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Archivio per Nemi

Il Museo delle Navi di Nemi: cattedrale dell’assenza – Nemora


Da Nemora segnalo quest’articolo che per qualche motivo mi era sfuggito ed è in relazione con la visita che ho fatto quest’estate al Museo della Navi Romane, quelle di Caligola affondate sul Lago di Nemi. Quello che si dice nell’articolo corrisponde a realtà, io stesso ho avuto le stesse impressioni e sensazioni.

Una parte di noi arriva inevitabilmente a chiedersi “Non sarebbe stato meglio lasciarle nel fondo del lago?”. Indubbiamente ora sarebbero ancora intatte, sicuramente sarebbero state preservate.
Ma camminando fra le strade di Nemi, lungo la riva del lago, nei pressi di questo tempio marcescente, tutto desta un senso che nel suo generarsi assume fattezze ancora più grandi di quelle che avrebbero avuto i due scafi sani e salvi davanti ai nostri occhi: il senso della tragedia e la brama del perduto. La glorificazione del bello non avviene non con il suo manifestarsi, ma si verifica con la sua rovinosa caduta. Ed è in queste ferite che si innesta la memoria più ostinata, alla quale si accostano l’esaltazione e l’innalzamento di un elemento non presente.

Che passeggiata di notte con la tua assenza al mio fianco:
mi sta accanto il sentire che non vieni con me.

Così recitava Pedro Salinas ne La Voce a Te Dovuta ed è in questa ottica che mi piace intendere la visita di questo luogo: il Museo delle Navi Romane è un omaggio a un’assenza che accompagna.

Oltrepassi la mano in bronzo, sposti il pesante portone. Uscire all’esterno è come riemergere in superficie, dopo una lunga apnea subacquea.
Questo è il tempio dell’evocazione, uno scrigno di vuoti. Un luogo che custodisce e incripta le presenze.
Tornando, in un gioco di specchi e rottura delle barriere fisiche, ci si sorprende nell’incontrare se stessi persi ancora sul fondale quieto, nell’ombra proiettata dallo spettro di un relitto.

Necropoli del Vallone Tempesta (Nemi) | Nemora


Su Nemora il resoconto di un’escursione presso il lago di Nemi, alla ricerca dell’energia psichica e solstiziale ancora viva, . Uno stralcio:

Il percorso che risale il Vallone Tempesta non è segnalato sulle mappe dei sentieri del Parco Regionale dei Castelli Romani per una ragione molto semplice: non si tratta di un sentiero.
Nessuna segnaletica, nessuna carrareccia, nessun tracciato battuto. Puro e semplice fuoripista.
La gola del Vallone, così come descritta da Giuliano de Benedetti nelle sue ricostruzioni, è realmente popolata da una vegetazione esplosiva. Sembra quasi di ritrovarsi all’interno di uno scenario preistorico, con grandi felci, alberi di altro fusto e un muschio fittissimo che ricopre ogni masso.
Al centro, il corso d’acqua scorre rapido fra le rocce. Non sarebbe da sorprendersi se da un cespuglio nella macchia facesse capolino qualche animale estinto da milioni di anni.
Mi addentro in questo nuovo ambiente con passi delicati: sono un ospite, un OOPArt, un manufatto fuori dal tempo, un anacronismo. Non voglio disturbare, né lasciare alcuna traccia.
Mi arrampico con difficoltà fra i sassi scivolosi, tento di evitare di finire con i piedi nell’acqua ma è una speranza vana. Dopo poche centinaia di metri mi ritrovo con le scarpe ricoperte di fango e i pantaloni impregnati di acqua ghiacciata. Poco male, il silenzio violato dal solo scrosciare delle acque mi ripaga ampiamente del freddo e dell’umidità. Mi sembra di aver varcato un portale, di essere finita in uno spazio cristallizzato nel tempo.
Dal fondo della mia mente vengono evocate le note di Tumi Bhaja re Mana, un mantra a cui sono particolarmente affezionata. L’intero testo è incentrato su una connessione profonda con la dimensione del divino, con un dialogo intimistico e continuo con un elemento sacrale onnipresente. Secolarizzando questa concezione induista, la sensazione di entrare in contatto con un’entità che abbraccia e circonda è quanto di più vivido si possa sperimentare addentrandosi nei luoghi vergini custoditi all’ombra degli alberi.
Tuttavia, benché rapiti dal contesto evocativo e suggestivo, non bisogna mai dimenticarsi che la natura è, se non spietata, per lo meno imparziale verso i suoi figli.
Un piede in fallo in un punto scivoloso o una presa mancina su di un roccia malferma e si rotola giù. Salendo verso punti sempre più difficoltosi mi domando se stia osando troppo, se non sia il caso di tornare indietro.
Sarò in grado di percorrere il Vallone e di superare il corso d’acqua a ritroso? Onestamente non ne ho idea. Rapita dall’immagine della Necropoli proseguo, convinta di essere ormai vicinissima.

Fine del solstizio


La fine del solstizio, a Nemi. Grazie a Nemora.

Diana Nemorense e il Templum Dianae – Nemora


Vengo da una recente visita al Museo delle navi romane, a Nemi (vicino Roma), e l’energia del bosco sacro di Diana, di cui tutta l’area ne conserva ancora il magnetismo, mi porta a esplorare – almeno attraverso le fonti – il vicini Tempio di Diana; lo faccio ora riproponendovi un post di Nemora.

Nelle rovine del Tempio di Diana Nemorense sorge un piccolo altare, il quale è ricoperto perennemente di offerte di fiori, frutti, candele, incensi ed ex voto di vario genere. A cavallo del Templum Dianae è oggetto di visite anche da parte di pagani e wiccan provenienti dall’estero e passeggiando al suo interno in questo periodo è possibile trovarlo meravigliosamente decorato. Pare che 2400 anni dopo non sia cambiato molto da queste parti.

L’energia, che non si esaurisce, che lascia filtrare l’antico rivolo di conoscenze che nessun cristiano è stato capace di estirpare…

Un’ultima annotazione sulla tecnologia dei Romani: era molto avanzata, ingegneria ineccepibile soprattutto oggi, quando a crollare sono manufatti di appena mezzo secolo, mentre opere di duemila anni fa rimangono maestosamente e funzionalmente in piedi. Erano davvero molto più avanti di noi. Dove è iniziata l’ucronia?

Diana Nemorense e il Templum Dianae – Nemora Nemora


Su Nemora.it un bellissimo post che tratteggia il culto di Diana Nemoranse, venerata nell’antica Roma il 13 di agosto. Uno stralcio dell’articolo a metà strada tra la Storia delle religioni e l’Antropologia.

Il 13 agosto ricorreva una delle festività più sacre nell’antica Roma: il Templum Dianae, giorno dedicato alla dea Diana, signora delle selve, dea della natura, della caccia, della luna, dei campi arati e protettrice delle donne caste.
I romani di ogni estrazione sociale, in questa occasione, salivano sul tempio dell’Aventino per effettuare i sacrifici. Gli schiavi partecipavano assieme agli uomini liberi, Diana infatti veniva considerata la Madre di tutti, senza alcuna distinzione.

L’origine del culto di Diana si rintraccia nell’area dei Castelli Romani, precisamente a  Nemi, dove ancora oggi si ergono fra la vegetazione i resti del Tempio di Diana Nemorensis  (italianizzatoDiana Nemorense) -ovvero “Diana dei sacri boschi”- edificato intorno al IV secolo a.C. Questo luogo era testimone del cruento rituale di sacerdozio del Rex Nemorensis.
Con l’avvento del cristianesimo il tempio di Diana Nemorense fu abbandonato, spogliato dei suoi marmi e delle decorazioni, utilizzato come cava per materiali edili e infine dimenticato per essere poi riscoperto più di un millennio dopo.

Il culto di Diana, tuttavia, non si estinse del tutto con l’arrivo della nuova religione, soprattutto nelle campagne. Diana continuò a essere venerata dalla popolazione, fortemente osteggiata dalla Chiesa Romana, anche se parzialmente assimilata dall’iconografia cristiana.  Molti dei suoi attributi finirono per essere trasferiti a Maria Vergine, primi fra tutti i simboli del serpente e del corno lunare, che Diana porta sul capo e che invece la Madonna schiaccia sotto a un piede. La stessa figura della Befana vede i suoi natali della trasfigurazione post-cristianesimo di Diana, la quale si credeva volasse sui campi, a cavalcioni di una scopa attorniata dalle sue ninfe, nella notte fra il 5 e il 6 gennaio per benedire il nuovo raccolto.
Diana divenne la protettrice degli oppressi e dei deboli, adorata da focolai di testardi pagani e, nella sua manifestazione lunare, figura cardine di un fenomeno che prese piede nella campagne italiane e che fu vivo e fervente fino al XIX secolo: la stregheria.

Da Genzano, verso Nemi… | Robert Christopher – Dream Time Station


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Madre Universale – Nemora Nemora


Articolo intriso di Neopaganesimo, di energia, di empatia, di esoterismo, di ricordi resi vividi dalla Sincronicità. Parliamo di Nemi e del suo luogo incantato, attraversato dai culti arcaici e intensi. Da Nemora.it.

Osservando questo piccolo lago del perimetro di circa 5 chilometri e poco più di 30 metri di profondità si intuisce la presenza di un qualcosa che è difficile definire.
Personalmente, sono stata attirata in questo luogo per anni, senza comprendere per lungo tempo cosa fosse a chiamarmi qui, a spingermi a tornare. Mi limitavo a guardare il lago dall’alto, della terrazza di Nemi, in un incessante tornare appassionato quanto frustrante: ogni volta che imboccavo la via del ritorno mi accompagnava, di fatti, l’impressione di essermi persa qualcosa di importante.
Conoscevo in parte la storia del lago, le vicende legate al ritrovamento delle navi di Caligola e sapevo che sulle sponde un tempo sorgeva il santuario di Diana Nemorense. Ciò che nessuno mi aveva mai detto era che il tempio fosse ancora lì, in parte intatto.
Le mie visite a Nemi sono proseguite per anni, finché una notte un sogno cambiò la carte in tavola. Sognai di scendere lungo le sponde del lago e di percorrerne la circonferenza, nel corso della passeggiata trovavo cose meravigliose quanto confuse. La mattina successiva decisi che alla prima occasione avrei esplorato il periplo del lago.

L’unica persona con cui avevo parlato del santuario mi disse che non esisteva più, che essenzialmente rimanevano solo tre pietre sparse per terra e l’accesso all’area era per lo più interdetta. Il segnale, tuttavia, lasciava presagire molto di più.
Abbandono l’auto a bordo strada e incomincio a camminare seguendo un sentierino nel bosco. Con il senno di poi, avrei scoperto che procedendo poche centinaia di metri più avanti sarei incappata in un percorso molto più comodo e diretto, ma all’epoca non potevo immaginare niente di tutto ciò.
Così, dopo 15 minuti di cammino, mi persi. Come accade di continuo.
Tuttavia, è sempre stato smarrendomi che sono riuscita a fare le esperienze più interessanti e anche in quel caso il destino non si smentì.

Nel fitto del bosco non c’era alcun tipo di indizio che indicasse dove fossero i resti del tempio, così proseguivo alla cieca. Fu provvidenziale l’incontro con tre avventori che passeggiavano in tutta serenità in mezzo al nulla il cui mi trovavo: chiesi informazioni e mi indicarono la via per giungere all’area archeologica dal punto in cui eravamo.
Mi persi di nuovo, ma almeno adesso sapevo che orientativamente la direzione era quella giusta. Dopo una decina di minuti mi ritrovai davanti a una casetta contadina diroccata, poco dopo notai dei terrazzamenti e dei grossi massi squadrati a terra. Capii di essere già all’interno del recinto sacro.
Il sole stava cominciando il suo arco verso il tramonto, davanti a me il lago baluginava fra gli alberi.

AERIA VIRTUS

"l'unico uccello che osa beccare un acquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'acquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

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CARTESENSIBILI

Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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