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Archivio per Quaderni d’Altri Tempi

Memorie del futuro: gli uomini sulla Luna – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuadernoAltriTempi Giovanni De Matteo traccia le coordinate culturali del ricordo, quel ricordo che ha portato – proprio oggi, mezzo secolo fa – l’umanità al primo allunaggio. Uno stralcio dell’articolo, come sempre magnificente.

Forse non è un caso se tra i suoi “miti delle origini” quello con cui nel 1965 Italo Calvino decise di aprire la prima raccolta delle Cosmicomiche fosse dedicato alla Luna. Né per cronologia interna né per ordine di stesura La distanza della luna poteva vantare qualche diritto di prelazione sugli altri undici titoli del sommario, ma di sicuro assolveva ad alcune funzioni che ne facevano una sorta di manifesto d’intenti: la fantasia sfrenata, l’ispirazione scientifica e il gusto per il paradosso ricorrono in tutte le storie, ma qui pare che l’autore aumenti il dosaggio anche di quell’ingrediente segreto che conferisce una dimensione poetica alla sua scrittura onirica e fiabesca. Apparso per la prima volta in rivista l’anno prima, La distanza della Luna è esemplificativo dell’operazione culturale che Calvino si prefiggeva di perseguire con le Cosmicomiche:

“[…] vorrei servirmi del dato scientifico come d’una carica propulsiva per uscire dalle abitudini dell’immaginazione, e vivere magari il quotidiano nei termini più lontani dalla nostra esperienza” (Calvino, 2014).

D’altro canto, l’immagine della Luna attraversa tutto l’arco della letteratura italiana, dalle allegorie dantesche della Divina Commedia a Ludovico Ariosto, che vi manda Astolfo in sella all’Ippogrifo con lo scopo di recuperare il senno perduto di Orlando nel memorabile XXXIV canto dell’Orlando Furioso; da Giordano Bruno, che nei dialoghi cosmologici proprio la Luna, “astro narrante”, chiama in soccorso per testimoniare la rivoluzione morale comportata dal nuovo paradigma copernicano, a Giacomo Leopardi, nella cui produzione la Luna è una presenza assidua, inestricabilmente connessa al sentimento di malinconia che pervade la sua poetica, di volta in volta riflesso della condizione transitoria di ogni gioia (La sera al dì di festa, 1820), simbolo della rimembranza capace di stemperare nella dimensione del ricordo anche le esperienze più dolorose del passato (Alla luna, 1819) e infine emblema della svolta cosmica del suo pessimismo (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, 1830).

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Comunismi paralleli e altri viaggi nell’utopia – Quaderni d’Altri Tempi


Un romanzo complesso, la trama che s’innesta su verità storiche per esplorare situazioni verosimili, fino allo sfolgorio della vertigine fantastica, fantascientifica; la suggestione della Rivoluzione d’Ottobre e della decadenza che è sopraggiunta dopo alcuni tempi di governo rivoluzionario, la fascinazione anarchica, i tentativi d’utopia che si trasformano in incubo e delitti, repressioni, pogrom…

Tutto questo e molto altro nell’ultimo romanzo del rimaneggiato collettivo WuMing: ProletKult. Nella recensione di Giovanni De Matteo. Su QuadernoAltriTempi.

Siamo nel 1927 e in tutta l’Unione Sovietica fervono i preparativi per i festeggiamenti del decennale della Rivoluzione d’Ottobre. Denni è una ragazza dal passato misterioso che arriva a Mosca dalle sperdute regioni del sud. Sta seguendo le tracce di un padre scomparso e, quando si presenta alla porta dell’Istituto Trasfusionale, per il direttore Aleksandr Bogdanov (figura storica realmente esistita), che già si sta misurando con gli esiti frustranti della rivoluzione, comincia la sfida più incredibile della sua carriera che lo porterà a fare i conti sia con il suo ruolo personale nella Storia che con un caso medico che da subito rivela caratteri straordinari.
Il personaggio immaginario di Leonid Voloch, il padre che Denni non ha mai conosciuto, è stato delegato al soviet di San Pietroburgo, militante irriducibile e compagno di lotta di Bogdanov: scomparso nel 1907 dopo una rapina a Tbilisi a cui prendeva parte lo stesso Stalin, sarebbe riapparso solo a distanza di diversi mesi, sottoposto a giudizio dai compagni in esilio a Capri per sospetto tradimento e graziato da Bogdanov, che aveva riconosciuto nel suo comportamento i segni di un disturbo post-traumatico riconducibile alla conclusione violenta proprio di quella rapina. La ragazza versa in condizioni di salute precarie e, dagli accertamenti condotti all’istituto, risulta portatrice di un batterio apparentemente legato a una forma sconosciuta di tubercolosi. Trovare Voloch diventa così una corsa contro il tempo, non solo per permetterle di ricongiungersi con quello che resta della sua famiglia, ma anche per salvarle la vita.

Bogdanov resta in silenzio. Quella sfida lo affascina. Un elemento sconosciuto è giunto a turbare le loro certezze. Ora li attende un periodo eccitante, fatto di disordini e divergenze, di contraddizioni e aggiustamenti, finché il sistema non troverà una nuova stabilità. Crisi, differenziazione, equilibrio. La dialettica in versione tectologica, che muove ogni progresso”
(Wu Ming, 2018).

È da queste premesse che muove l’ultimo romanzo di Wu Ming, quanto mai atteso dopo il cambio di assetto compiutosi tra il 2015 e il 2016, con l’uscita di scena di Riccardo Pedrini (cfr. Wu Ming, 2016) che come Wu Ming 5 aveva firmato alcune delle incursioni soliste più fantascientifiche del collettivo bolognese (Libera Baku ora, Havana Glam, Free Karma Food). Messo da parte il progetto del Trittico Atlantico (Manituana, L’armata dei sonnambuli), annunciata addirittura la chiusura della fase del romanzo storico in cui il gruppo artistico-militante si era mosso fin dall’acclamato esordio con Q (quando ancora si riconosce nel progetto Luther Blissett), Wu Ming torna adesso con quello che è al momento il più fantascientifico dei romanzi a firma comune:

Spettri digitali: storie dal lato oscuro del web – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniAltriTempi una recensione di Giovanni De Matteo a La Vita Segreta, di Andrew O’Hagan. Un romanzo di profonda realtà che si nutre del fantastico insito nei luoghi virtuali che viviamo ogni giorno, fino alle profondità più recondite di esso.

Ci sarebbero quindi stati modi anche molto diversi per raccontare l’effetto di internet sulle nostre vite, ma O’Hagan ha scelto queste che, senza alcuna pretesa di universalità ma presentando delle caratteristiche comuni, alimentano una riflessione organica su temi come il potere, il controllo, la trasparenza e la manipolazione dell’identità e allo stesso tempo ritraggono persone (forse sarebbe più appropriato definirli, come fa l’autore a un certo punto, “digividui”) che sono al contempo padroni e vittime di internet. Tre storie di fantasmi dei nostri tempi, quindi. Niente di più lontano dai pirati della consolle in qualche modo mitizzati dalla letteratura cyberpunk ed entrati nel nostro immaginario: in un ribaltamento spietato degli stereotipi, le storie di Julian, Satoshi e Ronnie finiscono per annullare l’epopea degli eroi della frontiera di internet partoriti dall’immaginazione di William Gibson e soci. E sanciscono il superamento di un altro topos a cui la fantascienza ha dato molto, da Philip K. Dick a Ghost in the Shell, passando per Blade Runner (e Blade Runner 2049): ci siamo ormai addentrati in un’epoca in cui l’artificialità è prerogativa dell’essere umano.
Anche senza arrivare ai livelli patologici di un Assange o un Craig Wright, il presunto creatore della blockchain e dei bitcoin nascosto dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, la nostra presenza in rete è veicolata da creazioni fittizie, ri-costruzioni di noi stessi, in parte simulacri e in parte riflessi della nostra vera personalità, a seconda di una lunga serie di fattori derivati da predisposizione, circostanze, opportunità, intenzioni o, più banalmente, capricci.

La lezione delle tenebre: Ligotti recensito | Holonomikon


Giovanni De Matteo presenta sul suo blog l’incipit a un articolo più vasto che è uscito su Quaderni d’Altri Tempi. Il soggetto d’indagine è Thomas Ligotti, autore statunitense contemporaneo che ha raccolto in qualche modo il testimone di Lovecraft e ne ha ampliato i semi, in ossequio ai tempi che mutano. Ecco un piccolo brano di Giovanni che esplicita meglio il suo pensiero su Ligotti: non perdete di vista Thomas, il suo weird ci salverà quanto la SF dal nulla umano.

Sia chiaro: questi racconti macabri e grotteschi, che spesso si addentrano nelle spire della follia ben oltre i confini dell’incubo, pongono delle autentiche sfide ai lettori. Vivono di vita propria, animati da una coscienza malevola decisa a non lasciarsi domare, proprio come le ombre che si muovono al crepuscolo e scivolano intorno ai personaggi, avvolgendoli pagina dopo pagina. E pagina dopo pagina s’incollano addosso al lettore, aderiscono alla sua mente, giocano con la sua memoria in una proliferazione di echi che si propagano da un racconto all’altro.

Con le ombre e i rimandi, si moltiplicano anche gli interrogativi: ogni racconto è un rompicapo, un enigma che innesca domande che richiamano altre domande, in una cascata di dubbi senza fine che non risparmia niente: la vera natura del mondo che ci ospita, il senso delle strutture sociali, il ruolo dell’umanità in tutto questo.

Domande d’altri tempi | Holonomikon


Domande d’altri tempi è il tema sviluppato dal numero 53 di Quaderni d’altri tempi. Roberto Paura ha coinvolto in questo percorso Giovanni De Matteo, che ce ne parla dal suo blog:

fornire una panoramica su alcuni temi di particolare rilevanza per gli sviluppi della scienza, e ovviamente l’occasione è diventata il pretesto per tracciare una mappa – parziale, incompleta, iniziale – delle relazioni tra avanzamento scientifico e immaginario di fantascienza.

Queste poche righe di Giovanni sono illuminanti e mostrano un percorso continuamente teso alla disamina del nostro presente configurato per i prossimi anni e generazione, un basso futuro che ci riguarda di già e a cui non possiamo non guardare con occhi rinnovati. Magari tecnologicamente e socialmente aumentati.

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