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Archivio per Religioni

Cos’è l’I Ching? – L’INDISCRETO


Su L’indiscreto un articolo che tratteggia la filosofia che è dietro agli “I Ching”, il sistema oracolare cinese sofisticatissimo e antico di migliaia di anni; un estratto:

Nei primi secoli della nostra era, una nuova filosofia aveva varcato le frontiere del mondo cinese e iniziava lentamente a farsi strada: il buddhismo. Originato nella valle del Gange dalla predicazione di Siddhārtha Gautama detto Buddha (“l’Illuminato”), contemporaneo di Confucio, e diffusosi rapidamente a partire dal iii secolo a.C. anche oltre i confini della penisola indiana, esso portava con sé «un nuovo modo di concepire l’esistenza, che avrebbe sconvolto la percezione cinese da cima a fondo». Quello che avrebbe destabilizzato maggiormente la mentalità cinese era il fondamento stesso della visione buddhista: la duplice consapevolezza che la vita terrena è sofferenza e che la realtà è illusione. Ciò rendeva necessario per ogni essere umano seguire un percorso la cui meta era l’illuminazione: il cosiddetto “ottuplice sentiero”, che avrebbe condotto alla liberazione dalla prigionia del mondo terreno, a patto di percorrerlo nella rettitudine.

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Elogio del politeismo (Audible 2021) | nonquelmarlowe


Sul blog di Lucius Etruscus una segnalazione a un audiolibro che è molto di più di un libro, piuttosto direi che è un trattato di Storia e di religione, e quindi di politica: Elogio del politeismo, a cura di Maurizio Bettini. Un estratto:

Il punto focale di questo splendido saggio – il cui unico difetto è durare solo quattro ore, che già volano via in un lampo per il fascino dell’argomento, poi ci si mette la lettura perfetta di Alvaro Gradella e davvero sembra durare quattro minuti! – è un argomento che mi rendo conto sentir affrontare per la prima volta: il politeismo portava all’inclusione, il monoteismo porta alla tolleranza. Che è solo un’intolleranza al primo stadio.

Bettini mi spiega, anche se con parole migliori di quelle che qui sto usando, come il termine “tolleranza” porti insito in sé il germe del problema, visto che non ha nulla di positivo. Quel termine significa che io so di essere nel giusto, che tu stai sbagliando, che sei solo un cane infedele ma per ora non ti ammazzo: questo significa “tolleranza”. E purtroppo è il gran male dei monoteismi: se esiste un solo dio – tanto che si chiama Dio! – e tu non lo stai venerando, allora stai sbagliando.
Se invece penso che il tuo dio sia figo, che mi piace come ragiona, quasi quasi lo aggiungo agli dèi che venero: questa si chiama inclusione. La cui valenza positiva ha reso praticamente inesistenti le guerre di religione nell’antichità, essendo un difetto esclusivo dei popoli monoteistici.
Con un discorso per me inedito, che cioè nel mio piccolo non ho mai sentito affrontare da nessuno, vivendo (purtroppo) in una cultura monoteistica e quindi razzista e violenta – se solo il mio dio è vero, chi venera altri dèi non merita rispetto – scopro che la tanto decantata classicità da cui fingiamo di discendere, con i nostri valori democratici e finzioni varie, aveva la chiave per la soluzione dei problemi religiosi del mondo: l’inclusione. Quella che oggi viene pronunciata solo con il senso di “assimilazione”; che non è la stessa cosa.
I romani hanno incluso gli dèi greci, se li sono presi tutti, affascinati da loro: hanno cambiato nome e usanze, ma gli dèi sono quelli. Eppure i romani erano gli invasori e i greci i perdenti, eppure il concetto di politeismo annullava ogni razzismo e anche il dio di un barbaro poteva entrare nel pantheon personale di famiglie, culture e via dicendo. Quella era inclusione: aspettare che i “tollerati” capiscano che stanno sbagliando e venerino il nostro solo vero dio, è tutt’altra cosa, che porta solo a violenza.

Adoranti


Stormo di ottuse frequenze occulte si adagiano nella valle, in attesa del finto evento.

Cosa sei davvero?


Sciupi il capitale di empatia in una complessa stesura di forsennate misticanze, rivoli falsi a contatto di gioia surreale che luccicano come la plastica dorata: che cosa sei, esattamente, te lo sei mai chiesto?

Roma tra paganesimo e cristianesimo. Viaggio nelle “religioni della crisi” (III-IV sec. d.C.) – TRIBUNUS


Su Tribunus un articolo che indaga il momento di transizione tra paganesimo e cristianesimo, avvenuto alla fine del IV secolo nell’Impero Romano, passando nella crisi dei valori antichi e locali per sfociare in una spiritualità orientale, solo successivamente collassata proprio nel cristianesimo. Un estratto significativo:

Nella tarda antichità si assiste alla coesistenza da un lato della religio ufficiale romana, e dall’altra al proliferare di nuove forme religiose, soprattutto di provenienza orientale. Molti dei culti della religione ufficiale si mantengono, altri cadono in disuso nel III secolo d.C., per poi essere rivivificati nella metà del secolo successivo dall’aristocrazia senatoria nell’ambito di un processo di restaurazione culturale e religiosa.
Già con la dinastia dei Severi e l’arrivo di nuovi imperatori non occidentali, nuove divinità vengono portate a Roma, che continuano però a affiancare culti più radicati e antichi, come quello di Giove Capitolino (molto amato da Diocleziano e dalla tetrarchia), o quella della Dea Roma. La stessa Urbe, ancora nel corso del IV secolo, viene definita “tempium mundi totius”.
Caracalla fa erigere entro i confini cittadini un tempio dedicato a Serapide, Elagabalo introduce il culto del dio solare della sua città natale, Emesa, mentre Aureliano quello del Sol Invictus. Dall’ultimo decennio del IV secolo d.C., avviene una rottura sostanziale e formale del legame che da sempre univa lo Stato alla religio. Ciò è ben esplicitato dalle decisioni prese da alcuni sovrani cristiani: il rifiuto dell’imperatore Graziano di assumere la carica di pontifex maximus, il taglio di fondi statali al culto di antiche divinità o a collegi sacerdotali, e infine la rimozione dell’Altare della Vittoria dalla sede del Senato da parte di Teodosio. Un atto, questo, fortemente simbolico. Tutte decisioni atte a sottrarre linfa vitale alla vecchia religione, non solo attraverso l’emanazione di editti o leggi. Resta però forte il culto della persona dell’imperatore. Tale culto imperiale non può essere relegato negli schemi del disegno politico di legittimazione del potere, ma pur nel mutare delle forme, delle circostanze, e delle intenzioni dei personaggi oggetto di culto e dei loro seguaci, esso mantiene una forte valenza simbolica e religiosa, che cambia a seconda delle province dell’impero. A Roma, ad esempio, difficilmente viene riconosciuta la divinità o il carattere divino dell’imperatore ancora in vita, pur tuttavia esaltandone le qualità, e celebrando la sua apoteosi post mortem almeno fino al V secolo.

Nei momenti di profonda crisi, inoltre, come quelli che si verificano tra il IV e il V secolo, si assiste da parte della popolazione alla ripresa di antiche discipline pagane di etrusca memoria, che si pensava avessero addirittura salvato la città di Narni da Alarico. Le cause che portano alla dissoluzione della religione pagana sono molteplici, e vanno rintracciate in primo luogo in una profonda crisi istituzionale e sociale. L’antica religio non riesce a soddisfare le intime esigenze dell’individuo, che più che rivolgersi agli dèi per la salvaguardia e l’incolumità dello Stato, è alla ricerca di un’affermazione di sé stesso come singolo, e non come parte di una comunità. L’attenzione è quindi rivolta, in un primo momento, a culti di provenienza orientale, di matrice misterico-salvifica, che assicurano ai fedeli un’esistenza beata dopo la morte. Questi dèi non richiedono alcun atto di conversione né tantomeno di esclusività. Si hanno infatti testimonianze di persone dedite ai più culti.
Caso noto è quello di Vettio Agorio Pretestato, esponente dell’élite senatoria pagana, morto nel 384 d.C. Nel suo epitaffio sepolcrale si può leggere: “augur, pontifex Vestae, pontifex Solis, quindecemvir, curialis Herculis, sacratus a Liber e nei misteri eleusini, ierofante di Ecate, neocorus di Serapide, tauroboliatus, pater patrum“. Nonostante questo, però, sono culti rivolti solo a uomini o a donne, o a persone appartenenti a una determinata classe sociale (come nel caso di quello mitraico).
I punti di forza che faranno del cristianesimo la religione predominante, pur con tutte le sue correnti, saranno proprio l’esclusività del culto, il fatto che sia rivolto a tutti senza distinzioni di sesso o rango, e la strutturata gerarchia ecclesiastica, la quale ha il compito di stabilire i principi della fede, che devono essere uguali per tutti e non soggetti a differenze regionali o culturali.

Ecco Numen, Scommessa sulla fine del mondo, primo passo di una saga transmediale | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di un interessante – parecchio – esperimento metaletterario in uscita per Delos Digital: Numen, Scommessa sulla fine del mondo, del collettivo CyberScrivens, sigla dietro cui si nascondono i Premi Urania Maico Morellini, Lukha B. Kremo e l’ideatore del progetto Fabio Belsanti. La copertina è di Ksenja Laginja.

Il “prototipo” di questo romanzo arrivò in finale al Premio Urania qualche anno fa, Numen Scommessa sulla fine del mondo ed è diventato adesso il primo mattoncino di una costruzione che si articolerà su altri media e in altri capitoli.
È su questa scommessa che Numen, un ONav, un cinico ex-guerriero cyberonirico, si trova suo malgrado a dover puntare. Perché? Perché il mondo sta per cedere alla dittatura mentale imposta dalla Democrazia Sacra. Perché la libertà sta per diventare meno che un ricordo. Perciò spetta a Numen e ad Atum, sua controparte digitale, fare in modo che la Scommessa sulla Fine del Mondo abbia un senso.

 

Accortezze politiche


Ierofanie di stampo ideale tempestano il tuo presente, parlandoti di asintoti temporali: stai per essere plagiato.

Dare a Cesare. Martin Lutero sul rapporto tra autorità spirituale e spada secolare 1/3 – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la prima puntata di una ricognizione attorno al concetto, sostanzialmente, di cesaropapismo, ovvero la tendenza delle autorità ecclesiastiche di comportarsi come gli imperatori romani.

Martin Lutero è considerato a ragione un imprescindibile elemento di quella trasformazione sociale conosciuta come la Riforma che, assieme ad altri fattori, ha traghettato la realtà europea e l’intera tradizione culturale europea verso la cosiddetta Modernità.
Osservando le azioni e i pensieri della figura storica si può rimanere interdetti non solo di fronte alla complessità, ma anche all’apparente discontinuità del personaggio e della sua esperienza. Questo lavoro vuole parlare della visione di Martin Lutero sulle responsabilità del potere temporale in relazione alle materie di fede concentrandosi in parte su un evento particolare, la condanna dei moti contadini: il Lutero precedente dal 1925 è coerente con quello successivo? È plausibile l’accusa di essere il grande maestro della “Libertà di coscienza” ed il nonno dell’illuminismo, oppure il suo lascito culturale è stato diverso rispetto a quanto certe semplificazioni vorrebbero suggerire?

Il cristianesimo prende le distanze dall’atteggiamento persecutorio di cui era vittima; la concezione della “forza” del cristianesimo, in antitesi con la repressione subita per conto delle istituzioni imperiali, si avvalora della nozione di centralità della realtà spirituale per esemplificare la necessità di ricorrere ad armi alternative alle lame terrene per difendere la fede o fare proselitismo, quali la mitezza e la forza della propria superiorità morale, nonché l’ostracizzante della scomunica come estremo rimedio contro  “pertinaci”, “anticristi” o “maghi”, che mettano in pericolo con le loro sregolatezze il successo dell’unanime missione del consorzio cristiano; nessun predicatore o legislatore si deve permettere di alzare le mani contro chiunque.
Una novità costituita dal cristianesimo è la prorompente divisione in due spazi della comunità/legalità: la comunità del cristiano, realizzazione in terra della comunità spirituale, la cui partecipazione viene scelta in virtù della propria coscienza in risposta alla rivelazione, si sommava alla comunità civile, la cui autorità temporale doveva giustamente far rispettare le norme del diritto pubblico, ma non farsi carico della vita spirituale dei cittadini[2].
Dopo le macchinazioni di Costantino, la crescente fortuna politica del Cristianesimo cambiano le carte in tavola: mentre il Cristianesimo diventa il nuovo instrumentum regni di un ordine imperiale necessitante un rinvigorimento intellettuale, gli imperatori si trasformano da persecutori a garanti e successivamente difensori di questa fede monoteista e perciò salutare per la tenuta del dominio politico, cosicché° il potere temporale si risolse infine in protettore ed impositore della fede cristiana e del suo dogmatismo, in contrasto con le minacce rappresentate dal rinnegato paganesimo e da correnti eretiche e scissioniste; il rifiuto della novella divenne reato di lesa maestà come lo era stato il rifiuto del culto dell’autorità imperiale. Anziché creare da subito una connivenza di poteri, il cesaropapismo scatenò un putiferio intellettuale per tutto il periodo della tarda antichità, con numerosi teologi ed ecclesiastici che sconsigliavano non solo l’eccessivo coinvolgimento del braccio secolare, adducendo l’abolizione della regalità ierofora dell’antico Testamento e i discorsi di Cristo sui due regni, ma addirittura il ricorso a misure temporali eccessivamente crude e sanguinarie nella persecuzione persino dei più tracotanti eretici; e non mancarono neanche parole favorevoli all”intervento statale”.
Nel caso di Agostino d’Ippona (che avrà una sua influenza pesante su Lutero) si assiste ad un processo di mutamento: il padre si mostrò dapprima favorevole ad un atteggiamento clemente contro i disturbi donatisti nel nord Africa, ma col tempo, arrivò a giustificare l’intervento dell’autorità contro gli eretici elaborandolo anche grazie ad una rilettura della parabola della zizzania, in nome dell’ordine sociale e della sicurezza della cittadinanza, scongiurando certamente i rimedi più sanguinari, ma offrendoci un esempio calzante di questo atteggiamento ambivalente[3].

Diversi secoli dopo,  il vecchio mondo in lento declino della romanità ormai traviato e sublimato da un’apocalisse civile inaudita, in Europa sorge una nuova civiltà, che come succede abitualmente rielabora gli spunti dei predecessori ridotti in polvere: la nuova grande autorità civile è un imperium basato su una realtà feudale che tenta di combinare la cultura del diritto a principi politici nordici, e accanto a lui sorge un’autorità spirituale ormai radicata e potentissima, dotata di un monopolio culturale inedito che ha relegato il paganesimo a vestigia di ceti umili, o ad enclavi poste ai confini dell’oikumene, destinate ad essere assimilate nella grammatica con il proselitismo mansueto e nella pratica con episodi di conversione forzate, o alle alterità minacciose in agguato al di fuori di esso. Questo mondo non vanta più due civitas separate: di fatto il Sacro Romano Impero assomiglia ad un mostro bicefalo, un guerriero che impugna le due spade, quella dell’autorità celestiale e temporale, e sull’utilizzo delle quali i due cervelli continuano a litigare tranne quando le coordinano contro i nemici da schiacciare, ammettendo inconsciamente o esplicitamente di condividere però gli stessi visceri.

Il servizio divino dei Greci | AxisMundi


Su AxisMundi un lungo articolo che tratteggia i caratteri salienti dall’antica religione greca, rilevandone le caratteristiche sacrali che “si fondano su una fitta rete di corrispondenze mitico-storico-astrologiche, che consente allo storico delle religioni di considerarla sotto vari aspetti fra loro concatenati: Teogonia, storia esoterica del cosmo e delle stirpi umane, escatologia dei Misteri, sciamanesimo iperboreo”. Alcuni dettagli maggiori:

Nell’antico Egeo, millenni di riti e credenze sacre, in una prima fase “preistorica” pre-indoeuropea (o forse, piuttosto, proto-indoeuropea) e in una seconda fase “storica” indoeuropea, si sono stratificati e armonizzati sorprendentemente, al punto che spesso risulta difficile comprendere con esattezza a quale delle due fasi cultu(r)ali essi appartengano. Storie di dèi ed eroi, disseminate su tutto il territorio dell’antica Ellade, col passare dei secoli hanno plasmato un corpus mitologico che non ha meramente il carattere della leggenda e del folklore, essendo anche fortemente impregnato di corrispondenze esoteriche ed astrologiche. «Non v’è mai stato un servizio divino pari a quello greco: per bellezza, sfarzo, varietà e unità esso è unico al mondo e rappresenta uno dei prodotti più alti dello spirito universale».

Missionari, una novella tra fantascienza e religione | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di Missionari, novelette di David Mercurio Rivera in uscita per DelosDigital, che ha degli elementi ideologici davvero interessanti. Vi incollo la quarta:

In un futuro non troppo lontano l’umanità si è sparsa attraverso la galassia, ed ha dovuto tristemente constatare che il cosmo, a differenza delle grandi speranze iniziali, è un luogo assai cupo e solitario. La maggior parte degli alieni incontrati non hanno interesse a comunicare con la razza umana, con la sola eccezione di una specie aliena superiore e arcana: esseri di pura energia, impossibili da catturare, imperscrutabili e imprevedibili, che sembrano tuttavia avere una sorta di interesse missionario verso gli umani. Cassie è una giovane malata di cancro per una eccessiva esposizione alle radiazioni. La scienza del futuro ha fatto passi da gigante e l’umanità ha conquistato lo spazio, ma non ha debellato la malattia più terribile. Cassie è giovane e sa che l’aspetta una fine orribile ma non ha perso le speranze. La sua fede in una divinità superiore, che si è forse manifestata attraverso il “Salvato” – un essere che galleggia in una bolla e in uno stato quantico dal comportamento instabile -, la spinge ad affrontare, assieme a un gruppo di fedeli come lei, un doloroso pellegrinaggio su un lontano pianeta che prevede di avanzare faticosamente verso una meta in apparenza irraggiungibile. Il rituale richiede di avvicinarsi all’Avamposto sulle ginocchia, strisciando attraverso un terreno gelido e roccioso fiocamente illuminato dalla luce delle stelle.

Dopo averci conquistato con due racconti lunghi che riprendevano, con nuova linfa e vigore, tematiche classiche come l’orrore su un’astronave nello spazio profondo (Nel buio tra le stelle), e il difficile rapporto tra creato e creatore (Oltre il velo delle stelle), Davide Mercurio Rivera ci ripropone, con questo Missionari, l’eterno conflitto tra scienza e religione.

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