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Su LA STAMPA-TUTTOLIBRI Valerio Evangelisti racconta la genesi di 1849. I GUERRIERI DELLA LIBERTA’ – Eymerich.com


Sul sito di Valerio Evangelisti la genesi del suo nuovo romanzo I guerrieri della libertà, narrazione storica della Repubblica Romana del 1849. Ed è una continua sorpresa…

Mazzini, Saffi, Armellini. Questi tre cognomi erano tutto ciò che mi era rimasto in mente, della repubblica romana del 1849, dopo il liceo. Nient’altro: un episodio minore del risorgimento. Ma del risorgimento stesso, cosa ricordavo? La spedizione dei Mille, certo, le guerre di indipendenza, la presa di Porta Pia. Pochissimo altro.

Succede, nel 2008, che l’amico Antonio Moresco mi faccia una proposta. Ha scritto un racconto che tratta delle Cinque giornate di Milano. Se io facessi la stessa cosa, su un altro episodio risorgimentale coevo, potremmo farne un libriccino firmato da entrambi. Accetto alla cieca, e mi metto alla ricerca del possibile tema. Mi tornano alla memoria Mazzini-Saffi-Armellini. Sì, mi occuperò della repubblica romana. Anche per colmare le lacune personali sull’evento.

Ne nasce il racconto La controinsurrezione (mentre quello di Moresco, diversissimo, si intitola L’insurrezione). Leggo una serie, molto incompleta, di saggi sull’argomento, e mi accorgo di due cose. Malgrado la brevità nel tempo, l’episodio è di grande rilievo nella storia italiana. Questo è riconosciuto dalla totalità degli studiosi, senza eccezione. Tuttavia, per quanto parlino di un’ampia partecipazione popolare, gli autori finiscono immancabilmente per concentrarsi sulle figure più note (Mazzini, Garibaldi, Mameli, Pisacane, Cristina di Belgioioso, ecc.), mentre del “popolo”, fatta eccezione per il famoso Ciceruacchio, o non c’è traccia o è molto pallida.

Anche il mio racconto, documentato frettolosamente, ha la stessa carenza. Cado anzi in un paradossale equivoco. Inserisco tra i personaggi, per dare vivacità alla vicenda, tale Babette di Interlaken, la “vergine comunista” fumatrice e cospiratrice, calata a Roma dalla Svizzera anticattolica per volgere la rivoluzione in senso egualitario. L’avevo scovata nell’Almanacco Bompiani 1972, a cura di Umberto Eco e Cesare Sughi. Era presa dal romanzo L’ebreo di Verona, del gesuita reazionario Antonio Bresciani.

La credo realmente esistita (Bresciani spesso deforma fatti reali) e la metto nel mio racconto. L’anno successivo, la “vergine comunista” riappare ne Il cimitero di Praga di Umberto Eco. Anzi, Eco riproduce quasi fedelmente intere pagine de L’ebreo di Verona. Peccato che la terribile Babette non sia mai esistita. Era l’invenzione di un gesuita codino che, alla ricerca di mostri libertari fasulli, quando non li trovava li immaginava.

La “vergine comunista” mi era servita per introdurre nella repubblica romana quel “popolo” evocato ma non descritto nei libri di storia (una donna, per di più). Inoltre alludeva a istanze sociali che, seguendo solo le azioni di Mazzini e altri capi rivoluzionari, risultavano assenti o molto pallide. Eppure Pio IX, ben prima di fuggire da Roma, aveva espresso furenti anatemi contro il socialismo e il disumano comunismo. Si riferiva solo al 1848 francese? Cercava di esorcizzare fantasmi?

Presi come una sfida la scoperta di un “popolo” nella rivoluzione romana del 1849, e decisi, prima ancora di averla accertata, di scriverci sopra un romanzo. Volevo, come nel mio Il sole dell’avvenire, mettere in scena personaggi umili, che partecipassero agli eventi cercando di capirli, ma non in grado di dirigerli. Lontanissimi dagli eroi, dai comandanti, dai politici, per quanto testimoni del loro operato.

Su LA CITTA’ FUTURA Renato Caputo valuta l’opera di Valerio Evangelisti, a partire dal romanzo NOI SAREMO TUTTO – Eymerich.com


Splendida e dettagliata critica dell’opera sociale di Valerio Evangelisti, condensata mirabilmente nel ciclo Il sole dell’avvenire. Dal suo sito prendo questa segnalazione e la rilancio, incollando qui sotto alcuni passi presi da La città futura, a cura di Renato Caputo.

Il primo eccezionale merito di Evangelisti è che, con questi suoi più recenti romanzi, ha rilanciato alla grande – dopo decenni di costante demonizzazione da parte dell’ideologia dominante – il realismo socialista che rischiava altrimenti per finire definitivamente sepolto sotto le macerie del muro di Berlino. Le opere di Evangelisti, ricordate in questo articolo, sono tutte ottimi esempi di realismo socialista all’altezza delle sfide del ventunesimo secolo. Nel senso che Evangelisti è riuscito nella difficilissima impresa di superare dialetticamente il realismo socialista che si era venuto tortuosamente sviluppando nel corso del precedente secolo breve. In altri termini, questo eccezionale storico e romanziere è riuscito a recuperare quanto c’era di buono nel realismo socialista del ventesimo secolo, eliminando quanto c’era di caduco, di limitato e superato. In tal modo è riuscito a svilupparlo a un livello superiore, sintetizzando in queste sue opere la lezione del più grande critico letterario e studioso di estetica marxista, György Lukàcs, e del più grande scrittore marxista: Bertolt Brecht. Se dal primo Evangelisti ha ripreso e realizzato in diverse proprie opere la concezione più elaborata di realismo socialista, dal secondo ha ripreso due aspetti essenziali della poetica e dell’opera brechtiana: il dramma epico (didattico e dialettico) e l’effetto di straniamento.

In tutti i grandi romanzi sopra-citati è posta giustamente al centro degli eventi la lotta di classe, quale autentico motore del processo storico. Tanto la lotta di classe, quanto il processo storico sono sempre narrati nel modo più realistico e, quindi, dialettico, con personaggi tipici e storie particolari, che ci permettono però di rivivere dei momenti decisivi della nostra storia, ovvero la lotta del movimento dei lavoratori che, battendosi per la propria emancipazione, dà il contributo decisivo nella nostra epoca storica alla lotta per l’emancipazione dell’intero genere umano.

Perciò i citati romanzi di Evangelisti hanno un grande valore dal punto di vista didattico, in quanto da autentiche opere d’arte ci permettono, come metteva in evidenza già Aristotele, di comprendere meglio essenziali eventi storici, anche rispetto a molti libri di storia. Del resto la grandezza di Evangelisti è proprio questa di sviluppare delle autentiche opere d’arte sulla base di una profonda conoscenza storica. Infine, Evangelisti fa ampio uso dell’effetto di straniamento, i protagonisti dei suoi romanzi non consentono mai al lettore d’identificarsi acriticamente, ma lo lasciano sempre libero e lo spingono a riflettere criticamente sulla storia emblematica che gli viene narrata.

Per altro Evangelisti è un grande scrittore proprio perché è partigiano nel senso più alto e migliore del termine, nel senso gramsciano che porta a odiare gli indifferenti. Dunque, nella sua narrazione non vi è mai un distacco cinico (da cretino, direbbe Marx) dai grandi eventi narrati, né tantomeno si scade mai nel minimal-qualunquismo. Il narratore chiaramente non può essere indifferente a ciò che narra, anzi in questo caso è animato da una sana passione politica, ma al contempo estremamente razionale e critica. In tal modo il lettore non è mai ingannato, in quanto l’autore non nasconde la propria posizione etico-politica. Questo non significa, però, che ci dà una narrazione ideologica degli eventi, nel senso peggiore (marxiano) del termine. Per esempio anche in Noi saremo tutto Evangelisti prende parte decisamente per i comunisti e per chi porta avanti con spirito rivoluzionario la lotta di classe, senza però mai dare un’immagine edulcorata, apologetica e acritica di coloro per cui parteggia. Anzi è molto bravo a ricostruirne in modo realistico e dialettico la storia, mettendo in luce il contributo essenziale che hanno dato alla lotta per l’emancipazione del genere umano, senza nasconderne gli aspetti contraddittori e i limiti storici. Evidenziare questi ultimi è un aspetto essenziale per comprendere i motivi delle sconfitte storiche subite dalle forze che si battono in questa secolare lotta per l’emancipazione umana.

Avanti barbari! Il ritorno del grande cinema di serie B – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine lo stato dell’arte attuale sul paradigma degli zombies. Non male, direi.

Finalmente la carica politica e critica tipica del cinema di serie B, horror e splatter, degli anni Settanta e Ottanta è tornata. Alla grande direi.
Una serie come Zombie Nation (giunta alla sua quinta e ultima stagione), il film Hotel Artemis di Drew Pearce e soprattutto l’ultima prova cinematografica di Jim Jarmusch (The Dead Don’t Die I morti non muoiono), tutti piuttosto snobbati dalla critica, dimostrano che la lezione di Brian Yuzna, Wes Craven e, naturalmente, di George Romero non è andata perduta. Mentre il cinema dell’”assedio” di John Carpenter dimostra di avere ancora qualche cartuccia da sparare attraverso l’ultima prova del suo emulo Drew Pearce.

Pare anzi che la lezione originale si sia arricchita di una nuova consapevolezza e di una ferocia critica che sembrano perfino sopravanzarla.
Lo schema delle trame legate ai morti viventi, alla rivolta e ai suoi archetipi sembra ormai essersi liberato da qualsiasi pastoia narrativa tradizionale per dare vita, in tutti gli esempi citati, quasi sempre distanti mille miglia dalla tradizionale drammatizzazione tipica di una serie come Walking Dead, a una distruzione radicale di qualsiasi giustificazione dell’esistente e dell’immaginario che lo sorregge.

Famiglia, Stato, Proprietà, Democrazia (rappresentativa), Ordine, Consumo, Lavoro, Patria non esercitano più alcun fascino su coloro che ne hanno compresa l’intima essenza e che sanno di poterne fare a meno. Anche soltanto per giustificare i meccanismi di trame narrative (cinematografiche e non) morte e sepolte.
Lo sguardo lucido impone di porsi al di fuori dei rimasugli hollywoodiani e perbenisti, in cui troppo spesso quei contenuti fingono di uscire dalla porta per poi rientrare alla grande da finestre panoramiche che mostrano sempre lo stesso paesaggio: datato e consunto. Non più adatto ai tempi.

Combattere il Fascismo


Comporre citando il male oscuro, citando l’involuto, esplicitando cose fetide e il fascismo insito in tutto ciò che è controllo sulle masse, rasenta la catarsi e permette l’espansione, la trascendenza dell’umano.

L’etica di un ministro


Penso che un ministro debba avere un’etica superiore al resto della popolazione. Penso che un ministro debba parlare pulito, non da osteria. Penso che un ministro, un vicepresidente del Consiglio e responsabile degli Interni, non debba approfittare, nemmeno palesemente, delle forze di Polizia che da lui dipendono. Penso che i mezzi di Polizia non debbano essere adibiti a giostre, anche per motivi assicurativi. Penso che l’unica volta che mi avrebbe fatto comodo una staffetta di una Volante alle tre di notte, perché la mia macchina si era rotta sul GRA, questa mi è stata giustamente negata per motivi di mia sicurezza, in caso di inseguimenti o scontri a fuoco…

Penso a tutto ciò, e penso alla boria di questo ministro, e immagino proprio che tali persone indegne debbano tornare da dove sono venute, in una qualche osteria o luogo popolare di bassa “lega”…
È una vergogna stellare e indegna che quell’uomo sia lì dov’è: che sia cacciato, senza mezzi termini.

L’anarchia di Fabrizio De André – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Che non ci sono poteri buoni. Il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De André, pubblicazione curata da Paolo Finzi per «A», rivista anarchica.

A vent’anni, ormai, dalla scomparsa di Fabrizio De André, nascono come funghi i libri dedicati alla sua opera e alla sua biografia, un vero e proprio stillicidio di parole e fotografie miranti a indagare ogni aspetto dell’esistenza del cantautore genovese. A De André rischia di capitare quello che è successo a Pasolini il quale, secondo un’efficace espressione utilizzata da uno studioso, si è trasformato in una sorta di “ovetto kinder” della cultura italiana, nel senso che tutti si aspettano di trovarvi, al suo interno, la sorpresa che più gli aggrada, dai politicanti di destra a quelli di sinistra. Anche il cantautore genovese rischia di trasformarsi in una sorta di icona estetica utilizzabile da ogni bandiera politica, anche quelle più lontane dal suo pensiero (e la mente corre ai recenti apprezzamenti da parte del ministro degli Interni). Eppure, è uscito da poco un volume che si differenzia dalla maggior parte dei libri dedicati a sondare i più svariati aspetti dell’opera deandreiana: si tratta di una raccolta di saggi e di interviste che mirano a indagare il pensiero di De André da un punto di vista prettamente politico e sociale.

Se leggiamo Che non ci sono poteri buoni. Il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De André, curato da Paolo Finzi, direttore della rivista anarchica «A» – un volume che rappresenta appunto un numero speciale della rivista – ci rendiamo conto quanto sia difficile trasformare le canzoni di Fabrizio De André in tanti “ovetti kinder” manovrabili e apribili da chiunque, perché dietro ogni singola frase, dietro ogni singola nota, è possibile incontrare un pensiero ben definito sorretto da un solido rigore morale. Si tratta fondamentalmente di un pensiero libertario, schierato dalla parte degli ultimi, degli emarginati, di chi, sostanzialmente, il potere non c’è la l’ha e continuamente lo contesta. Un pensiero di indubbia derivazione anarchica: De André, nonostante la sua provenienza da una famiglia dell’alta borghesia genovese, ha sempre manifestato, fin da giovane, la sua simpatia per il pensiero e il movimento anarchico. Il «pensiero (anche) anarchico» di De André, insomma, come bene dimostra il libro curato da Finzi, non è una qualunquistica aspirazione a una libertà di matrice utopica, bensì si tratta di un pensiero sorretto da solide letture di studiosi dell’anarchismo come Malatesta, Bakunin, Stirner e dalla frequentazione di militanti anarchici. Il libro in questione si differenzia da tutti gli altri appunto perché guarda all’opera e alla vita di De André attraverso il filtro dell’anarchia e del pensiero libertario del cantautore: si tratta, come già accennato, di un approccio di natura politica e sociale.

Lo stesso De André, del resto, amava inserire la parola “anarchia” in alcune canzoni in versione live, modificando il testo. Ad esempio, in Se ti tagliassero a pezzetti, la parola «fantasia» è sostituita da «anarchia»: «E adesso aspetterò domani / per avere nostalgia / signora libertà, signorina anarchia / così preziosa come il vino come gratis come la tristezza / con la tua nuvola di dubbi e di bellezza». Oppure, in Amico fragile, in cui «anarchia» sostituisce la parola «arrivederci»: «…potevo chiedervi come si chiama il vostro cane / il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero / potevo assumere un cannibale al giorno / per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle / potevo attraversare litri e litri di corallo / per raggiungere un posto che si chiamasse Anarchia….». E, sotto le bandiere rosso-nere dell’anarchia, si sono svolti anche diversi concerti di De André: uno a Carrara nel 1982, uno a Napoli nel 1991 (a favore di «Umanità nova» e di «Arivista») ma anche, molto meno noti, uno a Rimini nel 1975 e uno a Bologna nel 1976.

Il Salone del Libro di Torino è anche fascista | NAZIONE OSCURA CAOTICA


Sul blog della NazioneOscura un piccolo editoriale del presidente Lukha B. Kremo, sui fatti che stanno accadendo al Salone del Libro di Torino, dove presenze di editori neofascisti funestano lo svolgimento della manifestazione (che dovrebbe essere culturale, invece è solo business editoriale).

Sono d’accordo con Michela Murgia che essere presenti (e magari andare davanti al banchetto e cantare Bella Ciao) sarebbe un segno di riprendersi la “piazza”, ma sarebbe anche un modo di avallare che la loro sia un’”opinione”: caspita, abbiamo un Comitato che preferisce 2000 euro alla perdita della dignità del Salone, facciamoci sentire da Nicola Lagioia, NE DEVE RISPONDERE: se è lecito pensare che il Comitato non abbia sfogliato il catalogo di Altaforte, ora è sotto gli occhi di tutti.

La soluzione è molto semplice: è necessario escludere i sovversivi per poter continuare a dire che viviamo in uno Stato di Diritto. Io sto con Wu Ming e Zero Calcare, ma sto anche con tutti coloro che sentono di fare presenza: nessuna scissione davanti al neofascismo!

Alessandro Rolfini

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… of an outstanding and individual concept, which would last for many years hence.

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