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Archivio per Roma

L’Eusebio che non era Eusebio | ilcantooscuro


Dal blog di Alessio Brugnoli un vivace resoconto storico dei primi cristiani, primi intesi subito dopo aver preso il potere imperiale, ai tempi successivi a Costantino I. Leggete, fatevi una cultura, altro che carità e benevolenza…

Tornando al nostro Eusebio era ariano e trattò con papa Liberio per convincerlo ad accettare i risultati del concilio di Sirmio, in cui i vescovi amici dell’imperatore Costanzo II ribaltarono le conclusioni del concilio di Nicea: proprio questa vicenda potrebbe essere stata distorta dalla tradizione, portando alla creazione dell’Eusebio santo.

Il suo omonimo, infatti, era un personaggio assai poco raccomandabile. Nascose il testamento di Costantino, preparando poi quella specie di notte dei lunghi coltelli, in cui gran parte membri maschili della dinastia costantiniana e degli alti funzionari imperiali che potevano aspirare al trono, furono sterminati. Organizzò il colpo di stato contro l’imperatore Costanzo Gallo.

Si arricchì impossessandosi delle proprietà di coloro che erano messi a morte per essere stati accusati di tradimento. Nel 355, secondo quanto racconta Ammiano Marcellino, Eusebio e il prefetto del pretorio Volusiano Lampadio utilizzarono una spugna per alterare una lettera inviata dal magister militum Claudio Silvano ad alcuni suoi amici a Roma; la lettera corrotta suggeriva che Silvano stesse provando a guadagnarsi supporto in città per un colpo di Stato, e, sebbene gli amici di Silvano riuscissero a respingere le accuse, il magister militum, all’oscuro dell’assoluzione, si ribellò e venne sconfitto.

Così Eusebio poté impadronirsi delle sue immense proprietà, comprese le domus all’Esquilino. Nel 359 fece richiamare il generale romano Ursicino e lo fece sostituire nella carica di magister equitum da Sabiniano, solo perché questi si era rifiutato di regalargli un palazzo ad Antiochia.

Come un uomo del genere potesse andare d’accordo con Costanzo II è un mistero. L’imperatore non era un grande generale come suo padre Costantino. Aborriva le guerre. Ma aveva un grande senso del proprio dovere e si sentiva l’erede del grande genitore per cui,con tutte le cautele e senza arrischiare mai oltre misura, combatteva con coraggio e sacrificio.

Forse la causa di ciò era nei difetti di Costanzo: l’essere senza calore umano, taciturno,malinconico, che nascondeva dietro a una maschera di superbia e arroganza la sua insicurezza e la paura di non essere all’altezza del suo genitore. Questo lo rendeva sensibilissimo alle adulazioni, ne aveva bisogno come l’aria per avere una sorta di rassicurazione per se stesso e per il proprio operato. Ed Eusebio eccelleva in quest’arte, diventando per dieci anni il vero padrone dell’Impero, tanto che Ammiano Marcellino sarcasticamente scrisse che Costanzo godeva di un certo credito presso Eusebio.

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Giulio Cesare secondo Franco Forte


Su FantasyMagazine e HorrorMagazine la segnalazione (sul primo link c’è l’intervista) della seconda e forse ultima puntata di Giulio Cesare visto e romanzato da Franco Forte, un viaggio tra la Storia, la Mitologia e l’Ucronia.

Personalmente, noto che sempre più autori, e di calibro sempre più grosso, scelgono di ambientare le loro storie fantastiche o SF nel mondo antico della Classicità romana, cogliendo la possibilità di differenziarsi dai colleghi esteri proprio sfruttando la peculiarità unica della storia di Roma, un Futuro senza un glorioso Passato non può reggersi sulle sue gambe e in Italia, per motivi prettamente storici e perché viviamo in mezzo alle vestigia classiche e non solo, possiamo farlo meglio che altrove.

Giulio Cesare non è morto, durante la congiura delle Idi di marzo. Stanco della vita fatta di intrighi politici, corruzione e continui scontri con i senatori della Curia, ha inscenato la propria morte insieme a Bruto. E dopo essere scomparso dalla vita politica di Roma, è tornato al comando di un manipolo di uomini ben addestrati e pronti a tutto, la Legio Caesaris, con l’intento di esplorare le terre oltre i confini dell’impero per scoprire ricchezze e tesori, sottomettere le popolazioni barbare e, soprattutto, carpire il segreto della vita eterna.
Perché Cesare ha uno scopo ben preciso in mente, ed è deciso a raggiungerlo: vuole tornare trionfalmente a Roma per fare piazza pulita dei suoi nemici e regnare come imperatore assoluto. Per sempre.
Dopo la sua finta morte, perciò, si è imbarcato con la Legio Caesaris verso i regni degli dei del nord, alla ricerca della mitica isola di Thule, per confrontarsi con le creature eterne che governano il segreto dell’immortalità e strapparglielo con la forza. Lo scontro epico che lo ha visto impegnato insieme a Cicerone, Bruto, Spartaco e gli altri coraggiosi che hanno voluto seguirlo in quell’avventura, si è risolto in una cocente sconfitta. Ma Cesare non è uomo che si arrende tanto facilmente. Capisce che l’unico modo per conquistare la vita eterna è scendere nell’Averno, il regno delle tenebre, e tuffarsi nelle acque del fiume Stige, che rendono immortali. Ma come raggiungerlo? Secondo le più antiche credenze, lo Stige non è altro che il nome con cui un tempo si indicava il Nilo.
Decide così di intraprendere, sotto la guida esperta e ammaliante della regina Cleopatra, una difficile spedizione per risalire le acque del grande fiume, arrivare fino alla sorgente, individuare l’ingresso all’Averno e conquistarsi il diritto di immergersi nello Stige, combattendo contro gli dei e le terribili creature che popolano il regno degli inferi.

* * *

E così, Gaio Giulio Cesare torna a vivere un’avventura a cavallo tra Storia, Mito e leggenda…

È quello che cerco di fare con questa serie di romanzi che ambisce a riunire in un unico contenitore tutte le mie esperienze professionali come scrittore: il fantastico, lo storico e la mitologia. Non è un esercizio semplice, posso garantirlo, ma di certo mi ha fatto divertire moltissimo durante la sua realizzazione.

In questo caso, nel libro “Cesare il conquistatore” che fa seguito al primo, “Cesare l’immortale”, non si parla solo di mitologia greca o romana.

Esatto. Quello che ho cercato di fare è stato unire al patrimonio mitologico dell’antica Grecia e dell’antica Roma, quello altrettanto affascinante e misterioso dell’antico Egitto, scoprendo analogie davvero straordinarie, che mi hanno consentito di “giocare” un po’ con la fantasia e incrociarli per dare al mio protagonista, Giulio Cesare, una nuova meta di grande fascino verso cui dirigersi, nella sua ossessiva ricerca del segreto dell’immortalità.

Il Sabba e le Streghe di Benevento – di Ruderi e di Scrittura


Su Ruderi e Scrittura un bel post che analizza l’antropologia delle Streghe di Benevento, che si riunivano alla fine dell’epoca antica intorno al famigerato Noce.

Per capire il legame che da secoli intercorre fra le streghe e san Giovanni, dobbiamo fare un passo indietro, ai tempi dell’imperatore Domiziano. A Benevento esisteva un culto pagano e misterico legato alla dea egizia Iside, nella quale convergevano le caratteristiche sia della dea romana della Luna, Diana, sia della dea degli inferi, Ecate. Tra gli aspetti peculiari di queste divinità c’era un forte elemento femminile e un altrettanto forte legame con la magia. Da questa devozione nacque la figura della strega, che nella zona di Benevento viene chiamata Janara, (da Diana).

Nel VII secolo d.C., come riporta il trattato storico dello scrittore Pietro Piperno, Della Superstitiosa Noce di Benevento, la città divenne la capitale di un ducato longobardo. Sebbene ufficialmente convertiti al cristianesimo, molti longobardi continuavano a professare un credo pagano, in cui veniva venerata una vipera dorata, alata e con due teste, legata all’adorazione di Iside. Gli adepti erano soliti riunirsi sulle rive del fiume Sabato (da qui il nome di sabba, riferito ai ritrovi demoniaci), dove si ergeva il grande albero di noci, per celebrare riti legati alla Luna e alle messi. Finché un giorno Barbato, vescovo di Benevento – deciso a eliminare ogni traccia di paganesimo – non solo fece estirpare il grande Noce, ma condannò come satanico e malvagio qualsiasi culto che non fosse riconducibile all’unico dio cristiano. In particolare, le donne dedite agli antichi rituali agresti precristiani vennero additate come streghe – dal latino strix, stridere, derivato dal cupo verso dell’allocco, un rapace notturno. Secondo le leggende dell’antica Roma, lo strix era un uccello portatore di malasorte che si nutriva di sangue e carne umana.

L’albero era dunque stato sradicato, ma il culto non si fermò. Si tramanda ancora che Lucifero in persona – e non più gli dei pagani Iside, Diana ed Ecate – avesse fatto ricrescere in una notte il grande Noce di Benevento, in un luogo segreto, per far sì che le sue seguaci arrivassero da tutto il mondo a celebrare la sua gloria sotto le fronde del grande albero.

Tre preghiere romane – La misura delle cose


Sul blog La misura delle cose un post articolato che riesuma, o meglio storicizza (e purtroppo ce n’è bisogno) la spiritualità per noi pagana dei tempi arcaici di Roma, di quei tempi repubblicani; lo fa attraverso tre preghiere perlopiù appartenenti ai culti privati in cui si evidenzia una dignità e una forza interiore che oggi ci è sconosciuta, persi come siamo nelle supplichevoli e umili esortazioni del noioso culto cristiano.

A Roma i sacerdoti erano organizzati in confraternite o collegia, divisi in base alle attività e ai compiti a cui erano preposti; durante le cerimonie innalzavano agli dèi inni e preghiere per propiziarne la benevolenza. Accanto al culto pubblico, del quale erano destinatarie le maggiori (pochissime) divinità, esisteva un culto privato, una “religione domestica” che celebrava entità extraumane e spiriti degli antenati preposti alla protezione della casa, della famiglia e delle attività che attorno a queste si svolgevano.

“Lari, aiutateci! Né pestilenza né rovina, o Marte, lascia dilagare tra il popolo! Sii sazio, o feroce Marte, salta sulla soglia, fermati là, là! I Semoni, alternativamente, li chiamerà tutti a riunione; aiutaci, Marte! Trionfo!”

Vincitori, finalisti e giuria VI Edizione 2017 premio Ernesto Vegetti – Associazione World SF Italia


Ho vinto il Premio Vegetti 2017, sezione Narrativa.

Nell’Abisso del passato con Urania Collezione | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’Urania Collezione di questo mese: Abisso nel passato e Alba eterna,due romanzi brevi assai diversi tra loro, soprattutto per questioni di origine (uno è del ’39, l’altro è del ’96) ma accomunati dall’amore per Roma antica. Il primo è stato scritto da Lyon Sprague De Camp e l’altro da David Drake. Ecco le note dell’articolo:

Nel 1939, l’anno in cui Lyon Sprague De Camp scrisse Abisso del passato, il viaggio nel tempo aveva una consolidata tradizione nella letteratura fantascientifica, tanto da aver già prodotto svariati filoni narrativi. Abisso del passato è un’ucronia, un romanzo dove un viaggio nel passato cambia il corso della storia, De Camp narra le vicissitudini di  Martin Padway, un cittadino americano che dalla Roma del 1938 viene catapultato in quella del 535, agli albori del medioevo.

Quasi sessanta anni dopo, nel 1996, David Drake ha scritto quello che potremmo considerare il prequel di Abisso del passato: in Alba eterna è Flavia Herosilla, una matrona romana del tardo impero, a ritornare sino agli albori della città eterna.

Sia Padway che Herosilla interferiranno con il corso degli eventi, il primo cercando di evitare la riconquista bizantina della penisola, la seconda aiutando Romolo e Remo a fondare la città eterna.

Ho letto il libro, naturalmente, e penso che De Camp sia stato forse un po’ troppo ingenuo, mentre assolutamente godibile l’interpretazione di Drake, anche come stile di scrittura. E voi?

Palatino


see above

Un definitivo percepire oltre le ombre sterminate del colle, lì dove l’abisso chiama dalla sue altezze storiche, coni d’inarrivabile profondità.

Quel cinema invisibile...

Cinema was made to reunite the Visible and the Invisible

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