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NeXT Hyper Obscure

Archivio per Pop

The Cars – Heartbeat City (Live Aid 1985)


Della pop-wave che è gradevole, una ventata di ricordi, un velo di malinconia…

Babylon Zoo – Spaceman (Official Video)


Un quarto di secolo, e questo brano torna ad affacciarsi in tutto il suo clangore pop…

Depeche Mode – Never Let Me Down Again (Official Video)


Qualcosa che è diventato un classico pop underground, ma che faccio fatico a riconoscere come classico…

The Love Coffin – Stripped Down (OFFICIAL)


Un piccolo momento pop fatto con eleganza e piacevolezza… un mantra momentaneo.

Lankenauta | Super-Eliogabalo


Su Lankenauta la recensione di Ettore Fobo a Super-Eliogabalo, di Alberto Arbasino – morto proprio ieri, l’articolo è invece del 2005. Un romanzo del ’68 che traccia percorsi quasi surreali di una storia imperiale che diviene postmoderna nei sui continui intrecci con la storia attuale, che diviene apparentemente più leggera ma poi risulta essere più surreale alla maniera di un supereroe americano… Un estratto dalla rece:

Arbasino arriva a presentarci un interessante imperatore – bambola, imperatore – giocattolo, imperatore – gadget, che semplicemente si lascia fare, lussurioso, travestito, elegantemente antistorico, lorenzaccio, per usare un aggettivo – nome caro a Carmelo Bene, per cui il testo doveva essere sorta di canovaccio di un film mai fatto. Una commedia per spiriti liberi, un agghiacciante reportage fra le banalità che cuociono l’epoca nella salsa già allora immangiabile dell’autocoscienza fittizia d’una corte dei miracoli fatta di mamme ninfomani, intellettuali, sacerdoti, precettori, schiavi, amanti, cafoni, maghi, in un continuo irriverente alleluia di metaforiche tumorali escrescenze, uno sgonfiarsi di tutti gli stereotipi in un linguaggio che li fonde, un collassare delle strutture finto letterarie, finto storiche, finto cinematografiche, finto teatrali, pseudo televisive etc , come a mostrarci la tempesta magnetica che attraversa e scuote qualsiasi mezzo di espressione. E poi ecco la sottile ma fracassona parodia incarnata da Eliogabalo, in cui Arbasino individua, già come Artaud, ma in maniera del tutto diversa, un progetto politico a volte demistificatorio, ma involontariamente quasi, un inno alla leggerezza depensata e depensante, un divertito eccesso di ogni cosa, la volontà di potenza di un Caligola che scende le scale travestito da Wanda Osiris e canta ”Roma non far la stupida stasera” in un deleuziano divenire minoritario che allaga l’intero paesaggio, fino a confondere tutte le epoche in una sarabanda pop strafottente.

Tutto viene dunque ridotto dal procedimento ironico a canzonetta biascicata, tango fra ubriachi, filmaccio che trasuda tutte le menzogne culturali di quegli e dei nostri anni. Eliogabalo dall’alto della sua incoscienza critica può dunque deplorare l’illuminismo e le sue fatue imitazioni, in un impero che è il mondo, postmoderno, per cui la contemporaneità di tutto, da Jarry a Giulio Cesare, da Plauto a Nietzsche, è un guazzabuglio onomatopeico di rane gracidanti, in cui il linguaggio apparentemente lussureggiante di forme è in realtà scarnificato fino a generare una sorta di derisoria demenza, a tratti mostruosa, a tratti salvifica; così, nell’impossibilità di creare valori, l’asino del buon senso viene lapidato, tutto si decompone in una rissa di significanti, che fumano come vulcani e sembrano volerci inondare del loro segreto e delle loro un tempo vitali illusioni. Frankenstein smembrato e ricomposto il linguaggio di Arbasino è anche un perpetuo intersecarsi di bagliori provenienti dalle epoche tutte, a mostrarci che la folle vacuità illecita di un Eliogabalo è meno pericolosa della pensosa, noiosa, virtuosa serietà assassina degli imperatori che la Storia celebra. L’impero è nient’altro che il residuo di un film trash peplum in salsa finto pop in lamé sdrucito, con sapienti tocchi di agghiacciante glamour, per usare gli stessi termini che Arbasino rigurgita nel testo, anticipando così la successiva esplosione di termini inglesi nella lingua italiana e il kitsch imbarbarimento che ne conseguirà.

In questo impero romano che imita i kolossal americani gli attori hanno un orologio al polso, parlano in romanesco, e vanno in lambretta. In tale contesto Eliogabalo è “una specie di Monica Vitti” con più moine e merletti, la prosa alterna sapientemente il pecoreccio al tono super erudito e la trama anche se pretestuosa e non fondamentale alterna il giallo alla spy-story e magari al teatro dell’assurdo, con inserti di poesie quasi limerick, ma in chiave così evidentemente caricaturale da riuscire in una specie di iperrealismo grottesco. Poi ecco un florilegio di citazioni nascoste o semplicemente inventate: se ho capito bene lo stesso Eliogabalo legge la sua vita su un Lampridio e un Dione Cassio, forse ritoccati, mentre il week-end scorre fra carneficine, orge e varietà e incontri con i senatori: vengono dichiarate guerre non si sa da chi, informatori portano dispacci con storie inverosimili, si attende il rituale dell’omicidio come ogni sabato, c’è anche un residuo di annoiata suspense: chi sarà stavolta la vittima etc…?

Tra fulminanti narrazioni, digressioni, nonsense, il filo della narrazione conduce non fuori ma dentro il labirinto di tutte le avanguardie storiche, dove avviene la catarsi di qualsiasi linguaggio medio, messo sul rogo di calembour, di straniamenti ed efferatezze verbali, celebrando la poco santa messa del dileggio, imparziale nel demolire qualsivoglia mitologica rappresentazione di una realtà che sfugge a ogni decodificazione che non sappia di pernacchia assoluta, anche se super colta, super informata dei fatti; così l’imperatore può diventare icona pop, nell’assalto al tempio supermarket, dove un pontefice produttore di miracoli deve nascondere la sua stessa fede ai dipendenti- sacerdoti, per non essere deriso. Qui evidentemente viene destrutturata qualsiasi ideologia, anche mimandone i linguaggi, trascesi da un’ironia che, dissennata parodia trash, cerca forse di irriderne la consustanziale agonia, l’irrimediabile originaria decrepitezza, magari, anzi sicuramente, a la page. In questo Eliogabalo con i suoi diari, superando l’equivoco intellettuale, colla sola forza del delirio, scardina il luogo comune, lo trasforma in latrina pubblica e invita i lettori –sudditi a evacuare tutta la fetida miseria del buon senso e allegramente, scompisciandosi, e non v’è intelletto che tenga, nella cloaca anche lui.

Qui la decadenza è dunque un’attitudine conoscitiva che si fa beffe della storia, come Eliogabalo stesso in uno dei suoi ultimi monologhi, prima di diventare, con una sorta di finto colpo di scena, il dio feticcio rock, che si lancia in veri ma violentemente assurdi miracoli, adorato dalle sue mamme lascive, invece che finire come nella storia gettato nelle fogne.

“Abbiamo deciso di separarci definitivamente dalla scienza… perché abbiamo concluso che se una casa piena di gadgets ci pare ridicola, una nazione piena di macchine ci sprofonda nel tedio, nel fastidio, nel lutto del Tutto… Sull’astronave andateci voi- io no –e i vostri transistor metteteveli tutti nel dietro…tutto tutto lontano dai presuntuosi presepi di quell’Illuminismo che è davvero la minore età dell’uomo qualunque della strada, e insomma bisogna uscirne al più presto, e all’intelletto intollerabile sostituire l’aberrazione e l’immaginazione, la frattura, la scissura, lo scarto rispetto alla norma, l’afasia, la folly, e le Folies. Cioè la parola poetica. Olè”.

Louise Patricia Crane – Deity


Oltre il lucore le oscurità tramano, le vibrazioni sensuali degli abissi falsamente easy.

PINK FLOYD: “ONE SLIP” IN ANTEPRIMA DAL NUOVO REMIX 2019 | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia la segnalazione del remix di One slip, uno dei brani che componevano il disco di ritorno dei Floyd nell’87, senza Roger Waters. Il tutto fa parte del cofanetto The later years, dedicato alle ultime produzioni della band. Vi lascio così, col brano in sottofondo, con le novità tecniche del remix…

Chiamarlo “remix” è riduttivo perché l’album, oltre ad esser stato mixato per la prima volta in Dolby Surround 5.1, vede la rivisitazione di alcune parti di batteria da parte di Nick Mason e nuove parti di tastiera di Richard Wright, presumubilemte prese dal tour live, oltre la produzione aggiuntiva di David Gilmour e Andy Jackson. In questo specifico brano le parti di batteria originali erano state registrate da Jim Keltner (come anche su “Yet Another Movie” e “On the Turning Away”), ora sono state ri-registrate da Nick Mason, per le tastiere di Rick invece dovremo aspettare il booklet del box set per leggere se effettivamente sono prese dal tour live.

Marilyn Manson – Coma White (Official Music Video)


Miti di pop americano rivisti in chiave glam, e oscura. Ma le chitarrone del Reverendo fanno il resto…

The Witness


Il terzo occhio assume pose languide, per sedurti negli abissi psichici che non conosci.

Cos’è il design? | L’INDISCRETO


Il sottile confine tra pop, design e marketing, un territorio indefinito su cui pascolano le grandi aziende o piccoli indipendenti in predicato di diventare grandi capitalisti, lì dove il brand è una maledizione dello stile. Su L’indiscreto.

Come è possibile che oggetti d’uso comune, di ogni genere, per lo più destinati alla produzione industriale in serie, siano diventati nel tempo oggetti di culto definiti da un’unica parola: “oggetti di design”? È curiosa l’espressione “di design” poiché assume, nel linguaggio comune, una cifra stilistica precisa, un modo di dire che sottende tuttavia anche la “maledizione” che lo “stile” si trasformi in “brand” diventando preponderante rispetto al “design”. È divertente l’osservazione di Mario Bellini: “Questa è una forchetta di design, questo è un bicchiere di design. Io lascio dire, poi chiedo: Dimmi brevemente come si distingue una caffettiera di design da una normale. Tutti si perdono in un gomitolo di contraddizioni sempre più contorte, finché troncano dicendo vabbè hai capito”.

Ma fa pensare anche il monito espresso da Antonio Citterio: “Vorrei che il design fosse considerato un fatto culturale e non un segno che molte persone usano come un brand… la maledizione del design sta in questo paradosso: nel brand che è più forte del valore del prodotto dal punto di vista sia dell’estetica sia della qualità realizzativa”.

La maledizione sta già nel nome stesso: con il termine inglese “design” si indica sia l’idea progettuale (il concetto e il processo) sia il progetto realizzato (compreso quello architettonico). Se si parla di design nel senso comune si intende l’industrial design che si afferma in Europa negli anni Venti per migliorare la vita quotidiana di milioni di famiglie a prezzi accessibili. Tuttavia è chiaro come la produzione industriale faccia del design qualcosa di assolutamente diverso rispetto all’artigianato. L’artigiano, rispetto al designer, può controllare ogni fase della lavorazione mentre il lavoro del designer si limita alla ideazione e alla realizzazione del prototipo dal quale saranno prodotti pezzi identici tra loro. Appare molto chiara la definizione che ne dà Tomas Maldonado: “Il design è un’attività progettuale che consiste nel determinare le proprietà formali degli oggetti prodotti industrialmente”. Ma la definizione si complica se si considerano i contenuti.

simonebocchetta

Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

TRIBUNUS

Duemila anni di Storia Romana

Alessandro Giunchi

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Per me cultura significa creazione di vita. (Cesare Zavattini)

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