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Archivio per Poesia

Esce per la collana VersiGuasti, Canti dei Senzapadre, di Yanuk Lurjiame | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

La nuova proposta della collana Versiguasti è Canti dei Senzapadre, di Yanuk Lurjiame, con un’introduzione di Alex Tonelli. Il volume è disponibile in edizione digitale su www.kipple.it e nei principali store online.

Dalla sinossi: I Senzapadre sono un gruppo di bambini internato presso l’Istituto Psichiatrico numero Cinque, chiamato Teremon, uno dei complessi costruiti dall’OIGE, Organizzazione Internazionale per la Garde des Enfants, sparsi per il territorio svizzero. In Teremon ho raccolto questi fanciulli particolari, cercandoli in tutto il mondo. In apparenza sembrano orfani come tanti altri, figli della strada e della Crisi. Ma a lungo andare, studiandoli, mi sono accorto che fanno parte di qualcosa di diverso dall’umanità. Vivono nascosti nelle viscere della maggior parte delle grandi città d’Europa, cercando di fuggire alla fame dei Mercanti di Carne, depravati che catturano i piccoli orfani nutrendo un mercato infernale. I bambini di cui seguo le tracce, perlustrando le metropoli della terra, sono in realtà spiriti incarnati di anime antiche, sono caduti nel nostro mondo combattendo un’entità cosmica che abita negli abissi al centro del nostro universo, che si è risvegliata durante gli anni della Crisi, generando spiriti perversi, i quali, incarnandosi nel ciclo delle nascite umane (e non umane) hanno sprofondato i mondi imprigionati, in una cupa esistenza simile a quella di una foresta in putrefazione.

DALL’APERTURA

Ho iniziato a pubblicare quei Canti dei Senzapadre ascoltati dalla bocca stessa del loro custode Ion Milkheev, un vecchio dagli occhi grigi, il cui sguardo fisso quali ne rivelava la completa cecità. I suoi canti erano un atto di puro ricordo. La sua voce fiaccata dalla vecchiaia stillava dalle sue labbra ed ebbi chiara l’impressione che in un Altrove sottile, un’isola di Memoria nello stesso luogo dove stavo assisa ad ascoltarlo, l’uomo stesse incontrando davvero i suoi antichi Fratelli scomparsi. Scoprii le sue storie e il luogo da cui veniva mentre cantava i poemi, seduto al centro del cortile in quell’afosa estate, poco dopo la discesa del sole negli inferi notturni. Eravamo pochi ad essere stati invitati ad ascoltarlo, non perché fossimo speciali, ma pochi erano rimasti gli orecchi dell’anima in grado di udire il richiamo dei Senzapadre, una voce sottile, una vibrazione dolce ma forte allo stesso tempo, che si muoveva aliena sui fili taglienti intrecciati dai ragni cosmici dell’Oltretomba, come un equilibrista bendato, capace di non ferirvisi e di non scuoterli, destando l’attenzione dei temibili artefici. Il Vecchio non era in fuga, era divenuto un pellegrino dopo che le cose presero una piega inquietante nel sistema di mondi in cui visse la sua carne. Le persecuzioni furono feroci e una volta disperse anche le più segrete comunità di Senzapadre, i Guardiani di Casmandund si gettarono alla caccia dei loro fratelli umani e di chiunque li avesse anche soltanto avvicinati. Milkheev riuscii a resistere alle purghe, aiutato dalle anime veglianti dei suoi Eterni, dagli spiriti dei Fratelli che gli rimasero vicini e dai pochi simpatizzanti ancora vivi, perché i Canti venissero trasmessi agli spiriti di buona volontà, effusi ai quattro angoli dell’universo e ancora sconosciuti ai Guardiani, affinché attraverso loro continuasse a vivere il Ricordo.

Yanuk Lurjiame

LA QUARTA

I Canti sono testimonianze vive di una realtà lontana o null’altro che componimenti poetici, l’inneggiare lirico dell’immaginazione? Potrebbe essere che crediate nell’una o nell’altra ipotesi, in perfetta alternanza. A volte potreste essere persino certi che entrambe siano vere, contemporaneamente, come se i Canti avessero creato i Senzapadre e la poetessa Yanuk Lurjiame; come se Yanuk Lurjiame avesse creato una realtà alienata popolata da creature fantastiche e da città inesistenti. Come se Ion Milkheev avesse creato i Senzapadre, la poetessa e forse persino queste note. Potreste non capire più dove inizia l’inganno e
dove finisce la verità.

L’AUTRICE

Yanuk Lurjiame nasce in una dimensione collocata secondo gli umani parametri su una linea spaziotemporale parallela a quella di Alessandra Biagini, la persona che in questo mondo scrive usando il suo nome. AB nasce a Roma, nel 1975, dopo la maturità classica intraprende qualche studio in forma privata di lingua ebraica, araba e si dedica a imparare la scrittura cinese. Manifesta interesse per le antiche religioni, per lo sciamanesimo, per gli antichi maestri gnostici. Si sposa, va a vivere in Lombardia. Approda alla Calligrafia, ma non ne segue le orme consuete, scegliendo di camminare su impervi sentieri che l’allontanano dal mondo dei suoi maestri. Il suo Scriptorium diviene l’antro di un vulcano segreto, un’officina ove si forgiano in parole e forme selvagge mondi ed esperienze interiori. Approda poi nella Tuscia e qui si trova oggi.

LA COLLANA

VersiGuasti è la collana di Kipple Officina Libraria diretta da Alex Tonelli interamente dedicata alla poesia e alla letteratura lirica in versione digitale, alla costante ricerca di connessioni e poetiche appartenenti al Connettivismo e non solo.

Yanuk Lurjiame, Canti dei Senzapadre
Introduzione: Alex Tonelli
Copertina: Ksenja Laginja

Kipple Officina Libraria – Collana Versi Guasti – Formato ePub e Mobi – Pag. 58 – 0.95€ – ISBN 978-88-32179-44-6

Link:

Aleister Crowley: Bagh-i-muattar. Profumi dal giardino di Abdullah – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione a cura di Cesare Buttaboni a Bagh-i-muattar. Profumi dal giardino di Abdullah, lavoro di Aleister Crowley scritto sotto pseudonimo che, al tempo, ha avuto una storia editoriale assai travagliata. Vi lascio alle righe di Cesare:

C’è un suo libro che non viene mai citato ovvero Bagh-i-muattar. Profumi dal giardino di Abdullah che viene ora pubblicato dalle Edizioni Mediterranee. Si tratta di un testo maledetto che ha avuto una vicenda editoriale burrascosa. L’edizione originale venne stampata a Parigi, in forma clandestina, nel 1910 in un’edizione strettamente limitata a 200 copie. Crowley per l’occasione usò il nome di uno scrittore persiano mai esistito ovvero Abdullah El Haji, in arte “Abdullah il verseggiatore”. Il libro venne colpito dalla maglie della censura per le tematiche scandalose trattate. In effetti il “Bagh-i-muattar”, un misto di prosa e poesia, è piuttosto esplicito e blasfemo nel delineare un amore sodomitico molto spinto con riferimenti a pratiche sadomasochistiche e scatologiche. L’oggetto del desiderio di Crowley è un giovanetto di 15 anni di nome Habib, in realtà una figura mai esistita che mascherava il suo amore per Herbert Charles Pollitt (1871-1942), medico mancato e attore di personaggi femminili. Per completare il quadro non mancano l’elogio della pederastia, le prese di posizione contro la donna (“Nessuna donna è una compagnia adatta per un uomo: costei lo abbrutisce necessariamente”) e contro la religione islamica. Non bisogna pensare però che manchi l’esoterismo: anzi i rapporti con il ragazzino sono la chiave per accedere alla magia sessuale.

Bagh-i-muattar in definitiva è un tassello essenziale per capire l’universo di Aleister Crowley e penso che tutti gli appassionati del celebre mago dovrebbero procurarselo. Il volume è a cura di Vittorio Fincati ed è disponibile sul sito delle Edizioni Mediterranee.

Strani giorni: “Canti d’Amnios” per parole chiave


Sul blog di EttoreFobo la segnalazione del suo Canti d’Amnios, silloge poetica da cui presenta alcuni estratti. Vi lascio invece a uno stralcio del suo post, dove l’autore indaga il senso intrinseco e semantico del concetto di poesia:

La prima parola è inevitabilmente la parola POESIA. Lungi da me proporvi una definizione netta ma alcune cose vorrei dirle. Sappiamo tutti intuitivamente che il linguaggio è il regno dell’ambiguità. Ora la poesia potenzia al massimo grado questa ambiguità originaria, per cui in poesia una parola viola il principio di non contraddizione per cui A=A E B=B, A può essere uguale a B o altri termini che B semplicemente evoca. La poesia è dunque il regno della massima ambiguità semantica, in filosofia si usa il termine aporia quando un significato è indecidibile. In poesia, l’aporia è quasi la regola. Una parola significa alla massima densità concettuale tutto ciò che può significare. Se stessa e il suo contrario e tutte le sfumature cui essa accenna. Ambiguità in questo caso è di per sé una parola equivoca. Perché il sostrato morale che la accompagna forse è un impedimento ulteriore a comprendere ciò che sto cercando di dire. Ambiguo è ciò che è indecidibile, duplice, molteplice. In sanscrito esistono cento parole per designare l’infinito. Ecco una lingua ricca di pensiero. L’italiano non permette questa ricchezza e dicendo infinito pensiamo di aver detto tutto, ci illudiamo. Per farvi capire con una similitudine: se uno scrive un saggio che parla di fotografia, esso ha un oggetto chiaro la fotografia, se scrivo una poesia su una singola fotografia essa non parla più di fotografia ma può dire in maniera misteriosa tutto ciò che la fotografia non mostra direttamente ma tace e tacendo evoca. La poesia non è didascalica, non parla di ma dice direttamente gli abissi che il linguaggio comune cela. Io li chiamo gli effetti quantistici della poesia. La poesia sta al linguaggio comune, quello che usiamo per comunicare, come la fisica subatomica e quantistica sta alla fisica classica. Nessuna solidità concettuale, la massima evaporazione, evanescenza, fluttuazione dei concetti. La poesia in questo caso, potremmo dire, è l’esplorazione di un’interiorità profonda, subatomica, prelinguistica, che esiste prima dei concetti, prelogica ma non illogica o irrazionale come a volte superficialmente si dice. Il poeta Flavio Ermini usa il termine precategoriale. È il logos in realtà, nelle sua massima potenza di significazione cioè di ambiguità, appunto. Carmelo Bene chiamava giustamente la poesia “arte della sintesi”, momento in cui i concetti si fondono, si con-fondono uno nell’altro.

Strani giorni: Presentazione di “Canti d’Amnios”


Sul blog di Ettore Fobo la segnalazione di una sua nuova pubblicazione poetica: Canti d’Amnios. Incollo una breve ma esaustiva presentazione dell’opera, acquistabile su Ibs, Feltrinelli e sul sito dell’editore Montedit; su Bibbia d’Asfalto è invece possibile leggere una poesia:

È sempre difficile parlare della propria poesia o di se stessi. C’è da chiedersi perché. Io penso fondamentalmente che nessuno possa conoscere se stesso da solo, che non siamo delle monadi separate ed autoriferite, penso che siamo delle connessioni, delle relazioni, delle risonanze. Penso che quello che chiamo me stesso sia una relazione con gli altri.
È di Nietzsche la lezione antropologica: solo un altro può interpretare noi stessi. Noi siamo, dentro lo sguardo dell’altro, ciò che anela a un riconoscimento: tu esisti, tu sei questo, tu sei reale. Questa relazione piena di senso è ciò a cui noi aneliamo e che chiamiamo amore.

La poesia non è letta, non è conosciuta, non è amata, la poesia è difficile, la poesia disorienta. Per carità, tutto vero, chi sono io: un poeta? Mi risuonano le parole di due artisti della parola, due poeti. Uno è un classico della poesia italiana, Guido Gozzano: “Io mi vergogno sì mi vergogno di essere un poeta”. La vergogna di essere poeta dunque, perché il poeta è spudorato, il poeta si mette a nudo sempre, rivela l’essenza della cose spesso a chi dell’essenza o ha fatto un feticcio e in quanto feticcio ne ha fatto qualcosa di oscuro, o ha semplicemente dimenticato l’essenza, preferendo ad essa cosa? La sua nemesi: l’apparenza, per semplificare un discorso altrimenti troppo complesso e labirintico. Una altro poeta è un classico di fama mondiale, un classico del modernismo: Ezra Pound.
Egli ci ha detto e per quanto mi riguarda continua a dire: “L’idea italiana della poesia: qualcosa di opprimente e da riverire”. Qui la scuola con la sua metodologia di insegnamento ha enormi responsabilità.

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Recensioni: “La caduta di Artù” di J.r.r. Tolkien


Su Hyperborea la recensione a un singolare lavoro – postumo – di JRR Tolkien: La caduta di Artù, che è una raccolta poetica avulsa dal contesto SignoreAnelli ma che, in virtù della sua referenzialità al Beowulf, una qualche attinenza l’ha avuta di certo; forse è stato un lavoro di contorno e preparatorio per fissare le idee del LOTR? Vi lascio alla rece:

Non è un romanzo, e nemmeno un racconto o una raccolta; è un poema, per di più incompiuto. Meglio ancora: la silloge delle versioni che di esso Tolkien aveva redatto, riordinate dal figlio Cristopher secondo una papabile cronologia desunta da appunti e lettere (la stesura risalirebbe, in questo senso, alla prima metà degli anni ‘30). Infine, “La caduta…” non ha nulla a che spartire con l’oramai familiare universo di Arda. Viceversa, quello che abbiamo per le mani risulta essere un testo difficile, composto da circa un migliaio di versi e suddiviso in cinque canti che – in un inglese moderno ma ricco di arcaismi – tenta di recuperare tramite l’uso del metro germanico desunto dal Beowulf la forma degli antichi poemi allitterativi dell’Inghilterra medievale, applicandola alla materia arturiana.
Ecco tuttavia l’occasione, spesso occultata dalla fama acquisita dalle vicende dell’Anello, di osservare da vicino uno dei lati precipui del Professore di Oxford: lo studio filologico, il recupero e il vero e proprio restauro linguistico delle vestigia altomedievali britanniche, e la sua applicazione a una produzione personale. Un lavoro intento al quale l’avremmo potuto cogliere anche in tempi appena anteriori, quando scrisse “The Lay of Aotrou and Itroun”, anch’esso incompiuto, a imitazione degli antichi lai bretoni.

L’altro aspetto da ricordare è infine la valenza archetipica che assume la materia arturiana nella versione di Tolkien, che usualmente avverso alle interpretazioni allegoriche o metaforiche, in questo caso fa mostra di non aver paura della potenza dei simboli, utilizzati con esemplare chiarezza a mo’ di guida interpretativa per il suo testo.
Un volume certo non pienamente fruibile nelle sue potenzialità da chi non abbia familiarità con la ricerca linguistica e filologica, “The Fall of Arthur”, ma comunque un pezzo notevole della produzione tolkieniana relativa ai suoi interessi e di autore e di medievista. Recuperarlo e studiarlo, non potrà che confermare il lettore nella passione per il creatore della Terra di Mezzo.

In memoria di Carlo Bordini | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Carlo Bordini, credits ph. Dino Ignani

Il mio ricordo di Carlo Bordini è indissolubilmente legato a una pasta con la zucca, una ricetta che la compagna del traduttore francese di Carlo, Olivier Favier, ci cucinò in una serata romana del 2010. A quella tavola parlammo di poesia, di traduzione, di vita e di Yves Bonnefoy come vecchi amici. Mi chiesi cosa ci facessi io fra quei grandi della poesia, eppure ero lì, accolto, abbracciato dalle chiacchiere e dalla gentilezza di Carlo. Conobbi Carlo nel modo più semplice: lessi un suo libro edito da Scheiwiller, “Sasso”. Ne fui conquistato e gli scrissi un messaggio su Facebook per ringraziarlo della sua poesia e lui mi rispose. Così, quasi fosse per lui normale rispondere ai suoi lettori con affetto e simpatia. Volle sapere di me, delle mie passioni letterarie e io, timido, gli raccontai di noi Connettivisti. Oh… Ne fu così entusiasta! Volle sapere tutto, ci lesse, ci promosse. Ricordo che scrisse anche un articolo per l’Unità per parlare di noi scribacchini del futuro. Lo ricordo tante altre volte a Roma, quando veniva alle nostre presentazioni o alle cene da Armando in San Lorenzo. Apprezzava la buona cucina e quando gli offrivamo la cena sorrideva sornione e sbottava, ho mangiato bene e gratis, che c’è di meglio?! Venne a Trieste, presentò “Memorie di un rivoluzionario timido” e tutti restammo affascinati da questo orso ciondolante, saggio oltre ogni misura e dal sorriso buono, nascosto dal suo accento romano. Una mattina ricevetti il suo “librone”, come lo chiamava lui, la raccolta completa delle sue poesie. Mi ci immersi avidamente. I “Costruttori di vulcani” era una pietra poggiata sulla mia libreria. Quando decisi di curare la collana di poesia della Kipple Officina Libraria, VersiGuasti, chiesi a Carlo di regalarmi una poesia, una sola, quella intitolata “Epidemia” per dedicargli il numero 0. Sorrise e me la regalò, dicendomi, dopo aver letto cosa scrivi capisco perché ti piace questa poesia. Come sembra attuale oggi quel testo, quasi che Carlo fosse un po’ veggente nella sua saggezza. Pochi sanno che Carlo mi regalò un’altra poesia, una piccola poesia sul matrimonio che io, a mia volta, regalai a una coppia di amici che stavano per sposarsi. La lessi io durante la cerimonia ma sentivo la voce pacata e profonda di Carlo, quasi fosse lì, con noi, a celebrare quelle nozze. Lui che così tanto valore dava all’amore. Ma oggi io non riesco a ricordare il poeta, oggi posso solo ricordare l’amico, le lunghe telefonate, le passeggiate, l’entusiasmo fanciullesco, i suoi disegnini sulle dediche ai suoi libri. Carlo mi mancherà, Carlo mancherà a tutti noi Connettivisti. Mi mancherà la sua poesia, ma mi mancherà soprattutto la sua amicizia.

Se esistesse un paradiso dei poeti, oggi Carlo Bordini sarebbe seduto a bere una birra con i più grandi e, certamente, il nostro Guido Antonelli, avrebbe qualcosa su cui brontolare. Addio Carlo, un abbraccio e, nell’inganno dei Cristiani, salutaci Guido.

 

Alex Tonelli

Morto Carlo Bordini, addio a 82 anni al grande poeta: I suoi libri restano con noi | FanPage


Stanotte è morto, penso nella sua casa romana, Carlo Bordini, poeta, attivista, letterato e una quantità di altri titoli veri, non accademici. L’ho conosciuto qualche anno, non ricordo quante volte ci siamo visti ma ho un’immagine nitida di una splendida serata al ristorante connettivista per eccellenza, finita poi in un dopo cena nel quartiere che una volta era San Lorenzo. Persona non ampollosa e disponibile, una rarità considerata invece la sua immensa cultura personale. Dispiace, davvero molto… Ciao Carlo ❤

Esce la silloge poetica “Il sentiero dello sciamano”, di Sandro Battisti | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

La collana Versiguasti festeggia il traguardo del 20° volume con la pubblicazione del libro IL SENTIERO DELLO SCIAMANO di Sandro Battisti, con introduzione di Alex Tonelli e postfazione di Ksenja Laginja, autrice anche del rinnovamento grafico di collana. Il volume è disponibile in edizione digitale e cartacea su www.kipple.it, nei principali store online e nelle librerie.

Dalla postfazione: « Il sentiero dello sciamano ci accompagna all’ingresso di una caverna esperienziale, dove tutto vibra e parla, diviene prezioso tramite fra la materia naturale e i segni impressi da qualcuno prima noi. La vibrazione quantica non arretra mai, cede il passo alla percezione psichica, apre le porte esistenti e ne crea di nuove. Parla una lingua che conosco, che mi ha sempre toccato e affascinato come solo i misteri cosmici possono fare, e mi auguro che possa parlare anche voi. »

DALL’INTRODUZIONE
« Immergersi nelle poesie dell’autore, in questo suo “Il sentiero dello sciamano”, è entrare in una circolarità perfetta in cui ogni poesia è punto di partenza e arrivo. Non vi è una direzione da seguire, un verso che schiude una trama, qui è negato il meccanismo narrativo dell’incipit-climax-excipit. Si tratta di seguire il viaggiatore, di percorrere il sentiero dello sciamano lungo un gorgo che si apre continuamente e ci avvolge in cerchi di conoscenza senza fine. Non vi è un punto di arrivo, non una morale finale, un’entelechia, un approdo, ma la perfetta circolarità di un cammino senza fine in una progressiva, e mai esaurita, catabasi alla conoscenza.
Questo viaggio lo si compie, ci dice il poeta, morendo incessantemente, continuamente, ripetutamente e poi rinascendo infinite volte per rifare il percorso e scendere, sempre più, nell’alveo di una sapienza segreta.
La morte e la rinascita sono così presenti nei versi di Sandro Battisti che appaiono come la condizione necessaria per essere\divenire sciamano ma anche, e forse soprattutto, per essere\divenire poeta. Serve morire e porre fine, serve rinascere ed evolvere, senza soluzione di continuità.
Per essere poeti è necessario prima di tutto uccidere il corpo, abbandonarlo e muovere verso ciò che ne viene dopo, qualunque cosa sia. Lo sciamano lascia il corpo a terra, come un vestito stretto e mal sopportato e si schiude agli spazi mistici; ma così anche il poeta abbandona il corpo e lascia che la parola vibri oltre ogni comune e quotidiano significato. La parola poetica di Sandro Battisti è parola arcana ma al tempo stesso futura, è parola lontana dal presente del lettore e, per questo, è spesso ermetica, difficile, talvolta persino incomprensibile. Poeta e sciamano, non ha nulla più da spartire con chi è rimasto ancorato nel corpo a questo solo, unico, tempo della nostra quotidianità di lettori. »

Alex Tonelli

LA QUARTA
Lo scrittore ci svela l’inganno della parte e del tutto, però cosa è parte e cosa è tutto non lo riusciamo a comprendere: l’unità perde senso, il punto di accesso alla silloge diventa indifferente. Come un vortice che trascina, si mischia in se stesso e si confonde nelle sue varie parti; così i testi che compongono questa raccolta diventano un caleidoscopio che non va compreso, non va scomposto perché ogni frammento ha in sé un universale che rimanda ad altro e viceversa, continuamente.

L’AUTORE
Sandro Battisti è uno dei fondatori del movimento letterario Connettivista. A partire dal 2004 si è dedicato allo sviluppo di uno scenario comune a molti suoi lavori successivi, l’Impero Connettivo, dapprima con racconti apparsi su NeXT, la fanzine del movimento, con il fumetto “Florian”, successivamente nei romanzi “PtaxGhu6” (2010), scritto in collaborazione con Marco Milani, e “Olonomico” (2012). Ha vinto il Premio Urania 2014 e il Premio Vegetti 2017 con “L’Impero restaurato”; è curatore dell’antologia di strano weird “La prima frontiera” (2019). Scrive quotidianamente sul blog https://hyperhouse.wordpress.com.

LA COLLANA
VersiGuasti è la collana di Kipple Officina Libraria diretta da Alex Tonelli interamente dedicata alla poesia e alla letteratura lirica in versione digitale, alla costante ricerca di connessioni e poetiche appartenenti al Connettivismo e non solo.

Sandro Battisti, Il sentiero dello sciamano
Introduzione: Alex Tonelli
Postfazione e copertina: Ksenja Laginja

Kipple Officina Libraria – Collana Versi Guasti – Formato ePub e Mobi – Pag. 99 – 0.95€ – ISBN 978-88-32179-41-5
Formato cartaceo – Pag. 98 – 10.00€ – ISBN 978-88-32179-42-2

Link:

A Walk in Twilight – Happy Halloween from Ksenja Laginja, Stefano Bertoli e Sandro Battisti


UpLoween in reading, a tema, per Samhain; in musica, parole, empatia oscura e poesia. Per voi, un piccolo regalo.

Cut-Up Publishing presenta “Il Corvo e tutte le poesie” di Edgar Allan Poe | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di una nuova pubblicazione per CutUp: Il Corvo e tutte le poesie, di Edgar Allan Poe. Un grimorio dei versi di quest’artista che non smette, a 170 e più anni dalla morte, di essere seminale.

Sono state qui raccolte tutte le opere in versi di Poe, da Tamerlano e Altre Poesie (1827), Al Aaraaf, Tamerlano e Poesie Minori (1829), Poesie (1831) fino a Il Corvo e Altre Poesie (1845), tradotte dal Premio Elgin Award e due volte Premio Bram Stoker Award Alessandro Manzetti.
Non mancano contenuti extra sorprendenti: libere interpretazioni di quattro delle poesie di Poe da parte dei poeti Linda D. Addison (Premio Bram Stoker Award alla Carriera) e Alessandro Manzetti. Il volume è arricchito inoltre da illustrazioni interne tematiche realizzate dal disegnatore Stefano Cardoselli. Un libro magnifico da collezionare e conservare con cura.

boudoir77

"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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