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Archivio per Ottaviano

Il gran rifiuto di Ottaviano Augusto – di Alecs Ferrante


[Letto su Impero Romano – gruppo privato FB]

Il 13 gennaio del 27 a.C. davanti a un corpo senatorio rimaneggiato, Ottaviano, nell’atto in cui era eletto console per la settima volta, fece il “gran rifiuto”:
Seduto nella sedia curule e il volto ancora pallido per la recente malattia, rimise nelle mani del popolo tutte le prerogative eccezionali che gli erano state conferite. Aveva bruciato metà dei suoi 36 anni in una vita di lotte e la sua salute ne risentiva spesso, cagionevole qual era. Non improvvisava mai e lesse il discorso che si era scritto: “…riprendetevi la libertà e la forma popolare dello Stato, riprendetevi l’esercito e le genti a voi soggette, e governateli secondo il costume antico…”
Un brivido di sgomento percorse l’aula del senato: i presenti, spiazzati, immaginarono il futuro in preda a un caos amministrativo e militare ma la maggioranza, che aveva salutato di buon grado l’abdicazione, gli restituì i poteri ai quali aveva rinunciato. Non solo, in una nuova seduta e in virtù di una recente legge, l’eminenza grigia del principato, Mecenate, gli attribuì il nome onorifico di “Augustus”: “per grazia di Dio”, un favorito del Cielo, un uomo più che umano.
La sua abdicazione fu solo formale e il sogno di Cicerone divenne realtà: la conservazione della massima magistratura repubblicana. Augusto capì, lungi dal suo predecessore, che la rivoluzione doveva passare attraverso la conservazione di pensieri nativi. Fu superiore a tutti per autorità ma non ebbe maggior poteri di quelli affidati ai colleghi magistrati. Un’autentica mossa diplomatica: secondo la teoria repubblicana, il popolo emanava ordini che il senato convertiva in delibere ufficiali ma le assemblee popolari, secondo il nuovo disegno, furono svuotate di funzioni giudiziarie, non avendo più potere di far la guerra o proclamare la pace ma solo il diritto di elezione alle magistrature. Ciò che le assemblee perdettero lo guadagnò il senato (potere legislativo ed esecutivo) ma il princeps poteva piegarlo ai suoi voleri in virtù della sua “auctorictas” e non di un privilegio giuridico.
Testimonianza di tale preferenza per il senato fu la creazione di un “Gabinetto” che fosse chiamato ad assisterlo anche su questioni di sua esclusiva competenza. Questo fu poi ampliato con un console, un pretore, un edile, un tribuno, un questore e 15 senatori estratti a sorte.
Accentrò nelle sue mani l’intera forza militare senza alcuna tirannide ma come servitore della Repubblica e allo scopo di prevenire le interferenze nell’autorità dello Stato; non considerò l’esercito un elemento fondamentale dell’impero e se anche in materia non fosse talentuoso come Giulio Cesare, c’era un valido comandante deputato a tal fine: Agrippa.
Nell’autunno del 27 Augusto partì per le Gallie portando con sé il figliastro Tiberio, figlio di primo letto di Livia, e il figlio di primo letto di sua sorella Ottavia, Marcello, per riorganizzare e sviluppare l’edilizia e il sistema finanziario. La Narbonese era in cima ai suoi pensieri. Nel 26, però, cambiò programma spostandosi in Spagna, la fonte mineraria dell’impero: soggiogò le rivolte dei Asturi e dei Cantabri con due armate ma riparò a Tarraco per la salute malferma e lasciando le truppe ai luogotenenti. Soggiogò i Salassi allo stesso tempo, per difendere i confini e controllare la produzione aurifera delle vallate. Solo la campagna in Egitto andò a mal fine: una lunga marcia di sei mesi per andare incontro alla mancanza d’acqua e a un presto rientro. Augusto fu costretto a destituire il prefetto Cornelio Gallo e a espropriare le sue proprietà, con un decreto del senato, fino a spingerlo al suicidio: con la vanità e la millanteria, Gallo aveva fatto erigere statue nel territorio egiziano raffiguranti la sua effige, solo per aver soffocato una rivolta a Tebaide.
Nel 25 Augusto tornò a Roma e chiamò Messalla Corvino come prefetto dell’urbe, un’antica magistratura cui Messalla dovette rinunciare trovando l’istituto una innovazione pericolosa. Il problema che più lo tormentava, tuttavia, era come assicurare il funzionamento del principato in caso di sua fine prematura: la delicatezza del suo organismo gli faceva pensare con ansia all’avvenire. Chi era degno di succedergli?
Roma trattenne il respiro ma un medico greco, Antonio Musa, con i suoi trattamenti a base di acqua fredda guarì il princeps prima di agosto da una febbre tifoidea. Aveva rinunciato al consolato e nominato Sestio Quirinale quale successore, un vecchio repubblicano che aveva combattuto a fianco di Bruto.
Il destino volle che superasse le difficoltà con l’attribuzione di un “majus imperium” valido su tutte le province ma saggiamente programmato per una durata temporanea: aveva il comando supremo dell’esercito, decideva la distribuzione delle terre e interferiva nel governo delle province senatorie, controllava l’elezione dei magistrati e influiva sulle deliberazioni del senato e delle assemblee. Anche la polizia, i lavori pubblici e l’annona erano nelle sue mani. Potendo alimentare il tesoro pubblico coi propri fondi privati, era anche in grado di controllare le finanze in quanto la sua casa era il massimo organismo bancario e commerciale di Roma. Solo una concessione gli fu decretata a vita: la potestà tribunizia.
Non poteva però sfuggirgli l’importante problema della successione. Augusto non poteva emanare, al riguardo, una legge valida per tutti i tempi, ma, designando un successore, creava un precedente: nominò già in vita un collega che possedesse “l’imperium proconsulare” e il potere tribunizio. Scelse Agrippa e dopo di lui il figlio adottivo Tiberio, sacrificando un successore che perpetuasse il suo stesso sangue e le tradizioni della gens Iulia. Fu uno dei pochi errori di Augusto: il sistema quasi ereditario, pur dando frutti in quanto Tiberio era l’uomo più capace dell’impero, non offriva alcuna protezione contro un pazzo come Caligola, uno zotico pedante come Claudio, un mostro come Nerone, un Domiziano o un Commodo;
Augusto non aveva la stoffa del giurista o del filosofo ma un talento pratico al di fuori del comune e un gran considerazione dell’opinione pubblica; e, alle sue spalle, un consulente legale come Ateio Capitone.
Il gigantesco meccanismo poggiava su due principi fondamentali: la sovranità di un popolo visto come unica fonte di potere; un potere delegato sottoforma di imperium a un magistrato, alla morte del quale esso tornava al popolo. Una magistratura perpetua e non provvisoria implicava il rischio che potesse scivolare in qualcosa simile alla monarchia e che il primo cittadino diventasse padrone e non un capo. Non “dominatio” ma “principatus” insegneranno Plinio e Dione Crisostomo a Traiano nell’arte di governo.
In quattro anni il principato aveva fatto i primi passi verso quell’articolazione che doveva renderlo il più complesso e omogeneo sistema di governo che la storia conosca.

Mausoleo di Augusto


Ti racconto ancora una favola, una frastagliata visione di edifici antichi che si stagliano sull’orizzonte imprecisi, inesistenti, eppure maestosi e memori della grandezza passata. Io sono nei loro pressi.

L’oblio sulla grotta della natività di Roma. A chi fa paura il Lupercale – SATURNIA TELLUS


Su SaturniaTellus un post fiume molto interessante che ribadisce l’importanza della Grotta del Lupercale a Roma, ne rinnova la notizia della sua scoperta avvenuta più di dieci anni fa e rafforza le tesi dell’archeologo Andrea Carandini, che teorizza la continuità ideologica tra Ottaviano e Romolo; come? Eccone un dettaglio che ho sfruttato nel mio ultimo romanzo, ancora inedito: Punico.
Il mio consiglio è di leggere attentamente tutto l’estratto, la sorpresa corposa è alla fine ma ha bisogno di un’attenta lettura storiografica e archeologica di tutto l’esposto. Buona lettura!

L’ha (ri)scoperta nell’angolo sud occidentale del colle Palatino, nel novembre 2007, la Soprintendenza archeologica di Roma. Si trova nell’area dei palazzi di Augusto, in asse tra il Tempio di Apollo e l’attuale Basilica di S. Anastasia, a ridosso di quest’ultima e prospiciente il Circo Massimo. È sepolta sotto 16 metri di terra e finora è stata solo esplorata da una telecamera sonda la quale ha mostrato una struttura di 9 metri di altezza per 7,5 di diametro, con le pareti riccamente decorate da motivi geometrici realizzati a mosaico policromo e filari di conchiglie, con al centro l’aquila di Augusto. A detta delle autorità in materia, è la grotta della natività della Romanità, la nostra “capanna di Gesù bambino” (e vedremo il parallelismo non è un gioco di parole), l’antro nel quale approdarono, sospinti dalle acque del Tevere, i gemelli Romolo e Remo. Ovvero, il Lupercale. «È incredibile pensare» dichiarò l’allora ministro per i Beni culturali Francesco Rutelli «che possa essere stato finalmente trovato un luogo mitologico, oggi diventato finalmente reale». E il soprintendente archeologo, Angelo Bottini, così certificò: «Abbiamo la ragionevole certezza che quella sia la grotta della lupa». Entusiasta per «una delle più grandi scoperte mai fatte» il professor Andrea Carandini. Insomma, un ritrovamento che fa uscire Romolo e la lupa dalla leggenda, per farli entrare nella storia dalla porta principale. Un’altra sonora scoppola dell’archeologia alla storiografia. Ebbene, sono passati dieci anni e cosa è successo? Studi, ricerche, nuovi scavi, dibattiti sull’eccezionalità del rinvenimento? Nulla di tutto questo. Nulla di nulla. Tutto fermo a quel giorno di novembre. Una annosa cortina di nebbia sospetta ha, infatti, sepolto di nuovo il Lupercale. Se mai avessero trovato qualcosa del genere all’estero, sarebbe diventata un’attrazione “mondiale”. Da noi no. Un silenzio tombale ha avvolto lo scavo dove Romolo e Remo erano stati salvati dal Tevere ed erano stati nutriti dal picchio e dalla lupa, personificazioni dei re arborigeni e oracolari Pico e Fauno. Proviamo allora ad abbozzare una spiegazione all’apparente mistero, partendo dall’inizio.

Il Lupercale

La fonte più diretta sull’esistenza del Lupercale è Dionigi di Alicarnasso. In Antichità Romane (I, 32, 3-5; I, 79, 8) scrive: “C’era un sacro luogo, coperto da un folto bosco, e una roccia cava dalla quale sgorgava una sorgente; si diceva che il bosco fosse consacrato a Pan, e ci fosse un altare dedicato al dio. In questo luogo giunse la lupa e si nascose. Il bosco non esiste più, ma si vede ancora la grotta nella quale sgorga la sorgente, costruita a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo, e vicino c’è un recinto nel quale è una statua che ricorda la leggenda: rappresenta una lupa che allatta due neonati, le figure sono in bronzo e di antica fattura. Si dice che in quest’area ci sia stato un santuario degli Arcadi che, in passato, giunsero qui con Evandro. In questo luogo i Romani costruirono un altare al dio e fecero il loro tradizionale sacrificio, che hanno continuato a offrire in questo giorno del mese di febbraio, dopo il solstizio di inverno, senza alterare nulla nei riti allora stabiliti. Questo posto i Romani lo chiamano il Lupercale”. Altre fonti che citano il Lupercale sono Livio (Ab Urbe Condita, I, 5.1.), Virgilio (Eneide, VIII, 342-344), Ovidio (Fasti, II, 381-382.), Plutarco (Romolo, 3-4), Velleio Patercolo (Historia Romana 1.15.3), Varrone (De Lingua Latina 5.54). Il primo imperatore Giulio Cesare Ottaviano Augusto – il rifondatore degli antichi culti che si considerava erede dei re del Lazio Pico, Fauno, Latino e di Enea in quanto membro della gens Iulia per essere stato adottato da Cesare – nelle sue Res Gestae ricorda con orgoglio di aver restaurato il Lupercale. Nell’area del suo immenso palazzo/santuario edificato su Palatino, che dominava il Circo Massimo e l’antico approdo sul Tevere, inglobò la sacra grotta restaurata, ponendola in asse sotto il tempio di Apollo. Il Lupercale compare ancora nel IV secolo sui Cataloghi Regionari (elenchi di monumenti) della Regio X Palatium. Successivamente, per secoli, se ne perde memoria scritta. Solo nel 1526 una grotta-ninfeo decorata con conchiglie e pietre venne riscoperta ai piedi del Palatino: secondo il noto archeologo e topografo Rodolfo Lanciani (che pubblicò la Forma Urbis Romae, la mappa di tutti i resti conosciuti della Roma antica su fonti della pianta marmorea severiana) si tratta proprio del Lupercale. La scoperta del 2007 conferma tutte queste fonti.

Il primo Natale cristiano al … Lupercale

Nel IV secolo l’imperatore Costantino fece edificare la prima costruzione cristiana del centro di Roma: la chiesa di Anastasia, dedicandola alla sorellastra. Oggi è caduta quasi nel dimenticatoio ed è fuori dai circuiti turistici, ma all’inizio dell’era cristiana era la terza per importanza a Roma, dopo il Laterano e S. Maria Maggiore. La sua posizione, alle pendici del Palatino verso il Circo Massimo, la fece eleggere a chiesa di corte imperiale (tituls Anastasiae). Sappiamo che in Anastasia (solo con Teodorico diverrà Sant’Anastasia) i papi, a partire dal V secolo, celebravano regolarmente il 25 dicembre il Natale di Cristo. Fu Sisto III a introdurre l’uso di un rito solenne tripartito: poco dopo la mezzanotte il vescovo di Roma teneva la prima messa nella basilica di S. Maria Maggiore; dopo, prima del sorgere del sole, celebrava la seconda in Anastasia; infine, all’alba, la terza messa in S. Pietro. L’uso di celebrare a Roma il Natale in data fissa, il 25 dicembre, era già documentato a partire dal 336 e. v. nel Depositio Martyrym, il calendario liturgico di Filocalo (in precedenza non c’era tradizione unitaria sulla ricorrenza e le comunità cristiane la festeggiavano con irregolarità e in mesi diversi). Era stato Costantino – l’imperatore che aveva già concesso la libertà di culto ai cristiani nel 313 e si era occupato della data della Pasqua nel 325 (Nicea) – a sovrapporre la festa per la nascita del Cristo alla ricorrenza romana della nascita del Sole invincibile (Natalis Solis Invicti), festa calendariale che Aureliano, nel 274 e.v., stabilì al 25 dicembre, al culmine delle feste solstiziali che seguivano i Saturnali e a suggello millenario della tradizione di culti solari che attraversava tutta la storia della romanità e del mondo italico (dalla Valcamonica ai Pelasgi, dall’Ausel del sabini all’An-sur, il non spento, di Terracina, dal Monte del Sole/Soratte, al Sol Indiges di Laurento, sino alla definitiva consacrazione augustea, con l’edificazione del tempio di Apollo entro il pomerio). Il Cristo che-ci-salva-la-vita, dunque, prendeva il posto del Sole che-dà-la-vita. Ma Costantino si spinse anche oltre. Fece in modo che la prima officiatura del natale di Cristo avvenisse proprio nella chiesa di Anastasia (Silvestro vescovo, 326 e.v.). E perché mai? Oltretutto, l’imperatore aveva già spostato la capitale a Bisanzio/Costantinopoli. Sarà forse perché a ridosso della basilica di Anastasia, edificata su una porzione del palazzo/santuario di Augusto (il frontale, che sporgeva sul Circo Massimo), c’è il Lupercale? (*)

Costantino, facendo celebrare la prima messa di Natale, e fissandola simbolicamente in Anastasia, prese “politicamente” due piccioni con una fava, imponendo la svolta (cristiana) alla storia. Operando una ulteriore sovrapposizione/mistificazione dopo quella della data, assimilò (e tombò) la natività di Roma, rappresentata dal Lupercale, all’altra natività d’importazione, quella del Nazareno e della sua capanna/grotta/spelonca di Betlemme, trasformando così il vecchio culto in favore del nuovo, con una forzatura che tuttavia non operava tagli netti alla Tradizione. Grotta per grotta, nascita per nascita. E, da romano-nonostante-tutto, lo fece in situ, per assicurarsi coerenza formale e continuità ideale (non a caso aveva fatto precedere l’erezione della sua Costantinopoli dai riti romani di fondazione). Da Roma, e solo da Roma, con la sua autorevolezza e con le e sue consolari, la novità del Natale cristiano poté espandersi, come fece, a tutto il mondo conosciuto e dominato: dall’Italia alla Bretagna, alla Spagna, all’Africa settentrionale, al Medio oriente, ai Balcani. Se oggi festeggiamo il 25 dicembre, con l’annesso immaginifico della grotta e della nascita del “Salvatore” figlio di dio e di vergine, è grazie a tutto questo. Dunque, come ha ben scritto Carandini (La casa di Augusto. Dai “Lupercalia” al Natale, Roma-Bari, 2008) è assolutamente certo che “alle pendici del Palatino si erano succeduti natali, epifanie e fondazioni tra Romolo, Augusto e Cristo”, ma questa verità, incontestabile, è oggi assai imbarazzante per la Chiesa cattolica. È questo il motivo per cui, per Roma e per l’Italia, il Lupercale deve rimanere sepolto? Col favore degli insipienti e dell’opinione pubblica, crediamo che più di qualcuno pensi sia un bene che Romolo rimanga una favoletta: sai mai che possa tornare alla memoria che pure lui è figlio di dio (Marte) e di vergine (Rea Silvia).

Cleopatra VII


Il continuum mi corteggia, mostrando alcune delle mie attuali suggestioni.

Gli affreschi virtuali al Palatino | 06blog


Su 06blog un articolo che annuncia prossime visite guidate al Palatino e al Foro Romano con l’ausilio di tecnologie virtuali, tali da mostrare com’erano le pitture sui muri rimasto spesso senza più pigmenti. Saranno visite a numero chiuso, a partire dal prossimo 28 settembre, e francamente tutto ciò è qualcosa che mi lascia a bocca spalancata, un’epifania che mi fa tremare.

La rivoluzione al Foro Romano e al Palatino continua: è un salto nel futuro in questo luogo che segna le origini e il passato di Roma. Facciamo un salto nel futuro attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie immersive che consentono al visitatore un’emozione nuova, quella di vedere in dettaglio quello che ormai è solo un lacerto di pittura su un antico muro.

I Luoghi segreti si articola in due focus, dedicati uno al Palatino, con le Case di Augusto e di Livia, l’Aula Isiaca/Loggia Mattei; l’altro al Foro Romano, con Santa Maria Antiqua, il Tempio di Romolo e l’Oratorio dei quaranta martiri.

L’anno di Magritte | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine un bell’articolo che ricorda il cinquantenario della scomparsa di Magritte:

Il 2017 è il cinquantesimo anno dalla morte di un grandissimo artista: René Magritte. Se lo dobbiamo definire come esponente di una corrente artistica possiamo dire che è surrealista, ma lui ha dato un grosso contributo (insieme certo a Marcel Duchamp, fra gli altri) all’arte concettuale. Il suo surrealismo ha una particolare connotazione: mentre gli altri spingono sulla leva dell’eccesso, del non sense, Magritte gioca con gli scivolamenti semantici soprattutto in ambito visivo e linguistico, sulla contraddizione fra immagine e significato, su ciò che noi per abitudine diamo per assodato e che con un ribaltamento può non essere così scontato. Il famosissimo dipinto “Ceci n’est pas un pipe” è solo un esempio emblematico della poetica dell’artista e forse il più accessibile. Ma ci sono inquietanti opere che ribaltano le nostre certezze, alzando i veli di verità, che noi crediamo rivelate e che potrebbero essere non così assolute.
Per omaggiare l’artista i Musei Reali delle Belle Arti del Belgio, La Fondazione Magritte, le Edizioni WPG Belgio, la cittadina di Knokke-Heist e il monumento simbolo di Bruxelles, l’Atomium, hanno creato un marchio comune, l’Anno di Magritte, che promuoverà tanti eventi sotto la propria egida.

Il calendario è fitto, ricco di sfumature e inventiva che rivaleggiano con la creatività dello stesso artista; mi viene da fare un triste paragone con i 2000 anni dalla morte di Augusto, passati nel 2014 senza un vero e proprio evento che lo ricordasse degnamente: all’estero sembrano davvero intendersi di Cultura e Storia, eh sì…

∂| ThrillerMagazine | Sfida per l’impero


Su ThrillerMagazine un post per segnalare l’uscita di un romanzo storico di Andrea Frediani, Sfida per l’impero.

Ottaviano è a un passo dalla consacrazione finale: il raggiungimento del potere assoluto. In meno di dieci anni, ha eliminato uno a uno tutti i suoi avversari e vendicato il padre adottivo Cesare. Solo un uomo può contrastare le sue sfrenate ambizioni, un personaggio influente e potentissimo, al punto che il futuro Augusto l’ha dovuto far diventare suo cognato e ha spartito con lui l’impero: Marco Antonio. Ma ora il giovane erede di Cesare si sente abbastanza forte da affrontarlo a viso aperto: con la propaganda, grazie ai consigli dell’astuto Mecenate, e con gli eserciti e le flotte, affidati al leale Agrippa. La resa dei conti è vicina. E mentre Antonio, a Oriente, rafforza il suo legame con la regina d’Egitto Cleopatra, Ottaviano, in Occidente, si misura sul campo di battaglia per diventare un condottiero celebre quanto il suo rivale ed estendere i confini del proprio dominio. Un passo dopo l’altro, arriva finalmente il momento del confronto, un duello al quale i due antagonisti si sono preparati con cura per anni, dissimulando le proprie intenzioni sotto un apparente rispetto verso la Repubblica. Sarà proprio la battaglia di Azio, una delle più significative della storia romana, a decidere non solo i destini dell’impero, ma anche chi sarà il padrone del mondo.

Dalla quarta sembra un romanzo assai rispondente alla Storia, e ciò mi basta per averlo tra i desiderata. A voi la lettura…

Palazzo


Il viottolo polveroso porta al Palazzo, intorno echi dissonanti delle ombre passate, larve antropomorfe di un’esistenza evanescente, inutile, nemmeno l’ideo dell’immortalità.

Romano Impero: DOMUS AUGUSTA


Splendido articolo sul palazzo imperiale a Roma, la casa che Ottaviano si regalò nel corso di un’intera vita. Su RomanoImpero.

Augusto era sobrio in tutto, e non perchè voleva dimostrare di esserlo, come è stato scritto, ma lo era davvero. Lo era nel cibo, nelle vesti e pure nella casa, ma non era di gusti volgari, come afferma Svetonio, e la sua domus lo dimostra. La casa, di epoca tardo repubblicana, intorno al 36 a.c., era di Augusto quando non era ancora imperatore, lo diverrà nel 27 a.c.. Augusto era di gens Iulia, famiglia ormai ricca grazie a Cesare, sua madre Azia era la figlia della sorella di Cesare, Giulia minore, inoltre suo padre era un ricco mercante. Insomma avrebbe potuto scegliere molto di meglio per la sua casa, ma c’erano due ragioni: era un tipo sobrio, e amava i miti della grandezza di Roma.

Per raggiungere la Domus si parte dalla via Sacra, all’altezza del tempio di Antonino e Faustina, passando accanto alla Regia e al tempio di Vesta. Poi si prende una scala che porta in salita alla grandiosa Domus Tiberiana, quindi a sinistra e diritto nel lungo portico che termina alla “Casa di Livia” dietro la quale si trova la “Casa di Augusto” con a fianco il tempio di Apollo Palatino, a dominare il Circo Massimo.

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Ottaviano Augusto


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Subdoli e alternati sono i surrogati delle barricate tirate su sul fiume, lì dove nulla sembra davvero solido e inattaccabile. Da laggiù vedo arrivare l’onda di piena, e so che la mia nobiltà è intrisa di ciò.

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