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Archivio per Roma

“I Sette Re di Roma” tra mito e realtà – Associazione World SF Italia


Su WorldSFItalia la segnalazione completa della saga di Franco Forte dedicata ai sette re di Roma. Ecco il dettaglio:

Stiamo parlando de “I Sette Re di Roma“, serie ideata dall’infaticabile scrittore e giornalista Franco Forte, composta da sette romanzi che, a partire dal prossimo novembre, sarà in libreria nella prestigiosa collana “Mondadori Oscar Bestseller Historica”.
Si comincerà con la riedizione di “Romolo – Il Primo Re” volume che ha destato grande interesse tra i lettori e che ha dato l’input all’intero progetto editoriale, pubblicato da Franco Forte e Guido Anselmi e dedicato al leggendario creatore dell’Urbe.
Si procederà quindi durante tutto il 2021 e gli inizi del 2022 con gli ulteriori sei romanzi intitolati ognuno agli altri mitici sei sovrani ossia: Numa Pompilio, che sarà pubblicato nel febbraio 2021, realizzato dallo stesso Forte affiancato da Imperi e Roncari.
La terza uscita, prevista sempre per febbraio 2021, riguarderà Tullio Ostilio (scritto da Forte, Alfieri, Bonfiglioli). Quindi per giugno 2021 toccherà ad Anco Marzio (Forte, Di Gialleonardo, Gospodinoff). Tarquinio Prisco sarà in libreria a settembre 2021 (Forte, Fontana, Tortoreto). Servio Tullio a novembre 2021 (Forte, De Boni, Grella).
A chiudere la serie sarà il settimo testo, relativo a Tarquinio il Superbo, disponibile a gennaio 2022 (Forte, Leonelli, Voudì).
In conclusione, un’avventura editoriale originale nella quale quattordici ottimi scrittori italiani danno corpo, in una mescolanza di vicende entusiasmanti, epiche e con riferimenti concreti, a sette avvincenti romanzi sulle vicende che hanno visto Roma, da piccolo villaggio, divenire la capitale di un potente Impero e di una delle più grandi civiltà espresse dall’uomo.

Quando Roma era una città spopolata | NationalGeographic


Sul NationalGeographic un bell’articolo per ricordare la decadenza di Roma, dopo il periodo imperiale, prima dell’ascesa del potere temporale della Chiesa cattolica. Un estratto:

Roma ha due celebri facce, quella classica imperiale e quella sgargiante dei papi. Ma fra lo splendore dei due periodi si nasconde quasi un millennio in cui era moribonda. All’apogeo dell’impero, verso il II secolo d.C., la città ospitava più di un milione di abitanti. Tuttavia, verso la fine del VI secolo erano rimasti solo 20mila sopravvissuti a una moltitudine di guerre, carestie e pestilenze. Se n’erano andati i mercanti, i marinai, le prostitute, i lavoratori e la plebe, mentre la nobiltà era salpata per Costantinopoli. Roma non era più caput mundi. Anzi, era governata come una provincia dell’impero bizantino.

La Roma di Gregorio Magno

È così che la trovò Gregorio Magno nel 590 d.C., l’anno della sua elezione al trono di Pietro: una città in bilico fra un glorioso e intimidatorio passato e un presente di abbandono. Tanto che lo stesso Gregorio ne parlava usando i simboli dell’impero caduto: «Roma è diventata calva come un’aquila che ha perduto le piume».

Vista dall’alto delle colline, la città aveva ancora l’affascinante skyline del suo glorioso passato: svettavano le statue mastodontiche, le piazze ricoperte di marmo, le colonne decorate, i tetti di bronzo sgargianti, le ville patrizie e le insule, i condomini della plebe. Eppure, era una città fantasma: le vie erano ricoperte di muschio e i palazzi avvolti dall’edera, abitati da volpi e gufi. Il Tevere era straripato molte volte e l’assenza di manutenzione aveva fatto sì che uno strato di fango indurito rivestisse le strade.

La via Sacra parte ai piedi del Colosseo e arriva fino all’altro cuore monumentale di Roma, il Campo Marzio: si stagliavano all’epoca le imponenti basiliche – dove un tempo si riunivano i commercianti –, gli enormi teatri di Pompeo e di Marcello e le lussuose terme di Agrippa.
La lista della magnificenza è lunga, ma la sparuta popolazione non sapeva più che farsene di tanto clamore architettonico. I pochi abitanti, abituatisi all’abbandono, non si curavano delle erbacce o del fango che, sedimentatosi, aveva alzato il livello della strada, e si ingegnavano aprendo sentieri che si incuneavano nella boscaglia attecchita fra i templi. Sulle strade erano cresciuti degli alberelli che, con il tempo, sarebbero diventati querce secolari, ben visibili da Carlo Magno quando, nell’800, farà il suo ingresso da nord per la via Lata, l’odierna via del Corso.

 

L’impero Romano morì nel 1453


Gli avamposti imperiali segnavano la continuità con il precedente Stato. Ma poi, quello che successe dopo, ne è stata la naturale conseguenza.

Maxentius Invictus. E se Massenzio avesse vinto a Ponte Milvio? – TRIBUNUS


Su Tribunus un interessante esperimento di ucronia imperiale romana: cosa sarebbe successo se a Ponte Milvio avesse vinto Massenzio e non Costantino?

La sconfitta e morte di Costantino a Ponte Milvio avrebbero potuto avere due conseguenze immediate e chiaramente riconoscibili. La prima e più ovvia: la città di Costantinopoli non sarebbe mai stata fondata, con tutte le conseguenze che ciò comporta.

È vero che l’Oriente Romano non avrebbe avuto il suo baluardo, che gli consentì di sopravvivere per più di mille anni, ma altrettanto è vero che lo spostamento dell’asse politico da Occidente verso Oriente innescato da Diocleziano sarebbe stato con molta probabilità bruscamente invertito. Roma sarebbe tornata ad essere non solo la capitale simbolica, ma politica, dell’Impero, almeno nella sua pars Occidentis. Il richiamo simbolico e morale di Roma, il suo primato di Città Fondatrice dell’Impero, avrebbe determinato una predominanza di fatto degli Imperatori d’Occidente, ivi risiedenti, su quelli d’Oriente.

La rivoluzione avviata da Massenzio a Roma avrebbe potuto finalmente compiersi: il Senato restituito alle sue prerogative politiche e militari; il ripristino di una imponente guarnigione di stanza a Roma e in Italia, composta di pretoriani, equites singulares, urbaniciani, come era al tempo dei Severi; il ritorno a piani urbanistici monumentali, che sottolineassero il privilegio dell’Urbe rispetto a tutte le altre città dell’impero; il ripristinato accento posto una mitologia pubblica tradizionale, fondata sul mito delle origini, della fondazione romulea, delle divinità ancestrali e dei leggendari antenati e capostipiti come Enea, Ercole, Evandro.

Il Cristianesimo: una religione come le altre

Massenzio non fu mai un persecutore dei cristiani. Egli ripristinò la libertà di culto, restituì le proprietà confiscate alla comunità cristiana durante la persecuzione del 304 d.C., pose fine alle diatribe fra le varie fazioni ed esiliò i vescovi facinorosi, imponendone altri di sua nomina. Mostrò per la prima volta il segno della croce, seppur timidamente, sul conio pubblico, e costruì la prima Basilica cristiana della storia, oggi nota come San Sebastiano Fuori le Mura. Questo ci dà una misura di ciò che sarebbe stata la storia del Cristianesimo in un impero romano massenziano: le varie sette avrebbero continuato a esistere, senza che fosse forzata da parte dello Stato l’imposizione di un credo su tutti gli altri, dichiarati eretici e perseguitati.
Il cristianesimo sarebbe stato inserito nella pax deorum, quindi condividendo tutti i diritti di religio licita delle altre religioni dell’impero, ma al contempo senza godere di alcun privilegio, in contrasto radicale con quelle che saranno invece le politiche dei costantinidi.

Disagiotopia al Brancaleone


D Editore è una casa editrice assai attiva, sia dal punto di vista della ricerca in architettura e transumanismo, sia per l’attenzione ai temi sociali ed economici, politici oserei dire; tutto ciò si traduce in un’indagine costante sul nostro presente, con accenni al futuro e al passato, una tensione fortemente critica al mondo globale in cui siamo tutti immersi.
Venerdì 2 ottobre – domani – al CSOA Brancaleone di Via Levanna in Roma ci sarà una bella presentazione di un titolo di D Editore: Disagiotopia. Alle 18.30. Qui l’evento FB; ci vediamo lì?

A lungo ci siamo raccontati che questo era il migliore dei mondi possibili, e invece eccoci qua a fare i conti con gli effetti collaterali del nostro modello di sviluppo: diseguaglianza, nevrosi, precarietà di massa. Entrato da almeno quattro decenni in una fase di crisi severa, forse terminale, il capitalismo occidentale non riesce a produrre benessere materiale senza diffondere allo stesso tempo un malessere profondo. Finito il tempo delle utopie, ogni sfera dell’esistenza viene toccata da quello che ormai appare come un fenomeno endemico: dalla vita politica a quella psichica, dallo spazio urbano a quello domestico, dall’adolescenza all’età adulta.
Per orientarci in questa terra desolata, abbiamo chiesto a otto autrici e autori di provare a disegnare una mappa del disagio. Otto tra storici, filosofi, architetti, urbanisti, sociologi, psicologi per raccontare il nostro “tempo fuori di sesto” e immaginare delle forme di resistenza.

Il conflitto degli ordini: patrizi e plebei nel V e all’inizio del IV secolo | Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis un piccolo trattato sulla dicotomia plebei vs. patrizi della Roma monarchica e repubblicana, che fa luce – per l’ennesima volta, ma non è mai abbastanza – sui rapporti tra le due caste sociali e di come si sono evolute nel corso delle generazioni. Un estratto:

L’ammissione dei plebei al consolato, nel 367/6, costituisce una pietra miliare nel cosiddetto «conflitto degli ordini» dal quale la tradizione più tarda, in Livio e in Dionigi di Alicarnasso, vede caratterizzata la storia romana per più di duecento anni, dall’inizio del V secolo fino al 287. La netta dicotomia tra plebei e patrizi nella lotta sugli stessi punti controversi (come ad esempio la protezione dall’arbitrio dei magistrati, la certezza del diritto, la liberazione dalla servitù per debiti e la parità nei diritti politici) offre ai confusi rapporti degli inizi della repubblica una struttura chiara e temi concreti ai quali gli autori più tardi poterono sempre di nuovo ricorrere, senza troppa fatica, nei diversi momenti di queste contrapposizioni, interrotte da fasi di quiete anche decennali. In questo modo, fu loro possibile presentare tutte le diverse conquiste di Roma repubblicana (come il diritto di provocatio, il tribunato della plebe, la legislazione delle dodici tavole, il tribunato consolare, l’ammissione dei plebei alle cariche pubbliche e sacerdotali, l’abolizione della servitù per debiti e l’attribuzione di forza di legge ai plebisciti) come altrettanti prodotti di un unico conflitto degli ordini protrattosi per più generazioni. I compromessi che i plebei e i patrizi accettarono accogliendo la maggior parte di queste nuove istituzioni, centrali nella coscienza che i Romani ebbero di sé, esaltano come tratto fondamentale di entrambe le parti la loro pronta disponibilità alla conciliazione, e il desiderio di concordia, per quanto distanti fossero state le posizioni iniziali. Nondimeno, i due ceti furono sempre costretti alla pace interna da qualche pressione militare dall’esterno. E la grande regolarità con la quale, a ogni nuova contesa interna tra Romani, i vicini popoli dei Volsci, degli Equi e dei Sabini avrebbero invaso il territorio di Roma, induce a sospettare che questi assalti siano una costruzione degli storici.

Riassumendo, molti dubbi sono stati sollevati sulla visione del conflitto degli ordini come del lunghissimo travaglio necessario alla nascita della repubblica romana. Infatti, esso è ignoto come tale ai primi cronisti di Roma, da Fabio Pittore a Catone il Vecchio e a Polibio, e fino a Cicerone: nella loro esposizione, gli atti di fondazione della repubblica risalgono all’indietro solo fino alla legislazione delle dodici tavole, verso il 450. Questa va considerata una conseguenza dell’origine orale delle tradizioni (oral tradition) relative alla fase di fondazione dello Stato romano, che naturalmente comprende anche il periodo della monarchia. Negli autori citati, a quest’epoca di fondazione, come c’è da aspettarsi date le strutture che caratterizzano la oral tradition, segue una fase intermedia, dalla metà del V fino alla metà del III secolo circa, con un elenco di pochi, aridi fatti e alcuni nomi di persone che con il loro comportamento esemplare servono a illustrare il funzionamento di quelle istituzioni che si erano lentamente e faticosamente consolidate. Infine, con la prima guerra punica (264-241), nei primi storiografi subentrarono i ricordi personali, che anche agli autori successivi avrebbero fornito i contenuti per una storiografia che da allora fu soggetta alle leggi della letteratura.

Con l’estensione temporale del conflitto degli ordini, altrettanto poco chiara è l’identità dei suoi attori. Dalle fonti, infatti, soltanto in modo frammentario è possibile comprendere perché e a partire da quando i patrizi si staccarono dai plebei. Un confronto tipologico con altre aristocrazie nelle società arcaiche indica come caratteristici del patriziato i seguenti elementi: privilegi religiosi, come il monopolio delle cariche sacerdotali; insieme a questo, il monopolio della giurisdizione, che aveva un fondamento sacrale; riti nuziali caratteristici e propri; stretti rapporti economici e familiari con gli aristocratici stranieri; orgoglio per il proprio albero genealogico; possesso di vasti terreni coltivabili, e di cavalli; gran numero di agricoltori dipendenti; infine, il monopolio di magistrature che certamente erano collegate a funzioni sacrali, come l’accoglimento degli auspici, e l’esercizio dell’imperium.

Attraverso la notte di Roma


Lasciati andare, e ascolta i rimbrotti della notte mentre attraversi i millenni ancora vivi.

Cavalca la finzione


Il materiale fittile sostituisce i frammenti marmorei, l’inversione del tempo si rivela come un altro aspetto reale dell’illusione sensoriale e tu devi solo cavalcare ogni singola possibilità della finzione.

Degradi sonori


Nel crash di un’applicazione olofonica il suono che ne deriva è prossimo al segnale mono, istinti lasciati proliferare in una periferia degradata e degradante di nonsense surreale.

Voci notturne, un capolavoro televisivo dimenticato – 20contrari


Leggo sul blog 20contrari un interessante intervento che non conoscevo di Davide Pulici, uscito su Nocturno, riguardo la serie TV di venticinque anni fa Voci Notturne, di Pupi Avati. Ve la incollo qui sotto, perché è una definizione sottile e vasta, che ben rappresenta l’anima di questo sconosciuto serial di altri tempi, che rimanda spesso a Il segno del comando ma che ha il pregio di essere notevolmente più credibile.

Voci notturne rappresenta, ancora oggi, l’apice di un certo universo avatiano ‘a latere’ della sua filmografia ufficiale, quello del gotico avatiano: e in esso, il grande regista bolognese concentrò il distillato più puro e ossessionante del proprio immaginario fantastico-esoterico, tanto vero e sentito da essere ancora oggi pienamente inquietante e terrificante..() Avati scrisse ‘Voci notturne’ partendo proprio dall’enigma dell’esistenza di Fulcanelli , intessendo intorno a questo nucleo primario una stratificata, labirintica e coltissima serie di trame e sottotrame che mescolavano religioni classiche e musicologie antiche, telefonate dall’aldilà e scandali politici allora come oggi in voga, oscuri segreti della seconda guerra mondiale e Olocausto con fenomenologia delle sette new age”.

La Ragazza con la Valigia

Ironia e parodie, racconti di viaggio e di emozioni…dentro, fuori e tutt’intorno !!

simonebocchetta

Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

TRIBUNUS

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