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Archivio per Paganism

Tuning rarefatto o eterodiretto


Queste consistenze rarefatte segnano l’orizzonte come un vocabolario alieno, il controllo sui significati è variabile e dipende dal tuning che hai insito, o che ti hanno inculcato.

La dama bianca


Mostrami la consistenza della poesia assoluta, indicami di quale essenza vive, persegui la sua coerenza fino alla fino dei tuoi giorni.

Arbogaste e l’usurpazione di Eugenio (392-394) – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis un interessante resoconto storico che testimonia il periodo di transizione tra cristianesimo e paganesimo all’interno dell’Impero Romano, con le lotte intestine e di potere che si susseguirono per decenni, quasi secoli, tra le diverse fazioni di potere religioso. Un estratto:

Dopo la misteriosa morte dell’imperatore Valentiniano II (15 maggio 392), il magister militum Flavio Arbogaste si trattenne sulla frontiera renana (cfr. CIL XIII 8262; PLRE¹ 95-97): i pericoli e le minacce provenienti dalle popolazioni stanziate al di là del fiume esigevano unità di comando, energia e rapidità. D’altra parte, sospettato di aver eliminato il sovrano e in ragione delle sue origini franche, Arbogaste non aveva alcuna intenzione di sostituirsi al defunto Valentiniano, assumendo il titolo di Augustus. Al contrario, il magister chiese ufficialmente di mantenere la propria posizione di difensore del limes renano, giurando fedeltà agli Augusti Teodosio e Arcadio. Ma Teodosio rifiutò l’offerta di Arbogaste, rispettando le ultime volontà di Valentiniano II che lo aveva destituito (Ioh. Antioch. F 187 Müller). Anzi, come prima misura colpì l’aristocrazia pagana di Roma, togliendo a Virio Nicomaco Flaviano l’incarico di praefectus praetorio per Italiam (PLRE¹ 348): a Teodosio e al suo entourage era ben evidente la manovra di avvicinamento tra diversi gruppi di potere che stava avvenendo in Occidente, al punto che, con il favore della comune fede negli antichi dèi, la nobiltà italica aveva avviato ottime relazioni con il condottiero franco. Nei mesi successivi, quindi, Arbogaste ideò una strategia diversa, alternativa a ogni possibile intesa con Teodosio: rotto ogni indugio, il 22 agosto 392 il magister proclamò Augusto il magister scrinii Flavio Eugenio, in precedenza docente di grammatica e retorica (Socr. HE. V 25, 1; Soz. HE. VII 22, 4; Zos. IV 54; Oros. VII 35, 11; PLRE¹ 293). Si trattava di un personaggio di medio rango che tuttavia, nelle intenzioni di Arbogaste, poteva diventare il mediatore tra il suo potere militare sul Reno e l’aristocrazia tradizionale, che al nuovo imperatore doveva fornire i vertici dell’amministrazione. Eugenio, facendo sua la politica del suo generale, cercò dapprima un accordo con Teodosio e, senza muoversi dalla capitale Treviri, inviò ambascerie chiedendo il riconoscimento del proprio potere (Zos. IV 56, 3; Ambr. Epist. 57). Ricevuta una netta condanna dall’imperatore, nel 393 Eugenio decise di invadere l’Italia (Soz. HE. VII 22; Oros. VII 35, 13). A questo punto l’intesa tra Arbogaste, Eugenio, e l’élite imperiale si rivelò chiaramente: una strana alleanza tra militari romano-germanici e senatori romani tradizionalisti, destinata a ripetersi nel corso del secolo successivo. Il caso aveva riposto nelle mani di un comandante di origine barbarica la difesa del mos maiorum e della tradizione religiosa di Roma antica (cfr. Philost. HE. XI 1-2). Trasferitosi a Milano, tra la primavera del 393 e la tarda estate del 394, Eugenio restaurò il culto pagano e ordinò il ricollocamento dell’altare della Vittoria nella Curia a Roma (Paul. Mil. VAmbr. 26); Flaviano riebbe il suo posto di prefetto d’Italia e suo figlio fu elevato a praefectus Urbi (CIL VI 1782). Soprattutto, per la singolare alleanza con il franco Arbogaste, il Senato di Roma recuperò parte del proprio prestigio politico: fu l’ultimo tentativo di uscire da un’umiliante marginalità politica e religiosa, l’ultima chance per rimediare ai colpi inferti al venerando consesso dal regime imperiale fin dal III secolo.

 

The Sandman: sacrilegio o consacrazione? – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un lungo articolo di Walter Catalano che, partendo dalla serie SandMan in onda su NetFlix, indaga a fondo l’opera omonima di Neil Gaiman, mettendone in evidenza i molteplici aspetti esoterici, pagani ed energetici dell’opera. Un estratto:

L’ispirazione mitografica di Gaiman procede da qui: i suoi protagonisti non sono supereoi ma “dei” di un pantheon caotico in cui convivono e coesistono tutte le mitologie di ogni tempo e di ogni luogo. Gli dèi di Gaiman non sono onnipotenti né immortali: esistono solo finché gli uomini credono in loro, quando la fede dei mortali nei loro confronti si affievolisce anche il dio decade, si spegne e infine muore. Spesso lo scrittore si compiace di accennare alla parabola discendente di una divinità decaduta che per sopravvivere deve adattarsi a fare lavori di bassa lega derivati dalla sua specialità divina (ad esempio un dio dell’Ade può ritrovarsi a fare sulla terra l’impresario di pompe funebri, una dea dell’amore la spogliarellista o la call-girl). L’idea deve forse qualcosa al romanzo di Jean Ray, Malpertuis (1943) e Gaiman la riprende in seguito anche nei suoi romanzi principali, American Gods (2001) e, con meno efficacia, Anansi Boys (2005).

Sandman non è però solo: appartiene ad una famiglia di sette dei, The Endless – gli Eterni, che, come i Neter dell’Antico Egitto, incarnano e sovrintendono ciascuno a un particolare aspetto dell’esistenza umana: nell’originale inglese il nome di ognuno di loro inizia per D. In ordine di anzianità: Destiny, Death, Dream, Destruction, Desire, Despair, Delirium. Ma gli Eterni non sono nomi bensì funzioni: sono quindi superiori agli stessi dei, perché incarnando e nutrendosi di sentimenti, atti e passioni comuni a tutti gli esseri senzienti e praticamente infiniti, esistono da prima che l’uomo potesse concepire l’idea stessa di divinità. Si delinea una precisa cosmogonia: Destino (Destiny), è nato appena prima che il primo essere vivente venisse al mondo, in quanto il destino di un individuo è già scritto prima che egli nasca; alla comparsa del primo essere vivente nasce anche Morte (Death). L’essere appena nato inizia a sognare, ed ecco Sogno (Dream), ma il sogno provoca cambiamento, per cui Distruzione (Destruction) di ciò che era prima, che si manifesta in Desiderio (Desire), e quindi Disperazione (Despair) per non poter avere la cosa voluta, ed infine Delirio (Delirium), che una volta era Delizia, o Piacere.

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Made of


Di terra e aria, e psiche…

Novi_sad – ΚΕΡΑΥΝΟΣ | Neural


[Letto su Neural]

Utilizzando l’insolita locuzione OpticoAcoustic Oracle il greco Thanasis Kaproulias, aka Novi_sad, sperimentatore sonoro di ardui paesaggi ambientali, a suo agio con field recording e strutture tonali, influenzate a loro volta da un fortissimo concettualismo, ha dato vita nell’antica città di Olimpia a un progetto audio-visual con suoni e luci laser. L’opera è stata presentata la sera dell’11 marzo 2020, la notte prima della cerimonia di accensione della fiamma olimpica per i Giochi di Tokyo. ΚΕΡΑΥΝΟΣ, questo il titolo sotto il quale sono raccolte le cinque composizioni presentate, si muove nel solco di un’acustica trattazione segnata dalle mutevoli relazioni tra suono, luce, architettura, natura e immagine, rifacendosi direttamente alla mitologia greca antica ed a uno dei suoi simboli imperituri, quello del tuono e della sua divinità suprema, Zeus. La celebrazione di uno degli eventi sportivi mondiali più significativi trova un’efficace sponda nelle intense luci laser colorate, portato delle conquiste tecnologiche, affiancate da costruzioni musicali decisamente lontane dal consueto mainstream – pop o classico – di simili manifestazioni. Ogni composizione si riferisce e ha come nome un preciso continente, ed è stata costruita elaborando suoni ambientali e catture auditive provenienti dalle zone geografiche oggetto dell’analisi (in Oceania nella foresta di Tarkine, in Asia ad Okinawa, in Europa nell’antica Olimpia e anche in Islanda, mentre in Africa i paesi coinvolti sono stati Uganda, Botswana e Namibia e infine in America, dove le registrazioni sono state effettuate nella foresta amazzonica e alle cascate del Niagara). È forse il mistero di un mondo che va scomparendo ad affascinare Novi_sad, che come un postmoderno artista simbolista evoca un mondo d’emblemi, di creature soprannaturali, di timori ancestrali e di forze inesplicabili. È “una completa resa dei sensi” e la forza dei paesaggi sonori evocati s’imprime ora con registrazioni tenui e ambientali oppure – in altri momenti – con rumori, pieni e melodie, modulati in attraversamenti di stato fugaci e stilizzati. Lo stesso titolo, ΚΕΡΑΥΝΟΣ, nel riferirsi esplicitamente al tuono è di fatto un riferimento alle luci laser che illuminano il cielo durante la performance, disegnando i contorni dei cinque anelli olimpi e dei continenti, figure di atleti e simboli matematici. La brulicante elettronica è più tesa in “Oceania”, mentre sia in “Asia” che in “Europe” fanno capolino flussi armonici, liquide sequenze e toni bassi e meditativi. In “Africa”, invece, Kaproulias opta per costruzioni più musicali, articolando le field recording in qualcosa di quasi orchestrale e ripetitivo. Si chiude magnificamente il tutto con “America”, composizione assai densa e dinamicamente cupa.

Nemoralia, il festival delle Torce | Nemoria


Su Nemoria corposi cenni antropologici e pagani sulle Nemoralia, feste che alle idi di agosto (denominato Ferragosto, in seguito) gli antichi Albani celebravano per la dèa Diana sulle rive del Lago di Nemi.
Chi, tra voi, non vorrebbe immergersi in questo flusso di energia arcaica, dove la notte si trasforma in una coperta di Volontà e genius loci? Un estratto:

Il 15 di agosto, Ferragosto, è per i cristiani cattolici il giorno dell’Assunzione della Vergine Maria. Tra Genzano e Ariccia, in Via Diana, i fedeli riuniti in processione salgono dal Lago di Nemi sino al centro di Genzano. Quella che a un primo sguardo può sembrare come una canonica e rigorosa usanza cristiana, è in realtà un rito più antico e se asportiamo lo strato cristiano troviamo tracce di un eredità che risale a prima dell’Impero Romano, ai tempi in cui Roma non era altro che una piccola città e Albalonga dominava la potente Lega Latina.
È la storia di Nemoralia, o Festival Delle Torce, e del Culto di Diana Nemorense. Una storia difficile da raccontare, perché non è composta da una serie di diapositive da cui possiamo scegliere quello che preferiamo, ma piuttosto è un fiume in piena fatto di numerosissimi eventi che si susseguono in concomitanza. Farò del mio meglio.

Nei “Fasti” di Ovidio troviamo una prima descrizione di Nemoralia:
“[..]Nella Valle di Ariccia, c’è un lago circondato da scure foreste ritenuto sacro da un culto sin dalla notte dei tempi. Lungo un muro sono appesi molti pezzi di filo intrecciati e molte tavolette sono poste come dono alla Dea. Spesso donne a cui diana ha risposto alle preghiere, con una corona di fiori sulla testa camminano verso Roma portando una torcia accesa [..]”.
Vi vorrei far notare che Ovidio è nato nel 43 a.C. e utilizza il termine “sin dalla notte dei tempi”.
Secondo Plutarco parte del rituale consisteva nel lavarsi i capelli con le acque del lago e agghindarsi con fiori sui vestiti. Le classiche offerte alla Dèa includevano messaggi scritti su fiocchi legati ad altari o alberi, piccole statuine di terracotta o di pane raffiguranti parti del corpo che necessitavano di cure, oppure piccole immagini di madri con figli, o ancora piccole statue di raffiguranti cervi ma anche danze e canzoni erano ben accette. In alternativa, nei secoli successivi all’ellenizzazione si offriva aglio alla dèa Hecate, che era associata a Diana/Artemide in quanto divinità lunare: Ecate luna calante, Diana luna crescente, Selene luna piena. Facciamo ancora un salto indietro, nel 170 a.C. Catone Il Vecchio (un onorato censore di Tusculum) ci fa sapere che la fondazione del Tempio di Diana – Templum Dianae – sull’Aventino, voluto dal re Servo Tullio per accentrare il potere politico, religioso e culturale a Roma, risale al VI secolo a.C.
Lo stesso Catone ci fa sapere che le celebrazioni della Dèa avvengono nelle Idi di agosto, successivamente rinominate “Feriae Augusti” dall’Imperatore Ottaviano nel 18 a.C. da cui il termine odierno ferragosto, ovvero la festa dell’Assunzione!

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Elogio del politeismo (Audible 2021) | nonquelmarlowe


Sul blog di Lucius Etruscus una segnalazione a un audiolibro che è molto di più di un libro, piuttosto direi che è un trattato di Storia e di religione, e quindi di politica: Elogio del politeismo, a cura di Maurizio Bettini. Un estratto:

Il punto focale di questo splendido saggio – il cui unico difetto è durare solo quattro ore, che già volano via in un lampo per il fascino dell’argomento, poi ci si mette la lettura perfetta di Alvaro Gradella e davvero sembra durare quattro minuti! – è un argomento che mi rendo conto sentir affrontare per la prima volta: il politeismo portava all’inclusione, il monoteismo porta alla tolleranza. Che è solo un’intolleranza al primo stadio.

Bettini mi spiega, anche se con parole migliori di quelle che qui sto usando, come il termine “tolleranza” porti insito in sé il germe del problema, visto che non ha nulla di positivo. Quel termine significa che io so di essere nel giusto, che tu stai sbagliando, che sei solo un cane infedele ma per ora non ti ammazzo: questo significa “tolleranza”. E purtroppo è il gran male dei monoteismi: se esiste un solo dio – tanto che si chiama Dio! – e tu non lo stai venerando, allora stai sbagliando.
Se invece penso che il tuo dio sia figo, che mi piace come ragiona, quasi quasi lo aggiungo agli dèi che venero: questa si chiama inclusione. La cui valenza positiva ha reso praticamente inesistenti le guerre di religione nell’antichità, essendo un difetto esclusivo dei popoli monoteistici.
Con un discorso per me inedito, che cioè nel mio piccolo non ho mai sentito affrontare da nessuno, vivendo (purtroppo) in una cultura monoteistica e quindi razzista e violenta – se solo il mio dio è vero, chi venera altri dèi non merita rispetto – scopro che la tanto decantata classicità da cui fingiamo di discendere, con i nostri valori democratici e finzioni varie, aveva la chiave per la soluzione dei problemi religiosi del mondo: l’inclusione. Quella che oggi viene pronunciata solo con il senso di “assimilazione”; che non è la stessa cosa.
I romani hanno incluso gli dèi greci, se li sono presi tutti, affascinati da loro: hanno cambiato nome e usanze, ma gli dèi sono quelli. Eppure i romani erano gli invasori e i greci i perdenti, eppure il concetto di politeismo annullava ogni razzismo e anche il dio di un barbaro poteva entrare nel pantheon personale di famiglie, culture e via dicendo. Quella era inclusione: aspettare che i “tollerati” capiscano che stanno sbagliando e venerino il nostro solo vero dio, è tutt’altra cosa, che porta solo a violenza.

Roma tra paganesimo e cristianesimo. Viaggio nelle “religioni della crisi” (III-IV sec. d.C.) – TRIBUNUS


Su Tribunus un articolo che indaga il momento di transizione tra paganesimo e cristianesimo, avvenuto alla fine del IV secolo nell’Impero Romano, passando nella crisi dei valori antichi e locali per sfociare in una spiritualità orientale, solo successivamente collassata proprio nel cristianesimo. Un estratto significativo:

Nella tarda antichità si assiste alla coesistenza da un lato della religio ufficiale romana, e dall’altra al proliferare di nuove forme religiose, soprattutto di provenienza orientale. Molti dei culti della religione ufficiale si mantengono, altri cadono in disuso nel III secolo d.C., per poi essere rivivificati nella metà del secolo successivo dall’aristocrazia senatoria nell’ambito di un processo di restaurazione culturale e religiosa.
Già con la dinastia dei Severi e l’arrivo di nuovi imperatori non occidentali, nuove divinità vengono portate a Roma, che continuano però a affiancare culti più radicati e antichi, come quello di Giove Capitolino (molto amato da Diocleziano e dalla tetrarchia), o quella della Dea Roma. La stessa Urbe, ancora nel corso del IV secolo, viene definita “tempium mundi totius”.
Caracalla fa erigere entro i confini cittadini un tempio dedicato a Serapide, Elagabalo introduce il culto del dio solare della sua città natale, Emesa, mentre Aureliano quello del Sol Invictus. Dall’ultimo decennio del IV secolo d.C., avviene una rottura sostanziale e formale del legame che da sempre univa lo Stato alla religio. Ciò è ben esplicitato dalle decisioni prese da alcuni sovrani cristiani: il rifiuto dell’imperatore Graziano di assumere la carica di pontifex maximus, il taglio di fondi statali al culto di antiche divinità o a collegi sacerdotali, e infine la rimozione dell’Altare della Vittoria dalla sede del Senato da parte di Teodosio. Un atto, questo, fortemente simbolico. Tutte decisioni atte a sottrarre linfa vitale alla vecchia religione, non solo attraverso l’emanazione di editti o leggi. Resta però forte il culto della persona dell’imperatore. Tale culto imperiale non può essere relegato negli schemi del disegno politico di legittimazione del potere, ma pur nel mutare delle forme, delle circostanze, e delle intenzioni dei personaggi oggetto di culto e dei loro seguaci, esso mantiene una forte valenza simbolica e religiosa, che cambia a seconda delle province dell’impero. A Roma, ad esempio, difficilmente viene riconosciuta la divinità o il carattere divino dell’imperatore ancora in vita, pur tuttavia esaltandone le qualità, e celebrando la sua apoteosi post mortem almeno fino al V secolo.

Nei momenti di profonda crisi, inoltre, come quelli che si verificano tra il IV e il V secolo, si assiste da parte della popolazione alla ripresa di antiche discipline pagane di etrusca memoria, che si pensava avessero addirittura salvato la città di Narni da Alarico. Le cause che portano alla dissoluzione della religione pagana sono molteplici, e vanno rintracciate in primo luogo in una profonda crisi istituzionale e sociale. L’antica religio non riesce a soddisfare le intime esigenze dell’individuo, che più che rivolgersi agli dèi per la salvaguardia e l’incolumità dello Stato, è alla ricerca di un’affermazione di sé stesso come singolo, e non come parte di una comunità. L’attenzione è quindi rivolta, in un primo momento, a culti di provenienza orientale, di matrice misterico-salvifica, che assicurano ai fedeli un’esistenza beata dopo la morte. Questi dèi non richiedono alcun atto di conversione né tantomeno di esclusività. Si hanno infatti testimonianze di persone dedite ai più culti.
Caso noto è quello di Vettio Agorio Pretestato, esponente dell’élite senatoria pagana, morto nel 384 d.C. Nel suo epitaffio sepolcrale si può leggere: “augur, pontifex Vestae, pontifex Solis, quindecemvir, curialis Herculis, sacratus a Liber e nei misteri eleusini, ierofante di Ecate, neocorus di Serapide, tauroboliatus, pater patrum“. Nonostante questo, però, sono culti rivolti solo a uomini o a donne, o a persone appartenenti a una determinata classe sociale (come nel caso di quello mitraico).
I punti di forza che faranno del cristianesimo la religione predominante, pur con tutte le sue correnti, saranno proprio l’esclusività del culto, il fatto che sia rivolto a tutti senza distinzioni di sesso o rango, e la strutturata gerarchia ecclesiastica, la quale ha il compito di stabilire i principi della fede, che devono essere uguali per tutti e non soggetti a differenze regionali o culturali.

Al parco con la dèa


Sublimi mosse di ragguaglio, mentre la selva si agita nei ricordi e diventa vivida.

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