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Providence Press presenta il terzo volume di “Io sono Providence” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione dell’uscita del terzo volume di Io sono Providence: La vita e i tempi di H.P. Lovecraft, a cura di S.T. Joshi, il più grande esperto mondiale dello scrittore di Providence. Sull’articolo sono presenti tutte e tre le quarte della serie, io vi propongo solo l’ultima; il libro è un uscita per i tipi di Providence Press.

Il terzo e ultimo volume illustra gli ultimi anni di vita di H.P. Lovecraft. Vedremo l’evoluzione del Maestro di Providence come scrittore, la maturazione del suo pensiero estetico e politico, che lo porterà ad assumere posizioni vicine al socialismo. E, soprattutto, assisteremo al progressivo peggioramento delle sue condizioni di vita che contribuiranno, forse, alla sua fine prematura. Ma, da quel momento in poi, il mondo si accorgerà di aver avuto a che fare con un gigante immortale della letteratura.

L’autore: Autore di svariati saggi sul weird e l’horror, S.T. Joshi è il più grande esperto mondiale della vita e delle opere di H.P. Lovecraft. Ha preparato le edizioni corrette e annotate delle opere del Maestro di Providence per la Arkham House e la Penguin Classics. Ha inoltre curato le raccolte di tutta la poesia e la saggistica di Lovecraft. La sua biografia H.P. Lovecraft: A Life (1996), è stata espansa fino a diventare Io Sono Providence: La vita e i tempi di H.P. Lovecraft (2010). È anche il curatore di riviste dedicate alla letteratura horror.

Voci notturne a ponte Sublicio – A X I S ✵ m u n d i


Marco Maculotti su AxisMundi traccia le rotte esoteriche e non solo che Pupi Avati predispose, più di ventisei anni fa, col suo sceneggiato TV Voci Notturne, trasmesso in prima serata su Rai1 e di fatto, da allora mai più rimandato in onda così popolarmente.

Al centro della misteriosa vicenda vi è infatti il ricordo (che solo ricordo non è) di ancestrali riti sacrificali con vittime umane, officiati dai sacerdoti del culto dal ponte Sublicio, che fu il primo ponte sacro per i Romani, evidentemente continuatori di una tradizione più arcaica, di ecumene etrusca. Il ponte da cui il sacrificio veniva effettuato era stato edificato, secoli prima del dominio romano, in legno senza l’utilizzo dei chiodi (Sublicius significa proprio “che poggia su pali”): peculiarità da connettere forse alla credenza diffusa anticamente, ad es. anche nei paesi celtici, sull’effetto negativo del ferro sugli spiriti dimoranti nell’Altro Mondo.

Si trattava, dunque, di un rito antichissimo, espressione esteriore di un culto in parte acquatico officiato in epoca romana dal collegio sacerdotale degli Argei: ogni anno le vestali gettavano dal ponte alcuni manichini di vimini, come reminiscenza dei mai dimenticati (e, forse, mai realmente interrotti) sacrifici umani che venivano compiuti nel medesimo luogo in epoca preromana. La vittima veniva precedentemente cosparsa di unguenti e le si faceva ingurgitare una sostanza purificatrice, un estratto di silfio, per separarla dal mondo profano. Il suddetto background storico degli avvenimenti narrati nei cinque episodi che compongono Voci notturne ci viene riferito nel bel mezzo di un dialogo dell’episodio IV: viene pure riportata una testimonianza di Marco Terenzio Varrone, secondo cui le vittime designate (due per volta) venivano annegate nel Tevere, anticamente chiamato Albula.

Fin dai tempi della dominazione etrusca — si rivela in seguito — i costruttori del ponte (pontifex) avevano mantenuto il più stretto riserbo sul segreto iniziatico connesso ai sacrifici rituali, di cui essi erano e — lasciano intendere gli eventi narrati in Voci notturne — sono tuttora gli unici depositari. Da tale confraternita semisegreta derivò successivamente, come viene esplicitato nel IV episodio, quella dei Fratelli Muratori e dei Costruttori delle Cattedrali gotiche. Viene anche detto che i membri della setta, che tra di loro si chiamano alternativamente “custodi del passaggio”, “costruttori del passaggio” e “costruttori del ponte”, si ricordano le rispettive vite passate e si credono immortali, oltre a essere capaci di uccidere pur di mantenere gelosamente i proprî segreti.

Uno di questi sta proprio nell’utilizzo del silfio: proprio semi di silfio vengono rinvenuti nello stomaco di Giacomo Fiorenza, il ragazzo morto improvvisamente in apertura dell’episodio pilota del serial… peccato solo che la pianta del silfio sia estinta da almeno 1500 anni! Più avanti (ep. IV) viene ad ogni modo rivelato che il suo utilizzo provoca effetti stupefacenti: nella massa cerebrale del giovane Giacomo, infatti, continuano a registrarsi deboli segnali elettrici anche a mesi di distanza dalla sua dipartita.

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Orpelli estetici


Guardo le mie mani e trovo brandelli di piccoli mali con cui opero la modifica del continuum, espleto la Volontà e ricorro alle parole come orpelli estetici.

Quando si attende


Mentre il tuo assetto è curato da stati di inconcludenza etera, i tuoi rapporti interpersonali galleggiano su macchie di niente e silenzio, come se attendessero l’evaporazione.

Cose quasi sconosciute, ormai


Le peripezie di un meme impazzito, che degenera e rende il plot completamente disturbato. Bellezze quasi sconosciute, ormai.

La resurrezione di Nicolas Eymerich | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione del nuovo Urania, che ristampa l’ultimo romanzo della saga di Eymerich, inquisitore nato dalla penna di Valerio Evangelisti.

Anno Domini 1374. Un’oscura congiura proietta la propria ombra sulla Cristianità.
Papa Gregorio XI incarica padre Nicolas Eymerich di indagare su un sospetto stregone: il consigliere di re Pietro IV d’Aragona, Francesc Roma, il quale farebbe uso di arti magiche per comparire in più luoghi allo stesso tempo e per lasciare dietro di sé una scia di fuoco, mistero e distruzione.

La spedizione porta Eymerich e padre Jacinto Corona a caccia di eretici dalla Provenza ad Avignone e fino alle gelidi pendici alpine del Piemonte, tra prodigi, misteriosi fenomeni celesti e strane apparizioni. Intanto, nel futuro prossimo, nel bel mezzo di un nuovo conflitto mondiale, l’ordine dei Gesuiti rapisce lo scienziato Marcus Frullifer e lo trascina in un osservatorio astronomico allo scopo di cercare di rivoluzionare il futuro dell’umanità. E nell’anno 3105, tra i frammenti del Vangelo della Luna, Lilith è alle prese con un misterioso Magister…

Gustav Meyrink: Il volto verde – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione e analisi del romanzo di Gustav Meyrink “Il volto verde”, a cura di Cesare Buttaboni. Un estratto:

L’inizio vede il protagonista, l’ingegnere austriaco Fortunat Hauberisser, camminare per le vie di Amsterdam ed entrare nella “Bottega delle meraviglie di Chider Grün”. Qui incontrerà subito la “faccia verde” nella persona de “Il signor Chider Grün” ma, successivamente, si accorgerà che si trattava solo di una “visione”. Non sarà comunque il solo che riuscirà a vedere “la faccia verde”. La vedranno anche il suo amico, il barome Pfeil, e il padre della sua amata Eva Von Druysen. Ma la Faccia Verde resta nascosta ad altri personaggi come l’imbroglione Zitter Arpad e la benefattrice Germaine Rusktinat. Si tratta chiaramente di un simbolismo: in pratica riescono a “scorgerlo” solo coloro che si sono “risvegliati”. Ad ogni personaggio apparirà nei contesti più disparati: c’è chi lo vede in un quadro, chi in un manoscritto che si rivelerà importante, chi crede di riconoscerlo in una persona vista per strada oppure lo scorge in una “visione”. La vicenda procede in maniera non lineare: l’attenzione è posta su vari personaggi e, fra le varie dottrine esoteriche, c’è spazio anche per una storia di amore con Eva Von Druysen, conosciuta a casa del dottor Sephardi. Proprio Sephardi parla dell’importanza occupata dalla donna, vista come un ponte che conduce alla Vita con queste parole “Da solo, nessuno uomo può giungere a questo scopo. Egli ha bisogno per questo di una compagna. L’unione di una forza maschile e di una forza femminile soltanto può permettergli questo passaggio. In ciò è il senso segreto del matrimonio, perduto da millenni”. Hauberrisser entra poi in possesso di un misterioso manoscritto il cui significato, inizialmente, gli rimane oscuro. Ma poi capisce che il manoscritto lo mette in guardia dalle “false immagini” dell’altra realtà. Entrano in scena anche un circolo di mistici cristiani, Jan Swammerdamm, un collezionista di insetti, l’ebreo russo Lazarre Eidotter (che si rivelerà un vero e proprio “iniziato”) e lo Zulù Usibepu. Il finale vedrà l’iniziazione di Hauberrisser attraverso il rito magico dell“inversione delle luci” che simboleggia la sua evoluzione interiore. Sulla storia incombe sempre il fantasmagorico “simbolo” de Il volto verde.

In effetti Il volto verde può essere visto come un libro “iniziatico”, un testo che mira a cambiare, magari anche solo in minima parte, la vita di chi lo legge. In questo senso può essere letto come una sorta di manuale di insegnamenti occulti e iniziatici e parla dello yoga, del Tantrismo e di come risvegliare i poteri magici nascosti all’interno dell’uomo per raggiungere uno stato di consapevolezza metafisico superiore e raggiungere, in questo modo, l’immortalità. Ma vengono respinte le tendenze allo spiritismo e, in questo senso, la sua posizione è simile a quella che Julius Evola espone in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo. Lo stile di Meyrink è visionario e onirico: se non si approccia il suo simbolismo con la dovuta attenzione c’è il rischio di non riuscire a gustare pienamente la sua opera.

Leidungr – Iwazblot (Nordic Ritual Folk)


Quando gli antichi dei saltano oltre il consueto steccato del reale…

Ethel Mannin tra gotico marxista e femminismo luciferiano. – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una segnalazione di Walter Catalano sull’opera di Ethel Mannin, scrittrice del secolo scorso che ha attraversato un ampissimo spettro di suggestioni, solari e tutt’altro che rifrangenti di luce, con una libertà di pensiero e di movimento che la gran parte degli umani nemmeno arriva a concepire. Un estratto:

La Mannin in realtà non era esattamente una beghina o un’educanda: agnostica; antifascista; anticolonialista; femminista; dichiaratamente bisessuale; socialista militante dell’Independent Labour Party, e, dopo un deludente viaggio nell’URSS di Stalin, anarchica; amica e collaboratrice di Emma Goldman, sulla quale scrisse una delle biografie romanzate più appassionanti, Red Rose; pacifista; antisionista e filopalestinese. Sposata due volte, ebbe almeno due love-affair extraconiugali molto pubblicizzati, con William Butler Yeats e con Bertrand Russell. I suoi modelli letterari furono, per sua stessa ammissione, W. Somerset Maugham e Aldous Huxley. Decisamente una donna interessante, forse troppo: “spirito indomabile e controcorrente lanciato contro le ingiustizie della sua epoca” – come la definisce Max Baroni, in Ethel Mannin, una voce dimenticata, dettagliata introduzione al volume di Alcatraz – tanto acuta la sua intelligenza da ferire come una lama, così che si è preferito, negli anni seguenti alla morte, ringuainarla nell’oblio.

“La casa dalle finestre che ridono”: feticcerie e (auto)sacrifici


Su AxisMundi la celebrazione dei 45 anni del film La casa dalle finestre che ridono, opera indimenticabile di Pupi Avati di cui, più in basso, potete leggere una abbastanza recente intervista.

La prima paura che ho provato è sicuramente legata alla favola rurale e al rapporto con la morte, che nella cultura contadina ricorre sempre», ebbe modo di confessare Pupi Avati, rivelando la sorgente prima da cui sorse la sua personalissima poetica: quella del “gotico padano”, definizione coniata dagli esperti del settore per descrivere il suo peculiare modo casereccio di fare cinema dell’orrore. Un orrore non notturno e oscuro, ma piuttosto panico e meridiano, che colpisce perpendicolarmente la sua vittima designata (lo spettatore) come il sole al suo zenit nelle campagne dell’Emilia-Romagna. Un terrore atavico che emerge talvolta attraverso le maglie espositive delle fole contadine raccontate intorno al fuoco, le sere d’inverno, dai più anziani ai più giovani: proprio da quell’ascolto, il Nostro seppe distillare materiale prezioso ai fini dell’edificazione del suo personalissimo impianto narrativo orrorifico.

Non alla mera follia psicologica si deve dunque pensare, confrontandosi con il pittore Buono Legnani di La casa dalle finestre che ridono: a un certo punto della pellicola si parla esplicitamente, riferendosi al nefando operato di questi in combutta con le depravate sorelle, di «comunioni sacrificali», di «riti a base di sacrifici umani» e della «possibilità che gli uomini ancora oggi possano trovare contatti con i defunti attraverso queste pratiche», aggiungendo in seguito che i tre erano venuti in contatto con tali pratiche proibite in Brasile, dove avevano trascorso l’infanzia. Attraversando idealmente l’Atlantico e in qualche modo sincretizzando le tradizioni popolari nostrane con quelle afroamericane e caraibiche, Avati prese ispirazione da una serie di allarmi giornalistici di cui, a partire dall’ultimo ventennio del XIX secolo, si occuparono i quotidiani brasiliani: testimonianze sull’esistenza di «sessioni notturne» e di feticcerie, sull’ambiguità delle pratiche e degli strumenti utilizzati – idoli mostruosi, radici sconosciute e liquidi sospetti. Fu allora che si cominciò a parlare di «sacerdoti di culti malefici», «sessioni di possessione» (macumbas) e «associazioni maledette», i cui riti notturni si ispiravano allo spiritismo nero di origine sub-sahariana e all’adorazione degli orixás.

Suggestioni esoteriche ed esotiche che il cinema italiano di quegli anni sfruttò adeguatamente con una manciata di pellicole, a metà strada fra l’horror canonico e il mondo movie, ispirate alle credenze tradizionali e ai rituali ancestrali di quelle popolazioni considerate in qualche modo “primitive” ancora nella seconda metà del XX secolo. Tra i risultati più meritevoli sono da menzionare Il dio serpente di Piero Vivarelli (1970), Il paese del sesso selvaggio di Umberto Lenzi (1972) e Il profumo della signora in nero di Francesco Barilli (1974).

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