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Archivio per Positivismo

Il dio della logica: la vita di Kurt Gödel raccontata da Piergiorgio Odifreddi


Su Fantascienza.com la segnalazione di un libro di Piergiorgio Oddifreddi dal titolo  Il dio della logica. Vita geniale di Kurt Gödel, matematico della filosofia. Lascio le parole a Emanuele Manco che, nel suo post, spiega assai bene il contenuto di questo testo meraviglioso che, nella sua logica, distrugge le certezze fallaci dei Positivisti.

Oddifreddi si prefigge lo scopo di raccontare in un saggio divulgativo l’importanza della figura di Kurt Gödel, forse ancora sconosciuto a chi non sia un matematico. Una figura chiave dell’intera storia della matematica, perché ha scardinato la fiducia dei matematici dei primi del ‘900 che tutto potesse avere una dimostrazione scoprendo che nei sistemi matematici potevano esistere congetture vere ma non dimostrabili. La sua scoperta è esplicitata nella formulazione dei Teoremi di Incompletezza:

1) In ogni sistema matematico esistono proposizioni delle quali non è possibile dimostrare la verità e/o la falsità.

2) Nessun sistema coerente contenente l’aritmetica può essere utilizzato per provare la sua stessa coerenza.

Con l’esposizione della sua scoperta durante l’esposizione della sua tesi di laurea nel 1928, Gödel scardinò gli obiettivi del Congresso internazionale dei matematici alla Sorbona di Parigi nell’agosto del 1900, nel quale David Hilbert aveva lanciato il suo “programma”, ossia ventitré problemi irrisolti della matematica che era certo potessero essere risolti entro la fine del ventesimo secolo. Hilbert era in realtà certo che tutto potesse dimostrato dalla matematica e che Ogni problema matematico definito deve necessariamente essere suscettibile di una soluzione esatta (…) In matematica la parola ignorabimus non esiste.

Quello che Gödel dimostrò e che non era detto che a quei problemi, come a tanti altri problemi della matematica, sarebbe stato possibile trovare una dimostrazione, sia della loro verità che della loro falsità.

Le scoperte di Gödel ispirarono e spronarono tanti matematici, perché la sostanza dei suoi teoremi non era la negazione della matematica, ma solo la dimostrazione che la matematica non si riduce alla mera deduzione e dimostrazione di teoremi a partire da assiomi.

Tra i tanti matematici che, presa coscienza della incompletezza della matematica ci fu anche Alan Turing che, formalizzando la sua macchina calcolatrice, scoprì che, analogamente alle proposizioni indimostrabili, esistevano programmi che neanche la sua macchina è in grado di calcolare, arrivando a formulare una dimostrazione dei Teoremi di Incompletezza che utilizzasse la sua macchina universale. E quanto sia importante la Macchina di Turing lo sappiamo benissimo, visto che il dispositivo sul quale state leggendo questo articolo è una moderna applicazione dei principi teorici di questa macchina.

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H.P. Lovecraft, ateo per grazia di Cthulhu – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un bell’articolo di Walter Catalano su Lovecraft e il suo pensiero riguardo la religione e sul suo presunto o vero razzismo. Interessante perché la trattazione, che in realtà è una recensione a Contro la religione. Gli scritti atei di H.P. Lovecraft, raccolta di lettere dello stesso HPL a cura di S.T. Joshi, prefazione di Christopher Hitchens, postfazione di Carlo Pagetti, è uno sguardo che va ben aldilà dei temi politici cui spesso si vogliono trattare alcuni argomenti del Fantastico. Un estratto:

È davvero un piacere vedere Lovecraft finalmente ricollocato in una prospettiva criticamente significativa ed estranea a distorsioni e strumentalizzazioni ideologiche. Ed è un piacere altrettanto grande rileggere nella postfazione di un testo dedicato ad HPL, il nome di Carlo Pagetti, che è stato forse in assoluto uno dei primi studiosi italiani, con Giorgio Manganelli, a introdurre e commentare – in termini obiettivi e imparziali, da studioso per l’appunto – l’opera del Visionario di Providence già nel lontano 1967. I demagoghi letterari destrorsi che da decenni si sono appropriati proditoriamente dell’esegesi lovecraftiana (come, per motivi analoghi, hanno tentato di fare anche con Tolkien), per fortuna, devono necessariamente tenersi alla larga da un libro come questo. Il presunto Lovecraft “antimoderno” – come pretende una rivistuccia afferente a quel sottoscala politico che, definitasi di “prospettive antimoderne”, ha già rietichettato e tentato di smerciare, oltre a Lovecraft e Tolkien, anche Buzzati, Borges, e perfino Charles Bukowski… -, il “paladino della tradizione” (anzi Tradizione, con la T maiuscola, non ci sbagliamo…) riveduto e corretto da tali interessati glossatori, con tanto di immancabile e presuntiva (oltre che presuntuosa) citazione da Julius Evola, ha assai poco a che vedere con il signore totalmente ateo, materialista, scientista e positivista che emerge da questa fondamentale raccolta di scritti.

Una silloge di saggi e lettere comprese fra il 1916 e il 1936, cioè tra la prima gioventù e l’immediata vigilia della morte precoce dello scrittore, sufficiente da sola a far tacere per sempre tutti gli evolomani antimodernisti. Questo libro sull’ateismo militante di Lovecraft, assemblato da S.T. Joshi – il maggiore studioso lovecraftiano a livello internazionale – e provvidenzialmente tradotto e pubblicato in italiano da Nessun Dogma, l’interessantissimo progetto editoriale avviato dall’Uaar, Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, ha, in particolare nel nostro paese, un valore non solo storico e filosofico ma anche, e forse soprattutto, politico: contribuisce infatti – oltre che ad affermare in senso generale, un punto di vista laico, razionale e, perché no, saggiamente anticlericale – anche, in termini più particolari e specifici, a quella “defascistizzazione” di Lovecraft da tempo auspicata e condotta da molti, come è avvenuto e sta avvenendo anche nei confronti di Tolkien.

Così come i neofascisti Campi Hobbit dei primi anni ’80, ben poco hanno mai avuto a che vedere con i poveri Bilbo, Frodo e compagni, anche lo sgradevole razzismo giovanile (sottolineare l’aggettivo giovanile è fondamentale) di Lovecraft non lo rende necessariamente uno scherano del razzismo “spirituale” di Evola e camerati. Il termine stesso, “spirituale”, abusato dai tradizionalisti integrali, faceva, è dimostrato in questo libro, letteralmente imbestialire o scompisciare il Visionario di Providence: per lui non esiste alcuno spirito, solo la materia, perfino il suo razzismo – nei momenti in cui innegabilmente c’è stato – era assolutamente fisico e materiale; perfino gli esecrabili “dei” extraterrestri dei suoi racconti, non avevano assolutamente nulla di “spirituale”. Lasciamo parlare lo stesso HPL in un passo a caso del libro, lettera a Frank Belknap Long del 1929: “C’è da ridere! La verità è che la scoperta dell’identità della materia con l’energia (e della sua conseguente mancanza di intrinseca e vitale differenza dallo spazio vuoto) è un assoluto colpo di grazia al mito primitivo e sconsiderato dello ‘spirito’. Questo poiché la materia, così appare, è in effetti esattamente ciò che lo ‘spirito’ si è sempre pensato che dovesse essere… Se un mistico pensa che la materia abbia perso le sue proprietà conosciute poiché è stata scoperta essere costituita da energia invisibile, che gli si faccia allora leggere Einstein e che cerchi di applicare la sua nuova concezione facendo andare a sbattere la sua testa contro un muro di pietra…”.

Come, a questo proposito, sottolinea giustamente anche Pagetti nella sua bella postfazione, notando la contiguità cronologica ma non ideologica fra il fiorire della narrativa lovecraftiana e la rinascita del suprematismo bianco: ”nell’ideologia sventolata dal Ku-Klux-Klan spiccava anche il rifiuto totale dell’evoluzionismo darwiniano, apprezzato invece da HPL. Semmai le parate in costume degli adepti al KKK… fanno pensare a una sfilata di mostri lovecraftiani…”. Un Lovecraft talvolta razzista quindi – e di questo riparleremo – ma assolutamente non “antimoderno” (almeno non certo nel senso voluto dall’evoliana “Rivolta contro il mondo moderno”, infarcita di fumoserie mitologiche ed esoterismi pseudo-iniziatici, come piacerebbe agli “agit-prop” reazionari).

H.P. Lovecraft, le “porte della percezione” e le “fenditure nella Grande Muraglia” – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un contributo sulla letteratura di H.P. Lovecraft, in particolare si analizza il racconto From beyond sulla ghiandola pineale e sui portali psichici che essa svela.

«Che cosa sappiamo del mondo e dell’universo che ci circonda? I nostri canali sensoriali sono pochissimi e degli oggetti che ci stanno intorno abbiamo una percezione quanto mai ristretta. Vediamo le cose come ci è permesso di vederle e non possiamo farci nessuna idea della loro realtà assoluta. Con cinque debolissimi sensi pretendiamo di capire un cosmo infinito ed estremamente complesso; eppure, esseri dotati di sensi più forti, più profondi o in grado di operare su un’altra banda non solo vedrebbero le cose in modo diverso da noi, ma sarebbero in grado di percepire e di studiare mondi di vita, di energia e materia che sono a portata di mano e che le nostre facoltà non ci permettono di scoprire.»

«Forme indescrivibili, vive o no, parevano mescolate in un disordine disgustoso e intorno agli oggetti familiari c’erano mondi interi di entità ignote sconosciute.»

Le considerazioni successive sono stupefacenti, lo sconcerto derivato dal disvelamento delle sacche quantiche di realtà frattalizzate che il Solitario vaticina sono capisaldi ancora attuali, anzi punti di partenza per l’infinito che cortocircuita passato, futuro e presente in una melma dimensionale asfissiante, nulla, che evidenzia lo stato energetico in cui siamo immersi e che gli sciamani indagavano già dalla Preistoria.

Come già abbiamo avuto modo di trattare in altra sede, su alcuni argomenti Lovecraft anticipava i tempi (come, per esempio, sull’uovo di dinosauro: l’idea di scrivere una storia su questo tema gli venne mentre era in corso la spedizione che avrebbe scoperto le prime uova fossili, fino a quel momento sconosciute). Lo stesso, a nostro avviso, possiamo dire in merito alla ghiandola pineale. Nel 1931 verrà sintetizzata per la prima volta una molecola nota come dimetiltriptamina (DMT), sostanza psicoattiva ad alto potere allucinogeno, che è ricavabile da erbe o piante e viene prodotta anche dall’organismo umano, nelle ore di sonno, proprio dalla ghiandola pineale. Ma definire questa sostanza semplicemente un allucinogeno potrebbe essere riduttivo, dato che venne utilizzata in contesti rituali, per i cosiddetti viaggi sciamanici, come chiave d’accesso ad altri mondi, uno strumento utile non per una fuga dalla realtà ma per una sua visione più completa, al di là dei limiti del comune sensorio umano.

Proprio come la macchina lovecraftiana, che ha come scopo – si noti – non l’azione sull’ambiente al fine di rendere percepibili ai sensi ordinari realtà invisibili, nella maniera più oggettiva, ma la mutazione dell’apparato percettivo per andare oltre i propri sensi e raggiungere una visione della realtà che sia il più “totale” possibile. Non ci troviamo più di fronte, quindi, a scienziati obiettivi che guardano al microscopio, ma a sperimentatori che mutano se stessi, aprendo le “porte della percezione” verso un ignoto che non è illusione ma disvelamento di realtà celate. È una concezione avanzata, che distacca Lovecraft dalla sua epoca, portandolo ancora una volta all’avanguardia, anticipatore di discorsi che troveranno la loro attualità solo molto tempo dopo. E questo non solo nel “bene”, ma anche nel “male”. Se è certo, infatti, che le manipolazioni del sensorio non producono semplici allucinazioni ma forniscono anche le chiavi d’accesso a dimensioni differenti, non riservate esclusivamente all’uomo, sarà ancor più vero – e qui il racconto lovecraftiano è molto chiaro – che questi nuovi mondi non sempre sono benefici, l’espansione della coscienza avvenendo anche verso regioni inadatte alla costituzione mentale umana (così come, del resto, il contatto con gli abitatori delle medesime). Le incognite sono notevoli e gli incontri favorevoli all’uomo per nulla scontati.

Sennonché, mentre gli sciamani sapevano bene come agire, gli uomini della modernità, ancora una volta, con il loro atteggiamento “sperimentale” e scientista, ieri come oggi, corrono rischi che difficilmente sono in grado di comprendere. L’universo, come ci fa giustamente notare Lovecraft, non è un habitat del tutto amichevole nel quale sia possibile compiere escursioni a proprio piacimento. La brutta fine fatta da alcuni “profeti” dell’esplorazione di questi nuovi mondi (tra cui proprio Terence McKenna, grande sostenitore del DMT) è solo un ulteriore riscontro di quanto detto finora. Tutto l’ottimismo della cosiddetta “cultura psichedelica” è già di fatto smontato in questo breve racconto del 1920, il quale, se opportunamente considerato, avrebbe sicuramente contribuito a evitare illusioni e confusioni del tutto deleterie.

200 anni di terrore con Frankenstein | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos 197, un interessante excursus di Carmine Treanni su Frankenstein che aiuta a inquadrare un po’ tutta la questione creativa nel duecentenario della pubblicazione dell’opera.

Al di là dell’attribuzione del romanzo della scrittrice inglese fra quelli che hanno contrassegnato la science fiction, resta il fatto che Frankenstein segna la rottura con il romanzo gotico del 700, di cui è comunque figlio, e apre la strada ad una letteratura più attenta alla realtà in cui nasce e alla scienza, tanto che si può affermare non solo che è il romanzo che segna l’apice della cosiddetta rivoluzione scientifica, ma è anche il romanzo simbolo della rivoluzione industriale, che proprio in quegli anni muoveva i suoi primi passi.

Frankenstein è, dunque, allo stesso tempo il primo testo narrativo che utilizza l’impulso d’una scienza in piena espansione, ma è anche l’ultimo esempio di quella letteratura che si nutriva di storie tormentate e ricche di eventi sanguinari o profezie di sventura, di ambientazioni cupe e lugubri, di personaggi soprannaturali. Questi due elementi convivono e sono simbolicamente rappresentati dai due protagonisti del romanzo: il Mostro e lo Scienziato.

Vale la pena ricordare, seppur note, le circostanze entro le quali prese forma il romanzo: nell’estate del 1816 Mary e il marito, il poeta Percy Bysshe Shelley, si recarono a Villa Diodati, la residenza che Lord Byron aveva affittato sul lago di Ginevra. Qui, per ingannare la noia di un’estate piovosa, i tre si diedero alla lettura di storie di fantasmi; la cosa li ispirò a tal punto che decisero di imitarne il genere. I tre intavolarono una discussione riguardante il “segreto della vita”, ovvero su alcuni esperimenti condotti dal fisico Erasmus Darwin, nonno del più famoso Charles, che aveva infuso nuova vita, grazie all’elettricità, in un gruppo di piccoli vermi. Sempre di quel periodo sono gli esperimenti di Galvani, che con la sua pila era in grado di far contrarre i muscoli di una rana morta. Tutti questi fatti affascinarono e influenzarono Mary Shelley, tanto che, durante la notte, ebbe un incubo nel quale immaginò un uomo animato da una macchina. Al mattino riportò su carta il suo sogno e, incoraggiata dal marito, ne tirò fuori un romanzo che diventò famoso in tutto il mondo con il titolo di Frankenstein o il Prometeo moderno.

Richieste inevase


Le richieste si annidano sui rami di una considerazione spicciola, mediata da coscienze ma dimentica delle interazioni sciamaniche dirette.

Edited by Jérôme Delormas, Michaële Liénart, Clémence Seurat – Extra Fantômes | Neural


[Letto su Neural]

Sembra che ci sia una relazione nascosta tra i momenti della storia in cui la tecnologia istiga a dei cambiamenti strutturali e un aumento d’interesse per il paranormale e il soprannaturale. Una possibile spiegazione di ciò è che tutto questo appartenga al regno dell’invisibile in espansione. Altre spiegazioni sono che i fantasmi, come i media, sono effimeri, volatili e ricchi di contenuti. Sin dai primordiali momenti in cui la fotografia è stata utilizzata per catturare immagini spettrali o fenomeni paranormali, fino all’uso di Electronic Voice Phenomena (EVP), il collegamento tra il paranormale e i media ha assunto forme diverse. La pubblicazione in questione è il catalogo della mostra “Extra Fantômes. Il reale, il falso, l’incerto”, che ha avuto luogo presso la Gaité Lyrique di Parigi nel 2016. Questa mostra ha ottenuto un’eco e una più ampia attenzione di recente, fornendo la giusta connessione tra fantasmi e media (“Awake Are Only the Spirits” all’ Hartware Medien Kunstverein nel 2009 e la mostra sui fotografi Anna & Bernhard Blume al Centre Pompidou nel 2015). È da sottolineare come il catalogo sia correttamente prodotto e i saggi opportunamente alternati alla presentazione di ogni opera e come tra gli studi presentati compaiano alcuni classici come “The New Aesthetic and its politics” di James Bridle, ma anche testi nuovi – o non facili da reperire – come “La Vérité Come Matière Flexible” di Elliot Woods, “Ether 2.0” di Marie Lechner o “Où Tu Vas, J’y Serai Toujours”di Finn Brunton, ricerche che definiscono in modo fresco e competente un campo culturale vago per natura.

Ricacciate indietro


Hai acquisito ogni sicurezza relativa ai tuoi stati interiori, ma essi sono frutto delle tue esaltazioni magiche, evocate o ricacciate indietro dal Positivismo.

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