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Archivio per Paganism

Mitologia del serpente


Sul blog LaMisureDelleCose un piccolo trattato sulla figura mitologica – e antropologica – del serpente, sconfinante nel religioso o, più semplicemente nel mistico e sciamanico senso della trascendenza.

Grazia sinuosa e colori brillanti, emblema di longevità, eternità e conoscenza – «il più sapiente del creato» (Genesi 3,1) –, abile e persuasivo, prismatico, ipnotico. Tra tutti gli esseri che nell’immaginario mitico hanno rappresentato o sono stati soggetti a trasformazioni, il serpente è quello che per eccellenza incarna l’idea, ambigua, inafferrabile della metamorfosi. Forse per la molteplicità dei suoi attributi e delle sue forme, ha svolto nelle varie tradizioni i ruoli più diversi. In virtù della sua sapienza, ha insegnato le arti e le tecniche utiali all’umanità; nell’Eden è il tentatore astuto e mellifluo, accanto ad Asclepio e Hygeia è simbolo della benefica ed efficace azione del dio oppure, identificato nella sua “legittima progenie” (draghi e dragoni), eternamente maledetto come la personificazione del male. Simbolo per i bramini del tempo infinito che abbraccia l’universo, lo vediamo giacere quieto presso le radici dell’albero cosmico Yggdrasill nella mitologia norrena, nemico degli dei ai quali sopravviverà. Persino Pwan-ku, l’“Adamo cinese” ha accanto un drago mentre è intento a cesellare finemente il mondo dal caos nel quale era nato*.

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Storia di Beltane – Celebrando il Primo Maggio | Iridediluce (Dott.ssa Fiorella Corbi)


Sul blog di FiorellaCorbi una breve storia ragionata e antropologica di Beltane, la festa celtica e/o pagana che sovrintende a Maggio, e alla sua esaltazione del verde e della fioritura. Quando il suolo diviene una vibrazione continua ed estasi…

L’uomo verde emerge

Un certo numero di figure pre-cristiane sono associate al mese di maggio e successivamente a Beltane. L’entità nota come l’ Uomo Verde , fortemente legata a Cernunnos , si trova spesso nelle leggende e nelle leggende delle Isole Britanniche, ed è un volto mascolino coperto di foglie e arbusti. In alcune parti dell’Inghilterra, un Uomo Verde viene trasportato attraverso la città in una gabbia di vimini mentre i cittadini accolgono l’inizio dell’estate. Impressioni del volto dell’Uomo Verde possono essere trovate negli ornamenti di molte delle cattedrali più antiche d’Europa, nonostante gli editti dei vescovi locali che vietano agli scalpellini di includere tali immagini pagane.Un personaggio correlato è Jack-in-the-Green, uno spirito di Greenwood. I riferimenti a Jack appaiono nella letteratura britannica fino alla fine del sedicesimo secolo. Sir James Frazer associa la figura  ai mimi e la celebrazione della forza vitale degli alberi. Jack-in-the-Green è stato visto anche nell’era vittoriana, quando era associato a spazzacamini con la faccia fuligginosa. A quel tempo, Jack era incorniciato in una struttura di vimini e coperto di foglie, circondato da ballerini . Alcuni studiosi suggeriscono che Jack potrebbe essere stato un antenato della leggenda di Robin Hood.

Simboli antichi

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Free Pagan Music @ Casa musica – 22.03.2019 | Duplex Ride


Questa sera, a Genova, @ Casa della Musica, sessione alternative di musicalità elettropagane. Non mancate!

ARTHUR MACHEN e il segreto delle Ninfe | Heroic Fantasy Italia


Su HeroicFantasy una bella biografia di Arthur Machen, ben dettagliata e innervata nei suoi gangli creativi e occulti. Un estratto:

L’opera di Machen può essere avvicinata a quella di Tolkien nel resuscitare gli antichi miti celtici. Ma mentre Tolkien, con gli occhi del letterato, dà valenza positiva ai “piccoli popoli”, Machen sa che questi erano visti con paura dagli antichi gallesi, così come gli Alvar nordici e gli Alp tedeschi e alpini erano ben più temibili degli Elfi di Tolkien. L’idea che il popolo di Faerie sia una maschera per un orrore arcaico indicibile è bene esposta nel racconto Il Sigillo nero.

Selvagge colline, arcaiche foreste, criptiche rovine romane fanno appunto da sfondo a The White People, secondo Lovecraft è l’opera in cui più ogni altra Machen ricrea la tradizione magica celtica. “In Machen, la storia più sottile—The White People— è indubbiamente la più grande, anche se non ha i terrori tangibili e visibili di The Great God Pan o The White Powder.” (lettera a Robert E. Howard, 4 Ottobre 1930). Il grande bibliografo e studioso dei letteratura fantastica E.F. Bleiler considerava questo racconto “probabilmente la migliore singola storia soprannaturale del secolo e forse della letteratura”, anche se l’elemento soprannaturale è fatto intuire, più che esplicitato e descritto.

«La stregoneria e la santità, ecco le sole realtà». È l’inizio del racconto, una lunga discussione tra un uomo pratico e razionalista (Cotgrave) e un mistico eccentrico (Ambrose), probabilmente portavoce di Machen. Questo prologo è stato bersaglio di critiche, sia di forma che di contenuto. Nella forma, si ritiene contrario a ogni buona regola di scrittura iniziare un racconto con un dialogo filosofico; nel contenuto, perché lo spiritualismo di Ambrose (nome non casuale: da Ambrosia, l’elisir dell’immortalità, come il Padre della Chiesa Ambrogio, ma anche come il mago Emrys Myrdinn, Merlino), e giudicato politicamente scorretto, irrazionale e misogino.

La tesi di Ambrose è che il vero peccato, come la vera santità, hanno poco a che fare con la nozione comune di bene e male, determinata dall’utile della società. La maggior parte degli uomini è debole, mossa dalle circostanze verso la criminalità o la rispettabilità. Il santo e il peccatore sono coloro che guardano oltre il velo dell’apparenza, l’uno per raggiungere sfere superiori con mezzi un tempo naturali, la contemplazione e l’estasi, l’altro con mezzi innaturali, la stregoneria. Il peccatore è non meno solitario del santo, e la sua via è ancora più ardua. Questo dialogo, da molti critici biasimato, è stato ammirato da Louis Pauwels e Jacques Bergier che vi hanno visto una spiegazione del male assoluto del nazismo. Perché l’adepto del male di Machen può non fare mai un atto violento (la strega bambina non fa nulla di più crudele di rompere dei piatti col pensiero, spaventando una cuoca), ma può anche compiere crudeltà mostruose come Gilles de Rais, che sacrificò, smembrò e violentò centinaia di bambini per trovare la pietra filosofale, o come, aggiunge Jacques Bergier, Hitler e Himmler che massacrarono milioni di persone per creare una razza di superuomini.

Le possibili connessioni tra “Twin Peaks” e la mitologia germanica


Su AxisMundi l’ennesimo articolo che parla di TwinPeaks e delle sue connessioni esoteriche, al limite dell’occulto. Certo, non si è fatto un discorso popolare, ma il fatto che si sviscerino i meccanismi cognitivi della serie pone a favore di una loro diffusione, seppur parziale, che può raggiungere una vasta fetta di popolazione mondiale. In quest’iterazione si parla di Odino e delle sue connessione con i discorsi di David Lynch e Mark Frost.

Il 24 febbraio del 1989 il cadavere di Laura Palmer viene ritrovato sulla spiaggia avvolto in un telo di plastica. L’agente speciale del F.B.I. Dale Cooper viene inviato nella città di Twin Peaks per trovare l’assassino. La narrazione iniziale sembra quella di un semplice poliziesco, ma già dalla prima stagione della serie i personaggi coinvolti entrano in contatto con una realtà altra, fatta di sogni profetici e popolata degli esseri soprannaturali che abitano le logge, non luoghi interconnessi col mondo materiale ma di cui non rispettano le leggi di spazio e tempo.

Nel corso degli anni si è molto speculato riguardo le influenze esoteriche e religiose che avrebbero ispirato Mark Frost e David Lynch nella creazione del mondo di Twin Peaks, nella sua particolare mitologia e nel rapporto tra gli uomini e gli esseri delle due logge: quella bianca e quella nera. A dispetto dei rispettivi nomi non darei per scontata una marcata dicotomia di intenti tra le due logge, vale a dire che non è sicuro che quella nera sia abitata solo da spiriti votati al male, e la Loggia Bianca da quelli votati al bene. Il gigante, uno degli esseri spirituali che interagiscono col mondo degli uomini, aiuta Cooper e per questo alcuni sostengono che possa provenire dalla Loggia Bianca, ma viene anche visto insieme al nano. Il nano, chiamatoThe man from another place, è uno di quegli esseri che vengono accostati alla Loggia Nera e ai piani malvagi dello spirito Bob. Per cui gli scopi del gigante non sono chiari. Nella terza stagione scopriamo che è il creatore di Laura Palmer, ma è impossibile dare per certo che i suoi intenti siano totalmente positivi.

In Fuoco cammina con me assistiamo ad una conversazione tra il nano e Bob all’interno del convenience store, o almeno nel suo contraltare del mondo spirituale. Nella scena, di cui lascio il link in modo da rinfrescare la memoria al lettore, vediamo i due protagonisti seduti ad un tavolo che il nano accarezza sottolineandone il colore, cioè il verde, e il materiale di cui è composto, la formica. A mio avviso il colore del tavolo è un chiaro riferimento alla Tavola smeraldina di Ermete Trismegisto, opera in cui compare la celebra massima «come in alto così inbasso». Con questo stratagemma sembra che il regista voglia sottolineare la connessione esistente tra il piano materiale e quello spirituale, e soprattutto che le azioni che avvengono nel primo influenzano il secondo, e viceversa.
Questa ipotesi è avvalorata anche dal fatto che probabilmente, nel momento in cui gli spiriti conversano, Bob sta agendo nel piano materiale tramite il corpo che possiede. Lo rivela pronunciando la frase «I have the fury of my own momentum» (
«Ho la furia del mio stesso slancio»), espressione che rimanda non solo ad un’azione, ma ad un’azione che sta avvenendo in quell’esatto istante. Non è un caso infatti che il nano informi gli altri spiriti convenuti all’incontro che il tavolo sia di formica e che lo tocchi ripetutamente, mostrando la sua capacità di interagire con gli oggetti del piano fisico nonostante sia una creatura spirituale.

La comunicazione tra i due mondi è quindi possibile, ma solo pagando un prezzo e a determinate condizioni. Per quanto riguarda Twin Peaks è l’allineamento tra Giove e Saturno, ma non solo quello. C’è bisogno di un mago, uno sciamano, che apra i portali come fa Odino appendendosi all’axis mundi:

« Nell’oscurità di un futuro passato
il mago desidera vedere.
Un uomo canta tra questo mondo e l’altro.
Fuoco, cammina con me. »

Questa frase viene pronunciata da Mike, uno degli esseri più importanti che abitano le logge. Ci dice che per passare da un mondo all’altro c’è solo una occasione, e che probabilmente un mago sta già tentando di portare a compimento il rito. Probabilmente l’azione dello sciamano in Twin Peaks ci viene mostrata tramite il suo doppio nel mondo spirituale, il Jumping man che appare nel film Fuoco Cammina con me, e che non a caso indossa la maschera dal lungo naso tipica dei medicine-man (sciamani) Heyoka, anche chiamati pagliacci sacri.

Sacri Boschi « Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis uno stupendo articolo che mette in relazione il culto dei Romani arcaici – non ancora Romani, per la verità – con l’oscurità arborea, un senso mistico che li accompagnerà durante la loro storia antica ma non solo, cose rintracciabili ancor oggi, quando la contemplazione arborea di alcuni luoghi di Roma mi devasta l’animo, una sorta di oscura contemplazione e riverenza.

Questi discorsi mi colpiscono profondamente, avendo visto proprio ieri Il primo re, il film di Matteo Rovere sulla storia di Romolo e Remo, che appare pregno proprio di quel senso mistico in cui ho riconosciuto le empatie sacre verso la Natura, verso l’oscuro silvano, in cui si manifesta la vibrazione sublime di qualcosa di vivo come l’energia che percorre ogni cosa di quest’universo attraverso – anche – i culti primordiali di Ecate. Imperdibili, sia l’articolo che il film, quest’ultimo certamente non fedele alla lettera alla tradizione, ma assolutamente verosimile.

Il rapporto dei Romani con la natura è una dimensione misconosciuta nell’immaginario comune, dove appaiono come voraci costruttori a scapito di popoli liberi e selvaggi. Nulla potrebbe essere più lontano dal vero: ciò che lega il Romano al mondo silvano è qualcosa di fondativo, che si genera dai tempi più remoti[1] e lo guiderà per sempre.

Per risalire all’origine di questo sentimento, basta accantonare l’immagine della Roma sfavillante di marmi e di bronzi e immaginarla com’era alle sue origini, ricoperta interamente di boschi e di grotte. E proprio dagli alberi prendono il nome i luoghi di Roma: dalle querce (quercus) discendeva infatti l’originario nome del Celio, Querquetulanus[2], così come dal salice (Salix viminalis) derivava il Viminale, o dal faggio (fagus) il Fagutal, una delle tre vette dell’Esquilino, che a sua volta originava da un’altra tipologia di quercia, l’ischio o farnia (aesculus). Lo stesso albero conferiva probabilmente il nome all’Aesculetum, un bosco di farnetti da ricercarsi forse nel Campo Marzio, a nord dell’attuale Ponte Garibaldi. Immediatamente a nord del Foro, tra questo e il Tempio della Pace si trovava la Corneta, una zona popolata da alberi di corniolo (cornis). Lo spazio (in buona parte occupato dal Circo Massimo), che si estendeva tra il boscoso Palatino e l’Aventino, era la Vallis Myrtea, così chiamata per le sue vaste distese di mirto. Lo stesso Aventino era celebre per i suoi bellissimi lauri, tanto che una parte di esso era denominata Loretum o Lauretum[3] (il toponimo si trova in iscrizioni e cataloghi imperiali come CIL VI 30957); il resto del colle era invece fitto di lecci, numinoso[4]. Ma ad esser impressionante è la descrizione del Campidoglio, dove la presenza divina era avvertita in modo così prodigioso da atterrire gli abitanti del luogo[5].

Non è certo un caso che Virgilio descriva i primi abitanti dei Colli come nati dai duri tronchi di quercia[6]. E così nel resto del Lazio, da cui lo stesso re eponimo, Latino, figlio di Fauno, avrebbe regnato da Laurentum, anche le dinastie regali di Alba Longa, i Silvii (da silva, “foresta”), e quella di Praeneste testimoniano il legame con il mondo selvaggio preponderante[7]. Numerose le località testimoniate dalle fonti archeologiche o dalla tradizione locale, come le città di Pometia (dai meli), Ficulea e Ficana (dai fichi, o dai vasai, figules) e Crustumerium (da una particolare varietà di pera, la crustumia)[8]. Proprio i boschi, o meglio le radure all’interno di essi, costituivano i luoghi deputati alle più importanti deliberazioni di carattere militare o sociale: è il caso, ad esempio, del Lucus Ferentinum e soprattutto del Lucus Nemorensis[9]. A ciò concorse sia il fatto che nel mondo arcaico lo spiazzo aperto era l’eccezione, laddove la selva costituiva la regola (e dunque la radura rappresenta il luogo più funzionale al raduno di numerose persone) sia per le valenze politico-sacrali conferite alle divinità boschive (si pensi a Diana e a Feronia). Le tracce di questa realtà primeva vanno ben oltre il ricordo del mito o della toponomastica: sebbene notevolmente ridotti nelle loro estensioni, la Roma dei tempi pienamente storici vantava ancora decine di boschi sacri, extramuranei e muranei, onorati sia singolarmente, nell’anniversario di consacrazione del bosco ad una determinata divinità, sia collettivamente nelle Lucaria.

Queste festività, attestate anche nei Fasti Amiternini[10], venivano celebrate tra il 19 e il 21 Luglio in un bosco sacro situato tra il Tevere e la Via Salaria[11]; esse si riferirebbero alla genericità delle divinità boschive. In linea di massima ogni templum, inteso come spazio sacro ritualmente consacrato (non necessariamente finalizzato ad una permanenza di culto, ma anche per la divinazione), era demarcato nei suoi limiti interni ed esterni da alberi[12], usati come termini visivi spaziali. Il successivo edificio preposto al culto si trovava così abbracciato dagli alberi, ridotti col tempo a pochi esemplari e via via reintegrati in base a norme rituali che si possono in parte desumere dagli Acta fratrum Arvalium e da alcune prescrizioni di Catone (vi torneremo in seguito). Vale la pena aggiungere che colonne e capitelli erano concepiti come immagini pietrificate delle forme naturali. Ciò è confermato da Vitruvio: l’ordine corinzio sarebbe stato ideato da un tale Callimaco, ispirato dalla vista di un cesto votivo lasciato sulla tomba di una ragazza, contenente i suoi effetti più cari; una tegola quadra vi era stata posizionata sopra, per proteggervi il contenuto, ma una pianta di acanto era cresciuta attraverso l’intreccio del cesto, dando così all’artista l’idea del motivo[13].

Februarius, il mese che non c’era


Sul blog LaMisuraDelleCose un condensato di Storia arcaica di Roma dal punto di vista dei calendari e delle religiosità arcaiche. La domanda fondamentale verte sul perché febbraio sia comparso, a un certo punto dell’evoluzione romana, come mese di fine anno, e le ipotesi vagliate con le interessanti deduzioni sono assai illuminanti, nonché basiche, come qualsiasi necessità apparentemente sacra del genere umano.

Rimane un’ultima festa di febbraio, i Quirinalia. Ancora più oscura delle altre, la prima crux che si presenta all’esegeta e allo storico delle religioni è la funzione e l’identità stessa del dio Quirino. Dio della guerra (possiede armi), ha molto in comune con Marte (a entrambi sono soggetti i Salii) e allo stesso tempo sembra essere il suo opposto, pacifico e non bellicoso, quasi a sfociare in campo di pertinenza agraria; non è necessario prendere l’una o l’altra posizione, dal momento che «per la mentalità politeistica difficilmente esistono funzioni singole prive di molteplici implicazioni naturali, sociali, cosmiche, culturali ecc.» e le divinità di Roma arcaica sono figure complesse che non si esauriscono in una sola qualità o funzione.

Senza inoltrarci nella questione sulle origini di Quirino, basti qui prendere in considerazione quanto sappiamo sulla sua festa: la data segnava la fine dei Forcanalia, festa mobile che aveva nei Quirinalia la data (fissa) di chiusura come i Parentalia si concludevano con i Feralia. Dei Forcanalia, a loro volta, sappiamo che erano stati istituiti da Numa e dedicati alla dea Fornax, la fornace entro cui venivano tostati i grani di farro.

La festa del farro

Al centro della festa dei Forcanalia c’è insomma il farro e nient’altro, né l’orzo, né il frumento; Brelich cita una notizia di Plinio: «per 300 anni il popolo romano tra tutti i cereali usò solo il farro». Si può ipotizzare, dunque, un’epoca molto antica in cui l’alimento fondamentale era il farro, dalla cui farina i romani ricavavano non il pane (la sua preparazione con l’utilizzo del lievito è posteriore alla fondazione del culto), ma una specie di polenta, la puls.

Il farro, come gli altri cereali, si miete in giugno-luglio, però a differenza del frumento non è subito commestibile: occorre prima immagazzinare le spighe, poi, al fine di farne uscire i semi, batterle (pinsere) e tostare i grani in fornaci speciali per renderlo fruibile, più digeribile e saporito. Si comprende come questa fosse un’operazione delicata, che metteva a rischio la sussistenza dell’intera popolazione, e dovesse essere accompagnata da cerimonie e offerte primiziali.

Sembra possibile ora avanzare una risposta alla domanda che aveva percorso tutta la trattazione: perché proprio febbraio-marzo come periodo di cesura tra vecchio e nuovo anno? Se si riconosce l’importanza del farro nella società romana arcaica quale principale fonte di sostentamento, si comprende che il momento della sua trasformazione in alimento commestibile rappresentasse l’evento agrario principale di cui abbiamo cercato gli indizi lungo tutto il mese, e tale trasformazione avveniva proprio in questo periodo dell’anno: dopo la mietitura e l’immagazzinamento, solo in inverno veniva lavorato attraverso la torrefazione.

Due capodanni e una morte violenta

Infine, c’è un altro elemento a proposito dei Quirinalia fornito dalle fonti che a questo punto non può essere ignorato: essi cadevano nel giorno dell’uccisione di Romolo. Vi sono in realtà due tradizioni, l’una che ne ambienta la morte alle Nonae del mese di luglio, l’altra (seguita da Ovidio) che la fa cadere in febbraio, in concomitanza con i Quirinalia. Può non essere un caso: la vicenda di Romolo, riletta attraverso i temi del “mito agrario”, ne prevede l’uccisione da parte dei suoi, forse perché divenuto tiranno (non scandalizzi l’attribuzione di qualità negative al fondatore, che possono anche rimanere implicite nel commento letterario), e il suo sbranamento, assunto poi in cielo tra gli dèi e venerato sotto il nome di Quirino. Questa identificazione tra Romolo e una divinità immortale, d’altronde, sarebbe tutt’altro che tarda, ma piuttosto percepita come una identità originaria «di cui i romani non hanno mai perduto la coscienza». La morte di Romolo, comunque la si collochi a luglio o a febbraio, cade in corrispondenza di due capodanni, quello di marzo o quello di agosto, che segnavano, in tempi diversi, la calendarizzazione annuale romana secondo due eventi fondamentali: la tostatura del farro a febbraio (più arcaica) e la mietitura del frumento in luglio.

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