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Archivio per Religioni

Nessun Dogma presenta “Contro la religione” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Contro la religione, volume che raccoglie gli scritti atei di H.P. Lovecraft. Il libro è a cura di S.T. Joshi. Prefazione di Christopher Hitchens, postfazione di Carlo Pagetti.

La fama di H.P. Lovecraft cresce costantemente nel tempo, e allo stesso modo cresce l’apprezzamento dei suoi lettori. Tuttavia, non molti di loro sono a conoscenza del suo conclamato ateismo e della sua lontananza dalla religione, che il creatore di tanti mondi inesistenti ribadiva in numerose occasioni.

Contro la religione contiene dunque gli scritti – pubblici e privati – in cui Lovecraft si è interrogato sulla funzione della religione, sul suo rapporto con la scienza, la realtà e l’indifferenza del cosmo, sulle ragioni della sua scelta atea. Non senza avanzare tesi a volte estremiste, a volte superate, a volte incredibilmente attuali. E spesso controverse, in perfetta coerenza con la sua personalità.

Questa traduzione colma quindi un grande vuoto, e sarà senz’altro apprezzata da tutti coloro che hanno amato i romanzi e i racconti del grande scrittore. Forse li ameranno ancora di più, una volta conosciuto il suo universo filosofico.

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Dominio e controllo sociale


La propensione per un modello estatico di comunicazione rasenta la follia molesta, quel tipo di ragionamento garantito da forme d’idolatria particolare quali religioni e credo politici, varianti di una stessa odiosa formula di dominio culturale.

Dirge of Dread


La quintessenza della religione.

Prostituzione sacra: dal matriarcato al patriarcato, parte prima. – Paveseggiando


Un lungo excursus a puntate sul tema della prostituzione sacra. Sul blog Paveseggiando. Interessanti alcuni passaggi antropologici e culturali, religiosi per lo più; eccone un paio:

In Mesopotamia il sesso era vissuto come un valore importante, non solo come mezzo riproduttivo, ma anche come funzione religiosa; ciò si evince dal passo della Saga di Gilgamesh dove è Shamkat, prostituta sacra di Ishtar e del dio del sole Shamash, a dover iniziare alla civiltà Enkidu, trasformandolo da uomo primitivo ad eroe.
Nel santuario della dea Ishtar coesistevano tre diversi tipi di prostitute: le ishtaritu, ragazze vergini destinate unicamente agli dei, e non agli uomini; le qadishtu che, proveniente tutte da una buona famiglia, si concedevano unicamente ai fedeli, dietro compenso; le harimtu, prostitute profane, solitamente chiamate presso il tempio solo durante ricorrenze speciali.

E poi:

Anche a Cartagine sarebbe esistita la prostituzione sacra, da quanto ci riporta Giustino, il quale scrive che simile prostituzione sarebbe stata introdotta, nel Nord dell’ Africa, da Didone. Ella avrebbe ordinato ai suoi uomini, una volta sbarcata a Cipro, di rapire e imbarcare sulle navi almeno ottanta delle giovani che si stavano prostituendo sulla spiaggia. Il numero delle rapite, inoltre, corrisponderebbe a quello delle famiglie più influenti di Cartagine, riporta Cristiano Panzetti nel suo libro La prostituzione sacra nell’ Italia antica. Il rapimento, molto simile al ratto delle Sabine, sarebbe stato necessario affinché i soldati di Didone potessero avere spose e dare una discendenza alla futura Cartagine.

La chiosa è interessante, abbastanza scontata per chi ha occhi per vedere, ma di certo non così ovvia per chi si è fatto blindare la consapevolezza dai dogmi religiosi monoteistici e dalle scontate percezioni maschiliste della nostra società.

Quindi, prima dell’avvento delle religioni monoteiste, intente a rendere il sesso un fattore unicamente atto a procreare, la prostituzione sacra era considerata una parte fondamentale della società, tanto che le famiglie nobili erano le prima a dare le proprie figlie, affinché queste divenissero tramite tra gli dei e gli uomini.
Più il dominio maschile si stringeva attorno alla figura della donna, e più la prostituzione perse di sacralità, andando a divenire un mero sfruttamento del corpo femminile.
Questo tipo di sacrificio da parte di giovani belle e di buona famiglia, si infiltrò nei racconti del folklore, però sotto forma di fanciulle offerte a mostruose creature. L’alto lignaggio e la bellezza eccelsa rendevano queste vittime perfette per essere prede sessuali, di una sessualità più nascosta, ma sempre presente.

Il mondo magico islandese, tentativi di disciplinamento – La misura delle cose


Su LaMisuraDelleCose un lungo articolo che indaga le origini del mondo magico e dei termini associati nati sull’isola islandese. In particolare, è evidente come il popolo fatato viene trattato in modo diverso soprattutto dopo le classificazioni che Carlo Linneo fece agli esseri viventi, catalogazioni che non potevano tener conto della natura appartenente all’immaginario degli esseri fatati (ma non per questo immaginari, se portiamo a escludere gli influssi settari del Positivismo).

Il sistema di classificazione scientifica applicato alla materia fluida della tradizione popolare non ha prodotto però i risultati sperati di sistematizzazione e ordine, a causa soprattutto della confusione attorno a certi termini che non vengono sempre usati con la stessa accezione e possono comprendere anche categorie diverse tra loro. Per esempio, nella letteratura medievale dei secoli XIII e XIV il termine “troll” sembra avere un significato molto ampio: può essere chiamato così, infatti, non solo il gigantesco orco abitatore delle montagne (significato che andrà consolidandosi appunto nel XIX secolo), ma anche una strega o un altro essere non umano o non corporeo. E proprio perché ormai tendiamo a leggere le categorie della tradizione medievale attraverso questa terminologia più recente, se ne è persa gran parte del significato originale, più esteso e indefinito.

Altro esempio di questa indeterminatezza dei vocaboli si trova in una raccolta di inni pubblicata nel 1589 dal vescovo luterano Guðbrandur Þorláksson, nel quale si esortava a «sradicare le rime sui troll e sugli antichi», volendo richiamare con questo, probabilmente, ad astenersi non solo dal tramandare favole sugli irsuti e brutali orchi, ma piuttosto da ogni forma di racconto popolare che avesse come protagonista qualsiasi specie di essere soprannaturale.

I troll non sono stati gli unici, nell’antico norreno, a subire questa “costrizione semantica” da un significato più ampio a uno via via più specifico. Anche gli elfi (álfar) hanno attraversato un processo linguistico simile: prima che nella collezione di Árnason, compaiono con il termine álfr in molte fonti medievali inclusa l’Edda poetica e in narrazioni dai contenuti più o meno leggendari come la Saga degli Islandesi e la Sturlunga saga, dove sembra ricoprire un significato più ampio rispetto a quello che assumerà in seguito. Gli álfar medievali erano in generale esseri soprannaturali senza distinzione di specie o razza, destinatari di un culto e di rango di poco inferiore agli Æsir veri e propri, inclusi i Vanir e altre tipologie di personaggi. A loro modo anche gli elfi contemporanei sono diversi da quelli della letteratura folklorica del Sette-Ottocento: gli elfi di Árnason per esempio sono descritti come simili agli umani anche nella statura, quasi dei loro “doppi”, mentre gli elfi del XXI secolo, complici anche certe fortunate trasposizioni letterarie e cinematografiche, tendono a essere immaginati più piccoli ed essenzialmente diversi per natura e qualità.

L’articolo è ben più vasto e articolato di quanto ho segnalato, a chi interessa ne consiglio caldamente la lettura, per indagare altri livelli cognitivi dell’argomento.

Imbolc, la triplice dea Brigit e l’incubazione della primavera – A X I S m u n d i


Su AXISMundi un fluente post dedicato all’imminente festività Imbolc, di origine celtica ma che percorreva sotto diverse spoglie tutto il mondo pagano, e che in epoca cristiana ha assunto la conformazione della Candelora. Un estratto:

La festività di Imbolc era contraddistinta da banchetti e da riti di purificazione. Abbiamo già menzionato la corrispondenza funzionale con i Lupercalia romani, celebrati il 15 febbraio, che pure si configuravano come riti purificatori in vista dell’avvento della primavera. D’altra parte, l’intero mese di febbraio nel calendario celtico era dedicato alle purificazioni e agli esorcismi, consuetudine da considerare in relazione al complesso mitico della «crisi invernale»: in attesa della primavera, il confine che separa il mondo dei vivi da quello dei defunti è ancora instabile, non ancora «ben definito». Da qui, la necessità di prendere le dovute misure rituali per far sì che gli spiriti degli antenati non influiscano negativamente sul raccolto dell’anno a venire.

L’oblio sulla grotta della natività di Roma. A chi fa paura il Lupercale – SATURNIA TELLUS


Su SaturniaTellus un post fiume molto interessante che ribadisce l’importanza della Grotta del Lupercale a Roma, ne rinnova la notizia della sua scoperta avvenuta più di dieci anni fa e rafforza le tesi dell’archeologo Andrea Carandini, che teorizza la continuità ideologica tra Ottaviano e Romolo; come? Eccone un dettaglio che ho sfruttato nel mio ultimo romanzo, ancora inedito: Punico.
Il mio consiglio è di leggere attentamente tutto l’estratto, la sorpresa corposa è alla fine ma ha bisogno di un’attenta lettura storiografica e archeologica di tutto l’esposto. Buona lettura!

L’ha (ri)scoperta nell’angolo sud occidentale del colle Palatino, nel novembre 2007, la Soprintendenza archeologica di Roma. Si trova nell’area dei palazzi di Augusto, in asse tra il Tempio di Apollo e l’attuale Basilica di S. Anastasia, a ridosso di quest’ultima e prospiciente il Circo Massimo. È sepolta sotto 16 metri di terra e finora è stata solo esplorata da una telecamera sonda la quale ha mostrato una struttura di 9 metri di altezza per 7,5 di diametro, con le pareti riccamente decorate da motivi geometrici realizzati a mosaico policromo e filari di conchiglie, con al centro l’aquila di Augusto. A detta delle autorità in materia, è la grotta della natività della Romanità, la nostra “capanna di Gesù bambino” (e vedremo il parallelismo non è un gioco di parole), l’antro nel quale approdarono, sospinti dalle acque del Tevere, i gemelli Romolo e Remo. Ovvero, il Lupercale. «È incredibile pensare» dichiarò l’allora ministro per i Beni culturali Francesco Rutelli «che possa essere stato finalmente trovato un luogo mitologico, oggi diventato finalmente reale». E il soprintendente archeologo, Angelo Bottini, così certificò: «Abbiamo la ragionevole certezza che quella sia la grotta della lupa». Entusiasta per «una delle più grandi scoperte mai fatte» il professor Andrea Carandini. Insomma, un ritrovamento che fa uscire Romolo e la lupa dalla leggenda, per farli entrare nella storia dalla porta principale. Un’altra sonora scoppola dell’archeologia alla storiografia. Ebbene, sono passati dieci anni e cosa è successo? Studi, ricerche, nuovi scavi, dibattiti sull’eccezionalità del rinvenimento? Nulla di tutto questo. Nulla di nulla. Tutto fermo a quel giorno di novembre. Una annosa cortina di nebbia sospetta ha, infatti, sepolto di nuovo il Lupercale. Se mai avessero trovato qualcosa del genere all’estero, sarebbe diventata un’attrazione “mondiale”. Da noi no. Un silenzio tombale ha avvolto lo scavo dove Romolo e Remo erano stati salvati dal Tevere ed erano stati nutriti dal picchio e dalla lupa, personificazioni dei re arborigeni e oracolari Pico e Fauno. Proviamo allora ad abbozzare una spiegazione all’apparente mistero, partendo dall’inizio.

Il Lupercale

La fonte più diretta sull’esistenza del Lupercale è Dionigi di Alicarnasso. In Antichità Romane (I, 32, 3-5; I, 79, 8) scrive: “C’era un sacro luogo, coperto da un folto bosco, e una roccia cava dalla quale sgorgava una sorgente; si diceva che il bosco fosse consacrato a Pan, e ci fosse un altare dedicato al dio. In questo luogo giunse la lupa e si nascose. Il bosco non esiste più, ma si vede ancora la grotta nella quale sgorga la sorgente, costruita a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo, e vicino c’è un recinto nel quale è una statua che ricorda la leggenda: rappresenta una lupa che allatta due neonati, le figure sono in bronzo e di antica fattura. Si dice che in quest’area ci sia stato un santuario degli Arcadi che, in passato, giunsero qui con Evandro. In questo luogo i Romani costruirono un altare al dio e fecero il loro tradizionale sacrificio, che hanno continuato a offrire in questo giorno del mese di febbraio, dopo il solstizio di inverno, senza alterare nulla nei riti allora stabiliti. Questo posto i Romani lo chiamano il Lupercale”. Altre fonti che citano il Lupercale sono Livio (Ab Urbe Condita, I, 5.1.), Virgilio (Eneide, VIII, 342-344), Ovidio (Fasti, II, 381-382.), Plutarco (Romolo, 3-4), Velleio Patercolo (Historia Romana 1.15.3), Varrone (De Lingua Latina 5.54). Il primo imperatore Giulio Cesare Ottaviano Augusto – il rifondatore degli antichi culti che si considerava erede dei re del Lazio Pico, Fauno, Latino e di Enea in quanto membro della gens Iulia per essere stato adottato da Cesare – nelle sue Res Gestae ricorda con orgoglio di aver restaurato il Lupercale. Nell’area del suo immenso palazzo/santuario edificato su Palatino, che dominava il Circo Massimo e l’antico approdo sul Tevere, inglobò la sacra grotta restaurata, ponendola in asse sotto il tempio di Apollo. Il Lupercale compare ancora nel IV secolo sui Cataloghi Regionari (elenchi di monumenti) della Regio X Palatium. Successivamente, per secoli, se ne perde memoria scritta. Solo nel 1526 una grotta-ninfeo decorata con conchiglie e pietre venne riscoperta ai piedi del Palatino: secondo il noto archeologo e topografo Rodolfo Lanciani (che pubblicò la Forma Urbis Romae, la mappa di tutti i resti conosciuti della Roma antica su fonti della pianta marmorea severiana) si tratta proprio del Lupercale. La scoperta del 2007 conferma tutte queste fonti.

Il primo Natale cristiano al … Lupercale

Nel IV secolo l’imperatore Costantino fece edificare la prima costruzione cristiana del centro di Roma: la chiesa di Anastasia, dedicandola alla sorellastra. Oggi è caduta quasi nel dimenticatoio ed è fuori dai circuiti turistici, ma all’inizio dell’era cristiana era la terza per importanza a Roma, dopo il Laterano e S. Maria Maggiore. La sua posizione, alle pendici del Palatino verso il Circo Massimo, la fece eleggere a chiesa di corte imperiale (tituls Anastasiae). Sappiamo che in Anastasia (solo con Teodorico diverrà Sant’Anastasia) i papi, a partire dal V secolo, celebravano regolarmente il 25 dicembre il Natale di Cristo. Fu Sisto III a introdurre l’uso di un rito solenne tripartito: poco dopo la mezzanotte il vescovo di Roma teneva la prima messa nella basilica di S. Maria Maggiore; dopo, prima del sorgere del sole, celebrava la seconda in Anastasia; infine, all’alba, la terza messa in S. Pietro. L’uso di celebrare a Roma il Natale in data fissa, il 25 dicembre, era già documentato a partire dal 336 e. v. nel Depositio Martyrym, il calendario liturgico di Filocalo (in precedenza non c’era tradizione unitaria sulla ricorrenza e le comunità cristiane la festeggiavano con irregolarità e in mesi diversi). Era stato Costantino – l’imperatore che aveva già concesso la libertà di culto ai cristiani nel 313 e si era occupato della data della Pasqua nel 325 (Nicea) – a sovrapporre la festa per la nascita del Cristo alla ricorrenza romana della nascita del Sole invincibile (Natalis Solis Invicti), festa calendariale che Aureliano, nel 274 e.v., stabilì al 25 dicembre, al culmine delle feste solstiziali che seguivano i Saturnali e a suggello millenario della tradizione di culti solari che attraversava tutta la storia della romanità e del mondo italico (dalla Valcamonica ai Pelasgi, dall’Ausel del sabini all’An-sur, il non spento, di Terracina, dal Monte del Sole/Soratte, al Sol Indiges di Laurento, sino alla definitiva consacrazione augustea, con l’edificazione del tempio di Apollo entro il pomerio). Il Cristo che-ci-salva-la-vita, dunque, prendeva il posto del Sole che-dà-la-vita. Ma Costantino si spinse anche oltre. Fece in modo che la prima officiatura del natale di Cristo avvenisse proprio nella chiesa di Anastasia (Silvestro vescovo, 326 e.v.). E perché mai? Oltretutto, l’imperatore aveva già spostato la capitale a Bisanzio/Costantinopoli. Sarà forse perché a ridosso della basilica di Anastasia, edificata su una porzione del palazzo/santuario di Augusto (il frontale, che sporgeva sul Circo Massimo), c’è il Lupercale? (*)

Costantino, facendo celebrare la prima messa di Natale, e fissandola simbolicamente in Anastasia, prese “politicamente” due piccioni con una fava, imponendo la svolta (cristiana) alla storia. Operando una ulteriore sovrapposizione/mistificazione dopo quella della data, assimilò (e tombò) la natività di Roma, rappresentata dal Lupercale, all’altra natività d’importazione, quella del Nazareno e della sua capanna/grotta/spelonca di Betlemme, trasformando così il vecchio culto in favore del nuovo, con una forzatura che tuttavia non operava tagli netti alla Tradizione. Grotta per grotta, nascita per nascita. E, da romano-nonostante-tutto, lo fece in situ, per assicurarsi coerenza formale e continuità ideale (non a caso aveva fatto precedere l’erezione della sua Costantinopoli dai riti romani di fondazione). Da Roma, e solo da Roma, con la sua autorevolezza e con le e sue consolari, la novità del Natale cristiano poté espandersi, come fece, a tutto il mondo conosciuto e dominato: dall’Italia alla Bretagna, alla Spagna, all’Africa settentrionale, al Medio oriente, ai Balcani. Se oggi festeggiamo il 25 dicembre, con l’annesso immaginifico della grotta e della nascita del “Salvatore” figlio di dio e di vergine, è grazie a tutto questo. Dunque, come ha ben scritto Carandini (La casa di Augusto. Dai “Lupercalia” al Natale, Roma-Bari, 2008) è assolutamente certo che “alle pendici del Palatino si erano succeduti natali, epifanie e fondazioni tra Romolo, Augusto e Cristo”, ma questa verità, incontestabile, è oggi assai imbarazzante per la Chiesa cattolica. È questo il motivo per cui, per Roma e per l’Italia, il Lupercale deve rimanere sepolto? Col favore degli insipienti e dell’opinione pubblica, crediamo che più di qualcuno pensi sia un bene che Romolo rimanga una favoletta: sai mai che possa tornare alla memoria che pure lui è figlio di dio (Marte) e di vergine (Rea Silvia).

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