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Archivio per Roberto Paura

La scelta dell’ibernazione | Fantascienza.com


Ricco numero questo di Delos209, almeno per i miei interessi specifici; segnalo quindi quest’articolo di Roberto Paura sull’ibernazione, sullo stato dell’arte e su quali prospettive potrebbero aprirsi nel prossimo futuro; al momento, va ribadito, la tecnica e la tecnologia usata non hanno permesso il risveglio di nessun ibernato, siamo ancora nel campo delle ipotesi, comunque affascinanti e promettenti.

A oggi in tutto il mondo sono note circa 250 persone ibernate. Dopo Alcor, la seconda istituzione di maggior successo è il Cryonics Institute, nel Michigan, che conserva 103 pazienti ibernati. Non è noto invece quanti siano gli animali domestici sottoposti a conservazione criogenica. Non è difficile capire perché il mercato sia dominato da così poche realtà. Sono infatti necessari protocolli stringenti. L’istituzione che mette a disposizione la tecnologia e la conservazione deve, da parte sua, garantire la possibilità di conservare il corpo – o il cervello – per molto tempo, quanto necessario affinché la scienza si evolva fino a trovare il modo di riportare in vita i propri pazienti. Inoltre, poiché per legge non è possibile effettuare il processo criogenico prima della morte, è necessario attendere la morte biologica e intervenire immediatamente dopo, già al capezzale del defunto, per evitare che si avvii il processo di decomposizione. Il corpo va ibernato quando ancora tutte le funzioni vitali periferiche sono attive, e solo il cuore ha smesso di battere.

Dalla prima fondazione nata con lo scopo di trasformare l’idea fantascientifica dell’ibernazione in realtà, nel 1964 (la già citata Life Extension Society), nel corso degli anni sono nate decine e decine di aziende e istituzioni private, principalmente negli Stati Uniti. La prima persona sottoposta al processo di ibernazione fu James Bedford, professore di psicologia, nel 1967, attualmente conservato in ottimo stato (almeno apparentemente) alla Alcor. Il successo di questa società, che oggi vanta il maggior numero di “pazienti” al mondo, dipende dallo sviluppo di un protocollo medico per la criogenia imitato da tutte le altre aziende nate successivamente, e noto come “standby”, perché avvia le procedure entro un minuto o poco più dalla dichiarazione legale di decesso del paziente. A partire dagli anni ’90, inoltre, Alcor ha iniziato a sperimentare una tecnica nota come “vetrificazione”, che attraverso l’impiego di alcune sostanze impedisce il congelamento vero e proprio, bloccando la formazione di ghiaccio negli organi, e aumenta la viscosità degli agenti criogenici. Dopo alcuni test di successo applicati ai soli cervelli, dal 2005 Alcor ha esteso la tecnica all’intero corpo dei pazienti.

Gli scienziati sono tuttora divisi sull’effettiva possibilità di successo dell’ibernazione. Finora nessuno dei pazienti è mai stato “scongelato”. È ovvio, perché la medicina è ancora lontana dal poter garantire il loro ritorno in vita. Ma è anche vero che, negli ultimi anni, sempre più esperti hanno cominciato a sostenere l’ipotesi criogenica, con l’evolversi delle tecniche di ibernazione e soprattutto con il progredire della ricerca nel campo dell’estensione della speranza di vita umana. Kim Suozzi ha coniato un motto per la sua campagna a favore dell’ibernazione: “Live again or die trying”: vivi di nuovo, o muori provandoci.

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Il deserto del reale e l’inversione tra fatti e finzione | L’INDISCRETO


Su L’indiscreto un articolo di Roberto Paura che indaga alcuni perversi meccanismi che si instaurano tra realtà e fakenews, generando un causa-effetto che si riflette nelle opere cinematografiche in primis, ma soprattutto nella cultura del reale, che si autoinfluenza con suggestioni e complottismi: un’iperrealtà che buca qualsiasi considerazione sulla coscienza di ciò che abbiamo intorno, e dentro. Un estratto:

Ad arrivare è il giorno in cui la fiction esce dal mondo virtuale di Internet ed entra nella realtà. Il giorno in cui la capacità di inventare storie invade il mondo reale e lo trasforma. Il giorno in cui i simulacri teorizzati da Jean Baudrillard trasformano il reale in simulazione. Il sociologo francese aveva già previsto tutto molto tempo fa. In Simulacres et simulation, influente testo apparso per la prima volta nel 1981, Disneyland assurgeva, nel discorso di Baudrillard, a incarnazione dell’iperreale: un posto del mondo reale in cui l’invenzione fittizia ha preso il sopravvento, nella forme di aree a tema come Frontierland, Tomorrowland, Fantasyland, simulacri provenienti dalla fiction (nella fattispecie dalla fiction inventata dagli studi di Walt Disney) che rimpiazzano “appezzamenti” di realtà, sostituendosi ad essi, producendo “simulazioni” nelle quali spendiamo volentieri intere giornate della nostra esistenza. Come nella recente Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer, in cui un diverso livello di realtà, del tutto alieno, si sostituisce a quello ordinario e familiare, dapprima in un punto preciso del pianeta (la costa di un remoto arcipelago), poi gradualmente minacciando di invadere il mondo intero, operando la sua subdola opera di sostituzione del reale con il suo simulacro. Nell’età iperreale, sostiene Baudrillard, non c’è più spazio per la fiction, ma nemmeno per il reale: queste vecchie categorie hanno ceduto il posto a un mondo nuovo, «i modelli non costituiscono più l’immaginario in relazione al reale, sono essi stessi un’anticipazione del reale». Nel suo libro La stella nera. Magia e potere nell’era di Trump (2017), Gary Lachman analizza le credenze della Chaos magick (termine coniato da Aleister Crowley), una forma di occultismo postmoderno, nei gruppi online che hanno appoggiato l’elezione di Trump. Di fondo, l’idea che è sia possibile operare attraverso la Rete con particolari invenzioni memetiche, per esempio la celebre “Pepe the Frog”, la rana verde antropomorfa diventata un simbolo dell’alt-right americano, per influenzare e modificare la realtà. Alla base c’è la convinzione, tipica del New Thought, che il pensiero positivo possa far avverare i propri desideri, idea diventata vera e propria concezione pseudoscientifica con la “legge di attrazione”. La Chaos magick fa di più: opera su un piano evidentemente virtuale, ma in cui è possibile intervenire in modo fisico (la Rete), con la convinzione che il modello possa anticipare il reale, per usare l’espressione di Baudrillard. Spiega Lachman: «La meme magick ha a che fare con il momento in cui ciò che accade nel cyberspazio produce effetti sul mondo “reale”. Si tratta (…) di un aggiornamento tecno-alfabetizzato dell’antica credenza per la quale ciò che succede nell’immaginazione può avere conseguenze reali. I pensieri sono cose. E anche i meme». La conseguenza è che questo tipo di persone diventa particolarmente sensibile al meccanismo dell’inversione tra fatti e finzione. Opere di fiction vengono prese per reali o per prefigurazioni del reale. Per esempio, il romanzo Il campo dei santi di Jean Raspail, apparso in Francia nel 1973 e ambientato in un vicino futuro in cui l’Europa è invasa da un’intera flotta di disperati provenienti dall’India, che grazie al sostegno di “liberali benpensanti” riescono a insediarsi nel Vecchio Continente mettendolo a ferro e fuoco, diventa una prefigurazione della moderna, presunta invasione di immigrati verso l’Europa, o di quella delle carovane che dall’America Latina muovono verso il confine statunitense, provocando notti insonni nei bianchi conservatori dei villaggi della Bible Belt. In Russia, l’ex viceministro della difesa dell’autoproclamata repubblica popolare di Doneck, in Ucraina, sotto protettorato russo, è uno scrittore di fantascienza, Fyodor Berezin, convinto che la nostra realtà sia una simulazione informatica realizzata all’interno di un buco nero, e che sia possibile, attraverso la fiction, sfruttare i glitch – gli errori di codice – di questa matrix «per spostare i confini della realtà ammissibile». Barkun, del resto, ci aveva avvisato, quando scriveva che il meccanismo di inversione fatti-finzione si basa sul convincimento che «il mondo dei fatti è in realtà una finzione e ciò che sembra finto è in realtà un fatto».

Sempre più stretti | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos205, un articolo di Roberto Paura che traccia gli scenari plausibile del futuro da sovrappopolazione – o forse no – analizzandone gli eventuali flussi migratori e le urbanizzazioni selvagge. Un estratto:

Una cosa è certa: la popolazione all’interno dei contesti urbani non calerà, ma è anzi destinata ad aumentare sempre più. Entro il 2050 il 65% della popolazione mondiale sarà concentrata nelle aree urbane. Estendere a dismisura i confini delle nostre metropoli non può essere una soluzione, perché il verde naturale che viene fagocitato dal cemento e dall’asfalto non trova immediata sostituzione nel verde urbano, e perché in tal modo si sottrae spazio alla produzione di generi alimentari. Una prima soluzione, già adottata da oltre un secolo, è quella di sviluppare le città in altezza. Al momento il Burj Khalifa di Dubai detiene il record di altezza (828 metri), ma si tratta di un primato destinato a essere presto superato. I nuovi materiali superresistenti, come i tubi di carbonio o il grafene, potranno permettere la costruzione di edifici alti oltre un chilometro, e anche di più. Ad altezze elevate il vento è più forte, quindi pale eoliche sistemate sul tetto potranno produrre energia sufficiente a coprire i fabbisogni di ciascun grattacielo, in sinergia con i pannelli fotovoltaici. Vere e proprie città, insomma, autonome non soltanto dal punto di vista energetico. In cima o ai piano interrati potranno ospitare enormi centri commerciali dotati di tutto: un modello simile a quello del Marina Bay Sands a Singapore, tre torri di 150 metri di altezza unite da una tettoia che ospita parchi e strutture ricettive con una vista davvero mozzafiato.

Un’altra soluzione sarà quella di scendere in profondità. Non necessariamente a causa di gravi danni ambientali o catastrofi inevitabili, come la caduta di un meteorite. Ma semplicemente per sfruttare i vantaggi che può conferire l’abitabilità del sottosuolo: lì non importa che tempo faccia in superficie, per cui le coltivazioni – rigorosamente in serra o in colture idroponiche – non sono soggette alle condizioni meteo, e soprattutto non ci sono sprechi in termini di riscaldamento. Ad appena due metri di profondità, lontani dalla luce solare, la temperatura resta stabile sui 10°, perciò basta regolare il termostato per far sì che il termometro non vada mai sotto o sopra una temperatura stabilita, per esempio 25°, che secondo alcuni studi è l’ideale in un ambiente privo di umidità.

Se comunque non volessimo andare ad abitare sottoterra, potremmo perlomeno relegare al di sotto della superficie una delle cose meno piacevoli in assoluto delle nostre metropoli: il traffico. In Cina ci stanno già lavorando: il progetto prevede di scavare a Pechino 26 enormi tunnel all’interno dei quali far scorrere il traffico delle tangenziali e quello all’interno della cerchia più interna della città, da rendere completamente pedonale. In questo modo diventerebbe possibile ripulire l’aria della capitale cinese, il cui cielo somiglia sempre più “al colore di un televisore sintonizzato su un canale morto”, per usare una celebre espressione di un romanzo molto pessimista sul futuro delle nostre metropoli, Neuromanteiv. Nel sottosuolo di Pechino, il governo cinese intende concentrare anche uffici e centri commerciali, come pian piano sta già facendo Tokyo, la cui downtown è tra le più sviluppate al mondov.

Resta poi il mare, che copre i due terzi della Terra. LilyPad è il progetto dell’architetto belga Vincent Callebaut per ospitare su una città “anfibia” ben 50.000 abitantivi. Un po’ sopra e un po’ sotto la superficie, LilyPad è una città in grado di resistere all’innalzamento dei livello dei mari e di produrre energia sfruttando la forza mareale, il vento, il sole e non solo. Le pareti dell’isola sono composte da fibre di poliestere e biossido di titanio, capace di reagire ai raggi ultravioletti in modo da assorbire l’inquinamento atmosferico. LilyPad metterebbe in campo tutti gli ultimi ritrovati nel settore della biomimetica, che punta a creare tecnologie simili agli espedienti usati in natura per l’autoregolazione dei sistemi viventi. E in prospettiva si potrebbe pensare di vivere anche sott’acqua al livello dei fondali marini. Lì, enormi città protette da cupole trasparenti ma costruite con materiali solidissimi, capaci di resistere alla pressione enorme delle masse d’acqua sovrastanti, potrebbero svilupparsi all’occorrenza per centinaia di chilometri, collegando le varie cupole attraverso tunnel all’interno dei quali scorre il traffico cittadino. Forse non sarebbe possibile allevarci animali, ma niente impedirebbe di avere una ricca dieta a base di pesce e di altri alimenti coltivati con le moderne tecniche che possono fare a meno del terreno in superficie per crescere.

L’ultima frontiera: computer quantistici | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos204, una disquisizione molto articolata e puntuale di Roberto Paura sullo stato attuale della computazione quantistica. Un estratto:

Il computer quantistico rappresenta l’ultima frontiera, il “Santo Graal” dell’informatica. È una tipologia di computer radicalmente diversa da quelli che utilizziamo normalmente, perché l’informazione che manipola si esprime non in bit ma in qubit. I qubit superano la staticità dei bit, che possono assumere solo due stati, lo 0 e l’1 secondo il codice binario. La meccanica quantistica, che è valida a scale subatomiche, sostiene invece che una particolare proprietà può coesistere in diversi stati nello stesso momento. Per esempio, lo spin di un atomo – il suo “senso di rotazione”, che può essere, per dirla semplicemente, verso destra o verso sinistra – non è definito in maniera precisa a meno che non si effettua una misurazione. Se questa misurazione non viene effettuata, l’atomo possiede allo stesso tempo lo spin destrorso e sinistrorso, cioè una sovrapposizione di stati. È come se il bit fosse al contempo 0 e 1. In questo caso, va da sé, l’elaborazione dell’informazione compie un balzo da gigante, e il numero di operazioni al secondo che può realizzare un computer quantistico è tale da permetterci di realizzare cose fantascientifiche: dalla realizzazione di reti di sicurezza inviolabili grazie a sistemi di criptaggio perfetti alla simulazione di interi universi.

Si parla da anni di computer quantistici ma, per la verità, siamo ancora lontani. Non che non ci si stia lavorando, anzi: i centri di ricerca dedicati unicamente a questo problema sono moltissimi e ben finanziati. Il problema è costituito dalle enormi difficoltà pratiche poste dalla realizzazione di un computer quantistico. Lavorare su scale subatomiche non è semplicissimo, poiché è necessario raggiungere condizioni veramente proibitive – per esempio temperature prossime allo zero assoluto – e soprattutto operare con concetti che i fisici stessi non capiscono perfettamente. Alcuni pensano che un vero computer quantistico sia ancora ben al di là delle nostre conoscenze scientifiche e tecnologiche, e che sia più opportuno concentrarsi su risultati intermedi che permettano comunque di raggiungere alcuni dei risultati promessi dalla computazione quantistica: risolvere problemi impossibili per i nostri computer classici, anche per i supercomputer più potenti del mondo. Con il boson sampling, o “campionamento del bosone”, è possibile realizzare un surrogato di computer quantistico che sfrutta gli ultimi risultati della fotonica evitando i principali problemi finora irrisolti, come quello della decoerenza. I primi prototipi sono stati realizzati nel 2012 da quatto team internazionali.

La sfida di costruire un chip basato sul campionamento bosonico come via intermedia al computer quantistico universale fu lanciata nel 2010 da Scott Aaronson del MIT, che decise di mettere in palio 100mila dollari per chi fosse riuscito a dimostrare l’effettiva irrealizzabilità di un computer quantistico. Aaronson è parte di quella maggioranza di fisici e ingegneri sicura che gli unici problemi che impediscono oggi di avere un simile computer siano di tipo pratico – investimenti, tempo e innovazione tecnologica – e non teorico. A quanto sembra, il risultato raggiunto da questi quattro gruppi di ricerca dimostra che Aaronson è nel giusto e che, se forse ci vorrà tempo per un vero computer quantistico, qualcosa di simile potrà presto diventare finalmente realtà.

Se questo è il mondo pre-singolarità, in cui la guerra si sta sempre più trasferendo negli spazi virtuali di Internet, difficilmente il mondo post-singolarità sarà simile all’utopia sognata dai tecnoentusiasti. I guru della Silicon Valley hanno istituito qualche anno fa la Singularity University, finanziata da tutte le grandi compagnie della new economy, e della NASA, per formare i leader dell’era postumana. Ma il problema più difficile che questi leader di domani dovranno affrontare, se davvero la “promessa” sella singolarità si avvererà, sarà il gap che dividerà la postumanità necessariamente occidentale, concentrata nel Nord del mondo con i resti della vecchia umanità che continueranno ad abitare il Sud del mondo, inesorabilmente tagliato fuori dallo sviluppo tecnologico. E se il prezzo da pagare per godere di quest’evoluzione sarà quello di rendere incolmabili il divario che già oggi spezza il nostro pianeta a metà, non è detto che quello profetizzato dai singolaristi sia davvero il migliore dei mondi possibili.

Anteprima del nuovo numero di NeXT-Station


Tornano gli interventi su NeXT-Station. Un lauto antipasto del numero nuovo che presumibilmente uscirà a settembre, con una splendida sorpresa, ma solo per chi non la conosceva già: un magnifico racconto sul concetto di memoria scritto da Linda De Santi; poi il mio contributo per la rubrica Pulse, che racconta dei concerti del passato (quindi anche qui si va sul filo della memoria). Infine, un grandioso contributo di Roberto Paura che racconta di Nils Aall Barricelli e dei suoi modelli di machine learning.

Buona lettura, e vacanze, da parte di NeXT-Station, dai suoi curatori Giovanni De Matteo e Salvatore Proietti.

Il transumanesimo è davvero così pericoloso? | Esquire


Un bell’articolo di Roberto Paura sul Transumanesimo, da leggere tutto d’un fiato su Esquire. Ecco l’incipit:

Ci risiamo: il transumanesimo è di nuovo sotto attacco. Questa volta a muovere le critiche al controverso movimento tecno-utopista è il programma Report su Rai3, che nella puntata andata in onda il 2 aprile 2018 vi ha dedicato un servizio, commentato con dure parole dal conduttore Sigfrido Ranucci: “È una deriva inquietante. Se qualcuno riuscisse a condizionare le scelte politiche? Gran parte dei seguaci del transumanesimo vive nella Silicon Valley, e alcuni di loro occupano dei ruoli ai vertici di quelle aziende che stanno investendo su tecnologia, web e genetica. E se nessuno mette un freno, saranno in grado di dettare l’agenda dell’evoluzione umana indisturbati”.

La deriva tecnofascista è sempre dietro l’angolo, ma attenzione a generalizzare; vero è, comunque, che chi può permettersi le cure per la longevità è anche chi ha in mano una grossa quantità di denaro, e ciò è sufficiente per indirizzare la società verso i propri fini. Perché, come detta l’unico motto liberista, “Il mercato si regolamenta da solo, in base alle sue esigenze”. Ovvero alle esigenze del Capitale e di chi lo detiene. Voi che ne pensate?

Esiste il multiverso? | L’indiscreto


Su L’indiscreto un bell’articolo di Roberto Paura sul concetto di multiverso. Assai interessante, come dimostra questo stralcio:

David Deutsch, che insegna fisica all’Università di Oxford ed è oggi il principale sostenitore dell’interpretazione a molti mondi, ne dà la seguente spiegazione: «Ogni volta che osserviamo qualcosa – uno strumento scientifico, una galassia o un essere umano – in realtà guardiamo dalla prospettiva di un solo universo un oggetto più grande che si estende anche in altri universi. In alcuni di questi, l’oggetto ha esattamente lo stesso aspetto che ha per noi, in altri appare diverso o è del tutto assente. Quella che per un osservatore è una coppia sposata, in realtà è solo un frammento di una vasta entità che comprende molti esemplari fungibili della coppia, insieme ad altri esemplari dei due che hanno divorziato e ad altri che non si sono mai sposati».

L’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica comporta alcune conseguenze estremamente bizzarre. Una di queste fu ipotizzata da Hugh Everett: pur essendo un ateo convinto, egli riteneva che la sua teoria implicasse l’immortalità. Se infatti esistono innumerevoli copie di noi in altri mondi (o universi) che differiscono dal nostro solo per qualche minimo particolare, e se queste copie sono tutte fungibili (come Deutsch specificava nella citazione riportata sopra), il che vuol dire che non sono come noi, ma sono noi (esattamente come tutte le monete da un euro sono fungibili, cioè possono differire per piccole imperfezioni ma sono dal nostro punto di vista interscambiabili), allora siamo destinati a non morire mai: più precisamente, non osserveremo mai la nostra morte, poiché continueremo a vivere in quegli universi dove siamo ancora vivi, mentre non vivremo più in quelli dove la nostra morte si è verificata solo dal punto di vista degli osservatori esterni (per esempio i nostri familiari). Quando, qualche anno dopo la morte prematura di Everett a soli 51 anni, sua figlia Liz si suicidò, lasciò scritto che stava raggiungendo il padre in un universo parallelo.

Fisica quantistica per tutta la vita

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