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Nemico (e) immaginario. Da dove diavolo vengono e cosa accidenti sono tutti questi zombi? – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine si analizzano le semantiche degli zombie, mettendole in relazione con la nostra società che, per antonomasia, genera il mito degli zombie stessi. Un estratto significativo:

Dai ribelli haitiani al Manifesto di Marx ed Engels fino al desiderio di un apocalittico isolamento radicale

«Il morto mostra come saremo; lo zombi ci mostra come siamo, o quantomeno, a seconda se si è più o meno pessimisti, come rischiamo di diventare […] È questo il sogno ultimo del capitalismo: scongiurare l’apocalisse comunista, reintegrare i lavoratori fuoriusciti, assorbirli all’interno del sistema e non doverli neppure nutrire. L’ideale capitalista è avere lavoratori parzialmente morti» Cateno Tempio

«Il desiderio sotteso all’immaginario zombi è […] un desiderio di isolamento radicale, che ha come presupposto l’apocalisse» Tommaso Ariemma

«la nostra vita è rosa al suo interno dalla (propria) immagine omonima […] quell’immagine presto o tardi ci raggiungerà e […] allora noi saremo solo immagine, cioè non saremo “noi” e nemmeno “saremo”, senza per questo essere un nulla» Rocco Ronchi

«Lo zombi è una figura endemica della nostra epoca e si è diffuso proprio come l’epidemia che lo vede di solito protagonista: in maniera capillare, in ogni angolo del mondo, cangiante, pervasivo, inquietante, senza lasciare via di scampo» (p. 92). L’epidemia zombi, sappiamo, fa la sua comparsa al cinema nei primi anni Trenta grazie a Victor Halperin per poi esplodere sui grandi schermi nel 1968 con il primo film-zombi di George Romero ma, sostiene Cateno Tempio nel suo Dalla parte degli zombi, si potrebbe affermare che la figura dello zombi sia nata ben prima di assumere i connotati di figura horror propria dell’età contemporanea. «Pare infatti che la dialettica servo-padrone della Fenomenologia hegeliana sia compenetrata di spirito haitiano. La rivoluzione di Haiti fu quasi un corollario di ciò che avevano dimostrato i francesi nel 1789. O forse ne fu un effetto collaterale indesiderato, visto che alla fine si ritorse contro l’impero coloniale francese e a farne le spese fu in qualche modo addirittura Napoleone, che nel 1802 vi aveva mandato un contingente militare guidato dal cognato Leclerc. Gli schiavi neri s’erano ribellati e ambivano all’abolizione della schiavitù e all’indipendenza di Haiti, che finalmente, dopo proteste, manifestazioni e ribellioni a partire sin dal 1790, fu ottenuta nel 1804» (p. 93).

Edited by Anselm Franke, Stephanie Hankey, Marek Tuszynski – Nervous Systems | Neural


[Letto su Neural]

I co-curatori Stephanie Hankey, Marek Tuszynski e Anselm Franke, in questo catalogo della mostra “Nervous Systems”, alla Haus der Kulturen der Welt, a Berlino, indagano e in qualche modo contrastano l’enorme quantità di dati disponibili. Gli “innumerevoli sensori” che sempre più abbiamo intorno a noi hanno ispirato il titolo della pubblicazione (in quanto origine nella formazione di un sistema nervoso primario) e anche sono in forte relazione con il sottotitolo che è stato scelto: “vita quantificata e questione sociale”. Essi introducono il concetto principale: il monitoraggio costante che, come cittadini subiamo e sta portando a nuove forme di misurazione e di previsione, con – come affermano i curatori – la conseguenza che la necessità di “anticipare e prevenire diventa la logica culturale guida”. Essere nel mezzo di questa logica sociale e abusivo potere può essere conflittuale, attingendo a strategie che coinvolgono contemporaneamente sia il “molto privato” che le sfere del “molto pubblico”. Se “la soggettività stessa si materializza in un ambiente di elaborazione dati”, poi la richiesta di “nervosismo” – come una resistenza proattiva per le quantificazioni ed elaborazioni del sé – può essere un modo efficace e socialmente rilevante di contrastare la propaganda di una sterilizzata e indotta digitalmente “dimensione intelligente “. Infine, i testi selezionati sono chiaramente rafforzativi sia del concetto della mostra che dell’analisi, ma in un modo che è influente piuttosto che semplicemente solidale. Essi offrono ulteriori decostruzioni dell’elaborazione statistica, in favore d’una resistenza più strutturata e dinamica.

Il conflitto sociale che viene, tra guerra e populismo – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una bella disamina di Sandro Moiso che analizza il titolo SULLA GUERRA. Crisi Conflitti Insurrezione, di Emilio Quadrelli, che con lucidità estrema – cosa poi non così difficile, vista la natura alquanto semplice del Capitalismo-Liberismo – delinea le forze in campo in questo quadrante temporale. Che poi, sono soltanto la necessità del guadagno, tutto il resto è scomparso in quest’affannosa ricerca. L’Iperliberismo mangerà se stesso se rimarrà confinato su questo pianeta, ecco perché c’è la corsa allo Spazio…

Quadrelli spende parole sintetiche e prive di dubbi fin dalle prime righe: “Il mondo è nuovamente in guerra. La crisi sistemica cui è giunto il modo di produzione capitalista non sembra avere altra via di uscita se non quella di un’immane distruzione di capitale variabile e capitale costante. Come le due guerre mondiali novecentesche sono lì a testimoniare, solo distruggendo il capitalismo può dare vita ad un nuovo ciclo di accumulazione. Il ricorso alla guerra, pertanto, diventa la soluzione non solo possibile ma necessaria”.

Mentre i media e i governi continuano a coltivare l’illusione che il modo di produzione capitalistico abbia superato le sua contraddizioni più violente e che la guerra generalizzata sia soltanto un brutto ricordo, di cui i conflitti attuali non costituiscono che un riflesso, in una società destinata a durare in eterno, l’autore ci ricorda che la guerra costituisce l’anima dell’imperialismo, sia nella sua forma finanziaria e commerciale che in quella guerreggiata. Non un errore da correggere, ma l’essenza del suo divenire e della sua sopravvivenza.

Quanto la triade crisi-guerra-ricostruzione sia, oggi, un semplice dato di fatto è sotto gli occhi di tutti. Il mondo è già in guerra e la generalizzazione di questa una possibilità che sembra darsi dietro ad ogni angolo. In ciò vi è ben poco di soggettivo. La guerra non è il frutto di qualche folle «volontà di potenza» bensì il sobrio approdo di un processo oggettivo che nessuno è in grado di controllare. La borghesia imperialista la quale, aspetto che non deve mai essere ignorato, è l’agente «fenomenico» di forze storiche materiali e oggettive di cui incarna le funzioni senza, però, governarle coscientemente, precipita dentro la guerra non diversamente da come piomba nella crisi.

Fine delle Trasmissioni – Carmilla on line


Impareggiabile. Alessandra Daniele, su CarmillaOnLine.

La conduttrice s’aggiusta il microfono. Poi si rivolge al suo ospite.
– La vostra maggioranza sta fronteggiando attacchi interni ed esterni. Siete stati accusati di lavorare solo per banchieri, petrolieri e faccendieri.
– Questa è una calunnia che respingo nettamente. Io non ho lavorato un giorno in tutta la mia vita.
– L’attuale governo ha ricevuto anche accuse di scarsa competenza. La ministra dell’Istruzione non è laureata, il ministro degli Esteri non sa le lingue…  nel suo caso come smentire questi addebiti, in particolare riguardo al controverso caso dei voucher?
L’ospite risponde deciso.
– Siamo molto fieri d’aver finalmente riconosciuto i diritti delle coppie voucher.
La conduttrice fa segno alla regia d’interrompere la registrazione.
– Scusi, ma lei sa cosa sono i voucher?
L’ospite annuisce.
– Certo. Io ho molti amici voucher.
– Guardi che i voucher sono coupon.
– No, questo è un termine offensivo…
– Cedole. Buoni-lavoro – scandisce la conduttrice. Poi fa segno alla regia di riprendere a registrare.
– Come pensate di contenere l’eccessiva proliferazione dei voucher?
L’ospite assume un’espressione accigliata.
– È stato un evento imprevedibile. Il DNA dei voucher ha subito una mutazione a livello cedulare che ne ha provocato la riproduzione incontrollata, rendendoli trasmissibili per via aerea. Ma il vaccino sarà presto disponibile…
La conduttrice gesticola in direzione della regia. Poi fissa il suo ospite.
– Nella mia carriera ho intervistato molti cazzari. Ma voi siete davvero unici.
– Grazie!
– Come farete a governare per un altro anno?
– Ma noi non dobbiamo governare l’Italia, dobbiamo gestirla. Non siamo mica un governo.
– E cosa siete allora?
– Un monoscopio. In bianco e nero. Con la nota fissa. Siamo qui a tenere il posto finché non riprendono le trasmissioni.
– Quali trasmissioni?
L’ospite esita. Lo sguardo vacuo perso nel vuoto.
– Non lo so. Abbiamo perso il segnale. Ma prima o poi qualcosa arriverà.

Intellighenzia


Le angosce segnalate si strutturavano in complessità movimentate e stantie, una piccola percentuale di eventi notturni si trascinava fino al mattino e poi rimanevano scostanti soltanto sul selciato pochi lotti emozionali, quelli gestiti dalla intellighenzia immorale.

Il veganismo non è una filosofia di vita personale – Free Animals, Loved & Respected


Sul Veganesimo. Dal blog di Roberto Contestabile. Inutile quanto quoti tutto, inutile aggiungere, ma forse no, quanto i mattatoi siano luoghi di sofferenza estrema, lager degli umani che, al pari dei nazisti, sfruttano e uccidono – a volte solo per loro piacere estetico – altri esseri. Le religioni non fanno nulla per contrastare tale fenomeno, rimane solo la coscienza mistica, anarchica e svincolata da qualsiasi credo politico_religioso, a far barriera contro questa barbarie. Tutto ciò mi fa davvero vomitare… e mi chiedo: come si fa a non amare gli animali?

Molte volte ho scritto che il veganismo è solo un punto di partenza, intendendo la punta di un iceberg di una questione molto più ampia che quella dello sfruttamento degli animali e che quindi non si deve considerare come punto di arrivo, essendo, tutto sommato, una prassi individuale; per quanto possa diventare, all’occorrenza, di testimonianza pubblica.
Spesso sento parlare di “filosofia vegana”. A mio avviso porla in questi termini non aiuta a far comprendere alle persone cosa c’è dietro in quanto rimane un discorso circoscritto appunto alle scelte personali. Ciò che si recepisce dall’esterno è che ci sono alcune persone che seguono una precisa filosofia che è quella del rispetto per gli altri animali. Punto e basta.
Invece il veganismo intanto non è una filosofia, ma una prassi, che è sì individuale, ma non in quanto scelta di vita, bensì in quanto presa di posizione politica contro un sistema che considera lecito sfruttare gli individui di altre specie. E da individuale, nel momento in cui si è capito che non si sta facendo qualcosa per sé stessi, come stile di vita nella propria esistenza, ma per combattere un’ingiustizia che riguarda altri individui, diventa collettiva, sociale, politica.
Restando nell’ambito semantico della “filosofia di vita” non si riesce a far capire che abbiamo riconosciuto lo sfruttamento degli altri animali come un’ingiustizia e che trattandosi di un’ingiustizia il discorso si fa sociale e politico.
Serve questo spostamento semantico dal piano filosofico/individuale a quello sociale/politico.
Inoltre chiedere alle persone di diventare vegane senza che abbiano compreso quanto sopra è come chiedergli di andare sulla luna. Cioè, diventa una richiesta dal loro punto di vista inaccettabile perché non comprensibile. Diventa quasi una richiesta autoritaria, come se volessimo imporre loro una nostra scelta di vita.
Il punto è che quando si parla di “filosofia vegana”, “cucina vegana”, “dieta vegana” ecc. gli animali e il loro sfruttamento continuano a restare sullo sfondo, come referenti assenti.
Va fatto capire che gli allevamenti, i mattatoi e ogni altra forma di dominio sui corpi altrui distruggono esistenze di individui che sono senzienti quanto noi; distruggono nuclei familiari, impediscono ogni bisogno etologico essenziale (e poco importa che il maiale nato in gabbia non conosca la libertà, stare rinchiuso senza poter fare ciò che sarebbe nella sua natura fare è comunque un danno enorme, è comunque sofferenza, è ingiustizia), impediscono lo sviluppo evolutivo di intere specie, spezzano relazioni, soffocano interazioni, spazzano via interi mondi.
A volte ci stupiamo di come animali che da lungo tempo interagiscono con noi siano così intelligenti, comunicativi, comprensivi, volitivi (nel senso che esprimono desideri e bisogni propri) e non riflettiamo su quanto ogni individuo di quella massa inimmaginabile che finisce nei mattatoi sia come il nostro cane o gatto. Ossia, diverso da qualsiasi altro, unico, bisognoso di star bene, di gioia, di felicità, di libertà, di contatto, di interazione con i propri simili e a volte con noi.
Comunque sia, quando cominceremo a ottenere qualche risultato, quasi sicuramente il Potere di chi vuole continuare ad avere schiavi a costo zero ci contrasterà in due modi:
con la repressione e censura vere e proprie;  con la diluizione del messaggio, facendo sembrare le nostre lotte un fenomeno di costume (come sta accadendo appunto per il veganismo e per il movimento animalista nel suo complesso).

Lankenauta | La questione delle indulgenze


Su Lankenauta un po’ di Storia della Chiesa Cattolica e dei Cristiani in genere che non fa mai male; parliamo della riforma luterana e dei motivi, delle beghe sottese a tutto il sommovimento che cinquecento anni fa ha sconvolto il l’Europa. I dogmi, le mosse politiche, le sottigliezze teologiche, nulla hanno a che vedere con il misticismo e il trasporto verso il soprannaturale; e allora, di cosa parliamo con le religioni?

Quando, il 31 ottobre 1517, Lutero affisse le 95 tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg, la sua intenzione era soprattutto quella di aprire un dibattito teologico, una discussione con la Chiesa di Roma, specialmente riguardo allo scandalo delle indulgenze, che erano diventate un commercio e davano l’impressione che la salvezza si potesse barattare col denaro. La situazione poi degenerò e sfociò nel 1521, come si sa, con la bolla Exurge Domine e la scomunica.

Come spesso succede gli esseri umani non furono in grado di seguire vie di riconciliazione più consone allo spirito cristiano, ma preferirono rifiutare ogni compromesso e radicalizzare le loro posizioni. Il Concilio di Trento giunse troppo tardi, quando ormai la preoccupazione di avere ragione aveva prevalso e la Chiesa risultava ormai divisa. Non si trattava solo delle indulgenze, Lutero si preoccupa molto della “giustificazione per fede”, argomento oggetto di dispute e dibattiti, ma che ha comunque tenuto sempre vivo e fecondo il dialogo tra luterani e cattolici.

In questo snello volume, Sesboüé riassume rapidamente le varie vicende della Riforma e si sofferma soprattutto sul dialogo che si è sviluppato nel corso del Novecento e che ha trovato espressione in vari documenti comuni, che hanno fatto riavvicinare sempre più le due Chiese.

“È incontestabile che la giustificazione per la fede fu un elemento fondante della crisi della Riforma del XVI secolo. Lo scandalo delle indulgenze denunciato da Lutero aveva un fondamento dottrinale: quel vero e proprio traffico introduceva nella Chiesa una pratica della «giustificazione per le opere», perché si potevano ottenere con il denaro i doni spirituali che appartengono all’ordine della salvezza. Quello scandalo deve essere riconosciuto dai cattolici non solo nella realtà, ma anche in tutta la sua gravità, nei confronti dell’insegnamento evangelico e paolino sulla fede. Ma per una felice incongruenza, la Chiesa cattolica non ha mai tradotto in dottrina quella deplorevole pratica”.

Chiara Prezzavento

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… Dorothy si trova in un mondo colorato con delle piccole casette e una stradina dorata, in viaggio verso la città di smeraldo. Il mago di Oz (1939)

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Un diario non è altro che un registro di viaggio.

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