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Avanti barbari! Il ritorno del grande cinema di serie B – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine lo stato dell’arte attuale sul paradigma degli zombies. Non male, direi.

Finalmente la carica politica e critica tipica del cinema di serie B, horror e splatter, degli anni Settanta e Ottanta è tornata. Alla grande direi.
Una serie come Zombie Nation (giunta alla sua quinta e ultima stagione), il film Hotel Artemis di Drew Pearce e soprattutto l’ultima prova cinematografica di Jim Jarmusch (The Dead Don’t Die I morti non muoiono), tutti piuttosto snobbati dalla critica, dimostrano che la lezione di Brian Yuzna, Wes Craven e, naturalmente, di George Romero non è andata perduta. Mentre il cinema dell’”assedio” di John Carpenter dimostra di avere ancora qualche cartuccia da sparare attraverso l’ultima prova del suo emulo Drew Pearce.

Pare anzi che la lezione originale si sia arricchita di una nuova consapevolezza e di una ferocia critica che sembrano perfino sopravanzarla.
Lo schema delle trame legate ai morti viventi, alla rivolta e ai suoi archetipi sembra ormai essersi liberato da qualsiasi pastoia narrativa tradizionale per dare vita, in tutti gli esempi citati, quasi sempre distanti mille miglia dalla tradizionale drammatizzazione tipica di una serie come Walking Dead, a una distruzione radicale di qualsiasi giustificazione dell’esistente e dell’immaginario che lo sorregge.

Famiglia, Stato, Proprietà, Democrazia (rappresentativa), Ordine, Consumo, Lavoro, Patria non esercitano più alcun fascino su coloro che ne hanno compresa l’intima essenza e che sanno di poterne fare a meno. Anche soltanto per giustificare i meccanismi di trame narrative (cinematografiche e non) morte e sepolte.
Lo sguardo lucido impone di porsi al di fuori dei rimasugli hollywoodiani e perbenisti, in cui troppo spesso quei contenuti fingono di uscire dalla porta per poi rientrare alla grande da finestre panoramiche che mostrano sempre lo stesso paesaggio: datato e consunto. Non più adatto ai tempi.

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Combattere il Fascismo


Comporre citando il male oscuro, citando l’involuto, esplicitando cose fetide e il fascismo insito in tutto ciò che è controllo sulle masse, rasenta la catarsi e permette l’espansione, la trascendenza dell’umano.

L’etica di un ministro


Penso che un ministro debba avere un’etica superiore al resto della popolazione. Penso che un ministro debba parlare pulito, non da osteria. Penso che un ministro, un vicepresidente del Consiglio e responsabile degli Interni, non debba approfittare, nemmeno palesemente, delle forze di Polizia che da lui dipendono. Penso che i mezzi di Polizia non debbano essere adibiti a giostre, anche per motivi assicurativi. Penso che l’unica volta che mi avrebbe fatto comodo una staffetta di una Volante alle tre di notte, perché la mia macchina si era rotta sul GRA, questa mi è stata giustamente negata per motivi di mia sicurezza, in caso di inseguimenti o scontri a fuoco…

Penso a tutto ciò, e penso alla boria di questo ministro, e immagino proprio che tali persone indegne debbano tornare da dove sono venute, in una qualche osteria o luogo popolare di bassa “lega”…
È una vergogna stellare e indegna che quell’uomo sia lì dov’è: che sia cacciato, senza mezzi termini.

L’anarchia di Fabrizio De André – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Che non ci sono poteri buoni. Il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De André, pubblicazione curata da Paolo Finzi per «A», rivista anarchica.

A vent’anni, ormai, dalla scomparsa di Fabrizio De André, nascono come funghi i libri dedicati alla sua opera e alla sua biografia, un vero e proprio stillicidio di parole e fotografie miranti a indagare ogni aspetto dell’esistenza del cantautore genovese. A De André rischia di capitare quello che è successo a Pasolini il quale, secondo un’efficace espressione utilizzata da uno studioso, si è trasformato in una sorta di “ovetto kinder” della cultura italiana, nel senso che tutti si aspettano di trovarvi, al suo interno, la sorpresa che più gli aggrada, dai politicanti di destra a quelli di sinistra. Anche il cantautore genovese rischia di trasformarsi in una sorta di icona estetica utilizzabile da ogni bandiera politica, anche quelle più lontane dal suo pensiero (e la mente corre ai recenti apprezzamenti da parte del ministro degli Interni). Eppure, è uscito da poco un volume che si differenzia dalla maggior parte dei libri dedicati a sondare i più svariati aspetti dell’opera deandreiana: si tratta di una raccolta di saggi e di interviste che mirano a indagare il pensiero di De André da un punto di vista prettamente politico e sociale.

Se leggiamo Che non ci sono poteri buoni. Il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De André, curato da Paolo Finzi, direttore della rivista anarchica «A» – un volume che rappresenta appunto un numero speciale della rivista – ci rendiamo conto quanto sia difficile trasformare le canzoni di Fabrizio De André in tanti “ovetti kinder” manovrabili e apribili da chiunque, perché dietro ogni singola frase, dietro ogni singola nota, è possibile incontrare un pensiero ben definito sorretto da un solido rigore morale. Si tratta fondamentalmente di un pensiero libertario, schierato dalla parte degli ultimi, degli emarginati, di chi, sostanzialmente, il potere non c’è la l’ha e continuamente lo contesta. Un pensiero di indubbia derivazione anarchica: De André, nonostante la sua provenienza da una famiglia dell’alta borghesia genovese, ha sempre manifestato, fin da giovane, la sua simpatia per il pensiero e il movimento anarchico. Il «pensiero (anche) anarchico» di De André, insomma, come bene dimostra il libro curato da Finzi, non è una qualunquistica aspirazione a una libertà di matrice utopica, bensì si tratta di un pensiero sorretto da solide letture di studiosi dell’anarchismo come Malatesta, Bakunin, Stirner e dalla frequentazione di militanti anarchici. Il libro in questione si differenzia da tutti gli altri appunto perché guarda all’opera e alla vita di De André attraverso il filtro dell’anarchia e del pensiero libertario del cantautore: si tratta, come già accennato, di un approccio di natura politica e sociale.

Lo stesso De André, del resto, amava inserire la parola “anarchia” in alcune canzoni in versione live, modificando il testo. Ad esempio, in Se ti tagliassero a pezzetti, la parola «fantasia» è sostituita da «anarchia»: «E adesso aspetterò domani / per avere nostalgia / signora libertà, signorina anarchia / così preziosa come il vino come gratis come la tristezza / con la tua nuvola di dubbi e di bellezza». Oppure, in Amico fragile, in cui «anarchia» sostituisce la parola «arrivederci»: «…potevo chiedervi come si chiama il vostro cane / il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero / potevo assumere un cannibale al giorno / per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle / potevo attraversare litri e litri di corallo / per raggiungere un posto che si chiamasse Anarchia….». E, sotto le bandiere rosso-nere dell’anarchia, si sono svolti anche diversi concerti di De André: uno a Carrara nel 1982, uno a Napoli nel 1991 (a favore di «Umanità nova» e di «Arivista») ma anche, molto meno noti, uno a Rimini nel 1975 e uno a Bologna nel 1976.

Il Salone del Libro di Torino è anche fascista | NAZIONE OSCURA CAOTICA


Sul blog della NazioneOscura un piccolo editoriale del presidente Lukha B. Kremo, sui fatti che stanno accadendo al Salone del Libro di Torino, dove presenze di editori neofascisti funestano lo svolgimento della manifestazione (che dovrebbe essere culturale, invece è solo business editoriale).

Sono d’accordo con Michela Murgia che essere presenti (e magari andare davanti al banchetto e cantare Bella Ciao) sarebbe un segno di riprendersi la “piazza”, ma sarebbe anche un modo di avallare che la loro sia un’”opinione”: caspita, abbiamo un Comitato che preferisce 2000 euro alla perdita della dignità del Salone, facciamoci sentire da Nicola Lagioia, NE DEVE RISPONDERE: se è lecito pensare che il Comitato non abbia sfogliato il catalogo di Altaforte, ora è sotto gli occhi di tutti.

La soluzione è molto semplice: è necessario escludere i sovversivi per poter continuare a dire che viviamo in uno Stato di Diritto. Io sto con Wu Ming e Zero Calcare, ma sto anche con tutti coloro che sentono di fare presenza: nessuna scissione davanti al neofascismo!

Strani giorni: Cinema e vita


Ettore Fobo, ovvero come notare il degrado della nostra cultura e del nostro senso cognitivo. Con buona pace del business…

Film altamente spettacolari e frementi di eroismi, colori in alta definizione, donne bellissime, storie immaginifiche condiscono le nostre vite sempre più incolori, insignificanti, sbiadite che se tradotte in un film rivelerebbero di essere di un iperrealismo vacuo e angosciante. Così la fantasia dovrebbe salvarci dal tedio. Invece questi film sono solo la giustificazione estetica del sistema produttivo che ci imprigiona, il suo monologo apologetico, come giustamente aveva visto Debord negli anni Sessanta del secolo scorso. Già negli anni Trenta Sartre avrebbe aggiunto una fascetta al suo romanzo “La nausea”: “Non ci sono più avventure”. Fu dissuaso dall’editore che temeva per le vendite. Così mentre le vite diventano sempre più banali e sciatte, il romanzo un modo un po’ contorto per guardare ammuffire il proprio ombelico, al cinema si moltiplicano avventure mirabolanti. La mia vita così è diventata tutta interiore, una conversazione con i morti, nello spirito, in quel limbo dove siamo contemporanei a Eraclito, Saffo, Giordano Bruno, Omero, Shakespeare, Baudelaire, Leopardi, Rimbaud, etc … Ma è tutto un sogno che rivela la pochezza degli orizzonti e il trionfo del nichilismo e della vacuità.

Strani giorni: Nuovi destini, nuove grida, vecchie risate


Ettore Fobo disegna in modo mirabile, chirurgico, cinicamente profondo, lo stato attuale dell’economia mondiale e di ciò che rimane del Sociale. Qui.

In fondo oggi c’è un’unica legge, un unico despota: il Mercato, di cui, come degli aruspici o degli indovini, bisogna interpretare, e poi assecondare, il volere. Qui, in questo regno della magia nera economica, il profitto è regolatore del destino dell’individuo. Finché non si scopre che non c’è più l’individuo, è una merce anche lui. Bisognerebbe superare questa logica ma manca l’utopia o anche lei è una merce. In questo contesto senza speranza, bisogna elevare, comunque, se non un canto, un grido, di speranza. Speranza nella bellezza e giustezza di un cosmo che, comunque, per dirla brutalmente, ci ha votato alla morte, ci ha consegnato in suo potere. Ridere di questo e, pur contraddicendo ogni trascendenza, scoprire, nella meraviglia bambina e nel gioco assurdo del caso, la propria beatitudine. “Bisogna immaginare Sisifo felice”,  come scriveva Albert Camus. O affidarsi alla risata di Zarathustra. Dove ci porterà quel folle giullare?

Pmespeak's Blog

Remember! Once warmth was without fire.

L'edera

e le altre poesie in ordine sparso by MerMer

My Mad Dreams

Sognatore è chi trova la sua via alla luce della luna... punito perché vede l'alba prima degli altri. [Oscar Wilde]

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There was a vision…

… of an outstanding and individual concept, which would last for many years hence.

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Avevo un sogno e l'ho realizzato.

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È impossibile non comunicare. (Primo assioma della comunicazione. Scuola di Palo Alto)

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