queste tappe lo studioso giunge a ragionare sulla definizione di Metaverso proposta da Neal Stephenson nel suo romanzo Snow Crash (1992), opera che tocca questioni che hanno a che fare con l’intrecciarsi di arcaico e contemporaneo, con i linguaggi, la religione, i cyborg, i migranti, la cultura popolare e le urgenze ambientali. A essere preso in esame è soprattutto il rapporto tra «realtà (o meglio ciò che siamo abituati a considerare tale) e Metaverso, tra territorio e nuovo mondo virtuale per cogliere il tracciamento politico di entrambe queste dimensioni [al fine di comprendere] la cifra politica che emerge dal loro inestricabile intreccio» (p. 114-115). Diversamente dalle utopie e dalle distopie moderne, «il Metaverso (o ciberspazio) richiede una pratica politico-polemica proprio perché non è scisso degli spazi della nostra vita quotidiana» (p. 115). Rispetto alle narrazioni utopiche e distopiche della modernità in questo caso occorre fare i conti con l’ambiguità del rapporto tra il territorio e la simulazione del ciberspazio.

La scienza tarantiniana di Neal Stephenson | OggiScienza


Su OggiScienza un bel post riguardo Neal Stephenson e la sua letteratura. Nozioni assai istruttive e indagatrici del rapporto tra scienza, matematica e fenomeni sociali, una ricercatissima scena da cui trarre con attenzione e forse fatica idee e suggestioni in grado di traghettarci vero il prossimo futuro. Un estratto:

Neal Stephenson non è certo uno di quegli scrittori di fantascienza che vanno per il sottile. Leggendo i suoi libri si finisce inevitabilmente con l’affrontare lunghe spiegazioni tecniche o storiche su come funzioni un certo strumento o come si sia arrivati a un determinato contesto socio-politico. Prendete Anathem, per esempio. Uscito nel 2008, il romanzo è ambientato su un pianeta simile alla Terra dove la società umana è divisa in due componenti che interagiscono solo in specifiche occasioni: il mondo matico, costituito da comunità di monaci-scienziati (chiamati avout), e il mondo secolare. La storia è raccontata in prima persona da un giovane avout, tramite il quale il lettore viene introdotto alle particolari leggi che regolano il mondo matico e alla sua storia, in relazione a quella del pianeta. Un’introduzione necessaria per calarsi nella ricca ambientazione inventata da Stephenson. Un’introduzione lunga circa metà libro (e stiamo parlando di un tomo di più di 900 pagine). Una prova talvolta faticosa, nel corso della quale l’autore enuncia teorie matematiche, introduce elementi di astronomia, ripropone il dibattito filosofico fra realismo platonico e nominalismo – chiamandoli in altro modo – e si avventura nell’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica. Il resto del libro prende le mosse da questo background per dare sostanza e credibilità a una classica storia di fantascienza.

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Amazon Prime Air, droni volanti consegneranno pacchi in 30 minuti


Tutto ciò mi ricorda molto la finzione cyberpunk di Snow crash, di Neal Stephenson, per la rapida consegna dei pacchi (non delle pizze, come nel romanzo). E invece il fatto è realtà, o quasi, e comunque è un progetto a firma di Jeff Bezos, il boss di Amazon, per l’immediato futuro. Ce lo racconta Gadgetblog, e io vi incollo qui sotto i principali temi:

Amazon ci porta in gita nel futuro con un’anteprima di un servizio che ha del fantascientifico: un parto dell’intraprendenza Jeff Bezos, CEO non proprio tradizionalista della corporation, Amazon Prime Air è un programma di consegna entro 30 minuti tramite drone volante.

Avete capito bene: mini quadricotteri porteranno un giorno pacchi leggeri come PC, tablet, libri e altra elettronica direttamente a casa dei destinatari senza aiuto da parte di un pilota umano. I quadricotteri hanno una portata superiore a 2kg, un’autonomia di 8km, e secondo Bezos dovrebbe essergli impossibile perdere il pacco facendolo cadere sulla nostra testa o ribellarsi e darci la caccia casa per casa allo scopo di sterminarci.

Secondo i piani, il pacco dal centro di smistamento alla porta di casa ci dovrebbe mettere una trentina di minuti al massimo. Consegne in trenta minuti sono cose che talvolta fatichiamo a credere persino da un portapizza che vive in linea d’aria a 100 metri da casa nostra. Ma nonostante lo stile di guida spericolato, un fattorino non può sfidare un robot volante. Neppure un fattorino con i rollerblade capace di passare attraverso i tunnel sub-spaziali – come una vecchia dipendente di Amazon, Ramona Flowers del fumetto/film Scott Piglrim.

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Scrittore. In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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