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Archivio per Pupi Avati

Pupi Avati: «Vivo questo tempo sospeso con gli occhi chiusi. La Rai ne approfitti per farci crescere»


Sul Corriere una lettera aperta di Pupi Avati che, lucidamente, analizza questo momento storico del Covid-19 e ne apprezza le possibilità culturali, che normalmente non sarebbero colte. L’estratto finale:

Ecco questo tempo che sto vivendo che non somiglia a niente, è un pezzo della mia vita che vivo con gli occhi chiusi, in attesa di poterli riaprire. E quel mondo che si sta allontanando, che non tornerà più ad esserci, che non piaceva a nessuno, del quale tutti si lamentavano, eppure temo che di quel mondo proveremo una crescente nostalgia. E allora mi chiedo perché in questo tempo sospeso fra il reale e l’irreale, come in assenza di gravità, i media e soprattutto la televisione e soprattutto la Rai, in un momento in cui il Dio Mercato al quale dobbiamo la generale acquiescenza all’Auditel, non approfitti di questa tregua sabbatica di settimane, di mesi, per sconvolgere totalmente i suoi palinsesti dando al paese l’opportunità di crescere culturalmente. Perché non si sconvolgono i palinsesti programmando finalmente i grandi film, i grandi concerti di musica classica, di jazz, di pop, i documentari sulla vita e le opere dei grandi pittori, dei grandi scultori, dei grandi architetti , la lettura dei testi dei grandi scrittori, la prosa, la poesia, la danza, insomma perché non diamo la possibilità a milioni di utenti di scoprire che c’è altro, al di là dello sterile cicaleccio dei salotti frequentati da vip o dai soliti opinionisti.

Perché non proporre quel tipo di programmazione che fa rizzare i capelli ai pubblicitari ! Perché non approfittiamo di questa così speciale opportunità per provare a far crescere culturalmente il paese stravolgendo davvero i vecchi parametri, contando sull’effetto terapeutico della bellezza ? Il mio appello va al Presidente, al Direttore Generale, al Consiglio di Amministrazione della RAI affinché mettano mano a un progetto così ambizioso e tuttavia così economico. Progetto che ci faccia trovare, quando in cabina finalmente saranno stati in grado di aggiustare la pellicola, migliori, più consapevoli di come eravamo quando all’improvviso si interruppe la proiezione . E potremo allora riaprire gli occhi.

Asylum Press presenta “Pupi Avati – La terra del diavolo” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Pupi Avati – La terra del diavolo, libro intervista al Maestro a cura di Claudio Miani e Gian Lorenzo Masedu, edito da Asylum Press.

Un volume denso di significato, all’interno del quale una lunga chiacchierata con il Maestro bolognese ci consente di ripercorrere non solamente il suo cinema e quel mondo di “genere” oramai quasi completamente dimenticato, ma soprattutto di sondare l’importanza delle radici e della terra all’interno di quell’evoluzione sociale che ha segnato il nostro paese sin dagli anni del dopoguerra.
Un viaggio che parte dalle prime sperimentazioni filmiche di Balsamus, l’uomo di Satana e Thomas e gli indemoniati e giunge sino all’ultima fatica Il signor Diavolo. Proprio di quest’ultima pellicola, in appendice al volume, è presente un prezioso omaggio esclusivo di Pupi Avati: il quaderno personale di appunti e schizzi utilizzato per la realizzazione della pellicola, che va ad aggiungersi ai quattro saggi tecnici, all’ampia intervista al Maestro e al vasto repertorio fotografico e d’archivio gentilmente concesso dalla Duea Film.

Il Signor Diavolo – La regia di Pupi Avati – Welovecinema


Ancora recensioni per Il signor Diavolo, nuovo film di Pupi Avati che sta smuovendo le acque calme del Fantastico italico in questo periodo. Stavolta WeLoveCinema prova a dire la sua, che io tra l’altro condivido; un estratto:

Ci sono film che ti lasciano a bocca aperta. Che vorresti iniziare a rivedere non appena ti accorgi che stanno per finire. Che ti tornano in mente più e più volte anche a giorni di distanza dalla prima visione. Il Signor Diavolo di Pupi Avati è uno di questi film. Per lo meno: lo è per me. A me ha fatto e fa questo effetto. A me e a molti di quelli con cui ho avuto occasione di parlarne. Tra i film di Avati, Il Signor Diavolo è uno dei più belli e compiuti. Lo è, se non altro, per la radicalità con cui fa i conti con il grande rimosso del cinema italiano: la presenza del Male. L’inevitabilità del Male. Forse, perfino, la necessità del Male.

Visivamente Il Signor Diavolo è un film di una bellezza struggente, costruito com’è sul continuo attrito fra spazi aperti che hanno il rarefatto nitore metafisico di certi quadri alla De Chirico e spazi interni chiusi e ristretti che soffocano lo sguardo e il pensiero. Il Signor Diavolo è pieno di sottoscala, sgabuzzini, botole sotterranee, scantinati: piccoli luoghi bui dove accadono cose che non è bello che accadano. Cose melmose che spesso non si vedono. Cose che però influenzano ciò che accade nei grandi spazi aperti. Aperto/chiuso, buio/luce, piccolo/grande: fotografia e scenografia tessono una perfetta partitura di contrasti luministici e spaziali che dialogano alla perfezione con i contrasti morali e sociali che innervano il racconto e la sceneggiatura.

Siamo nel cattolicissimo Veneto degli anni ’50, quando la Democrazia Cristiana governava incontrastata e la Chiesa dettava regole e interdetti per la vita quotidiana. Qui, in un paese della bassa, in un paesaggio di fiume e di laguna in cui la presenza umana sembra davvero una superfetazione fastidiosa e inopportuna, un ragazzino uccide un suo coetaneo convinto che sia il diavolo. La fede religiosa può portare a questo? A una credenza nutrita di superstizione e di paura? Per evitare uno scandalo che potrebbe anche avere ricadute politiche, da Roma viene inviato in loco un giovane ispettore con l’incarico di indagare sull’accaduto e di insabbiare eventuali scoperte o testimonianze poco gradevoli. Al contempo titubante e determinato, il giovane si immerge in una realtà reticente e primordiale, profondamente rurale, senza rendersi conto di essere la pedina di un gioco che il destino ha tracciato per lui.

Ciclare su ciò che esiste


Predilezioni mostrate sull’onda dei ricordi assediati, quando ciò che rimane è molto più corto di ciò che è già sbocciato.

A proposito de Il signor Diavolo…


ATTENZIONE, SPOILER

Ieri ho visto Il signor Diavolo, l’ultima fatica di Pupi Avati. Parliamo di un’opera che forse non ha sviscerato tutti i punti che propone, ma devo ancora capire quanto è affidato all’intuito dello spettatore, che continua a ciclare sulle scene alla ricerca di spiegazioni nate da minimi particolari, e quanto invece è eventuale potenziale colpa degli autori che mal hanno concepito la pellicola. In ogni caso, mi sento di dissentire su alcuni aspetti della recensione apparsa su FantasyMagazine, in questi termini.

Non riesco a concordare sulla critica all’inadeguatezza tecnica della pellicola, si narra di paure ataviche, le stesse vissute da Pupi bambino; il territorio ha in sé qualcosa di antico, non a caso si presta assai bene alle influenze lovecraftiane, l’ambientazione dev’essere per forza così come Avati l’ha realizzata, un taglio più moderno ne avrebbe distrutto il climax. I volti degli attori e il loro trucco iperreale, bastano quelli per donare lo spessore di un orrore che è tutt’altro che alla portata umana e che divora, come un’ideologia.
Non sono convinto sia un’opera perfetta, ma dal mio punto di vista dirotterei i dubbi su alcuni passaggi del film che mi risultano tuttora poco chiari – o forse mal sviluppati, chissà… Dovrei dare una seconda visione al film.

Lankenauta | Il signor Diavolo


Su Lankenauta una recensione a Il signor diavolo, ultima fatica per Pupi Avati che, in questi giorni, viene proiettata nelle sale cinematografiche italiane. È una valutazione che, a priori, mi trova più in linea rispetto a quella apparsa su FantasyMagazine poco tempo fa, ma è qualcosa che ovviamente va valutato in sala, cosa che farò nei prossimi giorni. Intanto…

Dal terrificante incipit all’ambiguo e raggelante epilogo, Il signor Diavolo ha il pregio di non perdere mai, nonostante l’andamento ragionato e quasi meditativo, quell’aura malefica e straniante che lo caratterizza per tutta la sua contenuta durata. Poco meno di un’ora e mezza di rumori sinistri – accattivante anche la colonna sonora che richiama le migliori di genere dei Settanta – di iconografie sacre che assumono valenze terrifiche, di anfratti claustrofobici in cui imprigionare paure e fobie degli spettatori. Una ballata macabra che procede per immagini lasciando alle parole giusto il minimo sindacale. Ed è una scelta azzeccata quella che compie Avati, ovvero non perdersi in prolissità, inutili verbosità e lungaggini, evitando abilmente lo “spiegone” per dare preponderanza ai volti. Quei volti, scelti con accuratezza maniacale, ai quali lui e pochissimi altri registi italiani – in ciò Avati è maestro quanto lo era il compianto Pier Paolo Pasolini – sono riusciti a dare efficace caratterizzazione anche in assenza di parole.

La paura del diavolo è un incubo primordiale buono per tutte le stagioni, ma calato nel contesto di un’Italia democristiana da pochi anni uscita dalla guerra, in un territorio (il Polesine) fortemente ricettivo come quello rurale intriso di dottrina clericale, ignoranza e superstizione, ha sempre la sua efficace suggestione narrativa. In questo senso, pur se ad opposte latitudini geografiche e in un differente quadro temporale, l’opera in questione accosta per più di qualche vaga assonanza contenutistica il mai troppo considerato, eppur rimarchevole nel suo genere, Non si sevizia un paperino (che si svolge nella Lucania degli anni Settanta) del sottovalutato e sovente vituperato (dalla critica più che dal pubblico) Lucio Fulci. Anche nel thriller del defunto regista romano – il suo migliore – le implicazioni legate alla fede, alla superstizione e al contesto politico e sociale sono elementi decisivi per dirimere un rebus inquietante che si dipana in un climax tetro e malsano. L’idea di accentuare visivamente l’aspetto religioso, attraverso un tripudio di croci e di simboli (di croci di Cristo se ne vedono ovunque, dal ministero fino all’ospedale), ben restituisce l’atmosfera del tempo che Avati ci sta raccontando, ma la potente suggestione che riesce a far interiorizzare allo spettatore va ben oltre la radiografia per immagini del periodo, per invece scavare ancora una volta nell’inconscio del sé fanciullo alle prese col dilemma innescato dal mistero della fede, perduto nel limbo delle molteplici questioni che investono gli enigmi della pedagogia cattolica.

E se Avati usa gli stereotipi, come connotare il male di deformità, lo fa in un primo momento per esplicitare senza possibilità di fraintendimento i confini del discorso narrativo. Ma a conti fatti potrebbe essere tutto un inganno – e probabilmente lo è – visto il finale scioccante e denso di punti interrogativi. Il regista bolognese infatti sembra giocare con gli elementi di genere e divertirsi parecchio nel raccontarci questa storia, a dispetto della gravità degli eventi; sembra voler tornare al tempo del suo cinema più ispirato, quello fatto appunto di suggestioni suoni e volti che ci raccontano fiabe da incubo. Un omaggio al gotico puro che fa il verso non soltanto alle sue opere del passato, ma a tutto l’horror d’autore e d’atmosfera, nel confezionare il quale gli artisti italiani furono maestri, ormai fagocitato dall’attuale iperrealismo e dalle visioni cruente che aumentano il disgusto ed edulcorano gli effetti catartici della paura. Nell’immaginare questa sorta di ritorno alle origini sceglie non a caso alcuni protagonisti a lui cari, emblematici del suo cinema dei Settanta, come Gianni Cavina e Lino Capolicchio (nei panni del sacrestano e del parroco), e recupera da qualche soffitta di celluloide il volto un tempo aggraziato di Chiara Caselli, tenebrosa dama in nero in questo suo ultimo film, affidando cammei significativi a due caratteristi d’eccezione, come Alessandro Haber e Andrea Roncato. Ma i veri protagonisti sono Filippo Franchini, che interpreta il giovanissimo omicida, efficace e indecifrabile fino alla fine, e Gabriele Lo Giudice, il funzionario che si perde nel vortice di eventi che lo sovrastano irrimediabilmente. Deforme quanto basta per suscitare repulsione (una dentatura feroce e improbabile), il truccatissimo Lorenzo Salvatori, nei panni del supposto signor Diavolo.

Il signor Diavolo | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a Il signor diavolo, la pellicola di Pupi Avati che da domani sarà nei cinema; è una recensione non troppo bella, ho riflettuto a lungo se metterla o meno, però il senso di completezza di informazione alla fine ha prevalso, anche se una recensione – va detto – è solo un filtro di un utente che, per quanto qualificato possa essere, vede l’opera d’arte attraverso la propria inclinazione. E per come è successo per Suspiria di Guadagnino, che molti lo hanno visto con gli occhi del disastro ma che, per me, è stata una folgorazione, non è detto che ciò non succeda anche per questo lavoro di Pupi Avati, che stimo alla follia. Ne riparleremo; intanto un breve estratto dalla rece.

Il signor Diavolo condivide molto, moltissimo, con La casa delle finestre che ridono. Non solo è un rappresentante di quello caratteristico “gotico padano” a cui si lega Avati, ma le riprese si sono svolte addirittura nello stesso, riconoscibilissimo, paesino di Comacchio. Un vero e proprio tuffo nel passato che cade a metà tra il nostalgico e il cercare rifugio in una comfort zone sospesa nel tempo.

La lettura malinconica dell’opera si palesa sin dai primi attimi: una scena splatter macchiata di sangue fintissimo, un fermo immagine trattenuto troppo a lungo e titoli di testa con un font vecchio di trent’anni. Viene applicato sin da subito il registro linguistico tipico dell’horror anni ‘70, si aprono le danze preparando il terreno per un’“obsolescenza” stilistica che si ripropone uniformemente anche sulla struttura registica e sulla fotografia.

Che si tratti di una scelta deliberata o un’inabilità cronica ad ammodernarsi (inabilità riscontrata peraltro in molti registi di genere, italiani e stranieri), resta il fatto che la pellicola sia flagellata da piccoli difetti che rendono l’esperienza tanto genuina quanto sciatta. La continuità degli oggetti di scena è inconsistente, il montaggio è goffo, lo slow motion viene ricavato “artificiosamente” rallentando la proiezione dei canonici 25 FPS: l’antitesi del perfezionismo su cui si sono elevati Stanley Kubrick e Werner Herzog.

Gli horror non commerciali sono cristallizzazioni di intimità, squarci momentanei nella psiche di un individuo. Il signor Diavolo è in tal senso un’opera molto personale, una panoramica spontanea e onesta su un approccio al cinema che è stato ormai fagocitato dalla storia. Un film immancabile dai fan dell’orrore-passé che verrà accolto con affetto dai cinefili, ma debole sotto ogni aspetto tecnico.

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