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Archivio per Pupi Avati

Voci notturne a ponte Sublicio – A X I S ✵ m u n d i


Marco Maculotti su AxisMundi traccia le rotte esoteriche e non solo che Pupi Avati predispose, più di ventisei anni fa, col suo sceneggiato TV Voci Notturne, trasmesso in prima serata su Rai1 e di fatto, da allora mai più rimandato in onda così popolarmente.

Al centro della misteriosa vicenda vi è infatti il ricordo (che solo ricordo non è) di ancestrali riti sacrificali con vittime umane, officiati dai sacerdoti del culto dal ponte Sublicio, che fu il primo ponte sacro per i Romani, evidentemente continuatori di una tradizione più arcaica, di ecumene etrusca. Il ponte da cui il sacrificio veniva effettuato era stato edificato, secoli prima del dominio romano, in legno senza l’utilizzo dei chiodi (Sublicius significa proprio “che poggia su pali”): peculiarità da connettere forse alla credenza diffusa anticamente, ad es. anche nei paesi celtici, sull’effetto negativo del ferro sugli spiriti dimoranti nell’Altro Mondo.

Si trattava, dunque, di un rito antichissimo, espressione esteriore di un culto in parte acquatico officiato in epoca romana dal collegio sacerdotale degli Argei: ogni anno le vestali gettavano dal ponte alcuni manichini di vimini, come reminiscenza dei mai dimenticati (e, forse, mai realmente interrotti) sacrifici umani che venivano compiuti nel medesimo luogo in epoca preromana. La vittima veniva precedentemente cosparsa di unguenti e le si faceva ingurgitare una sostanza purificatrice, un estratto di silfio, per separarla dal mondo profano. Il suddetto background storico degli avvenimenti narrati nei cinque episodi che compongono Voci notturne ci viene riferito nel bel mezzo di un dialogo dell’episodio IV: viene pure riportata una testimonianza di Marco Terenzio Varrone, secondo cui le vittime designate (due per volta) venivano annegate nel Tevere, anticamente chiamato Albula.

Fin dai tempi della dominazione etrusca — si rivela in seguito — i costruttori del ponte (pontifex) avevano mantenuto il più stretto riserbo sul segreto iniziatico connesso ai sacrifici rituali, di cui essi erano e — lasciano intendere gli eventi narrati in Voci notturne — sono tuttora gli unici depositari. Da tale confraternita semisegreta derivò successivamente, come viene esplicitato nel IV episodio, quella dei Fratelli Muratori e dei Costruttori delle Cattedrali gotiche. Viene anche detto che i membri della setta, che tra di loro si chiamano alternativamente “custodi del passaggio”, “costruttori del passaggio” e “costruttori del ponte”, si ricordano le rispettive vite passate e si credono immortali, oltre a essere capaci di uccidere pur di mantenere gelosamente i proprî segreti.

Uno di questi sta proprio nell’utilizzo del silfio: proprio semi di silfio vengono rinvenuti nello stomaco di Giacomo Fiorenza, il ragazzo morto improvvisamente in apertura dell’episodio pilota del serial… peccato solo che la pianta del silfio sia estinta da almeno 1500 anni! Più avanti (ep. IV) viene ad ogni modo rivelato che il suo utilizzo provoca effetti stupefacenti: nella massa cerebrale del giovane Giacomo, infatti, continuano a registrarsi deboli segnali elettrici anche a mesi di distanza dalla sua dipartita.

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“La casa dalle finestre che ridono”: feticcerie e (auto)sacrifici


Su AxisMundi la celebrazione dei 45 anni del film La casa dalle finestre che ridono, opera indimenticabile di Pupi Avati di cui, più in basso, potete leggere una abbastanza recente intervista.

La prima paura che ho provato è sicuramente legata alla favola rurale e al rapporto con la morte, che nella cultura contadina ricorre sempre», ebbe modo di confessare Pupi Avati, rivelando la sorgente prima da cui sorse la sua personalissima poetica: quella del “gotico padano”, definizione coniata dagli esperti del settore per descrivere il suo peculiare modo casereccio di fare cinema dell’orrore. Un orrore non notturno e oscuro, ma piuttosto panico e meridiano, che colpisce perpendicolarmente la sua vittima designata (lo spettatore) come il sole al suo zenit nelle campagne dell’Emilia-Romagna. Un terrore atavico che emerge talvolta attraverso le maglie espositive delle fole contadine raccontate intorno al fuoco, le sere d’inverno, dai più anziani ai più giovani: proprio da quell’ascolto, il Nostro seppe distillare materiale prezioso ai fini dell’edificazione del suo personalissimo impianto narrativo orrorifico.

Non alla mera follia psicologica si deve dunque pensare, confrontandosi con il pittore Buono Legnani di La casa dalle finestre che ridono: a un certo punto della pellicola si parla esplicitamente, riferendosi al nefando operato di questi in combutta con le depravate sorelle, di «comunioni sacrificali», di «riti a base di sacrifici umani» e della «possibilità che gli uomini ancora oggi possano trovare contatti con i defunti attraverso queste pratiche», aggiungendo in seguito che i tre erano venuti in contatto con tali pratiche proibite in Brasile, dove avevano trascorso l’infanzia. Attraversando idealmente l’Atlantico e in qualche modo sincretizzando le tradizioni popolari nostrane con quelle afroamericane e caraibiche, Avati prese ispirazione da una serie di allarmi giornalistici di cui, a partire dall’ultimo ventennio del XIX secolo, si occuparono i quotidiani brasiliani: testimonianze sull’esistenza di «sessioni notturne» e di feticcerie, sull’ambiguità delle pratiche e degli strumenti utilizzati – idoli mostruosi, radici sconosciute e liquidi sospetti. Fu allora che si cominciò a parlare di «sacerdoti di culti malefici», «sessioni di possessione» (macumbas) e «associazioni maledette», i cui riti notturni si ispiravano allo spiritismo nero di origine sub-sahariana e all’adorazione degli orixás.

Suggestioni esoteriche ed esotiche che il cinema italiano di quegli anni sfruttò adeguatamente con una manciata di pellicole, a metà strada fra l’horror canonico e il mondo movie, ispirate alle credenze tradizionali e ai rituali ancestrali di quelle popolazioni considerate in qualche modo “primitive” ancora nella seconda metà del XX secolo. Tra i risultati più meritevoli sono da menzionare Il dio serpente di Piero Vivarelli (1970), Il paese del sesso selvaggio di Umberto Lenzi (1972) e Il profumo della signora in nero di Francesco Barilli (1974).

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25 anni di “Arcano Incantatore”: conversazione con Pupi Avati – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi una bella intervista ed esegesi della sua opera a Pupi Avati, fatta in occasione del venticinquennale di L’arcano incantatore, film da subito pietra miliare del genere weird italiano, o meglio, gotico padano. Un estratto della chiacchierata:

“Fola esoterica dalle nostre campagne”: il cartello che compare nei titoli di testa riassume i due elementi fondanti dell’avatiano “Gotico padano”: il mondo rurale e le sue storie di paura (che furono d’ispirazione, già vent’anni prima, per La casa dalle finestre che ridono). Uno dei due termini è però qui contraddetto: pur idealmente ambientato nelle campagne intorno a Bologna (l’accento d’alcuni caratteristi è eloquente), il film è stato girato tra l’Umbria e il Lazio, per lo più nelle campagne fra Todi e il lago di Corbara: e il fatto che questo lago, all’epoca nella quale il film è ambientato, non esistesse contribuisce allo straniamento dello spettatore – lo stesso nel quale sprofonda Giacomo lungo il corso del film – trasponendo la vicenda in un mondo che non c’è.

Pupi Avati – Mi colpisce che tu abbia trovato Il mattino dei maghi proprio dopo aver partecipato a un mio film, perché per me e per la mia formazione, per il mio panorama e per il mio immaginario, è un testo fondamentale.

Tommaso de Brabant Jung parlerebbe di sincronismo, “coincidenza significativa”.

PA – Proprio così. Tieni da conto quel volume, è introvabile. Il mattino dei maghi fa parte di quella cultura esoterica alla quale ho dedicato tanto interesse, ancora prima che arrivasse Dan Brown col suo “Codice da Vinci” a gettarla in caciara. Ma sono studi che mi interessano ancora, e che mi hanno portato a realizzare L’arcano incantatore. Sono arrivato all’idea per quel film da lunghi studi, da una documentazione che assieme a mio fratello ho curato per anni… ma si è anche trattato di pura ispirazione. Soprattutto dall’ispirazione.

Nonostante Avati si schermisca affermando d’aver seguito l’ispirazione più immediata, i suoi film – e quelli dell’orrore in particolare – dimostrano una cultura vasta e profonda. Proprio L’arcano incantatore, fiaba gotica sospesa tra scorci bellissimi d’un Settecento realistico e sognante al contempo, è forse il suo film più colto. Cultura che traspare dalla bellezza del film e della ricostruzione che offre dell’epoca in cui è ambientato, ma non solo. I riferimenti letterari (e non solo) ci sono: precisi, documentati, accurati. Tutta una cultura sta dietro la crittografia per la quale Monsignore si avvale del suo novello segretario, Giacomo. Ed è uno dei testi capitali di questa cultura a fare da “manuale” per i communiqué che il sospettoso (ma per lo più ignaro) ex seminarista affida a Severina, la conversa (diversamente da lui, consapevolissima) che lo traghetta attraverso il lago: novella Caronte sia per il ruolo di rematrice, che per il mondo infernale al quale pertiene.

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Il signor diavolo di Pupi Avati – LA GIOIA DEL SERPENTE


Sul nuovo blog di Luca Bonatesta, LaGioiaDelSerpente, una recensione (con spoiler) di Gordiano Lupi a Il signor diavolo, recente pellicola del maestro Pupi Avati. Un estratto:

Pupi Avati afferma che per lui è come chiudere un cerchio, perché quando si diventa anziani molte delle cose che ti piacevano da ragazzo tornano a sedurti. In effetti Avati torna su antiche strade – per la precisione nelle Valli di Comacchio – ritrova vecchi attori (Capolicchio, Cavina, Haber) e cerca di capire come faceva a spaventare il pubblico quasi cinquant’anni fa. Una macchina da presa molto agile, una troupe molto leggera, la possibilità di riprendere quel che succedeva in tempo reale, senza le complicazioni di una macchina immensa, confida Avati, contento di tornare a fare cinema dopo anni di televisione, troppo condizionata dalle regole degli ascolti. Quel che è certo è che in televisione una storia truce come Il signor diavolo non si sarebbe potuta raccontare con la libertà narrativa che consente il cinema, dove è ancora possibile parlare del male e raffigurarlo con fattezze oscene e atteggiamenti efferati (la bambina sbranata nella prima orribile sequenza, i denti da cinghiale dell’essere mostruoso). Avati parla del diavolo, del maligno, di una figura rimossa nell’immaginario collettivo, un’entità che proviene dalle campagne della sua infanzia, dai narratori di favole che raccontavano storie solo per il gusto di spaventare.

#Extra: “Voci Notturne”, la serie cult. Recensione (no spoiler) e spiegazione (con spoiler)


Su IlBazarDelCalcio un interessante post che ricorda e svela alcuni aspetti nascosti di Voci Notturne, lo sceneggiato di un quarto di secolo fa, scritto da Pupi Avati e che, ambientato a Roma, esplora i primordi mistici del passato arcaico della metropoli e li proietta con un filo logico verso il presente e il passato più prossimo, come quello della Seconda Guerra Mondiale. Un estratto:

Voci notturne” è una miniserie da 5 episodi trasmessa da Rai 1 nel lontano 1995, replicata solo quattro anni fa, purtroppo priva di una versione in dvd che renderebbe felici tanti appassionati, compreso il sottoscritto.
La regia è di Fabrizio Laurenti, ma la sceneggiatura e il soggetto sono di Pupi Avati. Criticatissimo, Pupi, per il suo ultimo film, “Il signor diavolo”, soprattutto da parte di chi non è riuscito a entrare in sintonia con la poetica horror del regista bolognese. Gotica, ma non solo. Molto probabilmente, “Voci notturne” sarebbe bollata da costoro come una mediocre fiction televisiva imbevuta di pseudo-esoterismo.
Il punto di forza della miniserie è riuscire a trasmettere ansia e inquietudine grazie a un semplice condominio: tanti piani e scalinate infinite, inquilini assenti, porte sigillate e buio. Eppure, dall’esterno, il condominio è solamente un grande edificio che si affaccia su una delle tante strade trafficate di Roma.

La genialità del maestro Avati è proprio questa. Raccontare l’orrore che si insedia vicino a noi. Rispetto a “La casa dalle finestre che ridono”, in “Voci Notturne” è presente anche l’elemento soprannaturale. Come nell’Arcano Incantatore, come in “Zeder”. Approfittando però dei lunghi tempi televisivi, il regista “incastra” quattro investigazioni parallele. C’è quella di Stefano, così simile a quella di tutti i protagonisti degli horror avatiani. Personaggi che si ritrovano loro malgrado in situazioni più grandi di loro, vogliosi però di andare fino in fondo, di attraversare le colonne d’Ercole, a loro rischio e pericolo. Ma non solo. Viene narrata l’investigazione “ufficiale”, quella delle forze dell’ordine, con il commissario Morlisi, ben interpretato da Massimo Bonetti. Quella di Andrea, nipote di Morlisi, esperto musicologo. Quella parallela, in America, del detective privato italo-americano Mario Fedrigo. Quest’ultima parte sembra quella più estranea, la meno avatiana, quasi una necessità, da parte di regista e sceneggiatore, di strizzare l’occhio alla saga cult di Twin Peaks. Bisogna aspettare il terzo episodio. Un colpo di scena abbatterà le nostre certezze, o meglio, i nostri dubbi sull’importanza di quella parte. Anche perché Fedrigo incrocerà solo di sfuggita gli inquirenti italiani, ma toccherà con mano la verità. Tornando al parallelismo con “La casa dalle finestre che ridono”, lì c’era un registratore che riproduceva la voce inquietante del pittore Legnani, mentre in “Voci notturne” abbiamo telefonate misteriose, registrazioni (della Polizia) e uso delle tecnologie (dell’epoca) per risolvere il mistero legato alla morte di Giacomo Fiorenza, studente di architettura, figlio di Michele, architetto rimasto coinvolto in un vicenda di corruzione del mondo politico. “Voci Notturne” si conclude sostanzialmente senza i colpi di scena che hanno caratterizzato le opere horror del maestro Avati. Il finale, comunque notevole, lascia aperti interrogativi e ha lasciato, vanamente, le porte aperte per un seguito.

** GLI INTERROGATIVI DI VOCI NOTTURNE (SPOILER) **

Non è facile dipanare i mille argomenti che arricchiscono la narrazione di questa opera cult, certo mi ha aiutato la recensione di Nocturno… (continua qui).

Ecco Innsmouth, la collana di narrativa weird italiana da Delos Digital | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di una nuova collana editoriale per Delos Digital: “Innsmouth”. Vi lascio la descrizione impeccabile fatta da Silvio Sosio:

Cos’è il weird? Domanda alla quale è difficile dare una risposta, come è sempre difficile, per la verità, definire i generi letterari. Se però quando diciamo “fantascienza” o “fantasy” un’idea più o meno ce la facciamo, col weird è un po’ più difficile. Giuseppe Lippi lo identificò come quell’area del fantastico che non è fantascienza, non è fantasy e non è horror. In generale possiamo definire il weird come la narrativa dell’inquietante, del mistero non naturale. Possiamo portare come esempi le storie di Lovecraft, ma anche gli episodi di Ai confini della realtà, o i romanzi di China Mièville.

Per chi ama questo tipo di storie, stimolanti, inquietanti senza eccedere nell’orrore puro, da oggi è in vendita una nuova collana di ebook Delos Digital, intitolata Innsmouth. Curata da Luigi Pachì avrà inizialmente periodicità settimanale e proporrà storie di autori italiani ma non solo. Racconti e racconti lunghi, qualche volta romanzi brevi. Storie, come sempre, acquistabili a prezzi molto bassi e leggibili in un’oretta o anche meno.

Il primo intrigante numero della collana è stato scritto da Enrico Luceri, Chiudere il giro:

Giacomo Dionisi è un giovane e affermato ricercatore della facoltà di Lettere Moderne all’università di Bologna. La sua competenza nel campo della letteratura fantastica dell’800 gli ha procurato riconoscimenti prestigiosi e la fama di intellettuale dalla mente logica e rigorosa, priva di pregiudizi, vivace e curiosa. Forse troppo curiosa. Perché durante una vacanza solitaria e fuori stagione in una remota e sconosciuta valle dell’Umbria, Giacomo si avventura in un’escursione fino a una a casa diroccata, perseguitata da una macabra leggenda. Perché lì visse nel secolo precedente un ricco nobiluomo ossessionato da pratiche negromantiche, che scomparve all’improvviso durante una notte. Giacomo esplora la casa e scopre una biblioteca di testi esoterici murata un secolo prima, e s’immerge nella lettura. Nel frattempo, il crepuscolo cala all’improvviso e lui è costretto a trattenersi in quella spelonca. Poco male, ha viveri, acqua e il suo sacco a pelo. Avrà il coraggio di sopportare gli eventi di quella notte? La voce di un vecchio che mormora cantilene in una lingua misteriosa, il rumore ossessionante di una mola che affila un coltello, e il pianto di una ragazza lo tormentano, rischiando di farlo impazzire e svelando poco a poco il segreto di quella leggenda raccapricciante. Ma Giacomo è deciso ad applicare il suo rigoroso metodo scientifico anche in questa circostanza, e intende risolvere il mistero, e “chiudere il giro”, a ogni costo. Anche quello della sua stessa vita. Un racconto ispirato alla filmografia di genere di Pupi Avati, dove gli echi delle “fole contadine” rappresentano l’atmosfera e l’ambientazione adatta a creare una suspense sottile priva di “effetti speciali” ma non per questo meno inquietante.

Voci notturne, un capolavoro televisivo dimenticato – 20contrari


Leggo sul blog 20contrari un interessante intervento che non conoscevo di Davide Pulici, uscito su Nocturno, riguardo la serie TV di venticinque anni fa Voci Notturne, di Pupi Avati. Ve la incollo qui sotto, perché è una definizione sottile e vasta, che ben rappresenta l’anima di questo sconosciuto serial di altri tempi, che rimanda spesso a Il segno del comando ma che ha il pregio di essere notevolmente più credibile.

Voci notturne rappresenta, ancora oggi, l’apice di un certo universo avatiano ‘a latere’ della sua filmografia ufficiale, quello del gotico avatiano: e in esso, il grande regista bolognese concentrò il distillato più puro e ossessionante del proprio immaginario fantastico-esoterico, tanto vero e sentito da essere ancora oggi pienamente inquietante e terrificante..() Avati scrisse ‘Voci notturne’ partendo proprio dall’enigma dell’esistenza di Fulcanelli , intessendo intorno a questo nucleo primario una stratificata, labirintica e coltissima serie di trame e sottotrame che mescolavano religioni classiche e musicologie antiche, telefonate dall’aldilà e scandali politici allora come oggi in voga, oscuri segreti della seconda guerra mondiale e Olocausto con fenomenologia delle sette new age”.

Pupi Avati: «Vivo questo tempo sospeso con gli occhi chiusi. La Rai ne approfitti per farci crescere»


Sul Corriere una lettera aperta di Pupi Avati che, lucidamente, analizza questo momento storico del Covid-19 e ne apprezza le possibilità culturali, che normalmente non sarebbero colte. L’estratto finale:

Ecco questo tempo che sto vivendo che non somiglia a niente, è un pezzo della mia vita che vivo con gli occhi chiusi, in attesa di poterli riaprire. E quel mondo che si sta allontanando, che non tornerà più ad esserci, che non piaceva a nessuno, del quale tutti si lamentavano, eppure temo che di quel mondo proveremo una crescente nostalgia. E allora mi chiedo perché in questo tempo sospeso fra il reale e l’irreale, come in assenza di gravità, i media e soprattutto la televisione e soprattutto la Rai, in un momento in cui il Dio Mercato al quale dobbiamo la generale acquiescenza all’Auditel, non approfitti di questa tregua sabbatica di settimane, di mesi, per sconvolgere totalmente i suoi palinsesti dando al paese l’opportunità di crescere culturalmente. Perché non si sconvolgono i palinsesti programmando finalmente i grandi film, i grandi concerti di musica classica, di jazz, di pop, i documentari sulla vita e le opere dei grandi pittori, dei grandi scultori, dei grandi architetti , la lettura dei testi dei grandi scrittori, la prosa, la poesia, la danza, insomma perché non diamo la possibilità a milioni di utenti di scoprire che c’è altro, al di là dello sterile cicaleccio dei salotti frequentati da vip o dai soliti opinionisti.

Perché non proporre quel tipo di programmazione che fa rizzare i capelli ai pubblicitari ! Perché non approfittiamo di questa così speciale opportunità per provare a far crescere culturalmente il paese stravolgendo davvero i vecchi parametri, contando sull’effetto terapeutico della bellezza ? Il mio appello va al Presidente, al Direttore Generale, al Consiglio di Amministrazione della RAI affinché mettano mano a un progetto così ambizioso e tuttavia così economico. Progetto che ci faccia trovare, quando in cabina finalmente saranno stati in grado di aggiustare la pellicola, migliori, più consapevoli di come eravamo quando all’improvviso si interruppe la proiezione . E potremo allora riaprire gli occhi.

Asylum Press presenta “Pupi Avati – La terra del diavolo” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Pupi Avati – La terra del diavolo, libro intervista al Maestro a cura di Claudio Miani e Gian Lorenzo Masedu, edito da Asylum Press.

Un volume denso di significato, all’interno del quale una lunga chiacchierata con il Maestro bolognese ci consente di ripercorrere non solamente il suo cinema e quel mondo di “genere” oramai quasi completamente dimenticato, ma soprattutto di sondare l’importanza delle radici e della terra all’interno di quell’evoluzione sociale che ha segnato il nostro paese sin dagli anni del dopoguerra.
Un viaggio che parte dalle prime sperimentazioni filmiche di Balsamus, l’uomo di Satana e Thomas e gli indemoniati e giunge sino all’ultima fatica Il signor Diavolo. Proprio di quest’ultima pellicola, in appendice al volume, è presente un prezioso omaggio esclusivo di Pupi Avati: il quaderno personale di appunti e schizzi utilizzato per la realizzazione della pellicola, che va ad aggiungersi ai quattro saggi tecnici, all’ampia intervista al Maestro e al vasto repertorio fotografico e d’archivio gentilmente concesso dalla Duea Film.

Il Signor Diavolo – La regia di Pupi Avati – Welovecinema


Ancora recensioni per Il signor Diavolo, nuovo film di Pupi Avati che sta smuovendo le acque calme del Fantastico italico in questo periodo. Stavolta WeLoveCinema prova a dire la sua, che io tra l’altro condivido; un estratto:

Ci sono film che ti lasciano a bocca aperta. Che vorresti iniziare a rivedere non appena ti accorgi che stanno per finire. Che ti tornano in mente più e più volte anche a giorni di distanza dalla prima visione. Il Signor Diavolo di Pupi Avati è uno di questi film. Per lo meno: lo è per me. A me ha fatto e fa questo effetto. A me e a molti di quelli con cui ho avuto occasione di parlarne. Tra i film di Avati, Il Signor Diavolo è uno dei più belli e compiuti. Lo è, se non altro, per la radicalità con cui fa i conti con il grande rimosso del cinema italiano: la presenza del Male. L’inevitabilità del Male. Forse, perfino, la necessità del Male.

Visivamente Il Signor Diavolo è un film di una bellezza struggente, costruito com’è sul continuo attrito fra spazi aperti che hanno il rarefatto nitore metafisico di certi quadri alla De Chirico e spazi interni chiusi e ristretti che soffocano lo sguardo e il pensiero. Il Signor Diavolo è pieno di sottoscala, sgabuzzini, botole sotterranee, scantinati: piccoli luoghi bui dove accadono cose che non è bello che accadano. Cose melmose che spesso non si vedono. Cose che però influenzano ciò che accade nei grandi spazi aperti. Aperto/chiuso, buio/luce, piccolo/grande: fotografia e scenografia tessono una perfetta partitura di contrasti luministici e spaziali che dialogano alla perfezione con i contrasti morali e sociali che innervano il racconto e la sceneggiatura.

Siamo nel cattolicissimo Veneto degli anni ’50, quando la Democrazia Cristiana governava incontrastata e la Chiesa dettava regole e interdetti per la vita quotidiana. Qui, in un paese della bassa, in un paesaggio di fiume e di laguna in cui la presenza umana sembra davvero una superfetazione fastidiosa e inopportuna, un ragazzino uccide un suo coetaneo convinto che sia il diavolo. La fede religiosa può portare a questo? A una credenza nutrita di superstizione e di paura? Per evitare uno scandalo che potrebbe anche avere ricadute politiche, da Roma viene inviato in loco un giovane ispettore con l’incarico di indagare sull’accaduto e di insabbiare eventuali scoperte o testimonianze poco gradevoli. Al contempo titubante e determinato, il giovane si immerge in una realtà reticente e primordiale, profondamente rurale, senza rendersi conto di essere la pedina di un gioco che il destino ha tracciato per lui.

The Nefilim

Fields Of The Nephilim

AppartenendoMI

Ero roba Tua

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

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