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Archivio per Roma

Le cohortes vigilum: la piaga degli incendi nell’antica Roma – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis un approfondimento sugli scenari urbani nell’antica Roma, edilizia popolare che facilmente poteva trasformarsi in trappola per la popolazione meno abbiente, mentre sullo sfondo si agitavano rapaci i costruttori edili; in tutto ciò, si muovevano le cohortes vigilum.

Gli incendi a Roma erano fenomeni assai frequenti e costituivano un serissimo problema. All’interno delle abitazioni il fuoco era utilizzato per moltissimi scopi: per cucinare, per riscaldare, per illuminare. Era perciò sufficiente anche una minima negligenza, una lieve distrazione, perché una delle tante fiamme libere investisse le strutture lignee dei tetti, dei solai e dei tramezzi, causando un principio d’incendio. A partire dai secoli finali del periodo repubblicano, la popolazione residente nell’Urbe era aumentata in modo impressionante ed esponenziale, e molti speculatori avevano approfittato della situazione, costruendo strutture precarie, spesso senza un distanziamento sufficiente tra un edificio e l’altro. Di conseguenza, le condizioni di sicurezza all’interno dei quartieri residenziali erano spesso pessime (Vitr. De arch. II 8, 20; 9, 16; Juv. III 197-222).
Nella costruzione degli stessi monumenti pubblici, le precauzioni anti-incendio si limitavano a evitare contatti troppo ravvicinati con i caseggiati circostanti. In età repubblicana la prevenzione e l’intervento contro questi disastri erano appannaggio dei tresviri nocturni (cfr. Liv. XXXIX 14, 10), in seguito affiancati a dei funzionari ausiliari, i quinqueviri cis Tiberim: gli uni e gli altri disponevano di squadre di servi pubblici; è noto anche che alcuni privati mettessero a disposizione della cittadinanza i propri schiavi, gratuitamente o a pagamento, come nel caso di Marco Egnazio Rufo, uno dei dissidenti di Augusto, che nel 26 a.C., durante la sua edilità, aveva riscosso non poca popolarità grazie alla tempestività con cui soccorse i concittadini colpiti da un incendio (Vell. II 91, 2; DCass. LIII 24, 4-6). Uno dei quartieri più popolosi di Roma, in cui gli speculatori spadroneggiavano, era certamente la Suburra: era altresì tristemente noto per la frequenza degli incendi. Così, nella realizzazione del suo Foro, Ottaviano Augusto fece innalzare un alto muro di peperino e pietra gabina allo scopo di schermare il nuovo complesso dal quartiere retrostante.

La competenza specifica dei vigiles (νυκτοφύλακες) era, dunque, la prevenzione e lo spegnimento degli incendi, ma è noto che si occupassero anche dei servizi notturni di ronda e svolgessero compiti di polizia. Ciascuna coorte era posta al controllo di due delle quattordici circoscrizioni in cui era suddivisa l’Urbe; i vigiles erano perciò dislocati in una caserma principale, detta statio o castra (CIL XIV 4381 = ILS 2155; CIL XIV 4387), posta in una regio, e in un distaccamento (excubitorium) in quella vicina (CIL VI 3010 = ILS 2174), in modo da garantire in tutta la città la massima tempestività di intervento. A testimonianza di ciò soccorrono anche le rovine delle caserme rinvenute sia in Roma sia a Ostia. Il loro comandante non era un magistrato, ma disponeva di notevoli poteri di coercitio, che nel corso del tempo si accrebbero: rientravano nelle sue prerogative la lotta contro gli incendi dolosi o appiccati per negligenza, i danneggiamenti, i furti e le questioni inerenti la proprietà privata e l’impiego delle acque (Dig. I 15, 3; Cassiod. Var. VII 7; VI 8).

Il superamento delle istituzioni repubblicane – Studia Humanitatis – παιδεία


Sempre nell’ambito del Compleanno di Roma, un lungo articolo su StudiaHumanitatis che ripercorre i dati politici salienti del principato di Ottaviano, forse la figura più elevata di tutta la storia imperiale romana. Un estratto:

La grandezza di Augusto fu, com’è noto, nella straordinaria capacità di bene amministrare un’eredità e una vittoria. L’eredità era il carisma, i beni e soprattutto le fedeli legioni del padre adottivo, Cesare: un’eredità all’inizio per forza di cose spartita, ma ritornata intera nelle mani del giovane Ottaviano dopo la definitiva vittoria su Antonio. All’indomani della battaglia di Azio, non c’era a Roma alcun avversario che potesse compromettere o minare il suo potere. Lepido era una figura ormai di secondo piano, che visse tuttavia tanto a lungo da irritare forse il princeps, che ambiva a sostituirlo nella dignità di pontifex maximus. La situazione non era dissimile da quella di Cesare vincitore su Pompeo, era anzi più favorevole, trovandosi Ottaviano di fronte a un Senato provato dalle guerre civili e dalle proscrizioni. Tuttavia, a differenza del prozio, il giovane Cesare si guardò bene dall’assumere la dittatura.

Nel corso del tempo fu anzi percepibile un graduale ma costante allontanamento dalla figura del padre adottivo, assunto in cielo. In questo atteggiamento è chiaramente da vedersi un distacco, già presente nei primi temi, dall’idea di regalità che Cesare, comunque, emanava. La storia delle soluzioni trovate per consolidare, sul piano istituzionale, il potere di Augusto è lunga e complessa. Quale sia stato, nel corso del tempo, il fondamento giuridico dei poteri del princeps è infatti questione che ha da sempre occupato storici e studiosi del diritto.
La constatazione che il potere di Augusto era, in ogni caso, fuori dall’ordinario e, di conseguenza, da ogni schema possibile nella struttura istituzionale repubblicana, dovrebbe in apparenza scoraggiare ogni ricerca riguardo all’esatto contenuto giuridico di questi poteri. Eppure, non si tratta di una questione formale o addirittura cavillosa. Ricostruire con certezza il complesso meccanismo messo a punto in diverse fasi, nel corso del tempo, è in realtà fondamentale per apprendere quale fosse il contenuto che Ottaviano stesso attribuiva al proprio ruolo politico o, in altre parole, come lo giustificasse: seguire le tappe di questo percorso significa quindi, in certo modo, fare luce su tutta un’epoca e, in particolare, sulle aspettative dei cittadini romani e italici, che ad Augusto avevano dato il proprio consenso (coniuratio totius Italiae).

La prima guerra (751-752 a.C.). I primi trionfi di Roma – TRIBUNUS


Su Tribunus, visto che oggi è il compleanno di Roma, un bell’articolo storico che ripercorre i primi trionfi della Città Eterna sotto l’egida del suo fondatore, Romolo. Un estratto:

Secondo il racconto tradizionale Romolo, dopo aver fondato la città e aver dato un ordine alle istituzioni religiose e politiche, si ritrova con un enorme problema di tipo demografico. Se la popolazione della sua nuova città continua a crescere, alimentata da esuli e transfughi da città e popolazioni vicine che ora vanno a costruire il primo nucleo del popolo romano, tale crescita non può essere sostenuta a lungo.

Secondo Dionigi di Alicarnasso, all’inizio Romolo predispone alcuni stratagemmi per far sì che la città, la cui popolazione è costituita soprattutto da transfughi, avventurieri e schiavi di città vicine, sia popolosa. In primo luogo, impedisce a chiunque di esporre o comunque disfarsi dei proprio figli maschi e delle figlie primogenite sotto i tre anni di età, a meno che non siano davvero malati o deformi, e in ogni caso non prima di aver mostrato il bambino e aver ottenuto l’approvazione a farlo da cinque dei propri vicini di casa. Oltre a ciò, per permettere e favorire l’arrivo di fuggiaschi dalle città vicine, fa onorare un tempio in un luogo conosciuto dai Romani come inter duos lucos, cioé “tra due boschi” – una località non perfettamente identificata sul Capitolino. Dionigi non sa ben dire la divinità quale sia, ma probabilmente si tratta di Veiove, dio dell’asilo, divinità alla quale sarà dedicato un tempio proprio nelle vicinanze in età repubblicana. Chiunque avesse cercato riparo nel nuovo Asylum, sarebbe stato protetto e gli sarebbe stata riconosciuta la cittadinanza romana e un appezzamento tra quelli che un giorno sarebbero stati sottratti ai nemici.
La città in questo modo cresce, ma non può sostenere la sua crescita da sola: sono infatti assenti abbastanza donne che possano mettere al mondo la prima generazione di Romani nati nella nuova città.

Roma o Remoria?


La fortezza quadrata nasconde risvolti tondi.

Chemical Waves – In need on the Marquee Square (feat. LOVATARAXX)


Nelle pieghe di Roma, il buio più profondo respira e vive.

Versipellis. La licantropia nel mondo romano – TRIBUNUS


Su Tribunus un articolo che tratteggia il concetto di licantropia che si aveva nell’antichità romana tramite gli scritti di Petronio, l’unico autore latino in cui sembra presente il mito dell’uomo-lupo.

Tra le varie forme di metamorfosi animali attestate nella letteratura latina, vi è anche la licantropia – attraverso la quale l’uomo si trasforma in un lupo, e non in un “lupo mannaro” come siamo abituati a immaginarlo oggi.
La licantropia, nella cultura romana, si presenta in due aspetti. Uno è involontario, e corrisponde a una punizione divina, per la quale si regredisce a uno stato ferino (ricordando così il mito greco di Licaone, punito dagli dèi dopo aver commesso atti antropofagici). Il secondo aspetto invece è totalmente volontario. Attraverso l’uso della magia, l’individuo cerca volontariamente la trasformazione in animale, come espressione di potenzialità super-umane.

Un dettagliato e famoso episodio di licantropia, che racchiude molti degli aspetti legati al folklore medievale e moderno sul lupo mannaro, è raccontato da Petronio (Satyricon 62, 1-14).

Le gemme nella Roma antica – TRIBUNUS


Su Tribunus un lungo post per parlare delle pietre preziose in uso nell’antica Roma, e in senso più lato, nell’Impero Romano. Un estratto:

Molti di noi sono sicuramente rimasti colpiti dalla bellezza e dalla raffinatezza delle gemme, pietre dure e paste vitree incise dagli artigiani romani nel corso dei secoli. Secondo Isidoro di Siviglia, vissuto tra il 560 ed il 636, le gemme “sono così chiamate in quanto trasparenti come gocce d’acqua” (Etimologie 20, 16, 6, 2).
Ovviamente, l’origine etimologica del termine rintracciato dall’autore non è veritiera, ma crea un suggestivo collegamento tra il vocabolo e una delle caratteristiche delle gemme: la trasparenza, la capacità di riflettere la luce e rifrangere i raggi solari. Le stesse peculiarità si possono ritrovare nel Digesto (XXXIV, 2, 19, 17), a una voce del giurista Ulpiano (morto nel 228 d.C.): “Le gemme sono fatte di materiale trasparente”.
Il termine glittica (ovvero la tecnica dell’incisione su pietre dure e preziose) proviene invece dal verbo greco glyphein, ossia incidere. Da ciò che sappiamo, i principali centri di produzione delle gemme nella Penisola in età romana sono stati Aquileia, Roma, e Pompei.
Ad Aquileia, forse il centro di produzione più fiorente tra i tre, giunsero nel II secolo a.C. molto artigiani centro-italici. Anche se non abbiamo tracce dell’impianto delle loro officine, sono giunti fino a noi straordinari esempi dei beni da loro prodotti. Dato che non abbiamo quasi nessuno resto archeologico o resti strutturali di tali officine, è alquanto difficile immaginarsi come poteva apparire o dove potessero essere situate (anche se con molta probabilità nelle periferie cittadine).
Inoltre, le attrezzature impiegate non sembrano esser particolarmente ingombranti o voluminose, il che forse permetteva di ospitare l’officina direttamente presso la propria abitazione, come è ben testimoniato del resto da una delle domus di Pompei: la casa di Pinario Ceriale. L’uomo esercitava il mestiere d’incisore, e proprio un vano della sua stessa abitazione, coperto da un intonaco giallo, era stato destinato a bottega.
Nella Roma Antica, non sempre il mestiere dell’artigiano coincideva con quello del venditore. Anche nell’ambito della produzione delle gemme, vi era una netta distinzione tra signarius o scalptor, colui che intagliava le gemme e il gemmarius, ossia il rivenditore (anche se spesso in latino il termine si sovrappone a “gioielliere”). A svolgere questi lavori potevano essere uomini liberi o liberti. Le attività potevano essere gestite da singoli, anche con l’ausilio di familiari o schiavi.
Particolarmente toccante risulta essere una stele funeraria, rinvenuta in Roma nel 1631. Questa era dedicata a un giovane di appena dodici anni, Pago, lodato per le sue abilità e doti, che lo avevano reso un lavoratore insuperabile nel “realizzare bellissimi gioielli e incastonare gemme variopinte”.
Dato che i lavoratori in campo glittico usavano materiali costosi e pregiati, il mondo legislativo dovette occuparsene spesso, introducendo tutta una serie di nuove leggi e norme.  Per esempio, nella circostanza in cui una gemma, comprata altrove, fosse stata consegnata all’artigiano per essere incastonata o incisa, e questa fosse stata danneggiata o rotta, non ci sarebbe stata azione legale se ciò era accaduto per un difetto della pietra stessa e non per l’incompetenza del signarius.

Gli scudi dei Romani (VIII sec. a.C. – XV sec.) – TRIBUNUS


Su Tribunus un corposo trattato militare sull’uso dello scudo in ambito romano, a partire dalla fondazione alla caduta di Costantinopoli: più di ventuno secoli, è proprio il caso di dire, sugli scudi. Un estratto:

Se dico “scudo romano”, sono sicuro che per la maggior parte di voi questo è il celebre scudo rettangolare (magari con tanto di decorazione a saette e ali spiegate). Quel tipo di scudo, in realtà, è solo uno dei tanti che i Romani utilizzarono nel corso della loro Storia, e nemmeno quello utilizzato più a lungo.
Come è naturale per un esercito che è esistito e ha subito forti cambiamenti nel corso di duemila anni, gli scudi dei Romani sono di volta in volta evoluti per sopperire alle diverse esigenze belliche, nonché sotto differenti influssi culturali. In più, in diversi momenti hanno convissuto differenti tipi di scudo contemporaneamente. Proviamo quindi a fare un breve viaggio tra le tipologie principali degli scudi utilizzati dalla fanteria romana, dalla fondazione di Roma alla caduta di Costantinopoli.

I primi scudi romani (VIII-VII sec. a.C.)

All’inizio della Storia romana, troviamo utilizzate principalmente due tipologie di scudi, entrambi a presa centrale. Tra i due, lo scudo sicuramente più emblematico del periodo è lo scudo tondo completamente in bronzo, riccamente decorato a sbalzo. Questi scudi non avevano una componente organica.
Questa tipologia di scudi, con una manopola centrale in metallo e legno, era quasi certamente destinata alla élite guerriera aristocratica, come provato anche dal rinvenimento in sepolture di alto rango. Le dimensioni di questi scudi erano estremamente variabili, spaziando tra i 50 e i 90 cm di diametro – scudi tra quelli di grandi dimensioni sono oggi esposti ai Musei Vaticani.

Quei laghi verde smeraldo sotto i piedi dei romani… – Camilla Verdacchi


Dal sito di Camilla Verdacchi riporto queste informazioni sul sottosuolo di Roma, sulle sue ricchezze idriche che non è mai inutile ripetere, o al più diffondere:

Roma è da sempre città d’acqua, lo sappiamo bene. Basti pensare all’importanza del Tevere e dell’Aniene, agli acquedotti antichi, alle terme, alle migliaia di fontane, alla Cloaca Maxima, alle naumachie, ai laghi che la circondano, alla vicinanza con il mare, alle ville che utilizzano l’acqua per il capriccio di facoltosi e colti cardinali, come nel caso di Villa d’Este a Tivoli, voluta dal Cardinale Ippolito d’Este.
Parlare di una Roma acquatica è facile, basta guardarsi intorno in una bella giornata di sole. Ma.. al buio? L’oscurità e i sotterranei, nella capitale, riservano le sorprese più belle.

Oggi vorrei parlarvi di qualcosa che in pochissimi conoscono: un labirinto di laghi sotterranei nel ventre del Colle Celio, a due passi dal Colosseo.

Sotto la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo e i ruderi del Tempio dell’Imperatore Claudio, dieci metri sotto terra, nel silenzio e nell’oscurità, possiamo ammirare dei limpidi laghetti color smeraldo spettacolarmente incorniciati da stalattiti colorate. Già da qualche anno, un’equipe di speleologi sta esplorando questo sistema di antiche cave, scavate sin dal IV secolo a.C., che ha un’estensione di oltre due chilometri. Qui l’acqua ha una temperatura costante di dieci gradi centigradi.
Dal 2004 si sta cercando di documentare questo piccolo e antichissimo mondo geologico, e tra le tante emozioni che questo procura agli studiosi che se ne stanno occupando vi è, per esempio, quella di ritrovare incastonate nelle rocce di quelle profondità le fessure ove gli operai appoggiavano le loro lucerne, ma anche vecchissimi cavi elettrici, che ci ricordano come questi spazi vennero ampiamente utilizzati come rifugi anti-aerei nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

A Roma dai Celti. Gli apporti celtici all’arte della guerra romana. – TRIBUNUS


Su Tribunus alcune corpose nozioni relative all’arte militare romana, nell’arco repubblicano e imperiale, che dimostrano la discendenza celtica di alcune tecniche e armature . Vi lascio a un estratto:

Certamente è vero che i Romani in più occasioni dimostrarono sul campo la loro superiorità bellica sulle popolazioni celtiche. Ma i Galli furono ben lungi dall’essere solo l’accozzaglia di guerrieri urlanti che popola le nostre menti – gioverebbe anche ricordare quanto il legionario romano repubblicano fosse meno “sofisticato” di quanto lo immaginiamo, e che le differenze a volte abissali tra gli eserciti che Romani e Galli mettevano in campo erano riflesso soprattutto di diversità di tipo sociale e culturale, prima ancora che tattiche o di disciplina. Anzi, la galassia celtica, a più riprese nel corso dei secoli, sia tramite lo scambio che tramite lo scontro, fu un bacino continuo di migliorie e di apporti al mondo militare romano – tanto nel campo tattico, quanto soprattutto tecnologico.
Infatti, quasi tutti gli elementi che consideriamo più caratteristici della panoplia romana “iconica” sono proprio frutto di acquisizioni dal mondo gallico.

Uno degli apporti più importanti e duraturi dei Galli al mondo militare romano (e in realtà, al mondo militare mediterraneo e a tutta la Storia militare occidentale), acquisito nel corso del IV e III sec. a.C., è sicuramente la corazza ad anelli di ferro, modernamente chiamata “cotta di maglia”. Questa versatile armatura dall’incredibile fortuna, usata in varie forme fino agli inizi del XX secolo, è infatti un’invenzione celtica.
Tra le prime testimonianze delle armature in anelli di ferro tra i Galli abbiamo la statuaria del Sud della Francia (es.  il busto di Fox-Amphoux conservato al Museo di Marsiglia), verosimilmente da attribuire alla fine del IV secolo a.C. o all’inizio del III.

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