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Archivio per Percy Bysshe Shelley

Percy Bysshe Shelley: Prometeo nel Vento – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un post dettagliato sulla figura di Percy Bysshe Shelley, uno dei punti più alti mai raggiunti dal Romanticismo. Alcuni stralci dell’articolo:

Il “Prometeo Liberato” si può dire sciolga dai vincoli gli spiriti più ardenti dell’Ottocento e del primo Novecento. Nella triade del secondo romanticismo inglese, Shelley rappresenta lo spirito dell’apoteosi, Byron il demoniaco e Keats l’ingenuità della Natura. Il Prometeo che non ancora trentenne trova la morte al largo di Viareggio, è una delle figure più magnetiche della storia della letteratura, nella sua breve vita sempre tesa sul filo delle esperienze più disparate: dallo spiritismo all’ardimento fisico, dall’eroismo di penna alle gesta nel vortice del mondo, dai proclami anarco-socialisti ad una teodicea della storia. – Tutto provai. Tutto compresi e tutto / abbracciai col mio genio la cifra espressa nell’irriducibilità che trita i giorni, le ore e le opere, divorando faustianamente i giovani romantici inglesi, per riferirsi al Manfred di Byron. Eco di ciò si avrà opportunamente nel Vate e nel suo famoso Tutto fu ambìto / e tutto fu tentato Intravediamo subito un Filo teso ed inevitabile.

Parliamo di Gabriele d’Annunzio e di Aleister Crowley. Il Vate e il Mago, alla fonte di Shelley, trassero questa linfa stuporosa di enigma piena, e la trasfusero a contatto con i propri geni. Shelley dona, non a caso, la potestà della trasfigurazione nel (e pel) nome: Ariel e Alastor sono riproposti nei furori di vita del duo, e in questo “figlio del vento” situano la loro accensione. Ariel – spirito dell’aria nella Tempesta di Shakespeare, fu caro al Poeta e percepito dalla speciale sensibilità di d’Annunzio. Shelley così appellò lo schooner costruito a Genova, con cui partì da Livorno l’8 luglio 1822, alla volta di San Terenzo. Alastor – o lo spirito della solitudine – si riferisce invece al poema del 1815 e risuona prepotentemente nella scelta stessa di mutare il nome da Edward Alexander in Aleister…

Poniamo giusto quattro dei tanti passaggi dove d’Annunzio chiarisce il proprio amore verso Shelley (onnipresente nel Piacere); una piccola ossessione financo, una nostalgia viola di morte (per citar Landolfi), una vera e propria accensione di furore, nelle opere giovanili, mutata poi in una chiamata verso la risacca delle gesta. La lingua degli spiriti che sembra tratteggiare il gioco di luce sfingea degli interni dannunziani, ne “Il Piacere” reca note di grande intensità visiva:

L’ombra, ovunque, era diafana e ricca, quasi direi animata dalla vaga palpitazion luminosa che hanno i santuari oscuri ov’è un tesoro occulto. Il fuoco nel camino crepitava; e ciascuna delle sue fiamme era, secondo la imagine di Percy Shelley, come una gemma disciolta in una luce sempre mobile…

Dall’altra parte il demone Alastor, dal divin Shelley trasposto in potestà come “lo Spirito della Solitudine” nel giuoco per varcare i mondi, cementò ulteriormente il nome scelto dalla Bestia 666, ovvero una variante scozzese di Alexander, ieronimo con cui metteva in evidenza le sue presunte ascendenze gaeliche. In questo poema, la voce narrante del poeta trova “strane verità in terre sconosciute”, mentre il demone del poeta, Alastor appunto, ispira peregrinazioni al di là della materia, passando sopra le distese della Persia, dell’Arabia, e ancora tra le montagne del Caucaso e del Kahsmir. Tutto ciò deve esser rimasto impresso nel viaggiatore Crowley, proprio per la valenza tutta interiore e misterica di un inabissarsi pel mondo a contatto col proprio demone. Si autonominò “wanderer of the waste”, sempre mutuando la concezione shelleyana di una corsa contro il tempo, la società, le convenzioni, e soprattutto, “the waste”, in lui fu la fine del “residuo” dell’Eone di Osiride…

200 anni di terrore con Frankenstein | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos 197, un interessante excursus di Carmine Treanni su Frankenstein che aiuta a inquadrare un po’ tutta la questione creativa nel duecentenario della pubblicazione dell’opera.

Al di là dell’attribuzione del romanzo della scrittrice inglese fra quelli che hanno contrassegnato la science fiction, resta il fatto che Frankenstein segna la rottura con il romanzo gotico del 700, di cui è comunque figlio, e apre la strada ad una letteratura più attenta alla realtà in cui nasce e alla scienza, tanto che si può affermare non solo che è il romanzo che segna l’apice della cosiddetta rivoluzione scientifica, ma è anche il romanzo simbolo della rivoluzione industriale, che proprio in quegli anni muoveva i suoi primi passi.

Frankenstein è, dunque, allo stesso tempo il primo testo narrativo che utilizza l’impulso d’una scienza in piena espansione, ma è anche l’ultimo esempio di quella letteratura che si nutriva di storie tormentate e ricche di eventi sanguinari o profezie di sventura, di ambientazioni cupe e lugubri, di personaggi soprannaturali. Questi due elementi convivono e sono simbolicamente rappresentati dai due protagonisti del romanzo: il Mostro e lo Scienziato.

Vale la pena ricordare, seppur note, le circostanze entro le quali prese forma il romanzo: nell’estate del 1816 Mary e il marito, il poeta Percy Bysshe Shelley, si recarono a Villa Diodati, la residenza che Lord Byron aveva affittato sul lago di Ginevra. Qui, per ingannare la noia di un’estate piovosa, i tre si diedero alla lettura di storie di fantasmi; la cosa li ispirò a tal punto che decisero di imitarne il genere. I tre intavolarono una discussione riguardante il “segreto della vita”, ovvero su alcuni esperimenti condotti dal fisico Erasmus Darwin, nonno del più famoso Charles, che aveva infuso nuova vita, grazie all’elettricità, in un gruppo di piccoli vermi. Sempre di quel periodo sono gli esperimenti di Galvani, che con la sua pila era in grado di far contrarre i muscoli di una rana morta. Tutti questi fatti affascinarono e influenzarono Mary Shelley, tanto che, durante la notte, ebbe un incubo nel quale immaginò un uomo animato da una macchina. Al mattino riportò su carta il suo sogno e, incoraggiata dal marito, ne tirò fuori un romanzo che diventò famoso in tutto il mondo con il titolo di Frankenstein o il Prometeo moderno.

Lankenauta | Mary Shelley e la maledizione del lago


Su Lankenauta la biografia di Mary Shelley, Mary Shelley e la maledizione del lago, a cura di Adriano Angelini Sut. Opera monumentale, che analizza la vita e l’arte di Mary.

La sua vita cambia rapidamente quando incontra l’amore della sua vita: Percy Bysshe Shelley, giovane e bello, nobile (anche se ha rinunciato al titolo), affascinante poeta, ribelle e originale. Sarà uno dei massimi poeti del Romanticismo.

Mary ne viene subito conquistata, i due fanno l’amore presso la tomba di Mary Wollstonecraft, quasi a chiedere protezione al suo spirito. Lui è un uomo sposato con due figli, lei una ragazzina sedicenne. In breve fuggiranno insieme, portandosi dietro anche Claire, la sorellastra di Mary, con la quale ella si rassegnerà a condividere l’amore del poeta.

Saranno anni belli e terribili fatti di spostamenti, difficoltà economiche, lotta contro pregiudizi, maldicenze, beghe familiari, maternità tragiche. Mary ebbe quattro gravidanze: tre bambini nacquero ma morirono in tenerissima età, il quarto fu un aborto spontaneo. Solo un quinto figlio sopravviverà, Percy Florence, così chiamato in onore della città di Firenze.

Percy la lascerà spesso sola, la tradirà, era uno spirito irrequieto e ipersensibile. Mary lo amò alla follia, spesso soffrendo.

The Vampyre | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine la storia del Vampiro di Polidori e di tutto l’annesso di Villa Diodati, che ha visto nascere il Fantastico moderno e il Weird.

Polidori seguì il celebre autore nei suoi viaggi attraverso l’Europa e compose l’opera che avrebbe tanto influenzato la figura del vampiro proprio durante un soggiorno in Svizzera, nella casa che Byron aveva affittato presso il lago di Ginevra. Qui Byron aveva anche invitato un altro famosissimo autore, Percy Bysshe Shelley, e la sua futura moglie Mary Wollstonecraft, nonché la sorellastra di quest’ultima, Claire Clairmont (una delle svariate amanti di Byron).

A causa del maltempo, i cinque scrittori furono costretti a rimanere chiusi in casa, svagandosi con la lettura di alcune opere della letteratura gotica. Fu proprio in conseguenza di queste letture che Byron propose ai suoi ospiti di cimentarsi in un’inconsueta sfida letteraria: ognuno di loro avrebbe dovuto scrivere una storia di fantasmi da leggere al resto del gruppo la sera successiva. Soltanto due dei presenti riuscirono a portare a termine questo compito e comporre un buon racconto: Mary Wollstonecraft, come tutti sanno, creò Frankenstein e la sua creatura, mentre Polidori scrisse quello che qualche anno dopo sarebbe stato pubblicato come Il Vampiro, ispirandosi tuttavia al frammento composto da Byron nel corso della medesima sfida.

Il Lord Ruthven creato da Polidori rappresentò una vera rivoluzione nell’immaginario vampiresco: abbandonando completamente il mostro delle leggende popolari, questo nuovo non morto si basava sul modello del “byronic hero”, l’eroe tenebroso e maledetto, circondato da un alone di fascino e mistero, creato da Byron. Lord Ruthven pare in effetti un vero e proprio alter ego del celebre autore: il suo stesso nome è stato tratto dal romanzo gotico Glenarvon di Lady Caroline Lamb, ex amante di Byron, il quale era stato il modello su cui si era basato anche il personaggio Glenarvon. Il racconto venne pubblicato nel 1819 sul New Monthly Magazine, ma venne erroneamente attribuito a Byron, il quale, nonostante ne avesse smentito la paternità, non riuscì mai a fare attribuire all’amico il merito di aver composto Il Vampiro.

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