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Archivio per Orson Hentschel

Orson Hentschel – Facades | Neural


[Letto su Neural]

Una sinuosa voce femminile racconta qualcosa in lingua koreana. L’incedere della narrazione è piuttosto teatralizzato, avvolgente, caldo e un po’ inquietante. L’elettronica in sottofondo è dipanata in maniera accurata e con atmosfere tese e incalzanti. Orson Hentschel è un artista multimediale che non disdegna certo strutture musicali accuratamente sceneggiate, dove gli elementi audio e testuali concorrono nel definire multiformi ambientazioni e caratteri. Il confine tra quello che definiremmo una composizione autenticamente sperimentale oppure una progettualità certo contemporanea, ma fondamentalmente cinematica, è sempre mantenuto incerto: nella prima delle due facades con connotazioni fascinose, cyber e metropolitane, da introspezione onirica e flusso di coscienza, nell’altra in maniera poi non dissimile ma con sottofondi prima silenti, che crescono in maniera molto ipnotica e iterata, come a successive ondate. Il setting è predisposto non lesinando su tutto il futuribile, evolvendo in maniera alquanto rituale e catartica, dando spazio a sonorità sintetiche, che non sono solo uno stanco accompagnamento dell’insensato dialogo in una lingua che comunque non comprenderemmo – considerando oltre che il testo non segue nemmeno un canovaccio o un qualche preciso significato. La parola assume qui il valore di qualsiasi altro elemento musicale, è solo una delle tante componenti che riflettono lo sviluppo della opera. L’idea per questa uscita a marchio Denovali è nata in un periodo in cui Hentschel stava attraversando un preoccupante stato di blocco creativo e scrivere di nulla è sembrato allora l’unico modo onesto per esprimersi, mantenendo un ritmo misurato e abbinando la sua elettronica alla performance parlata di Danhee Joe che ha anche tradotto il tutto. Il contrappunto fra testi e musica deve aver smosso importanti ingranaggi, fornendo il giusto supporto a una creatività principalmente audiovisiva e combinatoria. L’energia è comunque fisicamente palpabile ed elettrizza all’ascolto nelle sue forme melodiche maggiormente evidenti e negli interstizi nascosti, nelle pause del declamare e in quello che è detto ma non capito. Alla fine ci si rende conto che, seppur meno astratta di altre uscite del genere, sempre di lavoro su elementi formali e di linguaggio si tratta: qualcosa si trasforma in qualcos’altro, strati sonori elettronici ripetitivi e minimali sono sovrapposti e l’ascoltatore è tenuto in bilico costante in una suspense di illusioni e allusioni alla quale è difficile opporsi.

Orson Hentschel ‎– Electric Stutter | Neural


[Letto su Neural]

In questo suo secondo LP, sempre per Denovali – il primo era stato Feed the Tape nel 2016 – Orson Hentschel mette da parte un approccio complessivamente più experimental e purista per abbracciare contaminazioni pop e influssi contemporanei meno concettualmente insistiti. Se i reali cambiamenti per gusto e stile – quelli che incidono profondamente le nostre “abitudini d’ascolto” – avvengono soprattutto nella sfera del quotidiano, è nella commistione d’elettronica alquanto rarefatta e ambientali partiture, culture alte e basse, elegiache sonorità e minimalismi, che Electric Stutter trova la sua maniera di coinvolgere all’ascolto. L’effetto è allo stesso tempo delicato e potente, stilizzato ma in definitiva molto cinematografico e ricorda in qualche passaggio anche le maniere “orchestrali” di certi gruppi post-rock, a volte freddi e contenuti, in altre iterazioni più melodici e ridondanti. Non è questa un’operatività inedita alle latitudini elettroniche di molti mavericks contemporanei, eppure Hentschel riesce ad esprimere una cifra propria, autentica nella giustapposizione d’elementi musicali e sequenze strutturali che reggono la complessa partitura. Il compositore tedesco ha vocazione drammatica da spendere, un notevole senso del ritmo e cura dei dettagli: all’appeal del manipolatore da consolle aggiunge costruzioni che possono essere spese in live più fisici e spettacolari, non adatti per il dancefloor ma che potrebbero benissimo tenere le scene in festival ed happening di vario tipo. Anche se Hentschel ha attraversato una formazione classica, le sue tecniche compositive attingono da differenti versanti tanto da avvicinarlo più alla dimensione tipica dell’artista multimediale che non a quella del musicista. Lungo le nove tracce dell’album – un doppio LP in vinili da 180 grammi o in cd – sono molti i fotogrammi auditivi, le possibili narrazioni, le sequenze simboliche che si susseguono. L’energia è palpabile, la tensione costante e mobilissima nell’integrazione dei vari “quadri” sensoriali, con una resa che non consente distrazione alcuna o cali di partecipazione. Il paradiso futuro forse è solo un lieve ticchettio, poche note dilatate e un crescendo ad arte irrisolto, la costanza di trascinare un processo verso la sua consunzione, l’ennesimo risuonare che nel buio d’una sala e davanti ad uno scelto pubblico trova la sua ragione d’essere.

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