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Archivio per Pietro Guarriello

Acque profonde – William H. Hodgson – recensione


Recensione di Cesare Buttaboni alla seconda raccolta di racconti di William H. Hodgson, uscita per Hypnos, dal titolo Acque profonde. Ecco uno stralcio della valutazione:

Secondo lo psichiatra e filosofo svizzero Carl Gustav Jung “L’acqua in tutte le sue forme – in quanto mare, lago, fiume, fonte ecc. – è una delle tipizzazioni più ricorrenti dell’inconscio, così come essa è anche la femminilità lunare che è l’aspetto più intimamente connesso con l’acqua”. Il simbolismo del mare non ha mancato di influenzare la letteratura migliore: da Melville a Conrad fino a Stevenson, Jules Verne ed Edgar Allan Poe con il suo celeberrimo Gordon Pym sono numerosi gli esempi in questo senso. Ma forse colui che ha saputo evocare in maniera più efficace il senso di solitudine, di mistero e di minaccia incombente delle infinite distese marine è stato il grande William Hope Hodgson.

L’editore Hypnos, dopo il primo, pubblica anche il secondo volume di “Tutti i racconti di mare” ovvero Acque profonde, un volume curato, con grande passione e competenza, da Pietro Guarriello. La nuova traduzione è della brava Elena Furlan. Ogni racconto viene introdotto e inquadrato da Guarriello con molta precisione e ricchezza di riferimenti bibliografici mentre la sua lunga postfazione Perduto nei mari stregati: William Hope Hodgson e il mistero dei Sargassi è un contributo realmente importante per capire la genesi di quello che, a ragione, può essere definito come il “Ciclo del Mar dei Sargassi”. In definitiva siamo di fronte ad un altro tassello importante per conoscere la produzione di una figura fondamentale nell’ambito della letteratura soprannaturale.

“Zothique n. 4”: Arthur Machen e il fascino panico del perturbante – A X I S m u n d i


Su AxisMundi una estesa disquisizione su Arthur Machen e la sua opera sulle culture cultuali celtiche, delle creature fatate, e sui rapporti che lui ha avuto con le società ermetiche ignlesi del XIX secolo. Le considerazioni partono dal numero 4 della rivista Zothique, già recensita qui.

Nel suo saggio del 1919, Das Unheimliche, Sigmund Freud prendendo spunto dalle intuizioni del collega Ernst Jentsch indagò la natura di questo strato della vita psichica:

« Non c’è dubbio che esso appartiene alla sfera dello spaventoso, di ciò che ingenera angoscia e orrore, ed è altrettanto certo che questo termine non viene sempre usato in senso nettamente definibile, tanto che quasi sempre coincide con ciò che è genericamente angoscioso. È lecito tuttavia aspettarsi che esista un nucleo particolare, che giustifichi l’impiego di una particolare terminologia concettuale. »

Nondimeno, ben prima delle ricerche freudiane e oltre un decennio dopo, Machen scandagliò tale sentimento in lungo e in largo, conducendo il suo pubblico all’interno di quel nucleo che lo psicanalista austriaco aveva soltanto abbozzato. Il presente corposo volume, comme d’habitude curato con grande passione e professionalità da Pietro Guarriello, ricostruisce organicamente tale esperienza, attraverso numerosi contributi critici e cinque racconti (di cui quattro dello scrittore gallese) rimasti fino ad ora inediti in Italia.

Arthur Llewelyn Jones nacque a Caerleon-on-Usk il 3 marzo del 1863, figlio del pastore anglicano John Edward Jones e della scozzese Janet Robina Machen, da cui prenderà il cognome d’arte. Nelle sue memorie rimarcò come la sua più grande fortuna sia stata quella di essere nato nel cuore del Gwent, in un vero e proprio caleidoscopio di leggende.

All’interno del suo mirabile studio inserito nella seconda parte dell’albo (pp. 181-222), Le fate, le streghe e la porta per l’Altro Mondo: rilievi folklorici ed etnografici sull’opera di Arthur MachenMarco Maculotti ricorda come già Jorge LuisBorges avesse rilevato la fiera identità celtica di Machen, attraverso cui «poté sentirsi oscuramente vittorioso e antico, radicato nella propria terra e alimentato da primitive scienze magiche». Caerleon, Isca Silurum per i romani, è anche identificata con Camelot, la fortezza di re Artù. Infine, è una delle terre maggiormente interessate dalla tradizione dei fairies, le enigmatiche creature che abitano il Regno segreto, pregevolmente tratteggiato dal presbiteriano scozzese Robert Kirk sul finire del Seicento (The SecretCommonwealth, scritto nel 1692 e pubblicato per la prima volta solo nel 1815).

Nell’opera macheniana, tuttavia, si assiste a più riprese a un capovolgimento radicale della percezione post-shakespeariana di questi esseri, in quanto l’autore gallese, appassionato studioso di folklore celtico, recuperò la visione tradizionale e perturbante del cosiddetto “piccolo popolo“. Ne La storia del sigillo nero, il professor Gregg, alter ego dell’autore, sembra riferirsi direttamente a Kirk quando afferma:

« Così come i nostri antenati avevano chiamato “fatati” o “buoni” gli esseri terribili perché li temevano, li avevano anche rivestiti di forme affascinanti, ben sapendo che la verità era assai diversa», giungendo alla conclusione per cui fate e diavoli sarebbero di un’unica razza e di un’unica origine.

Zothique 4: Arthur Machen – Ver Sacrum


Su VerSacrum, Cesare Buttaboni recensisce Zothique 4, numero della rivista dedicato ad Arthur Machen. Un estratto della rece:

Dopo il numero consacrato ad Algernon Blackwood la mitica rivista Zothique di Pietro Guarriello dedica un corposo speciale a un altro nume tutelare del fantastico ovvero Arthur Machen. Rispetto allo stesso Blackwood e ad altri autori del genere, Machen in Italia ha avuto una relativa fortuna: di lui anche di recente (penso a Il cerchio verde pubblicato da Providence Press e Un frammento di vita delle Edizioni Hypnos) si continua a pubblicare materiale inedito ed edito. Nonostante questo Machen (a dispetto degli omaggi di Lovecraft, Stephen King e Guillermo Del Toro) non ha mai sfondato (come è invece successo a Lovecraft) presso il pubblico ma il motivo è che ci troviamo di fronte a un autore particolare, lontano anni luce da un horror di facile presa sul lettore. Per Fruttero e Lucentini era uno scrittore estremamente raffinato e di nicchia (trovavano il suo stile troppo reticente e, per questo motivo, cassarono Il gran dio Pan dall’antologia Storie di fantasmi della Einaudi, anche se consideravano Il terrore un capolavoro e in effetti questo racconto ha ispirato la Du Maurier per Gli uccelli da cui venne tratto il film di Hitchcock) mentre per Borges era un “minore” senza che questo termine fosse da considerare in senso negativo dal famoso scrittore argentino.

Disponibile il secondo numero di “Zothique”, la rivista edita da Dagon Press | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione del secondo numero di Zothique, rivista horror curata da Pietro Guarriello per la Dagon Press. Molto interessante il contenuto, che va al di là dell’horror stesso:

Inizia con un saggio teorico sulla narrativa dell’orrore questo secondo numero di Zothique, ma il pezzo forte è un ampio ed esclusivo Dossier che fa il punto sullo scrittore Ambrose Bierce, di cui vengono presentati anche cinque racconti weird inediti in Italia, oltre a guide bibliografiche e saggi sulla sua figura e sulla sua narrativa. Si passa poi a Thomas Owen, uno dei padri del fantastico Belga, e dopo un saggio introduttivo seguono quattro sue storie tra il surreale e il fantastico, anch’esse in prima traduzione italiana.

Ma anche la narrativa nostrana è ben rappresentata, con un racconto di Francesco Brandoli che si rifà al mito della mater tenebrarum ed è un omaggio a Suspiria. Si passa quindi a Robert E. Howard, con la prima parte di un lungo saggio dedicato alla sua poetica. E per la serie Le donne del weird, che chiude il numero, questa volta il focus è sulla scrittrice Gertrude Atherton, presente anche con il classico racconto The Striding Place.

I paesaggi interiori di Algernon Blackwood – Il blog di Andrea Scarabelli


Sul blog di Andrea Scarabelli c’è una bella recensione a La valle perduta, il secondo racconto di Algernon Blackwood recuperato dall’oblio in queste settimane ultime settimane (l’altro è qui).
Cos’ha di speciale quest’autore misconosciuto nelle italiche terre? Vi incollo alcuni passaggi del recensore, tanto per farvi capire la grandezza e la lungimiranza dell’interpretazione weird blackwoodiana.

Un’atmosfera che emerge anche in questo racconto, apparso nell’omonima raccolta The Lost Valley (1910) e pubblicato per la prima volta in italiano nella traduzione di Annalisa Roffinengo, declinandosi nel fascino spettrale dei luoghi, in un singolare accordo tra geografia esteriore e geografia interiore. Un aspetto che Blackwood, come nota Pietro Guarriello nella sua introduzione, sperimentava in prima persona prima di mettersi a scrivere, lasciandosi catturare da quelle geografie ben prima di imprimerle su carta. La scelta di inserire in appendice il saggio La psicologia dei luoghi si muove proprio in quest’ottica. Perché è il genius loci, vero protagonista di questo racconto intenso e struggente, a stagliarsi dietro due gemelli, identici in tutto e per tutto, che compiono un’escursione sulle Alpi, imbattendosi in una leggendaria quanto sinistra Valle Perduta, «dove gli spiriti dei suicidi, o di chi è morto di morte violenta, trovano la pace eterna, quella pace che è negata loro in tutte le altre religioni». Un luogo antichissimo e misterioso che finirà per intrecciare ulteriormente i loro destini: un’amara riflessione sul senso della vita e del tempo, ma anche un messaggio di speranza rivolto a chi crede che il senso delle cose non è solamente materiale, e che il segreto di un istante può schiudersi solo nell’Eterno.

È un percorso tortuoso e ricco di salti dimensionali a spingere i protagonisti in un viaggio che, partendo da contrade note, si conclude nei recessi della loro anima, un cammino che dal finito si inabissa nell’aldilà e nell’eternità. I due gemelli, insomma, finiscono per sollevare il velo di Maya, andando oltre l’apparenza delle cose: non hanno parole per descrivere quest’esperienza, ma è ovviamente un trucchetto di Blackwood, la cui penna restituisce appieno il senso del transito, in pagine auree ed affilate. Qualche esempio?

«La profondità della valle si apriva come un’inquietante ombra sotto i suoi piedi; si snodava morbida e scura, in contrasto con la luce del sole. Dalla massa boschiva si levava solo un unico mormorio, come il brusio delle voci che aveva sentito in sogno, pensò. Il fruscio dei singoli alberi si fondeva in un unico suono. Una pace, antica e profonda, risiedeva in quella valle, e il suo bisbiglio gli addolciva lo spirito».

Oppure:

«La tristezza dell’autunno era presente tutta intorno a lui, e la solitudine di quella valle nascosta gli parlava della malinconia di ciò che muore – le primavere che finiscono, le estati insoddisfatte, le cose incomplete e che non appagano. Pensò che quella valle non avesse mai conosciuto presenza umana».

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