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Intervista a Nicola Lombardi | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine è disponibile una bella intervista a Nicola Lombardi, uno dei veterani del panorama che sbrigativamente si può definire horror, ma che in realtà ha in sé significative sottotracce emotive. Un estratto:

I tuoi lavori sono contraddistinti da una particolare cura dello stile e delle atmosfere. Quanto c’è della provincia padana nella costruzione delle tue ambientazioni? Possiamo dire che la bassa è il tuo Maine?

Possiamo dirlo, sì. Gli ambienti naturali e rurali in cui sono cresciuto – la campagna ferrarese e dintorni – mi hanno offerto subito uno sfondo ideale per le mie fantasie macabre, anche perché è proprio su tali scenari che si consumavano le storie nere che ascoltavo narrare da bambino, e che poi immancabilmente si traducevano per me in incubi e in spunti troppo allettanti per non continuare a rimuginarci sopra. Ecco il motivo per cui tanta mia produzione può rientrare senz’altro nel filone conosciuto come ‘gotico rurale’, reso popolarissimo sul piano letterario da Eraldo Baldini e altri grandi autori.

E proprio insieme a nomi illustri come Eraldo Baldini, Danilo Arona e Pupi Avati, puoi essere considerato tra i precursori dell’horror rurale, genere che in questi ultimi anni sta riscuotendo sempre più successo. Quando hai iniziato la tua carriera di scrittore però la situazione era ben diversa. Perché hai scelto di intraprendere un percorso simile?

Veramente non si è trattata di una scelta, o almeno non di una scelta consapevole. L’horror come ‘forma mentis’ era, ed è, un presupposto della mia personalità, un aspetto che ho sempre vissuto come un dato di fatto. Per quanto riguarda invece le ambientazioni e lo spirito delle mie invenzioni narrative, come ho detto prima, derivano in maniera preponderante dalla cornice in cui ho vissuto infanzia e adolescenza. In pratica, non mi sono mai posto il problema di capire cosa il lettore volesse, o voglia, farsi raccontare, magari perché un certo tema va di moda, ma piuttosto di proporre sempre, in tutta onestà, ciò che mi passa per la testa. (Naturalmente, è bene specificare che posso permettermi di non seguire i gusti del mercato perché non sono uno scrittore professionista).

Nuovo Console Caotico in Veneto | NAZIONE OSCURA CAOTICA


[Letto su NazioneOscura‘s blog]

Oggi, 21 Ventoso 139, è stato nominato un nuovo console: Il Console Caotico del Veneto, Marco RO, che si aggiunge alle figure istituzionali Oscure (vedi).

Complimenti al nuovo ambasciatore, presto al lavoro insieme!

Quel ponte sul fiume


Mentre seguo le onde farsi patine l’odore, il salmastro che rapisce, il colore che sbiadisce, tutto sembra prendermi da un lontano ricordo che emerge non desiderato, non cercato, non emancipato; intanto, il fiume prima che diventi mare mi segue nei ricordi, oltre i miei sensi antichi.

Il Signor Diavolo – La regia di Pupi Avati – Welovecinema


Ancora recensioni per Il signor Diavolo, nuovo film di Pupi Avati che sta smuovendo le acque calme del Fantastico italico in questo periodo. Stavolta WeLoveCinema prova a dire la sua, che io tra l’altro condivido; un estratto:

Ci sono film che ti lasciano a bocca aperta. Che vorresti iniziare a rivedere non appena ti accorgi che stanno per finire. Che ti tornano in mente più e più volte anche a giorni di distanza dalla prima visione. Il Signor Diavolo di Pupi Avati è uno di questi film. Per lo meno: lo è per me. A me ha fatto e fa questo effetto. A me e a molti di quelli con cui ho avuto occasione di parlarne. Tra i film di Avati, Il Signor Diavolo è uno dei più belli e compiuti. Lo è, se non altro, per la radicalità con cui fa i conti con il grande rimosso del cinema italiano: la presenza del Male. L’inevitabilità del Male. Forse, perfino, la necessità del Male.

Visivamente Il Signor Diavolo è un film di una bellezza struggente, costruito com’è sul continuo attrito fra spazi aperti che hanno il rarefatto nitore metafisico di certi quadri alla De Chirico e spazi interni chiusi e ristretti che soffocano lo sguardo e il pensiero. Il Signor Diavolo è pieno di sottoscala, sgabuzzini, botole sotterranee, scantinati: piccoli luoghi bui dove accadono cose che non è bello che accadano. Cose melmose che spesso non si vedono. Cose che però influenzano ciò che accade nei grandi spazi aperti. Aperto/chiuso, buio/luce, piccolo/grande: fotografia e scenografia tessono una perfetta partitura di contrasti luministici e spaziali che dialogano alla perfezione con i contrasti morali e sociali che innervano il racconto e la sceneggiatura.

Siamo nel cattolicissimo Veneto degli anni ’50, quando la Democrazia Cristiana governava incontrastata e la Chiesa dettava regole e interdetti per la vita quotidiana. Qui, in un paese della bassa, in un paesaggio di fiume e di laguna in cui la presenza umana sembra davvero una superfetazione fastidiosa e inopportuna, un ragazzino uccide un suo coetaneo convinto che sia il diavolo. La fede religiosa può portare a questo? A una credenza nutrita di superstizione e di paura? Per evitare uno scandalo che potrebbe anche avere ricadute politiche, da Roma viene inviato in loco un giovane ispettore con l’incarico di indagare sull’accaduto e di insabbiare eventuali scoperte o testimonianze poco gradevoli. Al contempo titubante e determinato, il giovane si immerge in una realtà reticente e primordiale, profondamente rurale, senza rendersi conto di essere la pedina di un gioco che il destino ha tracciato per lui.

A proposito de Il signor Diavolo…


ATTENZIONE, SPOILER

Ieri ho visto Il signor Diavolo, l’ultima fatica di Pupi Avati. Parliamo di un’opera che forse non ha sviscerato tutti i punti che propone, ma devo ancora capire quanto è affidato all’intuito dello spettatore, che continua a ciclare sulle scene alla ricerca di spiegazioni nate da minimi particolari, e quanto invece è eventuale potenziale colpa degli autori che mal hanno concepito la pellicola. In ogni caso, mi sento di dissentire su alcuni aspetti della recensione apparsa su FantasyMagazine, in questi termini.

Non riesco a concordare sulla critica all’inadeguatezza tecnica della pellicola, si narra di paure ataviche, le stesse vissute da Pupi bambino; il territorio ha in sé qualcosa di antico, non a caso si presta assai bene alle influenze lovecraftiane, l’ambientazione dev’essere per forza così come Avati l’ha realizzata, un taglio più moderno ne avrebbe distrutto il climax. I volti degli attori e il loro trucco iperreale, bastano quelli per donare lo spessore di un orrore che è tutt’altro che alla portata umana e che divora, come un’ideologia.
Non sono convinto sia un’opera perfetta, ma dal mio punto di vista dirotterei i dubbi su alcuni passaggi del film che mi risultano tuttora poco chiari – o forse mal sviluppati, chissà… Dovrei dare una seconda visione al film.

Lankenauta | Il signor Diavolo


Su Lankenauta una recensione a Il signor diavolo, ultima fatica per Pupi Avati che, in questi giorni, viene proiettata nelle sale cinematografiche italiane. È una valutazione che, a priori, mi trova più in linea rispetto a quella apparsa su FantasyMagazine poco tempo fa, ma è qualcosa che ovviamente va valutato in sala, cosa che farò nei prossimi giorni. Intanto…

Dal terrificante incipit all’ambiguo e raggelante epilogo, Il signor Diavolo ha il pregio di non perdere mai, nonostante l’andamento ragionato e quasi meditativo, quell’aura malefica e straniante che lo caratterizza per tutta la sua contenuta durata. Poco meno di un’ora e mezza di rumori sinistri – accattivante anche la colonna sonora che richiama le migliori di genere dei Settanta – di iconografie sacre che assumono valenze terrifiche, di anfratti claustrofobici in cui imprigionare paure e fobie degli spettatori. Una ballata macabra che procede per immagini lasciando alle parole giusto il minimo sindacale. Ed è una scelta azzeccata quella che compie Avati, ovvero non perdersi in prolissità, inutili verbosità e lungaggini, evitando abilmente lo “spiegone” per dare preponderanza ai volti. Quei volti, scelti con accuratezza maniacale, ai quali lui e pochissimi altri registi italiani – in ciò Avati è maestro quanto lo era il compianto Pier Paolo Pasolini – sono riusciti a dare efficace caratterizzazione anche in assenza di parole.

La paura del diavolo è un incubo primordiale buono per tutte le stagioni, ma calato nel contesto di un’Italia democristiana da pochi anni uscita dalla guerra, in un territorio (il Polesine) fortemente ricettivo come quello rurale intriso di dottrina clericale, ignoranza e superstizione, ha sempre la sua efficace suggestione narrativa. In questo senso, pur se ad opposte latitudini geografiche e in un differente quadro temporale, l’opera in questione accosta per più di qualche vaga assonanza contenutistica il mai troppo considerato, eppur rimarchevole nel suo genere, Non si sevizia un paperino (che si svolge nella Lucania degli anni Settanta) del sottovalutato e sovente vituperato (dalla critica più che dal pubblico) Lucio Fulci. Anche nel thriller del defunto regista romano – il suo migliore – le implicazioni legate alla fede, alla superstizione e al contesto politico e sociale sono elementi decisivi per dirimere un rebus inquietante che si dipana in un climax tetro e malsano. L’idea di accentuare visivamente l’aspetto religioso, attraverso un tripudio di croci e di simboli (di croci di Cristo se ne vedono ovunque, dal ministero fino all’ospedale), ben restituisce l’atmosfera del tempo che Avati ci sta raccontando, ma la potente suggestione che riesce a far interiorizzare allo spettatore va ben oltre la radiografia per immagini del periodo, per invece scavare ancora una volta nell’inconscio del sé fanciullo alle prese col dilemma innescato dal mistero della fede, perduto nel limbo delle molteplici questioni che investono gli enigmi della pedagogia cattolica.

E se Avati usa gli stereotipi, come connotare il male di deformità, lo fa in un primo momento per esplicitare senza possibilità di fraintendimento i confini del discorso narrativo. Ma a conti fatti potrebbe essere tutto un inganno – e probabilmente lo è – visto il finale scioccante e denso di punti interrogativi. Il regista bolognese infatti sembra giocare con gli elementi di genere e divertirsi parecchio nel raccontarci questa storia, a dispetto della gravità degli eventi; sembra voler tornare al tempo del suo cinema più ispirato, quello fatto appunto di suggestioni suoni e volti che ci raccontano fiabe da incubo. Un omaggio al gotico puro che fa il verso non soltanto alle sue opere del passato, ma a tutto l’horror d’autore e d’atmosfera, nel confezionare il quale gli artisti italiani furono maestri, ormai fagocitato dall’attuale iperrealismo e dalle visioni cruente che aumentano il disgusto ed edulcorano gli effetti catartici della paura. Nell’immaginare questa sorta di ritorno alle origini sceglie non a caso alcuni protagonisti a lui cari, emblematici del suo cinema dei Settanta, come Gianni Cavina e Lino Capolicchio (nei panni del sacrestano e del parroco), e recupera da qualche soffitta di celluloide il volto un tempo aggraziato di Chiara Caselli, tenebrosa dama in nero in questo suo ultimo film, affidando cammei significativi a due caratteristi d’eccezione, come Alessandro Haber e Andrea Roncato. Ma i veri protagonisti sono Filippo Franchini, che interpreta il giovanissimo omicida, efficace e indecifrabile fino alla fine, e Gabriele Lo Giudice, il funzionario che si perde nel vortice di eventi che lo sovrastano irrimediabilmente. Deforme quanto basta per suscitare repulsione (una dentatura feroce e improbabile), il truccatissimo Lorenzo Salvatori, nei panni del supposto signor Diavolo.

Il Signor Diavolo: è online il trailer del film di Pupi Avati | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine l’annuncio e il trailer del nuovo film di Pupi Avati, Il Signor Diavolo. Imperdibile, basta leggere la sinossi:

Anni Cinquanta, Italia. Il pubblico ministero Furio Momentè sta raggiungendo Venezia da Roma, inviato dal tribunale per un processo delicato. Un ragazzino di quattordici anni ha ucciso un coetaneo, e la Curia romana vuole vederci chiaro, perché nel drammatico caso è implicato un convento di suore e si mormora di visioni demoniache. All’origine di tutto c’è la morte, due anni prima, di Paolino Osti. Malattia, hanno detto i medici, ma secondo Carlo, il suo migliore amico, Paolino è morto per una maledizione: Emilio lo ha fatto inciampare mentre, in chiesa, portava l’ostia consacrata per la comunione. Sacrilegio… E Paolino sul letto di morte avrebbe mormorato: “Io voglio tornare”. “Far tornare” l’amico per Carlo è diventata un’ossessione che ha messo in moto oscuri rituali e misteriosi eventi. Fino alla morte di Emilio, ucciso da Carlo con la fionda di Paolino. Almeno così pare.

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