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L’Italia dei barbari (Audible 2022) | nonquelmarlowe


Lucius Etruscus segnala un audiolibro (media che non amo, ma non importa) sul tema dell’invasione barbarica al termine dell’Impero Romano d’Occidente: L’Italia dei barbari, di Claudio Azzara.
Mi preme sottolineare il passaggio sottostante, perché indice dell’odio feroce che si scatenò in seguito tra Occidente e Oriente, tra Costantinopoli (anch’essa in qualche modo barbara, ma ancora pregna di tutto l’orgoglioso e legittimo apparato imperiale) e Roma, il Sacro Romano Impero, annacquato dalle identità barbare e ormai altro. Conflitto che si trascina identico fino ai nostri giorni.

In questo delizioso racconto dell’Italia barbarica, Azzara ci mostra come anno dopo anno, secolo dopo secolo, la filosofia di inclusione dell’Impero, da sempre attanagliato dalla carenza di popolazione autoctona e quindi sempre in cerca di “rinforzi” esterni, aveva reso la divisione tra “romano” e “barbaro” decisamente diversa da come la intendiamo noi. Un barbaro che entrava nell’Impero, ne sposava la filosofia, ne assumeva lingua, culti e usanze, non aveva più senso chiamarlo “barbaro”, termine usato per quelli che vivevano fuori dal limes, dal confine. Come si fa quindi a definire “barbari” quelli che hanno abitato l’Italia una volta crollato l’Impero, visto che erano romani a tutti gli effetti?

Mi diverto a fare una dimostrazione per assurdo. Immaginiamo che un domani l’ennesima variante del Covid o il vaiolo delle scimmie o la peste suina o la tosse caprina o qualche altro malanno che ci piove addosso colpirà solo gli italiani: nel 2122 saranno estinti gli italiani e rimarranno solo gli “stranieri” nella Penisola. Dovremmo chiamarli barbari? E perché? Vivono qui da una vita, spesso ci sono pure nati, qui, spesso parlano italiano molto meglio degli “autoctoni”, seguono le usanze italiane, hanno vizi e virtù italici, perché mai dovremmo chiamarli “barbari” quando non fanno che preservare l’eredità italica?
Premettendo che questo è un mio esempio, non voglio attribuire pessime idee al professor Azzara, i barbari che ho trovato in questo saggio non fanno nulla di “barbarico”, visto che nella loro mente si sentono romani, nel senso di successori dell’Impero appena crollato.

Sguardi su Nèfolm


Visioni ipnagogiche su Nèfolm, quando le intersezioni dimensionali abbracciano le necessità surreali della Volontà.

Il fisco a Roma: dalle origini al II secolo d.C. – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis una ricerca articolata su più secoli che determina quali furono le forme di tassazione usate nell’antica Roma; qui sotto l’incipit:

I cittadini romani non furono sottoposti a un regolare sistema di tassazione sul patrimonio e sulla rendita personale, ma al pagamento di alcune imposte indirette che gravavano sulle merci in vendita e su quelle che transitavano nel circondario dell’Urbe. A partire dall’età regia, sulle derrate in entrata o in uscita dalla res publica fu stabilita una tassa per il transito (portorium) che variava a seconda del tipo di merce; alcuni prodotti di lusso provenienti dall’Oriente, come i tessuti ricamati in oro e le perle, erano gravati da imposte di gran lunga superiori ad altre merci. L’unico reale tributo che lo Stato romano impose in ogni epoca ai suoi cittadini, sulla base del census personale, fu la tassa per sostenere le spese belliche, «a causa della scarsità delle finanze e della frequenza delle guerre» (propter aerarii tenuitatem assiduitatemque bellorum, Cic. off. II 74). Lo storico Livio (I 42-43) informa che tale imposta sarebbe stata istituita già al tempo di re Servio Tullio, «il fondatore di ogni distinzione di classe fra i cittadini» (conditorem omnis in civitate discriminis ordinumque), quando i Romani furono censiti e suddivisi in cinque classi, «non per testa, come in passato, ma a seconda della condizione finanziaria di ciascuno» (non viritim, ut ante, sed pro habitu pecuniarum), con l’intento di distribuire gli oneri della pace e della guerra tra la popolazione in maniera adeguata all’entità del «reddito» (census) di ognuno.

Le cohortes vigilum: la piaga degli incendi nell’antica Roma – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis un approfondimento sugli scenari urbani nell’antica Roma, edilizia popolare che facilmente poteva trasformarsi in trappola per la popolazione meno abbiente, mentre sullo sfondo si agitavano rapaci i costruttori edili; in tutto ciò, si muovevano le cohortes vigilum.

Gli incendi a Roma erano fenomeni assai frequenti e costituivano un serissimo problema. All’interno delle abitazioni il fuoco era utilizzato per moltissimi scopi: per cucinare, per riscaldare, per illuminare. Era perciò sufficiente anche una minima negligenza, una lieve distrazione, perché una delle tante fiamme libere investisse le strutture lignee dei tetti, dei solai e dei tramezzi, causando un principio d’incendio. A partire dai secoli finali del periodo repubblicano, la popolazione residente nell’Urbe era aumentata in modo impressionante ed esponenziale, e molti speculatori avevano approfittato della situazione, costruendo strutture precarie, spesso senza un distanziamento sufficiente tra un edificio e l’altro. Di conseguenza, le condizioni di sicurezza all’interno dei quartieri residenziali erano spesso pessime (Vitr. De arch. II 8, 20; 9, 16; Juv. III 197-222).
Nella costruzione degli stessi monumenti pubblici, le precauzioni anti-incendio si limitavano a evitare contatti troppo ravvicinati con i caseggiati circostanti. In età repubblicana la prevenzione e l’intervento contro questi disastri erano appannaggio dei tresviri nocturni (cfr. Liv. XXXIX 14, 10), in seguito affiancati a dei funzionari ausiliari, i quinqueviri cis Tiberim: gli uni e gli altri disponevano di squadre di servi pubblici; è noto anche che alcuni privati mettessero a disposizione della cittadinanza i propri schiavi, gratuitamente o a pagamento, come nel caso di Marco Egnazio Rufo, uno dei dissidenti di Augusto, che nel 26 a.C., durante la sua edilità, aveva riscosso non poca popolarità grazie alla tempestività con cui soccorse i concittadini colpiti da un incendio (Vell. II 91, 2; DCass. LIII 24, 4-6). Uno dei quartieri più popolosi di Roma, in cui gli speculatori spadroneggiavano, era certamente la Suburra: era altresì tristemente noto per la frequenza degli incendi. Così, nella realizzazione del suo Foro, Ottaviano Augusto fece innalzare un alto muro di peperino e pietra gabina allo scopo di schermare il nuovo complesso dal quartiere retrostante.

La competenza specifica dei vigiles (νυκτοφύλακες) era, dunque, la prevenzione e lo spegnimento degli incendi, ma è noto che si occupassero anche dei servizi notturni di ronda e svolgessero compiti di polizia. Ciascuna coorte era posta al controllo di due delle quattordici circoscrizioni in cui era suddivisa l’Urbe; i vigiles erano perciò dislocati in una caserma principale, detta statio o castra (CIL XIV 4381 = ILS 2155; CIL XIV 4387), posta in una regio, e in un distaccamento (excubitorium) in quella vicina (CIL VI 3010 = ILS 2174), in modo da garantire in tutta la città la massima tempestività di intervento. A testimonianza di ciò soccorrono anche le rovine delle caserme rinvenute sia in Roma sia a Ostia. Il loro comandante non era un magistrato, ma disponeva di notevoli poteri di coercitio, che nel corso del tempo si accrebbero: rientravano nelle sue prerogative la lotta contro gli incendi dolosi o appiccati per negligenza, i danneggiamenti, i furti e le questioni inerenti la proprietà privata e l’impiego delle acque (Dig. I 15, 3; Cassiod. Var. VII 7; VI 8).

Il superamento delle istituzioni repubblicane – Studia Humanitatis – παιδεία


Sempre nell’ambito del Compleanno di Roma, un lungo articolo su StudiaHumanitatis che ripercorre i dati politici salienti del principato di Ottaviano, forse la figura più elevata di tutta la storia imperiale romana. Un estratto:

La grandezza di Augusto fu, com’è noto, nella straordinaria capacità di bene amministrare un’eredità e una vittoria. L’eredità era il carisma, i beni e soprattutto le fedeli legioni del padre adottivo, Cesare: un’eredità all’inizio per forza di cose spartita, ma ritornata intera nelle mani del giovane Ottaviano dopo la definitiva vittoria su Antonio. All’indomani della battaglia di Azio, non c’era a Roma alcun avversario che potesse compromettere o minare il suo potere. Lepido era una figura ormai di secondo piano, che visse tuttavia tanto a lungo da irritare forse il princeps, che ambiva a sostituirlo nella dignità di pontifex maximus. La situazione non era dissimile da quella di Cesare vincitore su Pompeo, era anzi più favorevole, trovandosi Ottaviano di fronte a un Senato provato dalle guerre civili e dalle proscrizioni. Tuttavia, a differenza del prozio, il giovane Cesare si guardò bene dall’assumere la dittatura.

Nel corso del tempo fu anzi percepibile un graduale ma costante allontanamento dalla figura del padre adottivo, assunto in cielo. In questo atteggiamento è chiaramente da vedersi un distacco, già presente nei primi temi, dall’idea di regalità che Cesare, comunque, emanava. La storia delle soluzioni trovate per consolidare, sul piano istituzionale, il potere di Augusto è lunga e complessa. Quale sia stato, nel corso del tempo, il fondamento giuridico dei poteri del princeps è infatti questione che ha da sempre occupato storici e studiosi del diritto.
La constatazione che il potere di Augusto era, in ogni caso, fuori dall’ordinario e, di conseguenza, da ogni schema possibile nella struttura istituzionale repubblicana, dovrebbe in apparenza scoraggiare ogni ricerca riguardo all’esatto contenuto giuridico di questi poteri. Eppure, non si tratta di una questione formale o addirittura cavillosa. Ricostruire con certezza il complesso meccanismo messo a punto in diverse fasi, nel corso del tempo, è in realtà fondamentale per apprendere quale fosse il contenuto che Ottaviano stesso attribuiva al proprio ruolo politico o, in altre parole, come lo giustificasse: seguire le tappe di questo percorso significa quindi, in certo modo, fare luce su tutta un’epoca e, in particolare, sulle aspettative dei cittadini romani e italici, che ad Augusto avevano dato il proprio consenso (coniuratio totius Italiae).

La prima guerra (751-752 a.C.). I primi trionfi di Roma – TRIBUNUS


Su Tribunus, visto che oggi è il compleanno di Roma, un bell’articolo storico che ripercorre i primi trionfi della Città Eterna sotto l’egida del suo fondatore, Romolo. Un estratto:

Secondo il racconto tradizionale Romolo, dopo aver fondato la città e aver dato un ordine alle istituzioni religiose e politiche, si ritrova con un enorme problema di tipo demografico. Se la popolazione della sua nuova città continua a crescere, alimentata da esuli e transfughi da città e popolazioni vicine che ora vanno a costruire il primo nucleo del popolo romano, tale crescita non può essere sostenuta a lungo.

Secondo Dionigi di Alicarnasso, all’inizio Romolo predispone alcuni stratagemmi per far sì che la città, la cui popolazione è costituita soprattutto da transfughi, avventurieri e schiavi di città vicine, sia popolosa. In primo luogo, impedisce a chiunque di esporre o comunque disfarsi dei proprio figli maschi e delle figlie primogenite sotto i tre anni di età, a meno che non siano davvero malati o deformi, e in ogni caso non prima di aver mostrato il bambino e aver ottenuto l’approvazione a farlo da cinque dei propri vicini di casa. Oltre a ciò, per permettere e favorire l’arrivo di fuggiaschi dalle città vicine, fa onorare un tempio in un luogo conosciuto dai Romani come inter duos lucos, cioé “tra due boschi” – una località non perfettamente identificata sul Capitolino. Dionigi non sa ben dire la divinità quale sia, ma probabilmente si tratta di Veiove, dio dell’asilo, divinità alla quale sarà dedicato un tempio proprio nelle vicinanze in età repubblicana. Chiunque avesse cercato riparo nel nuovo Asylum, sarebbe stato protetto e gli sarebbe stata riconosciuta la cittadinanza romana e un appezzamento tra quelli che un giorno sarebbero stati sottratti ai nemici.
La città in questo modo cresce, ma non può sostenere la sua crescita da sola: sono infatti assenti abbastanza donne che possano mettere al mondo la prima generazione di Romani nati nella nuova città.

Roma o Remoria?


La fortezza quadrata nasconde risvolti tondi.

Chemical Waves – In need on the Marquee Square (feat. LOVATARAXX)


Nelle pieghe di Roma, il buio più profondo respira e vive.

Versipellis. La licantropia nel mondo romano – TRIBUNUS


Su Tribunus un articolo che tratteggia il concetto di licantropia che si aveva nell’antichità romana tramite gli scritti di Petronio, l’unico autore latino in cui sembra presente il mito dell’uomo-lupo.

Tra le varie forme di metamorfosi animali attestate nella letteratura latina, vi è anche la licantropia – attraverso la quale l’uomo si trasforma in un lupo, e non in un “lupo mannaro” come siamo abituati a immaginarlo oggi.
La licantropia, nella cultura romana, si presenta in due aspetti. Uno è involontario, e corrisponde a una punizione divina, per la quale si regredisce a uno stato ferino (ricordando così il mito greco di Licaone, punito dagli dèi dopo aver commesso atti antropofagici). Il secondo aspetto invece è totalmente volontario. Attraverso l’uso della magia, l’individuo cerca volontariamente la trasformazione in animale, come espressione di potenzialità super-umane.

Un dettagliato e famoso episodio di licantropia, che racchiude molti degli aspetti legati al folklore medievale e moderno sul lupo mannaro, è raccontato da Petronio (Satyricon 62, 1-14).

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