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Archivio per Roma

Erano romani i Neanderthal più antichi d’Europa – Terra & Poli – ANSA.it


L’antichità estrema dell’antropizzazione a Roma, e mi rivengono in mente le sensazioni di quei luoghi che inconsapevolmente ho vissuto, come un ritornare, come emancipare e rendere più vere le mistiche cerimonie arcaiche; affondando negli sciamani di allora, percependo la complessità emozionale di una vita lontana dalla nostra, contemplando i luoghi e le paure di una vita breve che si confronta con la morte facile e veloce… Dal sito ANSA:

Viveva a Roma la più antica comunità di Neanderthal di cui sia mai stata trovata traccia in Europa: lo dimostra la datazione di ossa umane e animali ritrovate lungo la valle dell’Aniene e risalenti ad almeno 250.000 anni fa. Li hanno analizzati i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), in collaborazione con i paleontologi delle Università della Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre. I risultati, pubblicati sulla rivista Plos One, aprono nuovi scenari sulle tappe dell’evoluzione dell’uomo e sui flussi migratori attraverso il Vecchio Continente.

Lo studio conferma la datazione che era stata fatta del sito di Saccopastore dove negli anni ’30 erano stati ritrovati due crani di Homo neanderthalensis. Studiando la correlazione tra cicli sedimentari e variazioni globali del livello del mare, si era capito che i terreni erano più antichi di quanto ipotizzato: 250.000 anni contro gli 80.000-125.000 delle stime precedenti. La conferma è venuta ora dal riesame dei resti fossili di daini appartenenti alla sottospecie Dama dama tiberina, raccolti insieme ai resti umani e conservati presso il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma.

La seconda novità dello studio riguarda alcuni frammenti di ossa umane rinvenuti insieme a resti faunistici e numerosi strumenti in selce in quattro località vicine: Ponte Mammolo, Sedia del Diavolo, Casal de’ Pazzi e Monte delle Gioie. I ricercatori sono riusciti a stabilire l’età dei terreni in cui furono ritrovati, datandoli tra i 295.000 e i 245.000 anni fa.

”I resti della Valle dell’Aniene costituiscono la più antica evidenza diretta della presenza dell’uomo di Neanderthal sul continente europeo”, precisa Marra. ”Gli uomini di Neanderthal potrebbero essere stati pertanto i protagonisti di una nuova antropizzazione dell’Europa avvenuta più di 250.000 anni fa: anche allora passando attraverso un’Italia ospitale, almeno dal punto di vista climatico, dove proprio nella sua capitale avrebbero stabilito una delle prime comunità”.

Il morso dello sciacallo | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine una recensione a Il morso dello sciacallo, di Paolo Di Orazio.

L’autore romano ha nuovamente dimostrato di essere uno scrittore dallo stile ricercato e raffinato e, soprattutto, di riuscire a trasmettere alla perfezione quello che si cerca quando si legge un libro horror: la paura! La caratteristica che rende Di Orazio un artista unico è la complessità della sua  scrittura, sempre forbita, curata, ricca di dettagli e aggettivi sofisticati che rendono le descrizioni lucenti e tanto reali che sembra di vederle.

Di Orazio è l’artefice dello splatter italiano e arricchisce questo genere truculento e ostentatamente violento, componendolo con la sua tipica eleganza stilistica. Attraverso un’acuta commistione di realtà quotidiana ed elementi di carattere soprannaturale e circostanze irrazionali, riesce a offrire un’esperienza di lettura irripetibile. Ulteriore aspetto vincente de Il morso dello sciacallo, che poi è un’altra peculiarità di Di Orazio, è l’originalità assoluta.

I libri e i racconti di questi tempi soffrono di cliché, di costanti emulazioni. Assistiamo sempre più spesso a omaggi e citazioni che in pratica nascondono mancanza di autenticità. Questo autore invece garantisce che quello che si sta per leggere è una novità. Nessuno ha scritto prima di lui gli orrori che ci racconta. Tutto è nuovo e incantevole perché nasce la sua genuina creatività; le allucinazioni inquiete, gli incubi che narra, e anche gli omicidi che inventa,  sono di sua proprietà, sono solo suoi.

Chi ha già letto Paolo non farà fatica a riconoscere in queste note la sua cifra stilistica e quindi, il mio invito, è quello di accaparrarsi anche quest’opera, non ve ne pentirete.

Il vangelo del boia | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione di un romanzo di Nicola Verde: Il vangelo del boia, dedicato a Mastro Titta, il celebre boia della Roma papalina.

Ernesto Mezzabotta è, con ogni probabilità, il vero autore delle uniche Memorie di Mastro Titta “scritte da lui stesso” circolanti; questo romanzo non è altro che la “prosecuzione” di quelle memorie apocrife.

Tutto ha inizio con l’ultima decapitazione compiuta da Mastro Titta nell’agosto del 1864; il boja ha già 85 anni e benché abbia ancora la mano ferma una impercettibile indecisione renderà drammatica l’esecuzione, questo gli costerà il posto di carnefice. Per spiegare quell’incertezza, si dovrà risalire a fatti precedenti.

Roma giugno 1861, durante alcuni tafferugli in via del Corso viene ucciso un gendarme; agosto dello stesso anno, la confraternita dei sacconi rossi raccoglie due cadaveri lungo la sponda del Tevere, uno è senza testa. Fatti apparentemente di poca importanza, che però daranno la stura a una catena di altri avvenimenti che scuoterà il torpore di una Roma pre-capitale. A occuparsi del processo per la morte del gendarme e che, sebbene innocente, porterà alla condanna capitale un vetturino di omnibus, il giudice Eucherio Collemassi, lo stesso che in seguito guiderà le “rivelazioni impunitarie” (una sorta di “pentitismo” ante litteram) di Costanza Vaccari in Diotallevi, una fotografa malmaritata che si troverà impelagata in intrighi di potere più grandi di lei. A essere coinvolto anche Mastro Titta, il boja papalino, trascinatovi proprio da Costanza che gli ricorda un tormentato amore di gioventù. Le “rivelazioni” della donna arriveranno a toccare persino l’ex regina di Napoli Maria Sofia di Wittelsbach, sorella della più famosa Sissi, in quei giorni in esilio presso il Papa, dopo che Gaeta e il Regno delle Due Sicilie erano caduti.

Verità storiche, dunque, di un intrigo politico (e di scandali) accaduto in quegli anni risorgimentali, che si intrecciano a verità che la Storia soltanto suggerisce o che… potrebbe semplicemente suggerire e che danno vita a un quadro di una Roma intorpidita, in attesa degli eventi che stanno risalendo lo Stivale, sconvolta da omicidi e guerre intestine che si svolgono nel segreto delle stanze vaticane, restituendoci l’esatto clima di una città alle soglie di un cambiamento epocale.

La caduta del trono | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione de La caduta del trono, di Ian Ross. Parliamo di un romanzo storico, anzi di una saga che gira attorno al legionario Aurelio Casto, ambientata nella decadenza dell’Impero Romano, con al suo interno alcune perle davvero belle. Un estratto della segnalazione:

Anche in questo secondo romanzo si nota come l’autore sia stato molto accurato nel descrivere la situazione storica del periodo e il carattere dei vari personaggi anche loro realmente esistiti. Scene di azioni e di battaglie accuratamente descritte come è ben descritta la vita di un soldato all’interno della legione. Molto interessanti sono le “Note dell’Autore”  che troviamo al termine del libro che ben spiegano i tanti eventi descritti nel volume. L’autore ha cercato di rendere univoci i tanti racconti dei vari “storici” che descrivono i fatti molto spesso in contrasto tra loro.

Lankenauta | Devadasi. Serva del dio al servizio degli uomini


Stralci di un mondo alternativo in un’epoca lontana, in un luogo remoto: India, primi secoli Dopo Cristo. Su Lankenauta.

Crediamo che anche un lettore poco informato sulle culture orientali potrà apprezzare il piccolo libro dell’indianista Daniela Bevilacqua: la capacità di sintesi e la comprensibilità – dobbiamo riconoscerlo – non sono qualità molto frequenti in opere che hanno un’origine accademica. Requisiti che però sono assolutamente necessari per poter  divulgare al grande pubblico un argomento come quello delle devadasi, le “serve del dio”: ovvero gli strumenti utili per circoscrivere, in poco più di cento pagine, vicende particolarmente complesse e contraddittorie. Più precisamente la storia di riti e di uno status sociale che mostra come, nel continente indiano e a partire dai secoli più remoti, siano stati interpretati e vissuti alcuni particolarissimi legami tra sesso e religione.

Volendo essere più precisi possiamo dire che la devadasi era definita “nityasumangali”, la donna sempre propizia: “sposate a un dio hanno uno status particolare poiché contraendo matrimonio con un immortale, non posso mai diventare vedove” (pp.27). Un elemento quindi indispensabile, nel tempio innanzitutto, per il benessere, la soddisfazione della divinità come per la longevità del sovrano. Anche l’etimologia della parola ci ricorda la particolare funzione che fu assegnata a queste donne,  forse anche a partire da un’età pre- vedica (3000 a. C. circa): “letteralmente ‘serva (dasi) del dio (deva)’ e indica quella bambine che vengono dedicate al culto e al servizio di una divinità o di un tempio per il resto della vita.

Daniela Bevilacqua ripercorre quindi i vari sviluppi storici e regionali della religione induista, sempre molteplici, che nelle, varie regioni del subcontinente indiano, hanno concretamente  interpretato la millenaria tradizione della devadasi; non prima di averci fornito un quadro storico generale quale, ad esempio, la diversa considerazione del tempio: “nei primi secoli d. C. il culto iniziò ad essere eseguito in templi pubblici a cui potevano accedere le genti del villaggio” (pp.35). E poi l’ulteriore evoluzione per cui il culto divenne più personale, tanto da includere “rituali volti a servire il dio come se fosse un sovrano o un nobile” (pp.37).

In altri termini, sempre citando alcune pagine del libro di Daniela Bevilacqua, possiamo dire che “le devadasi non erano solo delle ritualiste-artiste indispensabili alla buona riuscita dei samskara, ma anche simboli terreni della presenza divina. La funzione di nityasumangali e l’attività di benefattrici determinarono l’alta considerazione che la popolazione aveva di loro” (pp.80). Questo lo possiamo scrivere in merito alle devadasi che svolgevano la loro funzione secoli fa. Poi il colonialismo e anche le tradizioni millenarie sono cambiate. Leggiamo che “vari provvedimenti legislativi hanno portato al cambiamento di status e a una rivisitazione del loro ruolo”; tanto che oggi “la tradizione persiste soprattutto nelle regioni più povere come forma di prostituzione e in aree dove la dedicazione è frutto di ignoranza e superstizione”. Avvenimenti di cui, a torto o a ragione, abbiamo colto la paradossalità: ovvero come una cultura vittoriana, profondamente bigotta e moralista, abbia poi dato il via libera a un vero e proprio incentivo al “peccato”, sfruttamento della donna compreso.

Le nove di sera | False percezioni


Nuova uscita editoriale di Luigi Milani, ce ne parla in un post sul suo blog e io qui sotto vi incollo le info, intriganti…

La realtà di una grande città come tante altre, in questo caso quella metropoli tentacolare, a tratti alienante che può rivelarsi Roma, la capitale.

La violenza, amplificata dall’alienazione e dalla noia, può esplodere da un momento all’altro, solo che se ne presenti l’occasione. E le occasioni non mancano, come insegna la vita di tutti i giorni.

È quanto accade una sera a Giorgio, giovane fotografo squattrinato. L’amara scoperta di un tradimento lo spinge all’incontro casuale con una ragazza attraente, dall’aria sfrontata. Tra i due sembra nascere un’intesa, ma chi può dire quali saranno gli esiti di una serata all’insegna dell’alcool e della trasgressione?

È la trama di un racconto noir d’ambientazione metropolitana, in parte ispirato da fatti realmente accaduti. In eBook gratuito sulla piattaforma Amazon da oggi, mercoledì 15 febbraio, fino  a domenica 19. La pagina dell’eBook: http://amzn.eu/c0Y41wq

“Il ritorno di Mithra il dio rimosso dalla storia” di SILVIA RONCHEY | “Strane cose”, il blog di Ettore


Sul blog di EttoreMarini una bella analisi di Silvia Ronchey sul culto di Mithra, che a lungo ha conteso al Cristianesimo il primato religioso nella Roma imperiale. Sempre utile rinfrescare le memorie, in un giorno come questo di parole vuote e irresponsabili.

Ma il più importante nucleo del mitraismo in occidente, importato nell’impero romano dalle legioni che i cesari mandavano a combattere e morire sul limes orientale, era l’idea di militia. Nessun culto pagano precedente la esibiva, anche perché nessuno quanto Mithra era stato il dio dei soldati e degli eserciti. L’iniziato mitraico al terzo grado di ascesa astrale era miles (qualifica tecnica, dopo corvo e crisalide e prima di leone). Il mitraismo esaltava la condizione interiore di militanza, la sacralizzava, e d’altra parte assimilava esteriormente l’esercizio della religione al servizio militare: il nome di sacramentum non era diverso da quello del “giuramento” che come le reclute dell’esercito gli iniziati dovevano prestare per combattere, nel nome del dio invincibile le potenze del male. Proviene secondo alcuni dal mitraismo, o in ogni caso vi si sovrappone, quell’ostinato concetto di militia Christi, che compare fin dalle epistole di Paolo o da quelle di Clemente, e che non ci aspetteremmo in una religione basata su una predicazione di pace come quella del Vangelo. In principio il cristiano è miles Christi: lo è costantemente il martire, o “testimone”, nella fase originaria e antiautoritaria del cristianesimo, studiata ed esaltata dalla prima letteratura protestante sui più antichi Acta martyrum, ossia sugli “atti” dei processi intentati dallo Stato romano contro i cristiani. Il cristianesimo “rivoluzionario” dei primi secoli promuoveva una “lotta armata”, pur incruenta, allo Stato, contrapponendo la militanza religiosa (per dio) alla militanza laica (per l’imperatore) e rifiutando la seconda.
È forse la militanza religiosa il vero oggetto della nostra rimozione? Lo spettro di una bellicosità che vogliamo considerare esclusiva di altre fedi? È forse il timore e nello stesso tempo la tentazione di un’idea di fede militarizzata a farci temere di riscoprire Mithra, e con lui una radice del cristianesimo? Il fatto è che gli studiosi sono incerti: potrebbe ben essere stato il mitraismo ad avere assorbito elementi ideologici dei primi cristiani, e ad averli peraltro disinnescati. Se la militanza del cristianesimo primitivo era eversiva e antistatale, la militanza mitraica era invece lealista all’imperatore. Cosicché il culto di Mithra potrebbe essere stato incoraggiato proprio come risposta alla militia protocristiana. Che rientra infatti nel III secolo, quando la penetrazione della nuova religione tra le élite è ormai compiuta e l’apologetica, a partire da Tertulliano, sigla il grande compromesso tra cristianesimo e Stato romano. Ed ecco che anche il mitraismo, nella sua accezione originaria, sfuma nel culto orientale del Sol Invictus, assunto a religione ufficiale dagli imperatori: Diocleziano consacra il proprio carisma deo Soli Invicto Mithrae fautori imperii sui.
Nel IV secolo, nonostante Costantino, il mitraismo continuerà ad affiancare il cristianesimo quasi come culto gemello, e ancora sotto Giuliano e poi nell’Alessandria del V secolo, capitale delle filosofie, della gnosi e dei sincretismi, le campane di Mithra continueranno a chiamare a raccolta i fedeli insieme a quelle delle chiese cristiane. Ma da questo momento in poi, dall’affermarsi, con i decreti teodosiani, del cristianesimo come religione di stato, l’iniziazione mitraica resterà ancora più sotterranea.

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