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Archivio per Roma

I dispacci imperiali – raccolta di racconti di Sandro Battisti


Un’altra mia pubblicazione sempre disponibile sui vari store online è I dispacci imperiali, raccolta di racconti edita in ebook da KippleOfficinaLibraria che esplora il mondo dell’Impero Connettivo nei suoi rivoli secondari, che hanno poi determinato il corso di alcuni romanzi imperiali; il cofanetto si estende dalla genesi del ciclo (2004) fino al romanzo L’impero restaurato, Premio Urania 2014. Ne esiste anche una versione cartacea che include però pure racconti non imperiali.

Una raccolta di racconti che indagano minuziosamente il mondo imperiale connettivo, retto dall’alieno Totka_II e dal suo plenipotenziario Sillax che realizzano una diarchia di fatto dove le ampie vedute dell’alieno vengono attuate dal suo funzionario principale, dove si muovono in sottofondo altre figure minori dell’apparato imperiale in cui convergono, come ogni storia minuta e vissuta, personaggi del popolo postumano connettivo consci di vivere un’esperienza indimenticabile, storica, lì dove il Tempo e lo Spazio non hanno significato.

Lankenauta | Libro dei fulmini


Su Lankenauta la recensione a Libro dei fulmini, strano romanzo di Matteo Trevisani. Un copiaincolla della critica, giusto per capire cosa ci troviamo davanti:

Il protagonista del romanzo di esordio di Matteo Trevisani (Libro dei fulmini, Atlantide 2017, Euro 20,00) è uno studioso di magia ed esoterismo e fa il giornalista culturale per una rivista per la quale si occupa di “musei abbandonati, chiese senza più storia, templi romani obliati”. Anche lui si chiama Matteo come l’autore, il quale egli stesso da sempre si occupa di esoterismo, scienze occulte e filosofia, forse più di un sospetto sulla nascita di un nuovo genere letterario di tipo ibrido quale potrebbe essere definita un’auto fiction in salsa di saggio archeo-filosofico? Matteo ci accompagna in una Roma umbratile e crepuscolare, anche se per lo più limitatamente a quella delle antiche vestigia imperiali e invasa dalle orde di turisti, con i palazzi trafitti dall’arancio dei raggi del sole al tramonto, alla ricerca dei misterici segni lasciati dai fulmini. I fulmini sono i messaggeri degli dei e tramite fra il mondo dei vivi e quello dei morti. Il loro culto che testimonia il rapporto della divinità con gli umani e risponde alla necessità di “normalizzare i rapporti fra cielo e terra”, è tramandato nei secoli e risale prima ancora che ai romani, agli etruschi che ne furono i primi sacerdoti.

Matteo riceve un messaggio sul telefono che lo invita a recarsi al Tabularium, la terrazza che domina il Foro romano ed è da lì che tutto ha inizio, con la visione di una strana e arcaica cerimonia alla quale sembra sia stato chiamato a assistere in quanto eletto.

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Davvero accaduto


La visione di una via, loggata da binari del tram e da linee elettrificate, aeree. Una percezione di ciò che è realmente accaduto

Il 1969 dei Pink Floyd: la storia di Zabriskie Point | OndaMusicale


Su OndaMusicale il racconto delle registrazioni dei Pink Floyd per la colonna sonora di Zabriskie Point, avvenute a Roma alla fine del ’69. Cose davvero pittoresche…

Proprio mentre è a Londra per girare Blow Up, Antonioni ha avuto modo di vedere all’opera i primi Pink Floyd, in un pirotecnico live psichedelico alla Roundhouse, accompagnato da Monica Vitti. E mentre è in California per girare Zabriskie Point, nel ’68, la band si trova lì col tour di A Saucerful Of Secrets. I Pink Floyd sono un gruppo di riferimento per la cultura giovanile californiana, tanto che già nelle prime scene del film appare il retro della copertina di A Saucerful Of Secrets, mentre uno dei protagonisti telefona, seduto sul letto.

A Roma i quattro musicisti alloggiano in un hotel di lusso, il Massimo D’Azeglio, ad appena trecento metri dagli International recording studios di via Urbana. Il ricordo di Roger Waters di quel periodo è piuttosto pittoresco e serve a dare l’idea del periodo: “Andammo a Roma e alloggiavamo in un hotel di lusso. Ci svegliavamo regolarmente alle 4 e mezzo del pomeriggio, ci fiondavamo al bar e stavamo lì fin verso le sette quando, barcollando, ci infilavamo al ristorante, dove mangiavamo e bevevamo più o meno un paio d’ore. Dopo una settimana circa delle due programmate, il tipo del ristorante cominciò a cambiare le nostre ordinazioni; noi chiedevamo dei vini assurdi e lui ce ne portava altri, certe bottiglie a prezzi folli.”

Alla boheme della vita nell’albergo di lusso, fa però da contraltare l’impatto tutt’altro che idilliaco col maestro Antonioni. È ancora Waters che racconta, in questi spezzoni tratti da Zig Zag, una rivista dell’epoca: “Si cominciava a lavorare alle 9, minuto più minuto meno; lo studio distava pochi minuti a piedi, ci andavamo barcollando. Non c’era molto da fare e avremmo potuto sbrigarci in cinque giorni. C’era Antonioni e noi avevamo preparato dell’ottima musica ma quando la ascoltava, ricordo che aveva un terribile tic, si lanciava regolarmente in commenti tipo: “È beeeeellissssimo ma trooooppo triste” o “È trooooppo forte”. C’erano sempre errori, e non da poco. C’era sempre qualcosa che impediva alla musica di essere perfetta. Qualunque cosa tu cambiassi, non andava bene e lui non era contento. Un inferno, un vero inferno. Antonioni si sedeva ad ascoltare e ogni tanto – spesso – si addormentava. Noi continuavamo a lavorare fino alle sette o alle otto del mattino, tornavamo in albergo per colazione, poi a letto, su alle 4 e mezza e ancora al bar.”

Complessità cognitive (Roma)


A mani nude nella terra, per ricordare ciò che è stato dimenticato, in una dimensione piuttosto che in un’altra evanescente. Infine, riemergono i fatti, e lo stupore ti avvinghia fino alle complessità cognitive di cui non sarai mai degno.

La Via dei Sepolcri (Monte Tuscolo) – Nemora


Su Nemora un viaggio crepuscolare – e cosa c’è di meglio di questo periodo, di questi giorni che esplorano l’abisso dell’inverno e solstiziale incipiente? Lungo la strada che i Romani, duemila anni fa, percorrevano nei dintorni di Frascati ci sono innumerevoli tombe, ora abbandonate e misconosciute; il viaggio si fa interiore, sul filo di altre dimensioni…

Vieni sulla Via dei Sepolcri, lungo il Monte Tuscolo.
Varca il cancello che immette sul sentiero lastricato ed entra in questo spazio in cui giacevano i corpi degli Antichi.
La giornata è ventosa. Lo stesso vento che ha spazzato via i resti umani portandoli con sé, lasciandosi alle spalle involucri vuoti.

All’ombra delle querce, passo passo, avvicinati ai colombari che custodivano le urne cinerarie del popolo basso.
La cremazione era in uso nell’Antica Roma fra la metà del I a.C e il I secolo d.C, perciò il lasso temporale in cui i resti furono deposti qui non oltrepassa il regno dell’imperatore Claudio.
Dagli Antonini in poi, di fatti, si diffonderà definitivamente la pratica dell’inumazione, con la quale il corpo viene posto sottoterra.
I colombari derivano il loro nome dalla conformazione dei nidi di piccione ed erano destinati al volgo, alla povera gente; servivano l’esigenza di dover disporre più morti in uno spazio ristretto.
Avvicinati per osservare meglio le mensole che ospitavano le urne: ci sono ancora i resti dei recipienti – detti “olle“- che contenevano le ceneri. Piccoli ventri in coccio.
La tomba come ritorno al grembo materno, spazio cavo in cui avviene una metamorfosi.
A destra c’è una camera sepolcrale composta da un vano dal basso soffitto, ricavata nella roccia lavica. Addentrandoti noterai una caratteristica che accomuna le tombe antiche rupestri in cui sei entrato finora. Il pavimento polveroso, le pareti fresche e ruvide. E come sempre non c’è vita, se non qualche ragno che ha tessuto la sua trama all’ingresso. Vegetazione e fauna si astengono dal proliferare nella penombra vellutata dei sepolcri. Dove a ogni passo tenui particelle fuligginose si sollevano e l’atmosfera è sospesa nel Tempo.
Dall’interno si vedono edera e rovi pendere dall’alto e, avanti ancora, la strada di basolato.
Ed eccoti, sei fuori dalla vita. Non c’è nessuno a transitare in quel momento – e, in realtà, per di qui non passa più quasi mai nessuno – ma prova a immaginare come possa essere osservare i vivi lì fuori, dal fondo di uno spazio incastonato fra le braccia della terra.
I rumori sono attutiti. I colori distanti. I passi spenti.

L’antica Roma era una città di immigrati, lo certifica il Dna – Repubblica.it


Con buona pace di tutti coloro che pensano che gli Italiano, i Romani e le etnie antiche dell’Italia fossero ben definite e pure. Da Repubblica.

L’Antica Roma era una città di immigrati, come New York: è stata fin dalle origini un crocevia di civiltà, con etnie anatoliche, iraniane e ucraine, rintracciate nel profilo genetico dei suoi primi abitanti, grazie all’analisi del DNA da 29 siti archeologici, che ha permesso di ricostruire 12.000 anni di migrazioni. La scoperta, a cui la rivista Science dedica la copertina, si deve al gruppo internazionale coordinato da Alfredo Coppa, antropologo fisico dell’università Sapienza di Roma, Ron Pinhasi, antropologo dell’università di Vienna, e da Jonathan Pritchard, genetista e biologo dell’università americana di Stanford. Grandissima la partecipazione italiana, con numerose università, Soprintendenze archeologiche e ministero dei Beni Culturali.

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