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Archivio per Postmoderno

Lankenauta | Super-Eliogabalo


Su Lankenauta la recensione di Ettore Fobo a Super-Eliogabalo, di Alberto Arbasino – morto proprio ieri, l’articolo è invece del 2005. Un romanzo del ’68 che traccia percorsi quasi surreali di una storia imperiale che diviene postmoderna nei sui continui intrecci con la storia attuale, che diviene apparentemente più leggera ma poi risulta essere più surreale alla maniera di un supereroe americano… Un estratto dalla rece:

Arbasino arriva a presentarci un interessante imperatore – bambola, imperatore – giocattolo, imperatore – gadget, che semplicemente si lascia fare, lussurioso, travestito, elegantemente antistorico, lorenzaccio, per usare un aggettivo – nome caro a Carmelo Bene, per cui il testo doveva essere sorta di canovaccio di un film mai fatto. Una commedia per spiriti liberi, un agghiacciante reportage fra le banalità che cuociono l’epoca nella salsa già allora immangiabile dell’autocoscienza fittizia d’una corte dei miracoli fatta di mamme ninfomani, intellettuali, sacerdoti, precettori, schiavi, amanti, cafoni, maghi, in un continuo irriverente alleluia di metaforiche tumorali escrescenze, uno sgonfiarsi di tutti gli stereotipi in un linguaggio che li fonde, un collassare delle strutture finto letterarie, finto storiche, finto cinematografiche, finto teatrali, pseudo televisive etc , come a mostrarci la tempesta magnetica che attraversa e scuote qualsiasi mezzo di espressione. E poi ecco la sottile ma fracassona parodia incarnata da Eliogabalo, in cui Arbasino individua, già come Artaud, ma in maniera del tutto diversa, un progetto politico a volte demistificatorio, ma involontariamente quasi, un inno alla leggerezza depensata e depensante, un divertito eccesso di ogni cosa, la volontà di potenza di un Caligola che scende le scale travestito da Wanda Osiris e canta ”Roma non far la stupida stasera” in un deleuziano divenire minoritario che allaga l’intero paesaggio, fino a confondere tutte le epoche in una sarabanda pop strafottente.

Tutto viene dunque ridotto dal procedimento ironico a canzonetta biascicata, tango fra ubriachi, filmaccio che trasuda tutte le menzogne culturali di quegli e dei nostri anni. Eliogabalo dall’alto della sua incoscienza critica può dunque deplorare l’illuminismo e le sue fatue imitazioni, in un impero che è il mondo, postmoderno, per cui la contemporaneità di tutto, da Jarry a Giulio Cesare, da Plauto a Nietzsche, è un guazzabuglio onomatopeico di rane gracidanti, in cui il linguaggio apparentemente lussureggiante di forme è in realtà scarnificato fino a generare una sorta di derisoria demenza, a tratti mostruosa, a tratti salvifica; così, nell’impossibilità di creare valori, l’asino del buon senso viene lapidato, tutto si decompone in una rissa di significanti, che fumano come vulcani e sembrano volerci inondare del loro segreto e delle loro un tempo vitali illusioni. Frankenstein smembrato e ricomposto il linguaggio di Arbasino è anche un perpetuo intersecarsi di bagliori provenienti dalle epoche tutte, a mostrarci che la folle vacuità illecita di un Eliogabalo è meno pericolosa della pensosa, noiosa, virtuosa serietà assassina degli imperatori che la Storia celebra. L’impero è nient’altro che il residuo di un film trash peplum in salsa finto pop in lamé sdrucito, con sapienti tocchi di agghiacciante glamour, per usare gli stessi termini che Arbasino rigurgita nel testo, anticipando così la successiva esplosione di termini inglesi nella lingua italiana e il kitsch imbarbarimento che ne conseguirà.

In questo impero romano che imita i kolossal americani gli attori hanno un orologio al polso, parlano in romanesco, e vanno in lambretta. In tale contesto Eliogabalo è “una specie di Monica Vitti” con più moine e merletti, la prosa alterna sapientemente il pecoreccio al tono super erudito e la trama anche se pretestuosa e non fondamentale alterna il giallo alla spy-story e magari al teatro dell’assurdo, con inserti di poesie quasi limerick, ma in chiave così evidentemente caricaturale da riuscire in una specie di iperrealismo grottesco. Poi ecco un florilegio di citazioni nascoste o semplicemente inventate: se ho capito bene lo stesso Eliogabalo legge la sua vita su un Lampridio e un Dione Cassio, forse ritoccati, mentre il week-end scorre fra carneficine, orge e varietà e incontri con i senatori: vengono dichiarate guerre non si sa da chi, informatori portano dispacci con storie inverosimili, si attende il rituale dell’omicidio come ogni sabato, c’è anche un residuo di annoiata suspense: chi sarà stavolta la vittima etc…?

Tra fulminanti narrazioni, digressioni, nonsense, il filo della narrazione conduce non fuori ma dentro il labirinto di tutte le avanguardie storiche, dove avviene la catarsi di qualsiasi linguaggio medio, messo sul rogo di calembour, di straniamenti ed efferatezze verbali, celebrando la poco santa messa del dileggio, imparziale nel demolire qualsivoglia mitologica rappresentazione di una realtà che sfugge a ogni decodificazione che non sappia di pernacchia assoluta, anche se super colta, super informata dei fatti; così l’imperatore può diventare icona pop, nell’assalto al tempio supermarket, dove un pontefice produttore di miracoli deve nascondere la sua stessa fede ai dipendenti- sacerdoti, per non essere deriso. Qui evidentemente viene destrutturata qualsiasi ideologia, anche mimandone i linguaggi, trascesi da un’ironia che, dissennata parodia trash, cerca forse di irriderne la consustanziale agonia, l’irrimediabile originaria decrepitezza, magari, anzi sicuramente, a la page. In questo Eliogabalo con i suoi diari, superando l’equivoco intellettuale, colla sola forza del delirio, scardina il luogo comune, lo trasforma in latrina pubblica e invita i lettori –sudditi a evacuare tutta la fetida miseria del buon senso e allegramente, scompisciandosi, e non v’è intelletto che tenga, nella cloaca anche lui.

Qui la decadenza è dunque un’attitudine conoscitiva che si fa beffe della storia, come Eliogabalo stesso in uno dei suoi ultimi monologhi, prima di diventare, con una sorta di finto colpo di scena, il dio feticcio rock, che si lancia in veri ma violentemente assurdi miracoli, adorato dalle sue mamme lascive, invece che finire come nella storia gettato nelle fogne.

“Abbiamo deciso di separarci definitivamente dalla scienza… perché abbiamo concluso che se una casa piena di gadgets ci pare ridicola, una nazione piena di macchine ci sprofonda nel tedio, nel fastidio, nel lutto del Tutto… Sull’astronave andateci voi- io no –e i vostri transistor metteteveli tutti nel dietro…tutto tutto lontano dai presuntuosi presepi di quell’Illuminismo che è davvero la minore età dell’uomo qualunque della strada, e insomma bisogna uscirne al più presto, e all’intelletto intollerabile sostituire l’aberrazione e l’immaginazione, la frattura, la scissura, lo scarto rispetto alla norma, l’afasia, la folly, e le Folies. Cioè la parola poetica. Olè”.

Interpol – Lights


La sottile inquietudine di un clip erotico, disturbante, racchiuso in un latex surreale postmoderno da sottomissione. [Via Morfea].

Media-Trek » Blog Archive » Visioni fantascientifiche al Fuorisalone di Milano


Due puntate su due siti diversi per Mario Gazzola e il suo articolo sulle visioni fantascientifiche al Fuorisalone di Milano; la prima è su Mediatrek di Ernesto Assante, la seconda su PostHuman.

Al Fuorisalone milanese le avanguardie del design e dell’architettura rendono attuali le visioni della fantascienza.
“Tu suoni lastre di ghiaccio atonali che, limpide, rimangono sospese nell’aria e stendono uno sfondo di colore cangiante dietro la musica”. Brian Eno scrisse queste righe nelle sue strategie oblique per guidare i musicisti della band di David Bowie verso orizzonti inesplorati durante le registrazioni dell’album Outside.

La citazione di Brian Eno che avete letto in apertura del mio articolo sul blog di Ernesto Assante (e che ritrovate nel libro edito da Giunti di cui vedete la copertina a lato) sembra scritta (vent’anni prima) apposta per gettare un abbagliante fascio di luce fantascientifica sul nuovo concept di diffusori audio presentato da AGC Asahi Glass nell’installazione Soundscape al Fuorisalone 2018: un avveniristico sistema di diffusione sonora attraverso lastre di cristallo a tre strati che sono sicuro intrigherebbe non poco il papà dell’ambient music.

Ebbene, per chi non l’avesse vista di persona, qui di seguito vi mostriamo anche una piccola fotogallery (scatti di Akihide Mishima) dell’installazione come appariva allo Spazio Ventura (di cui qui a destra vedete gli esterni) vicino alla Stazione Centrale.

Il futuro irrompe dal passato? Sembra questa la lezione postmoderna che Mario disegna, e il fascino è infinito.

 

Carmen e Amleto | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli una riflessione postmoderna sulle rimappature cognitive proprie del Postmoderno. Tema dibattuto: Carmen e Amleto.

La mia piccola riflessione sulla Carmen, ha, in maniera inaspettata, scatenato un piccolo dibattito, con diversi interventi interessanti: il primo è di Lanfranco Fabriani, uno dei pezzi da novanta della fantascienza italiana. Tra l’altro, Lungo i vicoli del tempo è uno dei primi Urania che ho comprato..

Lanfranco affronta un tema molto importante, nel postmoderno, il rapporto tra originale e citazione.

Infatti, ci sono voluti quasi duecento anni per avere di nuovo uno Shakespeare fedele all’originale. Io vengo dall’epoca della filologia, in cui ci si danna per restituire l’esatto significato di ogni parola di un testo. Si può giocare con i testi, il postmoderno ce lo ha insegnato, lo faccio anche io, ma il gioco deve essere assolutamente riconoscibile e non coinvolgere l’originale.

Ragionando per assurdo, uno che non abbia mai visto la Carmen, e non ne conosca la storia (ed è possibilissimo che ciò accada, visto che si tratta di un’opera lirica) e l’avesse vista per la prima volta in quella circostanza, considererebbe ciò che ha visto come la vera vicenda illustrata dal testo di Meilhac e Halevy e musicata da Bizet?

E poi, proprio un appassionato di fantascienza che ha scoperto che per anni ha letto classici tagliati, parzialmente riscritti, a volte “migliorati” con traduzioni infiorettate e svolazzanti, tanto da non essere certo della paternità di quello che ha letto, dovrebbe condonare certe operazioni?

ROCK CRIMINAL #24: TERRY KNIGHT | VERDE RIVISTA


Su VerdeRivista un bel racconto di Sergio Lacavalla, che esplora le paranoie mitopoietiche legate spesso alla morte di artisti o stelle del pop mondiale; in questo particolare scorcio, si specula gustosamente sulla nota presunta morte di Paul McCartney, che sarebbe avvenuta nel ’69. Da leggere tutto d’un fiato…

Edited by Yuk Hui and Andreas Broeckmann – 30 Years after Les Immatériaux: Art, Science, and Theory | Neural


[Letto su Neural.it]

Nella linea delle seminali mostre che hanno formulato le prime visioni di nuovi media e arte, Les Immatériaux ha un posto speciale. Curata nel 1985 da Jean-François Lyotard, con l’aiuto del design theorist Thierry Chaput al Centre Pompidou di Parigi, quell’esposizione ha contribuito a rafforzare il postmodernismo ed è stata anche una dei primi veri eventi new media, definendo in maniera critica l’importanza d’un tale approccio. Tra i suoi tratti distintivi vi era l’integrazione – negli stessi spazi – di opere d’arte e di apparati tecnologici, il design eccentrico del catalogo e i testi site-specific di Lyotard fruibili attraverso apposite cuffie mobili. Il concetto di una mostra preparata da una creativa, innovativa entità e curata da un filosofo, che intendesse realizzarsi come opera d’arte in sé, è stato meglio compreso un decennio più tardi, quando parte della società prefigurata nell’esposizione ha iniziato a materializzarsi. Al di là dell’approviggionamento del catalogo a prezzi scandalosi nei mercati di libri di seconda mano, il problema più urgente era quello di recuperare informazioni dirette (come l’intervista assai meticolosa con Jean-Louis Boissier), considerato che la maggior parte dei protagonisti erano passati a miglior vita. Questa ricerca è veramente preziosa, allora. Hui e Broeckmann hanno incluso un rapporto inedito di Lyotard sulla concezione della mostra e poi in due sezioni (arte e teoria) hanno invitato gli storici, i filosofi e gli artisti a condividere le loro ricerche e le loro memorie, la compilazione di una sorta di postuma estesa documentazione testuale della mostra, confermando anche trenta anni dopo l’aura assai speciale di Les Immatériaux.

YouWorld: The Making Of… Il casting e la produzione | Holonomikon


La seconda parte del making of di YouWorld, il racconto lungo apparso su Urania del mese scorso scritto da Giovanni De Matteo e Lanfranco Fabriani, è online qui. A corredo del post che svela altri scenari che hanno fatto da impalcatura al racconto, vi ricordo la mia piccola rece.

Il nostro racconto è una storia dal gusto molto postmoderno, e già questa è una cosa che non si vede spesso nella scrittura italiana, specie se di genere. In effetti abbiamo saccheggiato a piene mani il nostro immaginario, non solo quello di fantascienza. E alla base, sotto l’epidermide cyberpunk e i tessuti muscolari da social sci-fi, c’è sicuramente un’ossatura pulp. Per certi versi è forse il racconto di fantascienza più tarantiniano che mi sia capitato di leggere.

Linda Ioanna Kouvaras – Loading the Silence: Australian Sound Art in the Post-Digital Age | Neural


[Letto su Neural.it]

Si tratta di uno studio rigoroso di sound art in Australia, un prodotto di venti anni di ricerca che contestualizza principali eventi storici e teorie nei vari rami della musica sperimentale. Prendendo il paese come riferimento centrale l’autore contestualizza la storia locale parallelamente ai cambiamenti culturali in atto in altre parti del mondo. Vedendo il postmodernismo come un patrimonio fondamentale, esplora e collega i “significati” dei lavori di sound art analizzati, andando oltre le tassonomie e le specifiche tecniche. Questo viene poi incorporato in un notevole sforzo per unificare aree e diverse scene di là delle loro somiglianze tecniche o categoriali. Soprattutto consapevoli degli accadimenti del 1970 e della scena post-1970, che parlano di situazioni musicali cruciali come la CHCMH a Melbourne, l’autrice cerca anche di tracciare precisi riferimenti storico-culturali mettendo nella giusta luce le opere che incarnano specifiche interazioni sonore. Le narrazioni delle opere danno vita a un contesto condiviso, che incorpora un numero di ricerche contemporanee, ad esempio quelle relativi al gender (l’uso della voce femminile) o l’environment (in una declinazione più tipicamente australiana). Su questo percorso lungo e faticosamente dettagliato Linda Ioanna Kouvaras si impegna anche nel coniare un neologismo che descrive ciò che verrebbe dopo il postmoderno, in quanto “Altermodern”, o post-postmoderno. Il libro grazie anche alla sua biografia è imprescindibile per quest’area di ricerche oltre a sembrare perfetto da accostare a Synthetics di Stephen Jones, dando ai lettori la possibilità di sondare in profondità nelle seminali scene della media art australiana.

Il quasi cyberpunk di Thomas Pynchon ∂ Fantascienza.com


Su Fantascienza.com un articolo dedicato all’ultima fatica letterario di Thomas Pynchon: Bleeding Edge.

Protagonista del romanzo è Maxine, detective privata un po’ spostata, madre separata di due bambini, che indaga su frodi finanziarie nella New York del 2001, a cavallo dell’11 settembre. È il momento in cui la tecnologia informatica è ancora nella fase 1.0, la Silicon Alley (zona di Manhattan in cui si concentrano le aziende legate a Internet) è ancora in fase di rodaggio, e il mondo non è ancora preda di app e tablet. In tutto questo Maxine si trova a indagare su una web company le cui fonti di finanziamento sembrano sospette, e ben presto viene travolta da una vicenda in cui tutto si fonde, da complotti della CIA e dell’NSA ad attività informatiche nascoste che si materializzano in DeppArcher, una sorta di web profondo, segreto e criptato che nasconde una vera e propria realtà virtuale, in cui tutti i dati e le attività di ciascuno in rete costituiscono un suo doppio, un avatar attraverso cui l’utente è in grado di muoversi in mondi paralleli e distorsioni temporali, e senza nemmeno utilizzare interfacce hardware.

Suggestioni cyberpunk per un autore che non è SF, ma che è certo stato un punto di riferimento per gli ultimi 30 anni di SF. Personalmente ho sempre faticato a seguire Pynchon, ma forse con questo romanzo riesco a scardinare l’autore americano nelle sue ardite elucubrazioni postmoderne, non fosse altro per le distorsioni temporali promesse.

Postmoderno


Interessante e fascinoso, il cadenzarsi delle idee grafiche si attestava su valori di picco insopprimibili; istantanee glabre e cadenti erano divenute perfezioni estetiche e lucide, mortalità rimandate di un periodo entropico indefinibile.

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