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Il destino del corpo elettrico – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Sandro Moiso a Il corpo virtuale. Dal corpo robotizzato al corpo disseminato nelle reti, riedizione del saggio che Antonio Caronia scrisse anni fa e che ora è curato da German A. Duarte, con una postfazione di Marcel-lí Antúnez Roca.

“Canto il corpo elettrico, le schiere di quelli che amo mi abbracciano e io li abbraccio, non mi lasceranno sinché non andrà con loro, non risponderà loro, e li purificherà, li caricherà in pieno con il carico dell’anima.
È mai stato chiesto se quelli che corrompono i propri corpi nascondono se stessi? E se quanti contaminano i viventi sono malvagi come quelli che contaminano i morti? E se il corpo non agisce pienamente come fa l’anima? E se il corpo non fosse l’anima, l’anima cosa sarebbe? (Walt WhitmanI Sing the Body Electric)”.

Sono passati più di centocinquant’anni dalla prometeica intuizione contenuta nei versi di Walt Whitman e inserita nella sua unica raccolta di poesie, «Foglie d’erba», pubblicata per la prima volta nel 1855 e in seguito rivista ed ampliata più volte. Eppure soltanto oggi è forse possibile comprendere appieno il significato di quella comunanza dei corpi “fisici” e la loro intrinseca e specifica bellezza e diversità esaltata allora dal poeta americano.
È stato Antonio Caronia (1944-2013), in un saggio edito per la prima volta nel 1996 e oggi ripubblicato dalle sempre meritorie edizioni Krisis Publishing di Brescia, a sviluppare in senso attuale quel “canto”. Anche se lo ha fatto in prosa e con un testo che analizza nel dettaglio le trasformazioni del corpo fisico e della specie avvenute in seguito allo sviluppo delle diverse tecnologie a disposizione delle differenti e successive società umane, nel tentativo di proiettarsi nella comprensione del destino futuro delle funzioni e dello sviluppo dello stesso una volta inserito nel magma della comunicazione elettronica.

L’autore, saggista, docente di Comunicazione all’Accademia di Brera e figura di spicco della critica letteraria fantascientifica italiana fra gli anni settanta e ottanta, attraverso una cavalcata che, sulle orme di Marshall McLuhan e dei più importanti innovatori della letteratura fantascientifica e del cinema corrispondente (da Asimov a Ballard e da Dick a Sterling e Gibson fino a Cronenberg), ci porta dall’avvento della scrittura alla Rete e oltre. Ci fa riflettere sulla progressiva esternalizzazione delle funzioni cognitive, ma non solo, svolte dal nostro corpo “naturale” a favore di tecnologie che se da un lato ingigantiscono le nostre capacità di gestire dati, dall’altra sembrano trasformare e condizionare sempre più il nostro immaginario e il corpo “sociale”.

“La prima edizione di questo volume è apparsa nel periodo in cui si andavano consolidando le narrazioni utopiche che hanno accompagnato lo sviluppo delle tecnologie digitali e della rete […] La rete, in particolare, sembrava poter dare voce al singolo cittadino, e molti leggevano questa sua potenzialità come la capacità, insita nel digitale, di determinare processi sociali complessi. Ed era fuor di dubbio, all’interno della narrazione utopica, che tutti questi processi fossero avviati verso una democrazia diretta, o quantomeno più partecipativa.
[…] Negli stessi anni, però, il panorama democratico e quello liberale cominciavano ugualmente a mutare. Progressivamente, quegli stessi scenari si trasformavano in un laboratorio per le multinazionali e le corporations che regnano nel mediascape contemporaneo. E’ infatti proprio nel momento più alto dell’ondata libertarianista che, in forma embrionale, le corporations hanno trovato terreno fertile, minando progressivamente questi spazi di libero scambio di idee, d’informazione e di merci, e appropriandosene successivamente a livello planetario1“.

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Cosa “raggi B”, cosa “lacrime nella pioggia”?


I sintomi che provi sono assimilabili agli stimoli che fornisci, mostri di empatia che navigano nel tuo subconscio fino alle porte di Tannhäuser.

Addio Magister | Fantascienza.com


Su Delos 235 l’editoriale di Carmine Treanni che ricorda Valerio Evangelisti, anche tramite un paio di pensieri che incollo qui sotto; Valerio ci manca ogni giorno di più…

Ecco cosa disse Evangelisti, ormai un po’ di anni fa, riguardo la letteratura di SF:

“Io sono convinto che in tutta la letteratura di genere, la fantascienza sia stata la regina assoluta, e sicuramente la più prossima, pur nella sua diversità apparente, alla letteratura generale, ma non generica, cioè mainstream, ma alla letteratura alta. Se prendo uno scrittore di gialli, ma anche di un noir tradizionale, mi è difficile pensare ad un qualsiasi rapporto con la letteratura generale, mentre con la fantascienza il rapporto diventa facile. Per esempio, c’è stato il recupero di uno scrittore come Philip Dick, considerato uno scrittore di fantascienza solo una ventina di anni fa, e oggi apprezzato come uno scrittore tout court. La fantascienza è una letteratura capace di indagare anche sulla società e sull’uomo. È uscita dall’ambito strettamente letterario, fino ad impregnare letteralmente tutto il nostro immaginario, indebolendo fortemente l’oggetto letterario. Questo vuol dire una supremazia assoluta nel campo della narrativa di genere, e una assoluta appartenenza alla cultura del nostro tempo”.

Ecco cosa disse Valerio a proposito dei suoi romanzi:

“Mi spaventerebbe pensare che i miei romanzi siano facilmente etichettabili. Fin dall’inizio, Vittorio Curtoni, disse, a proposito dei miei romanzi di Eymerich, che non era fantascienza, ma che era anche fantascienza. Ritengo che in una fase in cui la letteratura non di genere esprima abbastanza poco, la letteratura di genere – che è massimalista, perché contiene grandi idee, concetti e visioni – sa affrontare problemi che la letteratura non di genere normalmente trascura. Io ho tentato di scrivere romanzi costruiti sulla base di tutti i generi letterari. In alcuni romanzi, ad esempio, ci sono anche aspetti horror. In pratica, ho tentato di trasfondere nella mia scrittura tutto ciò che avevo letto e con cui mi ero formato, quindi anche della letteratura di genere”.

 

 

Small Town in Wonderland – LiquidSky Agency


Anticipazione di LiquidSkyAgency per WonderLand in onda martedì sera su Rai4, dove nell’angolo “SoundInvaders”, curato da Mario Gazzola si parlerà di P. K. Dick e di Blade Runner, perché è il quarantennale del film.

La puntata sarà dedicata a celebrare il quarantennale dell’uscita nei cinema di Blade Runner, alla memoria di Philip K. Dick (qui sotto a sinistra), il suo autore letterario scomparso proprio 40 anni fa (di cui Mondadori sta ripubblicando tutte le opere in Oscar Cult), e di Vangelis, autore (anche lui scomparso purtroppo pochi giorni fa) della non meno memorabile colonna sonora del capolavoro cinematografico diretto da Ridley Scott.
Scorreranno sullo schermo tre video clip di altrettante band italiane ispirate dal titanico scrittore californiano, mito della fantascienza mondiale: il primo sarà Mondi Paralleli della PFM, dall’ultimo album Ho sognato pecore elettriche, poi seguirà V.A.L.I.S. dei milanesi Amplifire, ispirato all’omonimo romanzo fantamistico della fase finale di Dick. Quindi sarà la volta Small Town, New Town dei bresciani Mugshots, che presenteranno in anteprima mondiale a Wonderland il videoclip della canzone ispirata al racconto del 1954 Piccola Città, opera del team creativo di LiquidSky.
Anticipato dal servizio pubblicato sul ReWriters Mag Book di aprile – di cui QUI vi presentiamo in esclusiva l’estratto in quadricromia – il videoclip diretto e montato da Walter L’Assainato si basa su un’animazione 2D vintage dei disegni realizzati da Roberta Guardascione, che per gli scenari urbani ha rielaborato le foto scattate da Mario Gazzola, autore anche della sceneggiatura e delle foto del gruppo; e sfoggia una scala cromatica “rugginosa”, che punta a rievocare anche i minacciosi scenari di un classico come Metropolis di Fritz Lang, che notoriamente fu d’ispirazione per la Los Angeles futurista di Blade Runner.

Altre notizie riguardo la rubrica, le potrete leggere sempre sul post; ci vediamo su WonderLand?

Evangelisti’s RACHE di Mariano Equizzi: riesumazioni cyberpunk | Postdigitale


Sul blog di Simone Arcagni considerazioni di qualche anno fa su uno dei lavori più celebri di Mariano Equizzi, RACHE, un film basato sull’universo fortemente distopico di Valerio Evangelisti, contenuto nella saga dell’inquisitore Eymerich. Ecco qualche passo:

Ecco finalmente RACHE di Mariano Equizzi! O meglio bisognerebbe dire, ecco “di nuovo” finalmente RACHE di Mariano Equizzi! Dopo dieci anni dalla sua realizzazione, questo piccolo gioiello di cyberpunk italiano viene finalmente messo online. Non me lo ricordavo, avevo dei ricordi vaghi, mi ricordavo l’impatto musicale, il delirio narrativo, mi ricordavo Valerio Evangelisti (scrittore che amo!), gli effetti speciali, la declinazione dell’action che tocca percorsi complottistici e tanto tanto amore per le tecnologie.
Ho sentito Mariano e abbiamo fatto una chiacchierata a proposito di questa “riesumazione”… eccovela!

RACHE è un film di 10 anni fa, mi ricordo quando lo giravi a Trieste, mi mandavi foto, un teaser, erano corpuscoli sparsi di un progetto quasi folle… ora ritorna? Perché ora?

“Lo abbiamo tenuto nascosto per quasi dieci anni, ma quando lo abbiamo finito e abbiamo conseguito l’Angel Award in Italia calò il gelo. Valerio Evangelisti sembrava il nemico numero uno del cinema italiano. Quando abbiamo visto l’ISIS, l’Ucraina, Ebola allora ci siamo detti: ora.”

RACHE è piuttosto radicale, se non conosci l’opera di Evangelisti, i riferimenti continui soprattutto alla saga di Eymerich, non riesci a tenere il filo, non puoi tenere il filo, eppure proprio questa massa di informazioni mai complete sembra essere la forza del lavoro che vuole violentare continuamente le conoscenze dello spettatore e lasciargli profonde zone d’ombra: è un attacco psichico più che un film.

“Si, Evangelisti’s RACHE è radicale, non si cura dei personaggi ma li fotografa nel maelstrom della Storia, quel tritacarne che riecheggia molto bene il The Wall di Alan Parker. Che importanza ha il percorso drammatico se è l’apocalisse il finale? Lavorandoci per oltre sei mesi alla postproduzione abbiamo capito che l’essenziale era offrire al fruitore la sensazione della lettura di Valerio Evangelisti; quel roller coaster che ti resetta il cervello e lo apre a considerazioni e visioni antipodali rispetto al sonno profondo che i media spesso ci inoculano.”

RACHE non nasce per il web eppure è sicuramente – almeno oggi – un prodotto dannatamente per il web… è virale, si coniuga con i video dei terroristi, con le notizie crude, cruente e spettacolarizzate di Vice, nasce per essere visto più volte, scavato a fondo dai fan, fatto circolare, merito delle tue intuizioni ma anche di questa invenzione letteraria.

“La RACHE è tutto e si nasconde nell’impossibilità dei media di immaginare l’impossibile. In una conferenza Antonio Caronia disse che era la più felice creazione letteraria Italiana. È un portmanteau in cui spingere a forza l’intero orrore globale che adesso viviamo. La RACHE per me è L’ISIS, è una creatura del potere e delle ‘ragioni’ storiche che si moltiplica diventa nazione e terrore puro e può essere ogni cosa poiché in essa si cela l’inganno di Philip K. Dick, e Valerio potrebbe essere The Man in High Castle. Valerio Evangelisti è il nostro Orwell, ma decenni di brizzi martani parenti muccini zaloni e zelig ci hanno fatto scordare che siamo il paese di Salò, che a mio parere è il vero antesignano di Eyes Wide Shut. l’Amnesia è il male più atroce, l’amnesia uccide la civiltà.”

Di cosa parliamo quando parliamo di cyberpunk: due visioni opposte ma complementari della tecnologia | Holonomikon


Sul blog di Giovanni De Matteo è comparso un post molto articolato in cui ci si confronta su due aspetti del cyberpunk, che in realtà poi è uno solo (anche se le evidenze sembrano divisive): Neuromante, il romanzo di William Gibson che ha aperto la stagione del cp, e Blade Runner, il film di Ridley Scott che pesca da una storia di P. K. Dick e che in realtà è stato il contrafforte su cui Gibson ha fondato la sua carriera letteraria (e che ha dato l’assist a Blade Runner). L’estratto iniziale:

Di cosa parliamo quando parliamo di cyberpunk? La risposta è molto meno scontata di quanto potrebbe sembrare a un approccio superficiale. Il cyberpunk letterario è stato spesso accusato di scarsa originalità, monotonia di fondo e, col tempo, conformismo a tutta una serie di elementi divenuti un po’ dei cliché: il mondo distopico dominato dalle multinazionali, gli hacker solitari in lotta contro il sistema, la vita di strada nei bassifondi delle megalopoli… e potremmo continuare. Ma se prendiamo in considerazione i due titoli che hanno contribuito maggiormente a plasmare la nuova sensibilità della fantascienza dagli anni ’80 in avanti, ci accorgiamo di tutta una serie di differenze anche abissali legate non a elementi di contorno, che tutto sommato sono anche abbastanza sovrapponibili (*) – come dimostrano anche le dichiarazioni di William Gibson sulla sua esperienza come spettatore in sala all’uscita di Blade Runner – ma su un elemento che per il cyberpunk è tutto fuorché accessorio: la tecnologia.

Partiamo da Neuromante, il manifesto letterario del cyberpunk. Uscito nel 1984, è ambientato secondo le stime di Gibson intorno al 2035 (sebbene l’arco della trilogia copra 16 anni e quindi questa datazione vada presa molto con le molle, potendo oscillare, diciamo, tra il 2025 e il 2040… ma tutto sommato ancora dietro l’angolo, a differenza di quanto dedotto invece da un lettore su Vice basandosi su altri elementi interni ai romanzi ma probabilmente più dovuti a sviste dell’autore che non riconducibili alle sue reali intenzioni) e dipinge una tecnologia ormai smaterializzata, micro- e nanometrica, pervasiva.
Nel mondo di Case e Molly, la tecnologia si è ormai integrata in maniera indistricabile con i corpi e la psiche degli utenti: il cyberspazio è un piano dell’esistenza complementare alla realtà fisica, con cui si compenetra in declinazioni che assumono di volta in volta le forme di un’internet ante litteram, della realtà virtuale o di una realtà aumentata, e che assolve al ruolo di vero e proprio ecosistema, con le sue nicchie e i suoi agenti (virus informatici, ICE, costrutti di personalità riconducibili al mind uploading, intelligenze artificiali…).
Case, Molly e gli altri abitanti del futuro come loro non esitano a modificare i propri corpi attraverso impianti prostetici che ne aumentano le facoltà e attivano un feedback con il cyberspazio: non sono più solo agenti, ma la loro psiche e il loro organismo diventa un target su cui la rete e altri agenti possono produrre effetti tangibili. La strada ha trovato il suo uso per la tecnologia uscita dai laboratori, per dirla con Gibson. Anzi, ha trovato mille modi per utilizzarla e piegarla alle necessità dei singoli operatori, attraverso tutto un mercato nero di tecnologie trafugate dai centri di ricerca delle multinazionali o dell’esercito e messe in circolazione da una rete di contrabbandieri, corrieri, rigattieri…

La visione della “Trilogia dello Sprawl” prende forma tra la fine degli anni ’70 e i primissimi ’80, e nel 1982 arriva nelle sale Blade Runner. Un film che si inserisce nel solco di quella visione cupa e pessimistica del futuro che negli stesi anni si andava definendo grazie a pellicole epocali come Mad Max di George Miller (1979) e 1997: Fuga da New York di John Carpenter (1981), o Alien dello stesso Ridley Scott (1979). Ma, con la notevole eccezione di quest’ultimo, i film che stavano ridefinendo l’immaginario del futuro erano prevalentemente accomunati da un basso tasso tecnologico: la tecnologia era o ridotta al puro elemento meccanico (le automobili di Mad Max con cui vivono in simbiosi i sopravvissuti dell’outback australiano) o a strumento di controllo (le bombe miniaturizzate iniettate a Plissken per convincerlo a esfiltrare il presidente dal carcere di massima sicurezza di Manhattan). Lo stesso Alien non è che brilli sotto il profilo dell’estrapolazione tecnologica, ma se non altro, sullo sfondo di una civiltà che è stata comunque in grado di mettere in campo lo sforzo necessario a esplorare rotte spaziali al di fuori del sistema solare, presenta personaggi che sono androidi meccanici indistinguibili dagli esseri umani e computer che rasentano, per autorità anche se non proprio per flessibilità (e qui torniamo alle forme di controllo già citate sopra a proposito di 1997: Fuga da New York), lo status delle IA. Elementi che, con le dovute variazioni, caratterizzano anche Blade Runner, dove ritroviamo appunto una tecnologia pesante: gli avanzamenti nella biotecnologia hanno permesso lo sviluppo di replicanti, androidi biologici indistinguibili dagli esseri umani (anzi, più umani dell’umano), destinati all’impiego in teatri di guerra extra-mondo e a farsi carico di mansioni che richiedono forza e resistenza fisica. L’uso più soft contemplato per i Nexus-6, i replicanti di ultima generazione, è per i modelli femminili, adibiti alla prostituzione nei bordelli delle colonie, non proprio un esempio di visione futuristica sull’impiego del più sofisticato prodotto della tecnologia umana.
In Blade Runner, la tecnologia è sempre separata dai corpi e dalle menti dei suoi utilizzatori umani: l’intermediazione tecnologica nelle relazioni umane è ridotta al minimo, i telefoni sono ancora in cabine pubbliche, i computer quasi nemmeno si vedono e – tralasciando volutamente, per il momento, qualsiasi grande o piccola retcon operata da Blade Runner 2049 – la rete nemmeno esiste. La tecnologia non è bassa, ma è sostanzialmente hard e ha a che fare con la programmazione/manipolazione biologica dei corpi, confinata all’interno di questi (alcune decine o centinaia di migliaia di replicanti sparsi sulle colonie extra-mondo, e pochissimi fuggitivi clandestini sulla Terra), mentre il mondo di fuori è sostanzialmente la fucina di catastrofi ambientali in cui ci troviamo a vivere oggi, con un downgrade della tecnologia attuale a quella degli anni ’80.

I libri che hanno ispirato Matrix | Bistrot dei Libri


Sul Bistrot dei Libri un post che serve a rinfrescarci la memoria sulle ascendenze letterarie di Matrix, la saga cinematografica appena giunta al quarto capitolo. Un estratto:

A cavallo tra cyberpunk e fantascienza, Matrix si basa su un’idea di fondo: niente è reale, tutto è creato in maniera fittizia dalle ‘macchine’ per tenere buoni gli esseri umani e fargli produrre tanta bella energia che le suddette macchine utilizzano per il loro sostentamento.
Poi la trama è ben più complicata di così, c’è di mezzo un eletto e un bel po’ di altre cosette interessanti, ma restiamo fermi sulle fondamenta del mondo matrice: da dove viene questa idea? Quali le fonti di ispirazione? In particolare, ci chiediamo: quali libri hanno ispirato Matrix?

L’ispirazione primaria arriva indubbiamente dall’antichità, in particolare dal Mito della Caverna di Platone. La trama del film iniziale delle Wachowski potrebbe davvero sembrare una versione moderna e fantascientifica del celebre mito classico.
Andiamo avanti. Nella scena iniziale del primo film il protagonista, ancora nei panni di Thomas Anderson, vende un disco contenente un software pirata pescandolo da una scatola a forma di libro sulla cui copertina, se vi soffermate a osservare, potete leggere ‘Simulacri e Impostura‘ di Jean Baudrillard

Palo Alto – Difference and Repetition / A Musical Evocation Of Gilles Deleuze | Neural


[Letto su Neural]

A fine anni Ottanta, in piena epoca di riflusso politico e filosofico – se la si paragona alla decade precedente – molte furono comunque le tendenze sperimentali che rimanevano ancora in circolo, soprattutto nelle enclavi controculturali delle principali metropoli europee. È a Parigi che s’incontrano Jacques Barbéri (autore di fantascienza), Denis Frajerman (musicista attento a molti dei temi in bilico fra oralità e letteratura), Philippe Masson (clarinettista) e Philippe Perreaudin (sperimentatore con una certa esperienza di organizzazione, lavoro di studio e produzione). La passione per l’artigianato del suono fai-da-te e l’infatuazione per l’art rock più innovativo, à la mode dei Tuxedomoon, per intenderci, segneranno gli esordi dell’eclettica band, la cui musica faceva molto affidamento sulle strutture delineate, sugli effetti, sul missaggio e sulla produzione di quello che era stato registrato nelle jam session infuocate che regolarmente programmavano. Lavorare con altri artisti è stata nel tempo una delle caratteristiche peculiari di Palo Alto e molte sono state le collaborazioni che hanno portato i singoli musicisti ad uscire dalla loro comfort zone, strategia che era abbastanza consueta per quella generazione, la prima ad agire-subire, inoltre, un intenso rapporto con le tecnologie. Del seminale ensemble di sperimentatori sono adesso rimasti solo Jacques Barbéri e Philippe Perreaudin, ai quali si è aggiunto dalla fine degli anni novanta Laurent Pernice, ex membro della band industrial francese Nox. L’ispirazione del progetto, pur nelle sue derive musicali fondamentalmente improvvisative, rimane alquanto circoscritta da un immaginario filosofico-letterario. Se in precedenza sono stati autori come Antoine Volodine, Thomas Pynchon, Philip K. Dick, Lewis Carrol e J. G. Ballard a essere coinvolti nelle spire della band, adesso è la volta di Gilles Deleuze, filosofo dei mille plateaux, della chaosmosi, della “pazza espressività” e del “divenir-bambino”, il teorico della rottura di tutte le concatenazioni significanti incardinate nella norma. Quella di Deleuze è quindi un’evocazione assolutamente coerente per un collettivo già di suo così multiforme, dalle complesse ramificazioni elettroniche e capace di soluzioni dalle forme libere molto articolate ed eleganti. Destrutturazioni e ristrutturazioni, insomma, che partoriscono un insieme proliferante di testi e suoni, come ingranaggi di una sempre diversa “macchina”, una macchina desiderante alla quale stavolta s’aggiungono anche Richard Pinhas, Thierry Zaboitzeff , Alain Damasio e Rhys Chatham.

Le tossine metaboloche di Philip K. Dick | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di un saggio in uscita per Mimesis: Philip K. Dick. Tossine metaboliche e complessi illusori prevalenti, scritto da Stefano Carducci e Alessandro Fambrini. Qui sotto la quarta, che costituisce un altro tipo di indagini sul pensiero e l’opera dello scrittore americano, in grado di travalicare i generi.

A quasi quarant’anni dalla morte di Philip K. Dick, la sua opera pare aver raggiunto la dimensione del classico minore, non tanto nel suo valore letterario quanto nel suo statuto di fenomeno culturale. Questo studio costituisce un tentativo di sfrondare l’evento letterario dalla selva di sovra-interpretazioni che negli anni lo hanno ricoperto, quasi soffocandolo. Fuor di metafora, le analisi sulle implicazioni metafisiche dell’opera di Dick, nella loro ampiezza e profondità, hanno finito per diventare loro stesse soggetto di discussione, oscurando i testi da cui erano originate. Il distacco temporale dai momenti più infuocati della creazione del “fenomeno Dick” consente di dare luce ad alcuni testi rimasti in un angolo, e di riprendere letture dell’opera di Dick trascurate nel fervore delle interpretazioni più militanti. Larga parte dello studio è dedicata all’individuazione di alcuni intrecci intertestuali nella produzione dickiana con particolare riferimento a modelli scandinavi, con l’intenzione di tracciare percorsi di ricerca originali. Approfondita è la descrizione degli influssi letterari di area scandinava dall’esterno verso l’interno, da August Strindberg a Dick. Inedita è poi l’analisi dell’influsso di Dick su Lars Gustafsson che indica tutta la portata della sua forza ispiratrice.

Più profetico di un Cristo che spaccia funghetti allucinogeni


Su PostHuman una recensione di Federica Rubino – molto ragionata, e anche surreale – a Io sono vivo, voi siete morti, biografia di Philip K. Dick di Emmanuel Carrère. Significativa la chiosa:

Ogni capitolo di Io sono vivo, voi siete morti vede Dick impastoiarsi impietosamente nelle sue relazioni amorose derisorie, nel suo uso sempre più intenso di droghe, nel desiderio infantile di una celebrità che in gran parte gli sfuggirà, ecc., in un viaggio in cui la vita e le scelte psichiche e narrative si fondono in un percorso doppiamente speculare: tra Dick e la sua opera e poi in quello stesso tra Carrère e la sua opera.
Perché forse l’idea geniale di Io sono vivo, voi siete morti, ciò che in definitiva lo rende un unicum nel panorama della narrazione biografica, è quella di estrapolare la chiave interpretativa dai romanzi stessi di Dick e assumere la quintessenza dei suoi concetti paranoici e visionari per applicarli in primis alla sua stessa natura di Emmanuel Carrère in quanto narratore e uomo, e poi via la sua figura di transfer-sciamano (dal momento che in quanto narratore rianima Philip K. Dick attraverso le sue parole), applicare quelli stessi concetti paranoico-visionari alla nostra realtà di lettori e uomini, triplicando in sostanza quella specularità a cui si è accennato. In definitiva, a partire dalla verità biografica si arriva ad una particolare forma di fantascienza: quella in cui autore, soggetto e lettore si ritrovano ingabbiati in una realtà parallela che, non essendo del tutto letteratura, non è neppure storia o cronaca, ma una terra di mezzo abitata da quegli alieni che sono le idee.

Dick è stato forse davvero il Profeta del Ventesimo secolo, in maniera altrettanto folle quanto un Gesù trafficante di funghetti allucinogeni, ma nettamente più pertinente di lui e più lungimirante. Un autore che ha realmente sollevato, per nostra grande gioia e nostro grande terrore, un lembo del velo che copre lo smalto di nulla su cui poggia la presunta realtà del quotidiano, che ci ha mostrato ciò che nessuno avrebbe mai dovuto vedere: il volto sconvolto dall’odio di Dio in cielo. Dopodiché, nessun ritorno possibile, chiunque ha toccato quella materia incandescente che sono le visioni di Dick, deve rassegnarsi a intravedere regolarmente una delle spaventose stimmate di Palmer Eldritch, giusto per non dimenticare mai che, in effetti, siamo tutti MORTI.

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