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Archivio per Power Noise

Charlemagne Palestine, John Körmeling – Ffroggssichorddd | Neural


[Letto su Neural]

Charlemagne Palestine, un compositore che al primo impatto ci riporta alla tradizione più vibrante e sperimentale della musica moderna statunitense – quella, per intenderci, di autori come John Cage, Philip Glass, Terry Riley e La Monte Young – non ha mancato in anni più recenti di ampliare il proprio ventaglio d’esperienze, ad esempio nella storica collaborazione con i Pan Sonic, Mort aux vaches, o con il violinista Tony Conrad, oppure ancora con Michael Gira, polistrumentista e leader degli Swans. Adesso, per questo album edito da Staalplaat Holland, non si tratta propriamente di un’altra collaborazione fra musicisti, ma di una richiesta precisa che a Palestine è venuta dall’architetto ultra-radicale, artista visivo e inventore, John Körmeling, questa volta nei panni di progettista di nuovi strumenti e concettuale filosofo musicale attratto dall’idea di composizioni che letteralmente risuonino come rapporti matematici. Ffroggssichorddd che è il titolo dell’album e anche il nome dell’insolito e nuovo strumento, accordato in una maniera certo inusuale, risulta una combinazione perfetta per Palestine, che è un pioniere delle improvvisazioni di lunga durata su clavicembalo, armonium e altri strumenti a tastiera meno conosciuti. La musica attinge quindi al linguaggio universale della matematica e Körmeling ha ideato un sistema musicale che mette da parte l’accordatura occidentale a noi nota e si basa invece su radici quadrate, aree e volumi. Questo doppio LP documenta le esibizioni sul frogsichord, realizzate a Bruxelles, Rotterdam e in Cappadocia, Turchia, testimoniando di una musica ben articolata e altrettanto dettagliata, oltre che a suo modo esotica, per la quale non escludiamo nemmeno momenti improvvisativi dovuti all’estro di Palestine. Sono dodici le tracce nel complesso presentate, con le rispettive b-side dei due vinili che presentano tracce estese, “Vibratio For Pythagorean Frogsichord (Rotterdam)” e “Vibratio For Pythagorean Frogsichord (Turkey)” rispettivamente di più di 25 minuti la prima e di quasi 36 l’altra. Anche l’artwork, nella consueta accuratezza di casa Staalplaat, è da menzionare, con un’illustrazione di Jeroen Erosie e un’adorabile confezione verdina che rimanda anche al colore dello strumento costruito da Martin Bezemer, che ha quindi fedelmente assecondato anche la vena pop e anticonvenzionale del suo progettista.

Emanuele Ponzio – Immagine in tempo reale – Storie, pratiche, teorie per un’introduzione alla performance audiovisiva | Neural


[Letto su Neural]

In molte delle pratiche artistiche contemporanee le conseguenze di alcune sperimentazioni oramai lontane temporalmente riescono ancora a imporre nuovi significati e a determinare inedite evoluzioni e fronti stilistici. Certe idee ritornano, a volte sviluppandosi in maniera imprevedibile e nel rapporto fra musica e immagine questo è ancora più prorompente, soprattutto nel confronto con quello che le differenti tecnologie in ogni epoca possono offrire come sponda più immediata a concetti, teorie o semplicemente a pulsioni estetiche. L’evoluzione dei supporti tecnologici e il passaggio definitivo al digitale sono ciò che ha permesso un next level in tutto ciò che concerne il sofisticato missaggio e l’elaborazione di immagini in tempo reale. Seppure rimane – e rimarrà forte – il fascino e la nostalgia delle fasi di transizione, di quando in consolle campeggiavano mixer video, computer, videoregistratori e valige piene di cassette VHS. Emanuele Ponzio ha vissuto in prima persona questo passaggio e dell’arte di manipolare in tempo reale le immagini, quindi in performance dal vivo, ha esplorato ogni meandro, dal Vjing più diretto e immediato – in funzione dance – al live cinema e al videomapping, non escludendo anche tutto quello che di visuale può essere organizzato in video-installazioni e mostre d’arte. Il suo Immagine in tempo reale – Storie, pratiche, teorie per un’introduzione alla performance audiovisiva si dipana in guisa di un’intrigante ricognizione storica di quello che è il rapporto suono-immagine alla quale s’affianca una originale esplorazione delle tecniche d’espressione visuale che hanno segnato in particolare le ultime due decadi. Poco importa che alcune di queste forme di spettacolarizzazione stiano forse già vivendo un momento di ripensamento e riflusso. Questo è insito in ogni forma artistica della postmodernità, anzi, al contrario, è forse proprio il momento giusto per fare i conti con quello che è stato e prepararsi a quello che ci aspetta, un prossimo salto epocale al bivio ineludibile che le generazioni nate con TikTok sperimenteranno una volta adulte. La collisione fra musica e immagine è sempre vivissima – insomma – e portatrice di riflessioni storiche e teoriche, nel libro documentate con efficacia e meticolosità a partire dagli inizi del Novecento, dalle prime sperimentazioni delle avanguardie storiche alla poesia ottica, dall’arte nel cinema alla videomusica, da Nam June Paik a MTV, passando in rassegna naturalmente anche i light show psichedelici degli anni settanta e l’obliquo cinema di Andy Warhol. Bisogna arrivare al capitolo numero sei per entrare più dettagliatamente nel merito di quella che è stata l’ascesa e l’affermazione del Vjing, che è poi il focus degli interessi di Ponzio e forse la scintilla seminale dello stesso libro. Ape5 – questo il moniker utilizzato dall’autore nelle sue performance – sottolinea come le tecnologie digitali alle soglie del duemila abbiano permesso a molti di passare da meri fruitori passivi ad attivi produttori di contenuti. Tutto ciò all’insegna del motto neo-situazionista don’t hate the media, became your media che diventa un attestato politico della riappropriazione dei mezzi di comunicazione di massa. Il passaggio alla tecnologia digitale e l’esplosione della rete internet, avvengono soprattutto negli anni di protesta dei movimenti “no global” da Seattle 1999 a Genova 2001. Il live visuals soprattutto in Italia nasce in questi contesti contro-culturali e luoghi di sperimentazione d’eccezione divengono i rave e gli spazi occupati dove si formano i primi collettivi di Vjing. In questo primo periodo di sperimentazioni l’ibridazione fra contesti spettacolari differenti nel Vjing è molto forte, tanta è la mole di riferimenti estetico-formali a disposizione degli artisti. Si deve attendere il passaggio completo dalla tecnologia analogica a quella digitale al fine di approdare a un’estetica più minimalista che parallelamente all’avvento della glitch music produrrà opere ancora più astratte, ieratiche e di grande valore. La documentazione di performance, progetti, convention ed eventi vari – relativi sia alla scena italiana che internazionale – è davvero imponente e particolare attenzione è anche riservata ai setting messi in opera, sia sul versante della strumentazione che dei software utilizzati. Ponzio con estrema onestà intellettuale registra adesso anche una certa saturazione del fenomeno, l’eccessiva standardizzazione formale, l’assenza di una progettualità a largo raggio, convinto comunque che una così ricca eredità artistica non andrà dispersa ma concorrerà nel dar vita a nuove forme artistiche ed elementi di collisione fra suono e immagine.

Pan Sonic – Oksastus | Neural


[Letto su Neural]

Preziosa ristampa di uno storico rilascio dei Pan Sonic, Oksastus, un lavoro che in origine fu pubblicato dalla stessa etichetta Kvitnu nel 2014, quando già il duo non esisteva più da quattro anni. Gravitoni, il loro ultimo album ufficiale, risale infatti al 2010, mentre Oksastus è a tutti gli effetti un live, tenutosi a Kiev, il 6 Giugno 2009. Nulla tuttavia sembra lasciar trapelare un impianto non altrettanto chirurgico rispetto alle registrazioni in studio a firma Pan Sonic, considerando la mancanza di qualsivoglia elemento umano o rumore di scena. Oksastus è una parola finlandese che sta ad indicare un processo di innesto o coltivazione di piante e alla stessa maniera, dall’ibridazione di disparati elementi, prolifera il suono di Mika Vainio e Ilpo Väisänen, combo di culto nelle scene elettroniche più sperimentali, proprio per i suoi intrecci industriali, ambient, techno e brutal noise, detournati dalle loro singole sfere di competenza grazie anche a un’autentica passione per la musica concreta. Il packaging è lo stesso dell’edizione originale, con il design che si deve a Kateryna Zavoloka. Come allora l’edizione in vinile comprende due 12″ bianchi al quale s’aggiunge anche una versione CD, dove spicca questa volta una copertina di cartone appositamente prodotta, stampata con vernice metallizzata e realizzata grazie a un ulteriore processo di stampa a caldo con laccatura UV. È difficile spiegare in poche parole perché i Pan Sonic siano diventati un gruppo così idolatrato, seppure ascoltando la loro discografia e l’impatto che hanno avuto sulla musica elettronica, il tutto diventa evidente. Ancora nel 2014 – stesso anno di questo live – Mika Vainio suonava da solo all’Init Club di Roma davanti ad appena centocinquanta persone, seppure nella sua carriera solista poteva già vantare molte più pubblicazioni e collaborazioni rispetto al compagno di tante scorribande soniche, Ilpo Väisänen, che dopo lo scioglimento consensuale del gruppo si è quasi subito artisticamente defilato. Mika Vainio è venuto a mancare nell’Aprile del 2017 alla giovane età di cinquantaquattro anni, un artista che non ha mai voluto offrire troppi elementi di comprensione della sua personalità e della sua produzione, pur se nel suo caso è stata comunque la contemporaneità e la voglia di nuovo a tenere viva la creatività. Creatività ed innovazione che ancor oggi a quel duo è riconosciuta a pieno.

XotoX – Eisenkiller


Apocalisse cerebrale.

Jörg Piringer – Darkvoice | Neural


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Qual è il ruolo della lingua parlata nell’era della sorveglianza elettronica pervasiva e permanente? Darkvoice è un album accompagnato da una serie di video che riflettono appunto su questa tematica. Nello specifico quello che Jörg Piringer cerca di focalizzare è come si costruisce un linguaggio segreto elettronico, qualcosa che non può essere compreso e che viene elaborato soltanto al fine d’eludere la sorveglianza nella comunicazione. Il concetto che sta alla base del tutto è quello che quando nessuno può più capirti intercettare è inutile. Questa lingua per Piringer si chiama Darkvoice. È un offuscamento del linguaggio e dei sensi, è un codice che nessuno capisce, ma anche una sorta di autocensura, una lingua privata e un messaggio indecifrabile. Eppure, i suoni di quest’album – pubblicato per il catalogo di Transacoustic Research – non sembrano affatto incomprensibili. Quello che arriva senza troppi fronzoli è una ritmica sintetica abbastanza seghettata, pulsante e spingente, corroborata da sbuffi noise ed altre abrasive emergenze auditive. È una sorta di techno sperimentale, insomma, ammendata dai suoi malfunzionamenti ad arte e in qualche modo molto ritmica, con una struttura totalmente creata dalle parti vocali, utilizzando esclusivamente voce manipolata. Non siamo come impostazione di fondo troppo lontani dalla poesia sonora e visiva delle avanguardie storiche, ma adesso è un software ad hoc a consentire di generare in tempo reale imprevisti e immateriali concatenazioni astratte. Piringer, che è artista, musicista, programmatore di software e media poet, è assai abile nel sovrapporre più elementi costitutivi di singole lettere, trasformando così la propria voce tramite un codice informatico, utilizzando in tempo reale processori di segnale e campionatori, dando vita – sempre per mezzo di un software – a immagini animate da astratti elementi visuali di testo. Le atmosfere delle dieci tracce presentate sono piuttosto cupe, sintetiche e ipnotiche, sembrano derivative di un approccio anche industriale seppure frutto di vocalizzazioni umane pesantemente elaborate. Piringer, che è fondatore della Vegetable Orchestra e dell’Institute For Transacoustic Research, è da sempre estremamente attratto dall’intrecciarsi di scienza e arte, vita quotidiana e sperimentazione, suono e rumore, tono e luce, acustica e percezione. In questo suo progetto solista, finalmente, riesce a far coesistere il tutto.

Julien Ottavi – Beyond Symphony | Neural


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Sin dai primi secondi di Beyond Symphony è un ronzio stridulo e continuo generato da chissà cosa a saturare l’ascolto. Julien Ottavi – l’autore di questa lunga piece della durata di oltre un’ora e quindici minuti – è un artista sonoro transalpino, programmatore, compositore, musicista, poeta e film maker sperimentale, il cui personalissimo viatico creativo iniziò studiando batteria ed occupandosi di fotografia. Il background di Ottavi contempla anche forti radici nella poesia sonora, nella musica contemporanea di marca cageana e nel bruitisme: influenze che in qualche modo ancora oggi fanno capolino nei suoi lavori. È infatti attorno al rumorismo del drone appena citato, piuttosto metallico e insistente, che sono sviluppate tutta una serie d’impalpabili e aleatorie costruzioni auditive, ottenute utilizzando Pure Data, un software open source che è un linguaggio di programmazione visuale per gestire iterazioni audio-video – e che per questo viene spesso utilizzato in lavori multimediali. La sollecitazione a una differente percezione auditiva – in altri casi ottenuta a partire da silenzi, lunghe pause o volumi bassissimi – qui è stimolata sottostando prima a un pieno sonoro piuttosto aspro e annichilente. L’incontro fra tecnologia informatica e composizione è ridotto all’essenziale: nei primi quaranta minuti lo stridere è continuo, poi ci sono due minuti di silenzio o forse di rumore a volumi impercettibili, in seguito fanno capolino altri dodici minuti di sequenze inudibili e indistinte, infine si conclude con un ulteriore blocco di diciotto minuti, nuovamente imponente, dissonante e industriale. Abbiamo bisogno di visualizzare la forma d’onda della traccia per renderci conto della struttura esatta della composizione ma il sound-attivismo di Ottavi non è solo astrusamente concettuale, è anche diretto: non incorpora elementi inessenziali, né fa uso di mezze misure o soluzioni quietiste. L’ascolto è poco conciliante e nessuna soluzione formale viene messa in atto per addolcire la pillola. Ogni tentativo d’espressione musicale sottile qui è costantemente in pericolo e sopraffatto da un’energia materica, nell’invenzione di un dispositivo di trasformazione, espressione d’una realtà fisica, rumore di fondo che eccede ogni ragionevole risorsa. “Nothing burn except fire…well I am not sure”, questo è il titolo – non privo d’una certa ironia – dell’unica traccia continua dell’album, la cui scelta forse è riferita alla qualità sfrigolante del corposo loop persistente e impressivo. Una musicalità prorompente, che alla Fibrr hanno voluto pubblicare proprio per il tipo di composizione, frutto di una programmazione che esclude l’utilizzo di strumenti tradizionali.

Urbanfailure – Radical Rest | Neural


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È un’elettronica stradaiola, cibernetica e astratta quella dello slovacco Michal Lichý, aka Urbanfailure, attivo dalla fine degli anni novanta e avvezzo ad una raffica di ritmi crudi e sequenze multiformi, sonorità apparecchiate grazie anche a sintetizzatori, drum machine ed effetti. Un set-up che è configurato alla bisogna per dar vita ad ambientazioni post-apocalittiche, grondanti intricati rumorismi e cesure brutaliste. Radical Rest è un album assai rappresentativo dell’impegno e della propensione musicale di questo artista, in forza alla Urbsounds Collective ed attivo nella crew che organizza i ‘Vermin party’. L’impianto, infatti, è di chiara derivazione live e la decostruzione del rumore in tempo reale appare come una sintesi di un utilizzo del suono in maniera diretta, senza particolari fronzoli e concettualismi, seppure l’approccio risulta essere alquanto labirintico, mobilissimo e di derivazione industriale. Già dalla prima traccia, “Caught”, la radicalità delle cesure è manifesta e riflette della stessa urgenza e del gap che anche in altri paesi post-sovietici la comunità dei musicisti ha dovuto affrontare, affrettandosi a colmare le lacune e nel dar libera espressione dell’immediatezza dei tumulti sociali attraversati (o subiti). In “Spread Exploded” l’incedere è ancora più aggressivo, muscolare e la bassline palpitante. Alla stessa maniera anche in “Amn T_kn0l0GY” Lichý non si discosta troppo da stilemi anni novanta e “Dystopian Future” testimonia d’un approccio macchinico e incompromissorio. Sotto le influenze della techno, del punk, dell’industrial e del noise è ancora evidente il fai da te che come un gigantesco frullatore sminuzza le esperienze che arrivano da oltre cortina vibrando poi d’energia grezza e sintetica. Urbanfailure, tuttavia, non è mai banale e la sua arte sonora sembra consistere proprio nell’elaborazione originale di tutte queste suggestioni, voltate in tessiture ritmiche ed ipnotizzanti passaggi, droni e malsani ganci rumoristici. Radical Rest è sul crinale fra la sperimentazione e un utilizzo dance in contesti radicali ma la sua spontanea energia unita a un gusto non convenzionale fa di questo progetto anche un fulgido esempio di come le subculture possano propagarsi a ogni latitudine. Naturalmente sarebbe difficile applicare pedissequamente uno schema di decodifica analitica e/o stilistica, riferendolo a queste registrazioni, ma crediamo che in fondo – in questo caso – un tale resoconto non sia nemmeno particolarmente interessante.

Genocide Organ – The Tears of My Soul


Devastazioni sonore di potenza inumana.

Zavoloka – Transmutatsia | Neural


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Arriva ancora a marchio Kvitnu, etichetta di casa per l’artista, l’ultima fatica di Zavoloka, Transmutatsia, excursus sonoro dagli accenti industrial e noise, composizione di quasi sei minuti che echeggia d’atmosfere space e oniriche digressioni dai toni assai suggestivi ed inneggianti, ambientali ed ellittici. Gli immaginari che sono agitati in questo EP non risuonano quietisti e rassicuranti come in altre occasioni per questa sperimentatrice che ama la commistione fra antiche tradizioni e moderne tecnologie elettroniche. Stavolta l’approccio risulta più cibernetico e distopico, decisamente vorticoso e tecnoide, tutti elementi che comunque non sono affatto estranei al background multisfaccettato di questa manipolatrice sonora, musicista free form e performer. Non è un caso allora che per un congruo remix sia chiamato Cluster Lizard, musicista che abbiamo sentito ultimamente su Le Cabanon, sempre a suo agio nell’apparecchiare un sound-design crudo e vibrante, dalle evoluzioni science fiction e techno, per l’occasione rese molto evocative, scure e cinematiche. Come al solito per Zavoloka – che è anche una valente graphic designer – è elegantemente curato anche l’artwork dell’uscita, impressivo nella sua scarlatta guisa cartonata che sottolinea l’ispirazione ipnotica e concentrica dei suoni. Mutazioni e accumulo, la creazione di nuove forme espressive, trattamenti cangianti e risucchi, maggiormente serrate armonie ed accenti lo-fi: anche il titolo sembra alludere ad un perenne divenire ma non ci è dato di sapere se per la sperimentatrice ucraina di base a Vienna questo rappresenterà l’inizio di un nuovo corso o solo un momento di passaggio, un ritorno occasionale ad ispirazioni d’inizio carriera. Il risultato è nel complesso interessante e i suoni distorti, assieme alle frequenze urticanti e iterate danno vita a nuove ibride evoluzioni musicali, in bilico fra non convenzionali strutture ritmiche e un viaggio ad alta tensione, a tratti sussurrante e dalle trame analogiche che sottendono ad un approccio piuttosto mentale e raffinato. Entrambe queste due produzioni sono downloadabili liberamente ma oltre la CD version era anche disponibile una limitatissima tiratura in 10” vinile con annessa t-shirt e sticker della Kvitnu (acquisto che dava diritto anche a uno speciale sconto del 95% sull’intera produzione della label valido per tutto il 2017).

Fuorionda per Alan D | Magnetica Ars Lab


Un omaggio bellissimo, sentito e assolutamente in linea con ciò che Sergio Altieri: un video che quelli di Magnetica Ars Lab hanno voluto comporre.
Ormai Sergio è profondamente in tutti noi che lo abbiamo amato, e questo modo di ricordarlo mi fa pensare a lui che avrebbe visto il clip con il suo ghigno e approvazione immensa. Grazie…

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

it takes a fool to remain sane

CARTESENSIBILI

Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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