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Archivio per Religioni

Codice strutturato


Sei assiso su un ammontare cognitivo che sala teoremi e dogmi come fosse un organo religioso: tu stesso diventi ciò, tu sei già un codice strutturato di obblighi e divieti.

Le donne romane e la religione – TRIBUNUS


Su Tribunus un lungo articolo che lega le donne dell’antica Roma alla religione e ai culti del mondo antico. Un estratto:

Nella Roma antica, erano solitamente gli uomini appartenenti ai collegi sacerdotali e i magistrati a detenere la conoscenza della corretta procedura dei riti religiosi.
Erano gli unici a saper interpretare correttamente la volontà degli dei, soprattutto in caso di una rottura degli equilibri fra uomini e divinità (la cosiddetta pax deorum).
Perfino il sacrificio era officiato da soli uomini, poiché si riteneva che una donna non fosse in grado di praticare una macellazione rituale. Ciò relegava la donna a una posizione subordinata anche in campo religioso.
Alle donne si riconosceva un ruolo attivo nelle suppliche, ovvero pubbliche preghiere di ringraziamento o richiesta di intervento divino, con relative offerte, aventi solitamente per oggetto la salvaguardia dello Stato.
A Roma esistevano tuttavia alcuni culti e divinità esclusivamente legati al mondo femminile.

I culti femminili erano articolati in base alla condizione delle donne che potevano prendervi parte.
La prima distinzione era quella tra le fanciulle e le donne sposate, ossia le matrone. Le prime erano devote alla Fortuna Virginalis (alla quale le ragazze prima del matrimonio offrivano in dono la stola), le seconde alla Fortuna Primigenia.
Alla seconda categoria appartenevano le donne univirae, ossia le donne che avevano avuto un solo uomo.
A queste erano riservati dei particolari culti, come quelli di Fortuna Muliebris, di Pudicitia (riservato alle patrizie) e quello di Bona Dea. Quest’ultimo si celebrava ogni anno presso la moglie del console in carica, il quale per l’occasione era tenuto ad allontanarsi dalla casa.
Oltre alla suddivisione tra donne nubili e sposate, vi erano anche altre classificazioni a seconda del ceto o condizione sociale: libere o schiave, plebee o patrizie, ma anche tra donne oneste e coloro che esercitavano il mestiere della prostituzione.

Per esempio, le schiave celebravano le Nonae Caprotinae, note anche come Feriae Ancillarum, che sembrano essere una sorta di caricatura di quelle riservate alle matrone, ma che originariamente non dovevano avere questa connotazione. Le plebee celebravano la Pudicitia plebea, analoga a quella delle matrone, istituita attorno al 256 a.C. Le prostitute invece partecipavano al culto della Fortuna Virilis, che aveva luogo nei bagni maschili.
La separazione dei culti segnava tutta una serie di distinzioni fondamentali, destinate da una parte alla riproduzione dell’ordine sociale, dall’altra atte alla codificazione di un modello di vita caratterizzato dall’individuazione del matrimonio come momento centrale della vita femminile, e quindi dell’indicazione di un codice di comportamento.
L’articolazione dei culti corrispondeva quindi a una classificazione sociale del ruolo della donna e del comportamento che da questa ci si aspettava. La simmetria e la corrispondenza dei riti patrizi e plebei rivela che l’ideologia delle classi sociali non era diversa. Al di là del censo, la morale era comunque la stessa. Anche nel culto la condizione femminile doveva esser ribadita e controllata: il modello ideale rimaneva sempre la matrona romana univira con prole. La liturgia matronale era deputata principalmente al rinnovamento della fecondità femminile e del ciclo della natura.

Ierofania, il Sacro rivela se stesso | Nemora


Comincia il nuovo anno con un post che in realtà ha chiuso il precedente, una lunga riflessione apparsa su Nemora e che  indaga le implicazioni del sacro e del religioso, mettendo in rilievo le giuste cose che spesso sono trascurate, se non ignorate. Un estratto:

L’enciclopedia Treccani definisce il sacro come “ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa, rispetto alla quale l’uomo si sente radicalmente inferiore, subendone l’azione e restandone atterrito e insieme affascinato; in opposizione a profano, ciò che è sacro è separato, è altro, così come sono separati dalla comunità sia coloro che sono addetti a stabilire con esso un rapporto, sia i luoghi destinati ad atti con cui tale rapporto si stabilisce.”
Il concetto di fondo è chiaro: il sacro è altro, qualcosa di anomalo rispetto alla regolare realtà. In quanto tale, il sacro è spaventoso e al contempo irresistibile, pertanto il contatto con esso necessita di essere disciplinato da un intermediario e confinato in un luogo dedicato.
Così nasce la religione. L’origine etimologica del termine “religione” è proprio quella di “relegare”, “recintare”, “confinare”, con il duplice significato di imbrigliare il sacro entro confini definiti e legare l’uomo a determinate pratiche rituali (Lucrezio, I a.C.). Per dirlo con le parole di Umberto Galimberti: le religioni sono nate per difenderci dal sacro, non per metterci in rapporto con esso.
Il contatto diretto, non mediato, incontrollato con il sacro, è pericoloso in quanto espone l’essere umano alla contaminazione con questa dimensione anormale, con effetti imprevedibili.

La radice delle religioni orientali – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un lungo articolo che indaga le radici delle religioni orientali, mettendole a confronto coi rivolgimenti antropologici del MedioOriente e dell’Europa. Un estratto:

Quando dal complesso mondo occidentale, con la sua densa storia filosofica e religiosa, ci si volge a quello orientale, si ha l’impressione di entrare in un regno dove la vegetazione, se mi è concesso dirlo, è fatta di sole palme. Alberi di palma diversi, ma tutti essenzialmente riconducibili a una stessa famiglia. La cultura orientale è innervata da pochi concetti fondamentali che si ritrovano un po’ ovunque e che vantano un’origine antichissima.
Di quale antichità stiamo parlando? La tradizione culturale indiana ebbe inizio intorno al 2500 a.C. con la civiltà della valle dell’Indo. Quella dell’Estremo Oriente vide la luce in Cina con la dinastia Shang, attorno al 1600 a.C.10 Siamo in entrambi i casi in piena Età del Bronzo.

Ciò detto, la vera culla della civiltà fu il Medio Oriente con i suoi grandi regni di Egitto e Mesopotamia dove, a partire dall’8000 a.C., si diffusero l’agricoltura e la pastorizia. Prima di allora, per quanto ne sappiamo, gli uomini in ogni angolo del mondo vivevano esclusivamente di caccia e raccolta. Ed ecco all’improvviso instaurarsi un’economia propriamente detta e un insieme di società sempre più articolate e complesse. Intorno al 4000 a.C. le valli del Tigri e dell’Eufrate erano costellate di città piuttosto grandi e popolose, tra cui Sumer, Ur e Akkad, dove vigeva un’ordinata distribuzione del lavoro: c’erano uomini di governo, sacerdoti, mercanti, agricoltori, tutti con ruoli e compiti ben definiti. La specializzazione dei mestieri produsse un avanzamento incredibilmente veloce del sapere, delle tecniche e delle competenze.
Tra le tante conoscenze fiorite in Egitto e Mesopotamia, quelle che più ci interessano riguardano gli ordini sacerdotali. Fu in quest’epoca, per l’esattezza attorno al 3500 a.C., che nacquero l’arte della scrittura, il calcolo matematico, l’osservazione astronomica e il sistema tributario. Anche l’idea di un potere accentrato nelle mani di un unico sovrano, quale elemento unificatore all’interno di una società composita e differenziata, fece la sua prima comparsa in questi anni.
Una delle più folgoranti intuizioni dei sacerdoti dell’epoca fu che i pianeti, le sette sfere visibili che tutti noi conosciamo, si muovessero nel cielo a una velocità matematicamente calcolabile, sullo sfondo delle stelle fisse. Quest’idea ispirò una concezione totalmente nuova dell’universo, che diventava ora un cosmo ordinato da leggi regolari e misurabili.
Al dio antropomorfo che aveva fino allora retto le sorti dell’universo, si sostituì una potenza invisibile che scandiva con matematica precisione l’alternarsi del giorno e della notte, i cicli lunari, le stagioni dell’anno e il lungo tempo dell’eone, che segnava la rotazione completa del cosmo. Questa l’idea che ispirò i miti sorti nell’Età del Bronzo e che è ancora oggi al cuore delle filosofie orientali.

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Aleister Crowley: Bagh-i-muattar. Profumi dal giardino di Abdullah – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione a cura di Cesare Buttaboni a Bagh-i-muattar. Profumi dal giardino di Abdullah, lavoro di Aleister Crowley scritto sotto pseudonimo che, al tempo, ha avuto una storia editoriale assai travagliata. Vi lascio alle righe di Cesare:

C’è un suo libro che non viene mai citato ovvero Bagh-i-muattar. Profumi dal giardino di Abdullah che viene ora pubblicato dalle Edizioni Mediterranee. Si tratta di un testo maledetto che ha avuto una vicenda editoriale burrascosa. L’edizione originale venne stampata a Parigi, in forma clandestina, nel 1910 in un’edizione strettamente limitata a 200 copie. Crowley per l’occasione usò il nome di uno scrittore persiano mai esistito ovvero Abdullah El Haji, in arte “Abdullah il verseggiatore”. Il libro venne colpito dalla maglie della censura per le tematiche scandalose trattate. In effetti il “Bagh-i-muattar”, un misto di prosa e poesia, è piuttosto esplicito e blasfemo nel delineare un amore sodomitico molto spinto con riferimenti a pratiche sadomasochistiche e scatologiche. L’oggetto del desiderio di Crowley è un giovanetto di 15 anni di nome Habib, in realtà una figura mai esistita che mascherava il suo amore per Herbert Charles Pollitt (1871-1942), medico mancato e attore di personaggi femminili. Per completare il quadro non mancano l’elogio della pederastia, le prese di posizione contro la donna (“Nessuna donna è una compagnia adatta per un uomo: costei lo abbrutisce necessariamente”) e contro la religione islamica. Non bisogna pensare però che manchi l’esoterismo: anzi i rapporti con il ragazzino sono la chiave per accedere alla magia sessuale.

Bagh-i-muattar in definitiva è un tassello essenziale per capire l’universo di Aleister Crowley e penso che tutti gli appassionati del celebre mago dovrebbero procurarselo. Il volume è a cura di Vittorio Fincati ed è disponibile sul sito delle Edizioni Mediterranee.

È in libreria Imago Lux, il nuovo romanzo di Adriano Angelini Sut | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di Imago Lux, romanzo di Adriano Angelini Sut. Intrigante la sinossi, qualcosa che tocca le sfere psichiatriche quando le interferenze religiose si rendono pressanti.

Il corpo è la casa della mente. La psichiatria studia il disagio della mente all’interno della sua casa; quando però la mente viene sfrattata da una forza misteriosa, la psichiatria cede il passo alla religione, perché qualcos’altro ha preso il posto della mente nella casa.

Eva Roscioli è una stimata psichiatra romana. Era giovanissima negli anni Settanta, quando sua sorella Liliana era stata fagocitata da una Comune dedita ad antichi riti esoterici. Queste oscure cerimonie si svolgevano in una dimenticata catacomba etrusca cui si accedeva dal Palazzo di Luc Apofi, un ricco pittore francese il cui miglior quadro si chiamava Imago luxla rappresentazione della luce, l’oscuro simulacro della Luce Vera. Quando Liliana scompare, Eva si mette sulle sue tracce, ritrovandola, trasfigurata, nel sud della Francia, in Occitania, una regione attraversata da forti tensioni spirituali, in cui, nel Medioevo, la Chiesa di Roma aveva combattuto l’eresia catara.
Cinquant’anni dopo, Eva si è ormai fatta una famiglia ed è una scrittrice affermata, ma l’Imago Lux continua a perseguitarla, tormentando adesso sua nipote in una Roma ormai decaduta, dove un Papa, curvo e solitario, officia urbi et orbi da una desolata terra di mezzo.

In un thriller misterico dal ritmo inesorabile, Adriano Angelini cattura il lettore e lo attira a sé come la luce del quadro che dà il titolo al romanzo, raccontando, con accuratezza storica e una scrittura travolgente, una storia che riesce a riassumere in sé gli archetipi, i presagi e le paure di un mondo senza luce, di una società contemporanea che sembra prossima al tramonto.

Soglie invisibili – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione di Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, saggio di Stefania Consigliere che è antropologa e docente presso il Dipartimento della Formazione dell’Università di Genova. Consigliere condensa nelle brevi analisi sottostante il filo conduttore che porta dal Capitalismo alla religione passando per il fascismo, i tre cardini che incatenano da lungo tempo ormai l’umanità in un percorso dove non è facile riconoscere l’origine né l’arrivo, un cane che si mangia continuamente la coda e contemporaneamente pure noi. Vi lascio all’articolo.

Il testo giunge nel momento più adatto per riaprire una riflessione globale sulla conoscenza e le sue conseguenze ideologiche e politiche. In tutti i campi del sapere, dell’immaginario e dell’agire. Collettivo e individuale. Ecco un significativo assaggio delle sue pagine iniziali. Perfette, oserei dire, nel definire l’ambito cognitivo e discorsivo in cui si è voluta muovere l’autrice.

La via del disincanto # 1. E poco più che una constatazione: l’impresa moderna, con la sua narrazione di progresso e felicità per il maggior numero di individui, è fallita. Il mondo intorno a noi e un disastro.
Dopo quattro secoli di capitalismo, nei paesi occidentali (o ex-colonialisti) è scomparso il terriccio della vita comune. Sotto il giogo della governance neoliberista, la sussunzione è totale: che si tratti di chiacchiere, di salario, di sentimenti o di decisioni collettive, tutto avviene entro una gabbia di regole al contempo vincolanti, incomprensibili e mutevoli, in un deserto affettivo privo di senso esistenziale e con il solo imperativo della crescita economica. L’esperienza triviale della chiamata a un call centre compendia questo sentimento del presente che si estende fino all’intimità, dove disabilità emotiva, stereotipia linguistica e ossessione per il godimento illustrano la miseria dei tempi.
[…] Per vivere come viviamo, siamo tenuti a separare continuamente ciò che sappiamo da ciò che ci muove, ciò che sentiamo da ciò che facciamo, in un regime psicopatologico di dissociazione e impotenza. Non sorprende, allora, la diffusione epidemica del disagio mentale: più di meta dei nostri concittadini fa o ha fatto uso di psicofarmaci regolarmente prescritti; quasi tutti, per arrivare in fondo alle giornate, impieghiamo una varietà di sostanze legali e illegali; mentre i più giovani, l’asettica ≪fascia pediatrica≫ delle statistiche, danno di matto come non mai.
Tanto basta per intuire tempi difficili. Eppure manca ancora qualcosa, l’enzima capace di precipitare i problemi in incubi: è la paralisi dell’immaginazione, l’incapacità di guardare oltre le mura della prigione che ci sta soffocando. Quest’alienazione trasforma il disastro in apocalisse, il venir meno del mondo a cui siamo abituati nella scomparsa di ogni mondo possibile.
[…] La via di fuga da un tempo stregato è qualsiasi cosa non sia il disastro incombente. La paralisi si scioglie a contatto con l’altrimenti. Non un altrimenti astratto, fumoso o esotico, ma quello assai prossimo di un mondo che continua a esistere fuori dal fascio abbacinante dei fari: l’erba, il terrapieno, la tana, il sentiero, gli alberi, l’ombra del bosco, gli animali sul prato. La foresta e ancora viva. Quello che cerchiamo e già qui: frammentario, imperfetto, ruvido come le cose reali. Si tratta solo di avvertirne l’esistenza. Cosa ci impedisce il contatto?

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Senso religioso


Riesci a renderti prossimo alle azioni dogmatiche di un credo, poche parole attivano il tuo senso ligio alla religio.

Preghiera romana per la festa dei morti



Qui sotto le invocazioni che gli antichi romani elevavano ai propri antenati, protettori della famiglia e, più estesamente, del clan cui la famiglia apparteneva. Ciò introduce il senso tribale che si protrasse a lungo nella società romana, immagino fino a quando l’impero non divenne così esteso, così ecumenico e mondiale da annacquare quel senso di tribalità antico. Concentriamoci, ed evochiamoli, con quello spirito antico assai più prossimo allo sciamanesimo del nostro.

Salve Lari Familiari
Salve Dei Penati
Salve Geni. Padri della Familia
Salve Vesta Madre
Vi offro con cuore puro il pane di farro
e voi tutti date alla mia casa
e alla nostra familia valore
e felicità nel nostro operare.

O Mani, o Lari, o Penati noi vi invochiamo o numi potenti!
Voi che siete i protettori della famiglia e del focolare,
Voi che vegliate sulla nostra Gens,
Voi che garantite noi salute e prosperità,
Voi che tenete salde le nostre domus
Accettate le nostre offerte con benevolenza
e non distogliete lo sguardo da noi.

Risvolti pratici


Sorprese lasciate decantare in athanor di dimensioni ciclopiche, dove la Storia diviene un avviso, una complessità, una forma di demenza annunciata e utile solo a oligarchi.

AERIA VIRTUS

"l'unico uccello che osa beccare un acquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'acquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

it takes a fool to remain sane

CARTESENSIBILI

Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

ADESSO-DOPO

SCIVOLO.

Jakob Iobiz

Scrittore

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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Come vivere senza stomaco, amare la musica ed essere sereni

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