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Il Signor Diavolo – La regia di Pupi Avati – Welovecinema


Ancora recensioni per Il signor Diavolo, nuovo film di Pupi Avati che sta smuovendo le acque calme del Fantastico italico in questo periodo. Stavolta WeLoveCinema prova a dire la sua, che io tra l’altro condivido; un estratto:

Ci sono film che ti lasciano a bocca aperta. Che vorresti iniziare a rivedere non appena ti accorgi che stanno per finire. Che ti tornano in mente più e più volte anche a giorni di distanza dalla prima visione. Il Signor Diavolo di Pupi Avati è uno di questi film. Per lo meno: lo è per me. A me ha fatto e fa questo effetto. A me e a molti di quelli con cui ho avuto occasione di parlarne. Tra i film di Avati, Il Signor Diavolo è uno dei più belli e compiuti. Lo è, se non altro, per la radicalità con cui fa i conti con il grande rimosso del cinema italiano: la presenza del Male. L’inevitabilità del Male. Forse, perfino, la necessità del Male.

Visivamente Il Signor Diavolo è un film di una bellezza struggente, costruito com’è sul continuo attrito fra spazi aperti che hanno il rarefatto nitore metafisico di certi quadri alla De Chirico e spazi interni chiusi e ristretti che soffocano lo sguardo e il pensiero. Il Signor Diavolo è pieno di sottoscala, sgabuzzini, botole sotterranee, scantinati: piccoli luoghi bui dove accadono cose che non è bello che accadano. Cose melmose che spesso non si vedono. Cose che però influenzano ciò che accade nei grandi spazi aperti. Aperto/chiuso, buio/luce, piccolo/grande: fotografia e scenografia tessono una perfetta partitura di contrasti luministici e spaziali che dialogano alla perfezione con i contrasti morali e sociali che innervano il racconto e la sceneggiatura.

Siamo nel cattolicissimo Veneto degli anni ’50, quando la Democrazia Cristiana governava incontrastata e la Chiesa dettava regole e interdetti per la vita quotidiana. Qui, in un paese della bassa, in un paesaggio di fiume e di laguna in cui la presenza umana sembra davvero una superfetazione fastidiosa e inopportuna, un ragazzino uccide un suo coetaneo convinto che sia il diavolo. La fede religiosa può portare a questo? A una credenza nutrita di superstizione e di paura? Per evitare uno scandalo che potrebbe anche avere ricadute politiche, da Roma viene inviato in loco un giovane ispettore con l’incarico di indagare sull’accaduto e di insabbiare eventuali scoperte o testimonianze poco gradevoli. Al contempo titubante e determinato, il giovane si immerge in una realtà reticente e primordiale, profondamente rurale, senza rendersi conto di essere la pedina di un gioco che il destino ha tracciato per lui.

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A proposito de Il signor Diavolo…


ATTENZIONE, SPOILER

Ieri ho visto Il signor Diavolo, l’ultima fatica di Pupi Avati. Parliamo di un’opera che forse non ha sviscerato tutti i punti che propone, ma devo ancora capire quanto è affidato all’intuito dello spettatore, che continua a ciclare sulle scene alla ricerca di spiegazioni nate da minimi particolari, e quanto invece è eventuale potenziale colpa degli autori che mal hanno concepito la pellicola. In ogni caso, mi sento di dissentire su alcuni aspetti della recensione apparsa su FantasyMagazine, in questi termini.

Non riesco a concordare sulla critica all’inadeguatezza tecnica della pellicola, si narra di paure ataviche, le stesse vissute da Pupi bambino; il territorio ha in sé qualcosa di antico, non a caso si presta assai bene alle influenze lovecraftiane, l’ambientazione dev’essere per forza così come Avati l’ha realizzata, un taglio più moderno ne avrebbe distrutto il climax. I volti degli attori e il loro trucco iperreale, bastano quelli per donare lo spessore di un orrore che è tutt’altro che alla portata umana e che divora, come un’ideologia.
Non sono convinto sia un’opera perfetta, ma dal mio punto di vista dirotterei i dubbi su alcuni passaggi del film che mi risultano tuttora poco chiari – o forse mal sviluppati, chissà… Dovrei dare una seconda visione al film.

Lankenauta | Il signor Diavolo


Su Lankenauta una recensione a Il signor diavolo, ultima fatica per Pupi Avati che, in questi giorni, viene proiettata nelle sale cinematografiche italiane. È una valutazione che, a priori, mi trova più in linea rispetto a quella apparsa su FantasyMagazine poco tempo fa, ma è qualcosa che ovviamente va valutato in sala, cosa che farò nei prossimi giorni. Intanto…

Dal terrificante incipit all’ambiguo e raggelante epilogo, Il signor Diavolo ha il pregio di non perdere mai, nonostante l’andamento ragionato e quasi meditativo, quell’aura malefica e straniante che lo caratterizza per tutta la sua contenuta durata. Poco meno di un’ora e mezza di rumori sinistri – accattivante anche la colonna sonora che richiama le migliori di genere dei Settanta – di iconografie sacre che assumono valenze terrifiche, di anfratti claustrofobici in cui imprigionare paure e fobie degli spettatori. Una ballata macabra che procede per immagini lasciando alle parole giusto il minimo sindacale. Ed è una scelta azzeccata quella che compie Avati, ovvero non perdersi in prolissità, inutili verbosità e lungaggini, evitando abilmente lo “spiegone” per dare preponderanza ai volti. Quei volti, scelti con accuratezza maniacale, ai quali lui e pochissimi altri registi italiani – in ciò Avati è maestro quanto lo era il compianto Pier Paolo Pasolini – sono riusciti a dare efficace caratterizzazione anche in assenza di parole.

La paura del diavolo è un incubo primordiale buono per tutte le stagioni, ma calato nel contesto di un’Italia democristiana da pochi anni uscita dalla guerra, in un territorio (il Polesine) fortemente ricettivo come quello rurale intriso di dottrina clericale, ignoranza e superstizione, ha sempre la sua efficace suggestione narrativa. In questo senso, pur se ad opposte latitudini geografiche e in un differente quadro temporale, l’opera in questione accosta per più di qualche vaga assonanza contenutistica il mai troppo considerato, eppur rimarchevole nel suo genere, Non si sevizia un paperino (che si svolge nella Lucania degli anni Settanta) del sottovalutato e sovente vituperato (dalla critica più che dal pubblico) Lucio Fulci. Anche nel thriller del defunto regista romano – il suo migliore – le implicazioni legate alla fede, alla superstizione e al contesto politico e sociale sono elementi decisivi per dirimere un rebus inquietante che si dipana in un climax tetro e malsano. L’idea di accentuare visivamente l’aspetto religioso, attraverso un tripudio di croci e di simboli (di croci di Cristo se ne vedono ovunque, dal ministero fino all’ospedale), ben restituisce l’atmosfera del tempo che Avati ci sta raccontando, ma la potente suggestione che riesce a far interiorizzare allo spettatore va ben oltre la radiografia per immagini del periodo, per invece scavare ancora una volta nell’inconscio del sé fanciullo alle prese col dilemma innescato dal mistero della fede, perduto nel limbo delle molteplici questioni che investono gli enigmi della pedagogia cattolica.

E se Avati usa gli stereotipi, come connotare il male di deformità, lo fa in un primo momento per esplicitare senza possibilità di fraintendimento i confini del discorso narrativo. Ma a conti fatti potrebbe essere tutto un inganno – e probabilmente lo è – visto il finale scioccante e denso di punti interrogativi. Il regista bolognese infatti sembra giocare con gli elementi di genere e divertirsi parecchio nel raccontarci questa storia, a dispetto della gravità degli eventi; sembra voler tornare al tempo del suo cinema più ispirato, quello fatto appunto di suggestioni suoni e volti che ci raccontano fiabe da incubo. Un omaggio al gotico puro che fa il verso non soltanto alle sue opere del passato, ma a tutto l’horror d’autore e d’atmosfera, nel confezionare il quale gli artisti italiani furono maestri, ormai fagocitato dall’attuale iperrealismo e dalle visioni cruente che aumentano il disgusto ed edulcorano gli effetti catartici della paura. Nell’immaginare questa sorta di ritorno alle origini sceglie non a caso alcuni protagonisti a lui cari, emblematici del suo cinema dei Settanta, come Gianni Cavina e Lino Capolicchio (nei panni del sacrestano e del parroco), e recupera da qualche soffitta di celluloide il volto un tempo aggraziato di Chiara Caselli, tenebrosa dama in nero in questo suo ultimo film, affidando cammei significativi a due caratteristi d’eccezione, come Alessandro Haber e Andrea Roncato. Ma i veri protagonisti sono Filippo Franchini, che interpreta il giovanissimo omicida, efficace e indecifrabile fino alla fine, e Gabriele Lo Giudice, il funzionario che si perde nel vortice di eventi che lo sovrastano irrimediabilmente. Deforme quanto basta per suscitare repulsione (una dentatura feroce e improbabile), il truccatissimo Lorenzo Salvatori, nei panni del supposto signor Diavolo.

Il Signor Diavolo: è online il trailer del film di Pupi Avati | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine l’annuncio e il trailer del nuovo film di Pupi Avati, Il Signor Diavolo. Imperdibile, basta leggere la sinossi:

Anni Cinquanta, Italia. Il pubblico ministero Furio Momentè sta raggiungendo Venezia da Roma, inviato dal tribunale per un processo delicato. Un ragazzino di quattordici anni ha ucciso un coetaneo, e la Curia romana vuole vederci chiaro, perché nel drammatico caso è implicato un convento di suore e si mormora di visioni demoniache. All’origine di tutto c’è la morte, due anni prima, di Paolino Osti. Malattia, hanno detto i medici, ma secondo Carlo, il suo migliore amico, Paolino è morto per una maledizione: Emilio lo ha fatto inciampare mentre, in chiesa, portava l’ostia consacrata per la comunione. Sacrilegio… E Paolino sul letto di morte avrebbe mormorato: “Io voglio tornare”. “Far tornare” l’amico per Carlo è diventata un’ossessione che ha messo in moto oscuri rituali e misteriosi eventi. Fino alla morte di Emilio, ucciso da Carlo con la fionda di Paolino. Almeno così pare.

Il Polesine nella tarda Età del Bronzo


Tanto per continuare la vena preistorica, un post di Alessio Brugnoli fa una rapida panoramica preistorica sull’Età del Bronzo nel Polesine, provando a tracciare paralleli con moderno dispiegarsi dei nostri giorni. Da leggere tutto d’un fiato.

La crisi della tarda età del bronzo è un tema di numerosi e ampi dibattiti, la cui animosità fa impallidire quelli della politica italiana. Ci si scanna, con parecchio entusiasmo, sulla cronologia (corta, ossia il tutto avviene in un paio d’anni o lunga, ossia come questa crisi sia stata graduale ed estesa per un periodo di tempo di circa ottanta anni), sulle cause del fenomeno (invasioni di massa provenienti dal Mediterraneo Occidentale o crisi politico economica?) e sui singoli eventi ( che diavolo succede di preciso nell’area egeo anatolica?).

Provo a tenermi fuori da questo marasma di polemiche e ipotesi, gettando uno sguardo, invece, su un tema assai meno trattato: gli impatti della crisi del Mediterraneo Orientale sul quello Occidentale. Il motivo è abbastanza semplice: se ci fosse stata questa ipotetica migrazione, dovremmo trovare, nelle aree di provenienza degli ipotetici invasori, tracce di un ampio spopolamento o in caso si ipotizzi un comportamento analogo a quello dei vichinghi, il bottino dei saccheggi.

In più essendo quelle aree economicamente connesse al mondo miceneo, cipriota e siriano, si dovrebbero notare, nelle tracce della loro vita materiale, gli effetti dei torbidi avvenuti in quelle aree. Comincerò questa analisi, che si articolerà in vari post, esaminando quanto accade nella zona del delta del Po: può sembrare strano, ma nella Media e Tarda età del Bronzo, svolge lo stesso ruolo che hanno il Salento, la Sicilia Occidentale e la Sardegna nei traffici dell’epoca, ossia di interscambio tra una rete commerciale locale, più o meno estesa e i ricchi mercati orientali.

In particolare, nel Polesine i mercanti micenei e ciprioti entravano in contatto con comunità tribali che associavano all’agricoltura e all’allevamento, un commercio a breve distanza, per approvvigionarsi del rame del Trentino e a lunga distanza, erano terminali sia della via dell’Ambra e dello Stagno. Contatto che nel XIII secolo a.C. provoca alcuni mutamenti culturali ed economici: si accentua la differenze tra capi, che importano beni di lusso, e resto della tribù, la ceramica locale imita quella egea e nell’area compresa tra l’Emilia e la Svizzera si adottano, per facilitare gli scambi commerciali con i mercanti
stranieri, le unità di misura di peso e lunghezza micenee.

Questo equilibrio si rompe intorno al XII secolo a.C.: una crisi drammatica colpisce le comunità terramaricole, quella che quando ero piccolo io erano chiamati i tizi delle palafitte. La deforestazione, l’eccessivo sfruttamento del suolo e un periodo particolarmente arido manda in tilt il loro sistema sociale. Ora, i terramaricoli, non prendono armi e bagagli e corrono a saccheggiare i territori egizi ed ittiti, primo, perché non avevano nessuna idea di dove fossero, secondo, perché, con le piroghe, non è che potessero andare molto distante. Per cui, una parte migra nei territori della cultura appenninica, che essendo pastori transumanti, poco si curano dell’arrivo dei profughi, anzi, incominciano un processo di ibridazione culturale che sarà una delle componenti della civiltà protovillanoviana, un’altra si trasferisce nel Delta del Po.

Storielle Zen Dalla Pianura Orientale – Booktrailer


È online il booktrailer di Storielle Zen Dalla Pianura Orientale, il nuovo libro di Marco Milani edito da Cavinato Editore. Come sempre, buon gusto e garbo, e profondità del messaggio.

Fantasmi e luoghi «stregati» di Romagna tra mito, leggenda e cronaca | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di una pubblicazione, Fantasmi e luoghi «stregati» di Romagna, tra mito, leggenda e cronaca, di Eraldo Baldini. L’esplorazione di luoghi sinistri di una terra che ad minchiam, come sempre accade per miriadi di altri posti simili nel mondo, viene considerata solare, scopre scenari inquietanti che scorrono sottopelle, lascia andare il senso di oscuro dentro l’anima.

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