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L’anarchia di Fabrizio De André – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Che non ci sono poteri buoni. Il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De André, pubblicazione curata da Paolo Finzi per «A», rivista anarchica.

A vent’anni, ormai, dalla scomparsa di Fabrizio De André, nascono come funghi i libri dedicati alla sua opera e alla sua biografia, un vero e proprio stillicidio di parole e fotografie miranti a indagare ogni aspetto dell’esistenza del cantautore genovese. A De André rischia di capitare quello che è successo a Pasolini il quale, secondo un’efficace espressione utilizzata da uno studioso, si è trasformato in una sorta di “ovetto kinder” della cultura italiana, nel senso che tutti si aspettano di trovarvi, al suo interno, la sorpresa che più gli aggrada, dai politicanti di destra a quelli di sinistra. Anche il cantautore genovese rischia di trasformarsi in una sorta di icona estetica utilizzabile da ogni bandiera politica, anche quelle più lontane dal suo pensiero (e la mente corre ai recenti apprezzamenti da parte del ministro degli Interni). Eppure, è uscito da poco un volume che si differenzia dalla maggior parte dei libri dedicati a sondare i più svariati aspetti dell’opera deandreiana: si tratta di una raccolta di saggi e di interviste che mirano a indagare il pensiero di De André da un punto di vista prettamente politico e sociale.

Se leggiamo Che non ci sono poteri buoni. Il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De André, curato da Paolo Finzi, direttore della rivista anarchica «A» – un volume che rappresenta appunto un numero speciale della rivista – ci rendiamo conto quanto sia difficile trasformare le canzoni di Fabrizio De André in tanti “ovetti kinder” manovrabili e apribili da chiunque, perché dietro ogni singola frase, dietro ogni singola nota, è possibile incontrare un pensiero ben definito sorretto da un solido rigore morale. Si tratta fondamentalmente di un pensiero libertario, schierato dalla parte degli ultimi, degli emarginati, di chi, sostanzialmente, il potere non c’è la l’ha e continuamente lo contesta. Un pensiero di indubbia derivazione anarchica: De André, nonostante la sua provenienza da una famiglia dell’alta borghesia genovese, ha sempre manifestato, fin da giovane, la sua simpatia per il pensiero e il movimento anarchico. Il «pensiero (anche) anarchico» di De André, insomma, come bene dimostra il libro curato da Finzi, non è una qualunquistica aspirazione a una libertà di matrice utopica, bensì si tratta di un pensiero sorretto da solide letture di studiosi dell’anarchismo come Malatesta, Bakunin, Stirner e dalla frequentazione di militanti anarchici. Il libro in questione si differenzia da tutti gli altri appunto perché guarda all’opera e alla vita di De André attraverso il filtro dell’anarchia e del pensiero libertario del cantautore: si tratta, come già accennato, di un approccio di natura politica e sociale.

Lo stesso De André, del resto, amava inserire la parola “anarchia” in alcune canzoni in versione live, modificando il testo. Ad esempio, in Se ti tagliassero a pezzetti, la parola «fantasia» è sostituita da «anarchia»: «E adesso aspetterò domani / per avere nostalgia / signora libertà, signorina anarchia / così preziosa come il vino come gratis come la tristezza / con la tua nuvola di dubbi e di bellezza». Oppure, in Amico fragile, in cui «anarchia» sostituisce la parola «arrivederci»: «…potevo chiedervi come si chiama il vostro cane / il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero / potevo assumere un cannibale al giorno / per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle / potevo attraversare litri e litri di corallo / per raggiungere un posto che si chiamasse Anarchia….». E, sotto le bandiere rosso-nere dell’anarchia, si sono svolti anche diversi concerti di De André: uno a Carrara nel 1982, uno a Napoli nel 1991 (a favore di «Umanità nova» e di «Arivista») ma anche, molto meno noti, uno a Rimini nel 1975 e uno a Bologna nel 1976.

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Il Salone del Libro di Torino è anche fascista | NAZIONE OSCURA CAOTICA


Sul blog della NazioneOscura un piccolo editoriale del presidente Lukha B. Kremo, sui fatti che stanno accadendo al Salone del Libro di Torino, dove presenze di editori neofascisti funestano lo svolgimento della manifestazione (che dovrebbe essere culturale, invece è solo business editoriale).

Sono d’accordo con Michela Murgia che essere presenti (e magari andare davanti al banchetto e cantare Bella Ciao) sarebbe un segno di riprendersi la “piazza”, ma sarebbe anche un modo di avallare che la loro sia un’”opinione”: caspita, abbiamo un Comitato che preferisce 2000 euro alla perdita della dignità del Salone, facciamoci sentire da Nicola Lagioia, NE DEVE RISPONDERE: se è lecito pensare che il Comitato non abbia sfogliato il catalogo di Altaforte, ora è sotto gli occhi di tutti.

La soluzione è molto semplice: è necessario escludere i sovversivi per poter continuare a dire che viviamo in uno Stato di Diritto. Io sto con Wu Ming e Zero Calcare, ma sto anche con tutti coloro che sentono di fare presenza: nessuna scissione davanti al neofascismo!

Strani giorni: Cinema e vita


Ettore Fobo, ovvero come notare il degrado della nostra cultura e del nostro senso cognitivo. Con buona pace del business…

Film altamente spettacolari e frementi di eroismi, colori in alta definizione, donne bellissime, storie immaginifiche condiscono le nostre vite sempre più incolori, insignificanti, sbiadite che se tradotte in un film rivelerebbero di essere di un iperrealismo vacuo e angosciante. Così la fantasia dovrebbe salvarci dal tedio. Invece questi film sono solo la giustificazione estetica del sistema produttivo che ci imprigiona, il suo monologo apologetico, come giustamente aveva visto Debord negli anni Sessanta del secolo scorso. Già negli anni Trenta Sartre avrebbe aggiunto una fascetta al suo romanzo “La nausea”: “Non ci sono più avventure”. Fu dissuaso dall’editore che temeva per le vendite. Così mentre le vite diventano sempre più banali e sciatte, il romanzo un modo un po’ contorto per guardare ammuffire il proprio ombelico, al cinema si moltiplicano avventure mirabolanti. La mia vita così è diventata tutta interiore, una conversazione con i morti, nello spirito, in quel limbo dove siamo contemporanei a Eraclito, Saffo, Giordano Bruno, Omero, Shakespeare, Baudelaire, Leopardi, Rimbaud, etc … Ma è tutto un sogno che rivela la pochezza degli orizzonti e il trionfo del nichilismo e della vacuità.

Strani giorni: Nuovi destini, nuove grida, vecchie risate


Ettore Fobo disegna in modo mirabile, chirurgico, cinicamente profondo, lo stato attuale dell’economia mondiale e di ciò che rimane del Sociale. Qui.

In fondo oggi c’è un’unica legge, un unico despota: il Mercato, di cui, come degli aruspici o degli indovini, bisogna interpretare, e poi assecondare, il volere. Qui, in questo regno della magia nera economica, il profitto è regolatore del destino dell’individuo. Finché non si scopre che non c’è più l’individuo, è una merce anche lui. Bisognerebbe superare questa logica ma manca l’utopia o anche lei è una merce. In questo contesto senza speranza, bisogna elevare, comunque, se non un canto, un grido, di speranza. Speranza nella bellezza e giustezza di un cosmo che, comunque, per dirla brutalmente, ci ha votato alla morte, ci ha consegnato in suo potere. Ridere di questo e, pur contraddicendo ogni trascendenza, scoprire, nella meraviglia bambina e nel gioco assurdo del caso, la propria beatitudine. “Bisogna immaginare Sisifo felice”,  come scriveva Albert Camus. O affidarsi alla risata di Zarathustra. Dove ci porterà quel folle giullare?

Strani giorni: Millennium bang


Sul blog di Ettore Fobo un post fluente per raccontare il presente e le sue malattie ferali, il mal di vivere intriso di nausea, le metropoli intasate di nulla che porta verso il nulla, verso l’abisso cognitivo di nulla, verso la vita che sa di nulla. Un estratto:

III

Dove trovare un nesso fra giungla, deserto e metropoli? Mettiamola così, un deserto metropolitano popolato di miraggi mi annienta. E qui è trovata l’unione, il punto x dove convergono tutte le ferite del vivere, dal primo respiro fino al rantolo finale.
Questo è dunque anche Il punto di sutura fra la parola detta e quella immaginata, fra un testo scritto e la sua ombra, l’eco di tutte le voci intangibili, che vanno dal silenzio al grido. L’autore, ego scriptor, decapita ombre, deforesta intere foreste di ombre, è lui stesso un’ombra decapitata.
Dunque sì, oggi nella giungla metropolitana ho incontrato un deserto. Forse ero io, allo specchio.

IV

Ecco mi figuro una burrasca più insidiosa e magari un naufragio meno dolce ma ugualmente collinare: la musica dei Pink Floyd illuminò quel paesaggio toscano, ricordi? Boschi di un verde leggero, cielo azzurro con nuvole che parevano draghi addormentati. Rivelazione per noi che veniamo dalla terra senza cielo, da un mondo senza stelle. E non vedemmo mai la luna se non in qualche pubblicità hollywoodiana di un profumo. O forse era di un’auto? O forse era solo una macchia bianca sul parabrezza? O forse era Dio, ma non l’abbiamo riconosciuto?

ROGER WATERS: NUOVA INTERVISTA PER “BROOKLYN VEGAN” | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia una fluente intervista a Roger Waters, lunga e piena di politica, di sentimento, di bellissima voglia di fare e di non sottostare ai dettami di un potere rivoltante. Si parla poco dei Floyd, ma forse perché si sono sciolti nel reale, lo hanno contaminato.

Roger Waters ha avuto una delle più prolifiche carriere musicali dalla fondazione dei Pink Floyd, circa 55 anni fa. Dopo aver pubblicato Is This The Life We Really Want? nel mese di giugno del 2017 e dopo aver completato un incredibile tour mondiale di 157 date nel dicembre 2018, Waters, 75 anni, è più grintoso e forte che mai. Nel disco e nel tour più recente, Roger è stato circondato da un gruppo di musicisti per lo più nuovo e più giovane. Questo gruppo dal vivo ha creato un suono che nelle mie cuffie è risultato incredibilmente fresco. Non si vuol fare il confronto con dischi o formazioni precedenti, ma sono venuti meno vecchi e provati musicisti come Graham Broad, GE Smith, Snowy White e Andy Fairweather Low, rimpiazzati da musicisti come Jess Wolfe e Holly Laessig (Lucius), Bo Koster (My Morning Jacket), Jonathan Wilson (prolifico chitarrista e produttore) e Joey Waronker (Walt Mink, Beck, Atoms For Peace). Roger è stato in grado di coltivare un suono – giocando sui punti di forza di ogni membro – che ha creato un nuovo capitolo sonoro da aggiungere alla sua già straordinaria opera. Ho incrociato il tour di Us + Them tre volte; prima alla prova generale presso i Meadowlands (Meadowlands Arena, East Rutherford, NJ, USA, 21 maggio 2017, n.d.r.), poi a Barclays (Brooklyn, New York, 11 & 12 settembre 2017, n.d.r.) e infine a Hyde Park a Londra (7 luglio 2018). Ogni volta ci sono stati ritocchi e modifiche al suono che mostravano una band che, sebbene già al massimo, migliorava consapevolmente e si evolveva.
Roger Waters è un artista che ho riverito per quasi quattro decenni. Ho passato molto tempo a discutere e a lungo dei progetti di questo artista qui su Brooklyn Vegan. Quindi potete immaginare la sorpresa snervante che mi ha attraversato quando ho ricevuto una telefonata per chiedermi se mi sarebbe piaciuto condurre un’intervista esclusiva con lui; la sua unica intervista americana post-tour all’orizzonte. Ne è venuta fuori una conversazione di 90 minuti che ha coperto tutto, dall’Us + Them tour al suo ultimo lavoro in studio da solista, fino al suo attivismo e agli sforzi umanitari, nonché la sua propensione a fare da parafulmine per le polemiche. Non sono Dick Cavett (anziano conduttore televisivo, molto noto negli Stati Uniti, n.d.r.), ma grazie alla natura generosa e volubile di Roger, è stata una conversazione molto fruttuosa e rivelatrice.

 

Klaus Kinski: Una delle cose più interessanti per me, sia in studio per Is This the Life We Really Want, sia on the road, è stata la nuova band. È probabilmente una delle migliori formazioni della tua carriera solistica e mi sono chiesto come funzionasse con un gruppo di musicisti così giovane.
Roger Waters: Beh, sono contento che questa line-up ti sia piaciuta, come a me. Abbiamo fatto 157 spettacoli in tutto il mondo e mi mancano davvero. So che tutti quelli coinvolti nel tour stanno attraversando un periodo del tipo “che cazzo è successo?”, perché eravamo come una famiglia circense molto felice e quello che facevamo ogni sera… tutti hanno riconosciuto che era davvero speciale. Ora, il fatto che fossero più giovani e, beh, che ci fossero meno scarafaggi in giro – che non è una brutta cosa… non so, sono stati tutti adorabili, persone adorabili e sono tutti dei grandi musicisti. Può darsi che la ragione per cui ho deciso di cambiare i musicisti, in qualche modo ha avuto a che fare con la realizzazione del disco con tutti loro e con Nigel (Godrich). Ad esempio Joey (Waronker). Lavorare con lui in studio… Joey è molto tranquillo e il suo stile è completamente diverso da chiunque altro con cui abbia mai lavorato prima e ne sono rimasto molto colpito. E quindi questa è una delle ragioni per cui ho deciso di cambiare i musicisti dopo Desert Trip (Empire Polo Grounds, Indio, CA, USA, 9 & 16 ottobre 2016, n.d.r.). Anche se, ovviamente, a Desert Trip lavorai già con Jess e Holly (dei Lucius), che adoro, che hanno un enorme talento e che ho incontrato per caso perché ero stato al Newport Folk Festival (Fort Adams State Park, Newport, RI, USA, 24 luglio 2015, n.d.r.) alcuni anni prima. Sai, a Newport mi suggerirono: “Ehi! Vuoi utilizzare qualcuno di questi musicisti?”, “Sì, potrei utilizzare qualche cantante per i cori.” Mi dissero che c’era questa band, Lucius, così andai in rete perché non ascolto molta musica, quindi non avevo idea di chi fossero. Ma vidi “Go Home”, che è un video straordinario, bastano dieci secondi per dire “Wow!”

L’inasprimento è nocivo


Vivere di poche esacerbazioni fisiche affinché il corrosivo non si trasferisca pure sulla pelle, su ciò che è palpabile, su tutto il dominio del tuo sensorio. Lascia andare le epidemie irose, seppelliscile sotto una coltre di spleen.

Stregherie

“Quando siamo calmi e pieni di saggezza, ci accorgiamo che solo le cose nobili e grandi hanno un’esistenza assoluta e duratura, mentre le piccole paure e i piccoli pensieri sono solo l’ombra della realtà.” (H. D. Thoreau)

L'occhio del cineasta

La porta su un'altra dimensione

La Sindrome del Colibrì

The more you know, the less you fear (Chris Hadfield)

Terracqueo

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