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Archivio per Roma

Delenda Carthago – Franco Battiato


…le canzoni popolari dell’Impero Connettivo

Proselenes


Le forme radianti di energia si ritrovano.

Da qualche parte


Scivoli nei vicoli di Roma medioevale e rievochi i fasti impolverati di mille anni prima: sei il senso stesso dell’illusione temporale, sei ancora qui da qualche parte.

“Nèfolm e dintorni”, l’ultimo sigillo


Ho chiuso proprio ieri l’editing di un mio racconto, il decimo e ultimo della serie “Nèfolm e dintorni”, le cui prime due puntate Perama e Argyroprateia sono già state edite nella collana di Delos Digital L’orlo dell’Impero, impreziosite dalle copertine di Ksenja Laginja.
Ma cos’è Nèfolm? È la capitale dell’Impero Connettivo, una babele di postumani governati dall’imperatore nephilim Totka_II e dal postumano Sillax; questa metropoli è speculare a Costantinopoli, i quartieri hanno gli stessi nomi e le stesse caratteristiche della Roma sul Bosforo, a sua volta clonata dalla Roma sul Tevere.
Descrivere la visione frammentata e frattalizzata che ho della capitale connettiva è stata un’operazione febbrile, intensa, condensata in un anno e mezzo di lavoro che mi ha coinvolto emotivamente e cerebralmente senza sosta, fino a farmi invischiare nei meandri scivolosi della Mitologia e di ciò che è a essa collegato, fino a rendermi affilato nell’editing intrecciato a spunti e visioni personali, tanto da impacchettare una massa critica di eventi e superare le dimensioni scritte di un normale romanzo.
In questi mesi usciranno tutte le puntate del ciclo, di questa Capitale dello Stato imperante sullo spazio e sul tempo che vive di energia psichica e di illusioni dimensionali; ne sono felice e anche lieto, concludere la serie è stato quanto di più bello e faticoso ricordassi in questi decenni di scrittura, e non vi blandisco se affermo di esserne enormemente soddisfatto.
Appuntamento con Nèfolm, quindi, in quest’illusorio spaziotempo dove ogni sensorialità va vagliata con attenzione.

Il DNA dei romani. Le origini genetiche di Roma


Quali sono le origini dei Romani? E degli italiani? Quali sono stati i popoli che hanno colonizzato il suolo su cui viviamo? Le risposte possono essere sorprendenti per qualcuno, ma la realtà si nasconde dietro una battuta: i romani devono mantenere pura la loro genia, rimanere Troiani fino in fondo; e aggiungerei anche mediorientali, oppure dell’area caucasica, and so on

PS – Ciò apre inquietanti scenari sul nostro presente, ma magari qualcun altro ci aveva già pensato.

Carillon del Dolore in concerto all’Init di Roma


Questa sera, all’Init di Roma, un evento eccezionale, nello spazio e nel tempo: Carillon del Dolore in concerto – qui l’evento FB.

Nacquero nel 1983 a Roma dallo scioglimento di due band precedenti, Tommaso Timperi (voce) e Françisco “Gringo” Franco (batteria) erano parte del gruppo hardcore punk Panzer Commando mentre Paolo Taballione (chitarra) aveva suonato con gli Atrocity Exhibition. Fin dalle prime esibizioni i Carillon del Dolore presentavano concerti dall’attitudine teatrale e liriche “avvolgenti e misteriose”. La band, incise quasi subito un demotape dal titolo Fiori malsani che li portò all’attenzione della Contempo Records.
Nel 1984 uscì per la Contempo Records il loro primo disco dal titolo Trasfigurazione, definito da Gianluca Testani nella sua Enciclopedia Rock Italiano come “uno dei dischi chiave del dark italiano”. Con l’ingresso del tastierista Fabio Fiorucci, dopo la pubblicazione su cassetta del loro Ritratti dal Vero, nel 1985 entrano in studio per la registrazione del nuovo disco che vede la produzione artistica di Valor Kand dei Christian Death. Il disco, uscito con il titolo Capitolo quarto sotto il nome di Petali del Cariglione, di lì a poco però la band si sciolse.
Paolo Taballione in seguito allo scioglimento del Carillon del Dolore inizia una lunga tournée come chitarrista dei Christian Death. Tra il 1989 ed il 1995, Taballione entra a far parte dei Gronge, partecipando agli album A Claudio Villa Cremone Gigante Per Soli Adulti e Teknopunkcabaret.
Tra il 2007 e il 2008 Taballione e Timperi partecipano a una breve ed estemporanea reunion a nome Carillon del Dolore per alcuni concerti. Per quell’occasione vengono invitati a completare la formazione sul palco il batterista, già Gronge, Massimiliano Di Loreto, e il bassista Max Zarucchi. Nel 2008 la In The Night Time pubblica un cofanetto con doppio CD e DVD dal titolo …per portarti questo scrigno.
Nel 2010 la Spittle Records pubblica il doppio CD dal titolo Al nostro Contempo.

Videorecensione di Fabio Troisi a “Il diario elettrico”, di Paolo Di Orazio | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Flavio Troisi videorecensisce Il diario elettrico, romanzo SF – ma non solo, come spiega bene Flavio – di Paolo Di Orazio, uscito da pochi giorni per Kipple Officina Libraria nella collana “k_noir”. Vi lasciamo alle bellissime e fluenti parole utilizzate per dare un’idea della complessità e della libertà che si respira nel libro – “libertà” intesa in senso creativo, “originale” – e, infine, la redazione Kipple vuole ringraziare Troisi per le belle parole spese per la casa editrice e la sua crew, apprezzate davvero tanto.

Buon ascolto!

EXTRA! MUSIC MAGAZINE – La prima rivista musicale on line, articoli, recensioni, programmazione, musicale, eventi, rock, jazz, musica live


Continuando a parlare di Roger Waters, vorrei fare un piccolo salto indietro e rievocare un suo concerto di venti anni fa, forse il suo più intimo a cui ho assistito, pregno del senso floydiano ma anche per pochi sodali, dove vederlo in azione sul palco a pochi metri ha ancora i miei occhi un valore inestimabile, pur se all’epoca Roger non aveva con sé tutto l’apparato tecnologico – ora molto più che floydiano – ma di cui s’intuiva comunque la presenza.
Ho pescato dalla Rete questa recensione dell’epoca, e mi ci specchio quasi totalmente, anche se ricordo che i due chitarristi non arrivavano a fare mezzo Gilmour 🙂
Roma, stadio Flaminio, 12 giugno 2002, un abisso di tempo riesumato su XTM

Non siamo neanche arrivati al cancello d’ingresso, io e Pink, che iniziamo a sentire, proveniente dall’interno dello stadio, il riff inconfondibile di “In The Flesh”. Sono le 8 di sera, il sole splende ancora altissimo. “Non ti preoccupare, Floyd”, mi fa Pink, “sarà l’impianto di diffusione”. Macché, il concerto è già partito, e d’altro canto l’avevano detto che sarebbe iniziato puntuale per evitare di finire in tarda serata e distruggere la quiete agli abitanti del quartiere.
Inizia una forsennata corsa verso l’erba verde del Flaminio, “The Happiest Days Of Our Lives” e siamo ancora virando sotto le tribune. Entriamo al coro di “We don’t need no education, we don’t need no thought control”, con la Roger Waters Band che alla luce del sole esegue una versione ad altissima fedeltà di “Another Brick In The Wall”. E non ci sono cinismi che tengano, perchè è un momento realmente emozionante: fino a un paio di mesi prima mi stavo rassegnando all’idea che avrei stirato le zampe senza ascoltare mai una nota dei Pink Floyd dal vivo, e invece l’evento sta avendo luogo, proprio di fronte ai miei occhi.
Sempre da “The Wall”, Waters attacca la lenta, struggente “Mother”, ed è il momento di guardarsi intorno: pubblico tra i 10 e i 70 anni di età, tutti con un sorrisino ebete stampato sul viso tranne, presumibilmente, quelli seduti in tribuna, imbufaliti per aver pagato 60 euro (molto più di noi che stiamo sul prato) ed essere relegati in una posizione di sguincio, dato il cambio di venue al Flaminio dal previsto Olimpico (dove avrebbero avuto diritto a una eccelsa postazione di fronte al palco). “Brezhnev took Afghanistan, Begin took Beirut”, attacca Waters, affiancato dai suoi chitarristi Snowy White e Andy Fairweather-Low, e dal tastierista Chester Kamen, fratello di Nick. Arriva anche “Southampton Dock”, mentre sui megaschermi, che dovrebbero proiettare immagini mirabolanti, continua a vedersi poco o nulla, causa sole. All’esecuzione di “Pigs On The Wing” e “Dogs” (da “Animals”) mi è ormai chiaro che si tratta del concerto da stadio con il miglior sound che abbia mai visto, in perfetta tradizione pinkfloydiana. Calano finalmente le prime ombre della sera, e durante “Set The Controls For The Heart Of The Sun” (unica concessione ai Pink Floyd pre-1970) si vedono finalmente nitidamente le prime immagini dai megaschermi: sono Waters, Gilmour, Mason e Wright, ripresi mentre si rotolano in un campo di grano in un pomeriggio inglese degli anni sessanta, giovanissimi e psichedelicissimi. Vengono concessi anche dei momenti di gloria alle tre coriste; una di loro, quella che fa l’assolo, è la mitica P.P. Arnold, “Incise due album sul finire degli anni ’60 per l’etichetta Immediate di Loog Oldham, il manager degli Stones”, informo enciclopedico il buon Pink, “il primo è eccezionale, il secondo molto meno, anche perché uscito in un momento in cui l’etichetta stava collassando…”
Discorso interrotto dall’arrivo, in sequenza, di “Shine On You”, “Welcome To The Machine” e “Wish You Were Here”, un terzetto che lascia me e tutti i presenti con la bocca aperta e le orecchie in tiro.
C’è un break di 20 minuti, che serve a malapena per rifiatare. Si ricomincia con quello che è il clou del concerto e, in ultima analisi, il vero motivo per cui 20.000 persone sono riunite stasera su questo prato dove di solito si gioca a rugby: la sequenza di brani tratti da “The Dark Side Of The Moon”, partendo dal battito cardiaco di “Breathe”, passando per “Time” e concludendo con una ballabile versione di “Money”.
Mi viene in mente, ascoltando quei brani immensi, eseguiti live con una precisione e un’alta fedeltà colossale, di come a volte dimentichiamo (tutti) che “Dark Side” è e resta un caposaldo della musica che in difetto di migliori termini definiamo “rock”. Troppo spesso, certa critica un po’ troppo snob ha storto il naso di fronte al successo universale e un po’ “nazional-popolare” di quell’album datato 1973 e, citando i Pink Floyd, ha magnificato i dischi dell’epoca Barrett per sminuire quelli, diversi ma altrettanto grandi, del periodo Waters. E in cima alle classifiche dei dischi più influenti di tutti i tempi ci andavano regolarmente cose tipo “The Velvet Underground & Nico”, mentre “Dark Side” non riceveva neanche lo straccio di una citazione. Ha influito, su “quella” critica, l’epiteto di “dinosauri” con cui le nuove leve del punk definirono la generazione dei Led Zeppelin, degli Stones e, certo, dei Floyd; e forse anche la famosa t-shirt indossata da Johnny Rotten in alcuni concerti del ’76, recante la scritta “I Hate Pink Floyd”. Ma un mondo senza “Dark Side” sarebbe, musicalmente parlando, molto più povero. Per fare un esempio, una band come i Flaming Lips di “Soft Bulletin” e “Yoshimi” non è assolutamente concepibile se eliminiamo dall’equazione l’epopea sul “lato oscuro della luna”.
La suite di cui sopra viene intervallata da alcuni pezzi tratti dai dischi solisti di Waters, tratti dal valido “The Pros And Cons Of Hitchhiking” e dagli sbiaditi “Kaos Radio” e “Amused To Death”, poi veniamo rispediti sulla luna, con “Brain Damage” ed “Eclipse”, splendidi come li conoscevamo. Waters, che fino a quel momento è rimasto fisso al centro del palco, fa una passeggiata dalle nostre parti, e riusciamo finalmente a vederlo da vicino. “’Ammazza, quanto è vecchio”, è il lapidario commento di Pink, che purtroppo corrisponde a verità: capelli bianchi e abbondanza di rughe, sembra quasi un reduce, come se il Tenente Waters protagonista di alcune delle sue canzoni fosse tornato indenne dallo sbarco di Anzio per offrirci una dissertazione in musica sui suoi orribili incubi di guerra.
Si finisce in crescendo, con “Comfortably Numb”, uno dei migliori episodi (il migliore?) da “The Wall”. C’è tempo per una encore, la nuovissima “Flickering Flame”, unico pezzo inedito contenuto nell’appena uscita compilation di brani del periodo solista.

Poi tutti a casa, anzi, nel nostro caso, al pub, a discettare del perché e del percome le canzoni epocali che Waters scrisse quando aveva tra i 20 e i 30 anni siano nettamente superiori a quelle prodotte in età più matura; e di come vedere Waters (il songwriter) sia ben più significativo che non assistere ai Floyd di Gilmour, Mason e Wright, che sono sempre stati dei semplici, benchè validi, esecutori.

Segui l’onda


Quando una parola si materializza senza apparenti motivi alla tua attenzione, come dovresti comportarti? Segui l’onda dell’emozione, i significati arriveranno da soli.

L’Italia dei barbari (Audible 2022) | nonquelmarlowe


Lucius Etruscus segnala un audiolibro (media che non amo, ma non importa) sul tema dell’invasione barbarica al termine dell’Impero Romano d’Occidente: L’Italia dei barbari, di Claudio Azzara.
Mi preme sottolineare il passaggio sottostante, perché indice dell’odio feroce che si scatenò in seguito tra Occidente e Oriente, tra Costantinopoli (anch’essa in qualche modo barbara, ma ancora pregna di tutto l’orgoglioso e legittimo apparato imperiale) e Roma, il Sacro Romano Impero, annacquato dalle identità barbare e ormai altro. Conflitto che si trascina identico fino ai nostri giorni.

In questo delizioso racconto dell’Italia barbarica, Azzara ci mostra come anno dopo anno, secolo dopo secolo, la filosofia di inclusione dell’Impero, da sempre attanagliato dalla carenza di popolazione autoctona e quindi sempre in cerca di “rinforzi” esterni, aveva reso la divisione tra “romano” e “barbaro” decisamente diversa da come la intendiamo noi. Un barbaro che entrava nell’Impero, ne sposava la filosofia, ne assumeva lingua, culti e usanze, non aveva più senso chiamarlo “barbaro”, termine usato per quelli che vivevano fuori dal limes, dal confine. Come si fa quindi a definire “barbari” quelli che hanno abitato l’Italia una volta crollato l’Impero, visto che erano romani a tutti gli effetti?

Mi diverto a fare una dimostrazione per assurdo. Immaginiamo che un domani l’ennesima variante del Covid o il vaiolo delle scimmie o la peste suina o la tosse caprina o qualche altro malanno che ci piove addosso colpirà solo gli italiani: nel 2122 saranno estinti gli italiani e rimarranno solo gli “stranieri” nella Penisola. Dovremmo chiamarli barbari? E perché? Vivono qui da una vita, spesso ci sono pure nati, qui, spesso parlano italiano molto meglio degli “autoctoni”, seguono le usanze italiane, hanno vizi e virtù italici, perché mai dovremmo chiamarli “barbari” quando non fanno che preservare l’eredità italica?
Premettendo che questo è un mio esempio, non voglio attribuire pessime idee al professor Azzara, i barbari che ho trovato in questo saggio non fanno nulla di “barbarico”, visto che nella loro mente si sentono romani, nel senso di successori dell’Impero appena crollato.

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