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Archivio per Roma

Il banchetto dei corvi (554-567), ep. 86 – Storia d’Italia


Bellissimo podcast che narra dell’estrema decadenza, della desolazione estrema di una nazione uscita dalla Guerra Gotica del VI sec. d.C. e amministrata dal generale romano Narsete, inviato dall’imperatore di Costantinopoli Giustiniano I.
Lo scenario che ne esce fuori – popolazione italica dimezzata, da 11 milioni a 5 o 6 milioni – unita al disfacimento strutturale di ogni logistica imperiale eredita dai Goti, indica l’inizio vero del Medioevo, di quel periodo secolare in cui la memoria di ogni splendore passato svanì o assunse un’altra luce, profittatrice, cialtrona, violenta o bigotta.

Il gran rifiuto di Ottaviano Augusto – di Alecs Ferrante


[Letto su Impero Romano – gruppo privato FB]

Il 13 gennaio del 27 a.C. davanti a un corpo senatorio rimaneggiato, Ottaviano, nell’atto in cui era eletto console per la settima volta, fece il “gran rifiuto”:
Seduto nella sedia curule e il volto ancora pallido per la recente malattia, rimise nelle mani del popolo tutte le prerogative eccezionali che gli erano state conferite. Aveva bruciato metà dei suoi 36 anni in una vita di lotte e la sua salute ne risentiva spesso, cagionevole qual era. Non improvvisava mai e lesse il discorso che si era scritto: “…riprendetevi la libertà e la forma popolare dello Stato, riprendetevi l’esercito e le genti a voi soggette, e governateli secondo il costume antico…”
Un brivido di sgomento percorse l’aula del senato: i presenti, spiazzati, immaginarono il futuro in preda a un caos amministrativo e militare ma la maggioranza, che aveva salutato di buon grado l’abdicazione, gli restituì i poteri ai quali aveva rinunciato. Non solo, in una nuova seduta e in virtù di una recente legge, l’eminenza grigia del principato, Mecenate, gli attribuì il nome onorifico di “Augustus”: “per grazia di Dio”, un favorito del Cielo, un uomo più che umano.
La sua abdicazione fu solo formale e il sogno di Cicerone divenne realtà: la conservazione della massima magistratura repubblicana. Augusto capì, lungi dal suo predecessore, che la rivoluzione doveva passare attraverso la conservazione di pensieri nativi. Fu superiore a tutti per autorità ma non ebbe maggior poteri di quelli affidati ai colleghi magistrati. Un’autentica mossa diplomatica: secondo la teoria repubblicana, il popolo emanava ordini che il senato convertiva in delibere ufficiali ma le assemblee popolari, secondo il nuovo disegno, furono svuotate di funzioni giudiziarie, non avendo più potere di far la guerra o proclamare la pace ma solo il diritto di elezione alle magistrature. Ciò che le assemblee perdettero lo guadagnò il senato (potere legislativo ed esecutivo) ma il princeps poteva piegarlo ai suoi voleri in virtù della sua “auctorictas” e non di un privilegio giuridico.
Testimonianza di tale preferenza per il senato fu la creazione di un “Gabinetto” che fosse chiamato ad assisterlo anche su questioni di sua esclusiva competenza. Questo fu poi ampliato con un console, un pretore, un edile, un tribuno, un questore e 15 senatori estratti a sorte.
Accentrò nelle sue mani l’intera forza militare senza alcuna tirannide ma come servitore della Repubblica e allo scopo di prevenire le interferenze nell’autorità dello Stato; non considerò l’esercito un elemento fondamentale dell’impero e se anche in materia non fosse talentuoso come Giulio Cesare, c’era un valido comandante deputato a tal fine: Agrippa.
Nell’autunno del 27 Augusto partì per le Gallie portando con sé il figliastro Tiberio, figlio di primo letto di Livia, e il figlio di primo letto di sua sorella Ottavia, Marcello, per riorganizzare e sviluppare l’edilizia e il sistema finanziario. La Narbonese era in cima ai suoi pensieri. Nel 26, però, cambiò programma spostandosi in Spagna, la fonte mineraria dell’impero: soggiogò le rivolte dei Asturi e dei Cantabri con due armate ma riparò a Tarraco per la salute malferma e lasciando le truppe ai luogotenenti. Soggiogò i Salassi allo stesso tempo, per difendere i confini e controllare la produzione aurifera delle vallate. Solo la campagna in Egitto andò a mal fine: una lunga marcia di sei mesi per andare incontro alla mancanza d’acqua e a un presto rientro. Augusto fu costretto a destituire il prefetto Cornelio Gallo e a espropriare le sue proprietà, con un decreto del senato, fino a spingerlo al suicidio: con la vanità e la millanteria, Gallo aveva fatto erigere statue nel territorio egiziano raffiguranti la sua effige, solo per aver soffocato una rivolta a Tebaide.
Nel 25 Augusto tornò a Roma e chiamò Messalla Corvino come prefetto dell’urbe, un’antica magistratura cui Messalla dovette rinunciare trovando l’istituto una innovazione pericolosa. Il problema che più lo tormentava, tuttavia, era come assicurare il funzionamento del principato in caso di sua fine prematura: la delicatezza del suo organismo gli faceva pensare con ansia all’avvenire. Chi era degno di succedergli?
Roma trattenne il respiro ma un medico greco, Antonio Musa, con i suoi trattamenti a base di acqua fredda guarì il princeps prima di agosto da una febbre tifoidea. Aveva rinunciato al consolato e nominato Sestio Quirinale quale successore, un vecchio repubblicano che aveva combattuto a fianco di Bruto.
Il destino volle che superasse le difficoltà con l’attribuzione di un “majus imperium” valido su tutte le province ma saggiamente programmato per una durata temporanea: aveva il comando supremo dell’esercito, decideva la distribuzione delle terre e interferiva nel governo delle province senatorie, controllava l’elezione dei magistrati e influiva sulle deliberazioni del senato e delle assemblee. Anche la polizia, i lavori pubblici e l’annona erano nelle sue mani. Potendo alimentare il tesoro pubblico coi propri fondi privati, era anche in grado di controllare le finanze in quanto la sua casa era il massimo organismo bancario e commerciale di Roma. Solo una concessione gli fu decretata a vita: la potestà tribunizia.
Non poteva però sfuggirgli l’importante problema della successione. Augusto non poteva emanare, al riguardo, una legge valida per tutti i tempi, ma, designando un successore, creava un precedente: nominò già in vita un collega che possedesse “l’imperium proconsulare” e il potere tribunizio. Scelse Agrippa e dopo di lui il figlio adottivo Tiberio, sacrificando un successore che perpetuasse il suo stesso sangue e le tradizioni della gens Iulia. Fu uno dei pochi errori di Augusto: il sistema quasi ereditario, pur dando frutti in quanto Tiberio era l’uomo più capace dell’impero, non offriva alcuna protezione contro un pazzo come Caligola, uno zotico pedante come Claudio, un mostro come Nerone, un Domiziano o un Commodo;
Augusto non aveva la stoffa del giurista o del filosofo ma un talento pratico al di fuori del comune e un gran considerazione dell’opinione pubblica; e, alle sue spalle, un consulente legale come Ateio Capitone.
Il gigantesco meccanismo poggiava su due principi fondamentali: la sovranità di un popolo visto come unica fonte di potere; un potere delegato sottoforma di imperium a un magistrato, alla morte del quale esso tornava al popolo. Una magistratura perpetua e non provvisoria implicava il rischio che potesse scivolare in qualcosa simile alla monarchia e che il primo cittadino diventasse padrone e non un capo. Non “dominatio” ma “principatus” insegneranno Plinio e Dione Crisostomo a Traiano nell’arte di governo.
In quattro anni il principato aveva fatto i primi passi verso quell’articolazione che doveva renderlo il più complesso e omogeneo sistema di governo che la storia conosca.

Somnium Hannibalis di Chiara Prezzavento – Club GHoST


Su ClubGHoST una mia recensione a Somnium Hannibalis, romanzo storico di Chiara Prezzavento su Annibale visto dopo la disfatta di Zama. Eccola qui:

Scrivere un romanzo storico presuppone un paio di forti capacità del narratore: rigoroso contesto storico (history), collegato a una storia (story) in grado di colpire profondamente il lettore. Ovvero:

  1. La verosimiglianza storica del romanzo – o del racconto – deve essere stringente; lo scrittore deve conoscere molto bene il periodo storico su cui intende innestare gli eventi romanzati, studiando a fondo ciò che accadde in quei luoghi nel momento preso in esame.
  2. L’autore deve saper tratteggiare bene i protagonisti, esistiti o meno, con tutte le verosimili suggestioni e condizionamenti culturali di quell’epoca.

Su questa base, il romanzo Somnium Hannibalis di Chiara Prezzavento soddisfa potentemente ogni presupposto. Parliamo della storia di Annibale, inserito nel contesto successivo alla sconfitta della Seconda Guerra Punica, quando era alla corte di Antioco III re di Siria.
La quarta:

Il luogo è Apamea, l’anno il 191 avanti Cristo.
Annibale Barca vive da esule alla corte seleucide, avvolto in un alone di leggenda, dubbio e amarezza.
Il Re di Siria, Antioco III il Grande, sconfitto in una sconsiderata campagna contro Roma, si rivolge proprio al vecchio generale che aveva predetto inascoltato il disastro, e per tutto un pomeriggio e una notte d’estate lo interroga impietosamente sui suoi sogni pericolosi, sulla vittoria e sulla sconfitta.
In cerca di ragioni per la sua disfatta, il Re troverà invece una storia fiammeggiante e tormentosa, senza respiro, colma di sangue, di battaglie, di sogni e di solitudine, una storia sulla guerra, il destino, la paura e il prezzo che si paga per la gloria.

Il pretesto del romanzo è quindi Annibale che racconta al Re la sua Campagna d’Italia, finita indegnamente dopo trionfi su trionfi, dopo epiche battaglie che ancora fanno storia. Barca cova il suo inesauribile risentimento per Roma e vuole coinvolgere il re siriaco nell’eterna pugna contro la Città Eterna, e per questo gli racconta fin nei minimi dettagli venti anni di Campagna svelando istanti, misteri, drammi, dubbi, esitazioni, esaltazioni, vittorie, passi falsi, grandi ingegni, tessendo una trama sottile talmente verosimile da farci apparire Annibale di fronte ai nostri occhi, mentre sbirciamo oltre il libro per ascoltarlo raccontare ogni evento avvenuto allora, quando Roma sembrava sull’orlo della sconfitta finale e il modo razionale di combattere dei Romani soccombeva al suo modo levantino di dare battaglia, creativo ed elevato alle potenze della sua mente che nemmeno Scipione l’Africano, pur alla fine vittorioso, seppe eguagliare.
Annibale sarà un vostro amico, al termine del libro, e il desiderio di ricominciare la lettura della Prezzavento vi sembrerà un ottimo modo per penetrare ancora più a fondo in quei tempi lontani per respirare ancora una volta l’atmosfera cruenta, antichissima e reintegrata di ogni entropia che il tempo le ha fatto perdere.

Crollo sistemico


Posto tra le griglie di un raccordo inaspettato, i tuoi simboli si accalcano di decadenza e la fine di un’epoca è, in realtà, un drammatico crollo sistemico.

Roma & Costantinopoli


La porzione di città che vedi affacciarsi dietro l’angolo ha similitudini con i suoi epigoni, e non è un caso.

Il signore delle furie danzanti di Luigi De Pascalis – Club GHoST


Sul Club G.Ho.S.T. la mia recensione a Il signore delle furie danzanti, di Luigi De Pascalis. Eccola qui:

Come si viveva a Roma verso la fine del IV secolo d.C., nel caos sociale e politico determinato dalla decadenza dell’Impero Romano e dall’affermazione del Cristianesimo, quando gli antichi dèi perdevano rapidamente importanza e gli imperatori, sempre più deboli e ininfluenti, finivano spesso per morte violenta? Il degrado sociale colpiva soprattutto le fasce basse della popolazione, che vivevano in un contesto di miseria incipiente e violenza sempre più accentuate, ed è proprio in questo scenario che Luigi De Pascalis colloca il romanzo Il signore delle furie danzanti, edito nuovamente da La Lepre Edizioni e che prelude a una trilogia dove la figura dell’investigatore, cardine di molte pubblicazioni del Fantastico – penso banalmente a Sherlock Holmes, ma anche Carnacki, dr. Silence, senza contare tutti gli inquirenti che hanno attraversato la storia del Giallo – viene incarnata da Caio Celso e dal suo braccio destro Alipio i quali, proprio attraverso una trama Gialla che assume le tinte esoteriche della declinante religione pagana, si misurano con una figura sovrannaturale che risponde al nome del dio Dioniso.

Non è facile muoversi tra le case romane di quell’epoca, e non nascondo che una grande fascinazione di tutto il romanzo passa proprio per la stratificazione della Roma di allora con quella dei secoli a noi più vicini, fino a tratteggiare strade e ciottoli che usualmente calpestiamo in questi anni 2000; nel romanzo, però, tutto è appunto una detective story quasi noir, e questa considerazione certo non svilisce una storia scritta molto, molto bene e che a volte sfocia nel sovrannaturale e che, in fondo, rende tutta la nostra esistenza come un immenso sensorio weird.
De Pascalis rende vivido un mondo che non c’è più dicendoci però, con un sussurro, che alla fine non è che adesso ci siano molte differenze rispetto a 1.500 anni fa; che le trame per prendere il potere discendono dalla Filosofia, che viene presto dimenticata per la sete di comando che è crudele, che non ringrazia ma fagocita l’ego con un senso del religioso che invece dovrebbe essere elevazione, comunanza, amore.

Ricordatevi di queste verità quando qualcuno, in nome di un dio o di una supposta ragione qualsiasi, vi chiederà di distruggere un amico, un congiunto o qualsiasi altra persona che voi avete avuto a cuore: tutto quel male vi tornerà indietro e vi polverizzerà, e chi ne gioverà sarà soltanto un sistema inumano di potere. Questo è il messaggio insito nel Signore delle furie danzanti e a noi resta il compito di farne tesoro, nei secoli dei secoli.

2774 volte auguri, Roma


Compleanno di Roma. È il 2.774° anniversario, e ciò che vedo è un luogo che si ammanta di mistico fascino e splendore, ogni anno di più, nutrendosi del suo stesso passato ancora vivo – un immenso genius loci.
Energie affastellate su se stesse, incipienti, fino a quella che sarà la completa trascendenza.

Lankenauta | Il Dio Degli Incroci


Su Lankenauta la recensione a Il Dio Degli Incroci, saggio di Stefano Cascavilla che esplora l’affascinante mondo del genius loci, l’anima – o lo spirito – di un determinato luogo.

L’autore ha viaggiato parecchio intorno al globo, sempre alla caccia di questi spiriti e nelle pagine del libro ci sono molteplici riferimenti a luoghi, culture, popolazioni e tradizioni di tutti i continenti: Mali, Pakistan, Perù, Europa, ovviamente non manca l’Italia e in particolare Roma, la cui cultura fu una delle più ricche in termini di spiritualità legata ai luoghi. Insomma sembra quasi una sorta di viaggio attorno al mondo che ci fa scoprire come tutti gli esseri umani durante la storia abbiano cercato in qualche modo di spiegare quel legame che sentiamo in certi posti.
Questi brevi reportage di viaggio durano in genere un paio di paragrafi da cui l’autore poi prende spunto per argomentare un concetto specifico o un aspetto particolare riguardante gli spiriti dei luoghi. Forse queste sezioni del libro avrebbero potuto essere sviluppate un po’ di più, in modo da alternare meglio il “vissuto” con la “teoria”.
La parte teorica, infatti, assume l’aspetto di spiegazioni del pensiero di numerosi pensatori come, uno su tutti, il tedesco Jung, passando poi per Plotino, Goethe e molti altri. Alcune pagine sembrano in effetti un ripasso della filosofia imparata al liceo e hanno quindi il limite di poter risultare sia molto interessanti che molto noiose, dipende dal lettore.

Il sottotitolo forse ci rivela il messaggio alla base del libro, si tratta di una frase di Servio Mario Onorato, retore del IV secolo “nessun luogo è senza genio”, concetto ribadito anche alla fine del libro: “Potremmo comprendere finalmente che anche la collina, l’albero, il campo hanno un’anima e che, alla fine, quell’anima è anche la nostra.”
Un libro che spazia dal reportage di viaggio al manuale di filosofia, passando per molteplici altre materie tra cui storia, architettura, geografia, antropologia e psicologia.

Cosmogonia – Intervista a Mariano Equizzi: Diana, 6 1 mito!


Bella intervista di Fabrizio Catalano a Mariano Equizzi sul tema, sul progetto tecnologico e culturale di realtà aumentata 6 1 mito. Ascoltatela attentamente: sviscerare il tessuto urbano delle nostre città italiche – Roma, nel caso in questione – in funzione dei miti ancestrali che in età classica si sono condensati in divinità è cultura, e che oggi sono diventati supereroi e altre amenità americane varie.

Quando Annibale salvò Roma, secondo Davide Del Popolo Riolo | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di una nuova uscita editoriale per Davide Del Popolo Riolo, ultimo vincitore in ordine di tempo del Premio Urania. Stavolta, per Watson Edizioni, esce Annibale Barca – Il nemico, romanzo breve di cui vi incollo qui sotto la sinossi:

Protagonisti del loro tempo, immortali nel tempo a venire. Margot, del suo passato, ricorda soltanto la prigionia in una terra di cenere, senza tempo, in un universo dominato dal Signore dagli Occhi Gialli. E la fuga, grazie al potere che gli ha sottratto. E giunta a New Rome, colonia umana dalle dimensioni titaniche, incistata in una città aliena abbandonata. Gli umani sono assaliti da mostri sempre più feroci e l’unica speranza che hanno è il valore del loro comandante, Hannibal. Quest’ultimo ha visioni terribilmente realistiche di battaglie combattute, in un’era tanto antica da averne perso memoria, dal suo omonimo Hannibal Barca. Margot sarà l’unica in grado di liberare Hannibal dalla sua maledizione, salvare New Rome e affrontare il Signore dagli Occhi Gialli.

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

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CARTESENSIBILI

Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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