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Nelle edicole Le cronache di Medusa | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’Urania Jumbo attualmente in edicola: Le cronache di Medusa, romanzo lungo di Alastair Reynolds e Stephen Baxter che hanno mosso la loro creatività dal finale del romanzo breve di Arthur C. Clarke, Incontro con Medusa. La quarta:

Anno 2099. Howard Falcon è un pilota spaziale dal passato burrascoso. Precipitato con il proprio dirigibile in un orrendo incidente occorso molti anni prima, Howard è stato strappato dalla morte grazie a tecniche di chirurgia sperimentale che ne hanno fatto un cyborg.
Come primo e unico immortale, metà uomo e metà macchina, Falcon è destinato a grandi cose, dalle più pericolose esplorazioni spaziali a contatto con creature aliene, come le gigantesche “meduse” presenti nell’atmosfera di Giove, e con i robot, di cui la civiltà umana si avvale sempre di più e la cui coscienza si sta risvegliando…
Giove esercita un fascino potente su Falcon, che tra un viaggio nel Sistema Solare e l’altro si rivelerà un punto di incontro prezioso nell’imminente conflitto tra uomo e macchina.

“Le cronache di Medusa” (The Medusa Chronicles, 2016), è il seguito del celebre racconto di Clarke A Meeting with Medusa del 1971, un’avventura spaziale erede della Golden Age della fantascienza.

Struggimento in codice


Lo struggimento del codice.

La necessità di pensare in termini inclusivi | Holonomikon


Continuando il discorso dei diritti degli esseri artificiali, Giovanni De Matteo approfondisce la riflessione con questo post, esaminando il saggio in oggetto scritto a quattro mani con Salvatore Proietti.

L’evoluzione tecnologica ha comportato effetti che non possono più essere ignorati: uno su tutti, la smaterializzazione dello spazio delle relazioni umane, con il web che è ormai diventato, come lo definisce il giurista Stefano Rodotà (al lavoro proprio su una Carta dei diritti di Internet con la commissione che presiede, costituita dalla Presidenza della Camera), il “più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto”, e che anche per questo necessita di una regolamentazione riconosciuta a livello transnazionale. Si tratta dello spazio in cui si svolge ormai gran parte delle nostre esistenze, quello che il filosofo Luciano Floridi chiama Infosfera e che ci rende tutti inforgs, organismi informazionali, soggetti ibridi.

Il concetto di postumanità, o di transumanesimo, implica tra le varie cose anche un allargamento della coscienza, che necessita di nuovi punti di vista per srotolarsi il più possibile corretto, libertario, non un’occasione da sfruttare per sfruttare, come siamo abituati da sempre a fare. La definizione del nuovo uomo, insomma, è la ghiotta e irripetibile occasione di farlo davvero nuovo quest’uomo, quest’intelligenza, così da non ricadere negli atavici errori dell’umanità storica: un uomo potenziato e autoritario avrebbe come conseguenza, stavolta, l’abnorme abbrutimento del futuro.

Verso Terminator: cubi-robot che si auto-assemblano – Corriere.it


Sul Corriere una segnalazione di minirobot in grado di assemblarsi e vivere di vita propria. A quando la nascita di un essere sintetico dotato di libero arbitrio?

Si tratta di cubi, chiamati M-Blocks, senza parti esterne in movimento ma contengono ciascuno un volano che può raggiungere una velocità di 20 mila giri al minuto. Quando il volano si arresta passa il suo momento angolare passa ai cubi, che hanno magneti sui bordi. In questo modo i cubetti sono in grado di arrampicarsi, aggirare e saltare uno sull’altro oppure allinearsi in numerose disposizioni.

Terza generazione


Sembra di essere travolti da una continua estensione del dominio dei droni, suppellettili compatibili con le API cibernetiche da ascolto dei piccoli robot sfuggiti alla regola nano, per cui ogni standard va rapidamente miniaturizzato per essere iniettato. Il senso di tutto ciò? Sfuggire all’antropizzazione, sia pure di terza generazione.

Lingodroids: robot sviluppano linguaggio di comunicazione parlato


Robots used for the high-throughput screening ...

Image via Wikipedia

Interessante articolo, anche se logico per gli – in qualche modo – addetti ai lavori, che riguarda i linguaggi di comunicazione adottati tra i robot, gli umani, computer. Sono coinvolte semantiche sofisticate eppure non troppo lontane da quelle usate tra umani, anche se con un’estetica e un supporto linguistico parecchio differente da quello usato da noi.

Il dettaglio di queste indagini è presente su DitaDiFulmine.com, e ha un incipit del genere:

Un linguaggio di programmazione è sostanzialmente un metodo di comunicazione tra un essere umano e un computer, o tra due macchine in grado di scambiarsi informazioni. Sebbene un linguaggio di programmazione sia dotato di una propria sintassi, di un lessico e di una semantica ben definiti e ragionati da un essere umano, si tratta sostanzialmente di una forma di comunicazione uomo-computer o computer-computer differente da un qualsiasi linguaggio naturale.

Un esempio semplice da comprendere è quello della creazione di una pagina web. La pagina che state leggendo è un contenitore di differenti linguaggi di programmazione, che serviranno a comunicare sia al server su cui è ospitata, sia al browser che la legge, come deve essere eseguita affinchè possiamo visualizzarla correttamente sul nostro monitor e leggere i dati che contiene.

Allo stesso modo, due computer possono comunicare utilizzando linguaggi o protocolli definiti a priori dal programmatore, e ben lontani per struttura e significato dalle forme di comunicazione utilizzate da un essere umano per scambiare informazioni con altri esseri umani.

Il linguaggio appare davvero come un virus che si insinua tra elementi non senzienti, portandoli a un grado di autoconsapevolezza variabile, ma comunque non banale. Ma siamo poco oltre gli inizi di queste indagini, aspettiamoci grosse sorprese nel prossimo futuro.

Lingodroid: robot che creano la comunicazione


Questo è l’intrigante titolo di un post apparso su GadgetBlog.it. L’argomento è interessante perché riguarda la semantica che i robot potrebbero adottare nel prossimo futuro, a un passo da SkyNet, a un passo dall Singolarità Tecnologica, quindi.

Ecco il post in questione:

Ruth Schulz, ricercatore della School of Information Technology and Electrical Engineering, da anni lavora sui robot per ottenerne una versione parlante in grado di imparare l’uno dall’altro. Al posto di fornire ai robot un linguaggio primitivo già pronto, come un linguaggio di programmazione o un set di parole base con significato predeterminato, la ricercatrice ha fatto in modo che creassero delle parole proprie per descrivere le situazioni in cui si trovano. Pian piano i robot sviluppano un linguaggio che comprendono tra loro, ma che a noi profani sembra privo di senso.

I robot in questione si chiamano Lingodroids e hanno la capacità di creare legami comunicativi con altri robot della stessa specie. Hanno il compito di creare una mappa di parole costruite intorno agli spostamenti sulle tre ruote, sfruttando una telecamera, un sonar e capacità audio (in entrata ed uscita). Ogni volta che un Lingodroid si trova in una nuova area, ne crea la mappa utilizzando lo SLAM (Simultaneous Localisation and Mapping): mette in memoria quanto osserva utilizzando una griglia, un punto di interesse e una combinazione topologica unica.

Una volta che l’area viene identificata con lo SLAM, il robot decide una parola che la rappresenti utilizzando una lista di sillabe in memoria. La parola viene poi trasmessa agli altri robot che la utilizzeranno per identificare la zona. Al momento l’esperimento si basa su una comunicazione veramente semplice, ma che evolverà in una mappa di parole chiave più complessa.


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E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

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