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Contratto, con le dita bianche, sulla barra di comunicazione, cercando di tener saldo il consenso nel consesso. Possibilità di deriva cognitiva nel momento in cui il tempo si avvita con l’entropia.

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Memoir Enchordis – Byzantium Unveiled


Nel delirio della Storia dove secoli si sommano a millenni, e l’Impero per antonomasia trasfigura e trascende se stesso.

Roger Waters – Roma – Circo Massimo 14.07.2018 – Dogs


Dedicato.

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Roger Waters – Roma Circo Massimo 14.07.2018 – Welcome To The Machine


Di una bellezza struggente e aliena, da commuovere.

Maiali in cielo (con pazzi diamanti) per la fine di un’era | PostHuman


La mia recensione al concerto di Roger Waters, sabato scorso al Circo Massimo di Roma. Su PostHuman – grazie a Mario Gazzola per avermi ospitato sulle sue pagine.

Roger Waters, al Circo Massimo di Roma. Incoming…


Sta per cominciare il concerto finale, l’acme del grandioso, del creativo, del geniale e totale che fino a questo momento è stato possibile concepire, perché va in scena l’addio ai concerti (tramite il tour finale Us+Them) di Roger Waters e quindi dei Pink Floyd. L’arte di Waters ha trascinato i Floyd, la sperimentazione musicale e non solo per decenni e tutt’ora lui ne costituisce l’anima più emblematica; non essere presenti a questo tour equivale a mancare un appuntamento con la Storia e con le energie sottili, surreali: assorbite le vibrazioni floydiane di Waters e dimenticate definitivamente le lordure capitaliste del pop.
Adesso, nel celebrare la chiusura del cerchio, sono lì proprio dove la Storia dell’Occidente è cominciata: al Circo Massimo, nell’antica Vallis Murcia, davanti ai palazzi imperiali che tuttora guidano la nostra cultura. Davanti a me, tra poco, ci sarà Waters in compagnia dei fantasmi floydiani che amo e che mi ispirano da una vita, con l’Impero Connettivo che vibra olografico dentro di me.

La fine di Scipione | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione di La fine di Scipione, romanzo storico scritto da Santiago Posteguillo. Ecco la sinossi per illustrare il contenuto del libro che, visto con gli occhi dell’appassionato di Storia e amante del periodo trattato da Posteguillo, m’incuriosisce molto.

Publio Cornelio Scipione sa di essere arrivato alla fine. È il 190 a.C. La crisi siriaca è al suo culmine, e Roma, anche se sfinita da anni di guerra, ha deciso di fronteggiare il re di Siria, Antioco, costante minaccia ai confini orientali della Repubblica. Scipione è tra i legati inviati in Grecia a negoziare la pace, e anche se la missione è un successo, che porta a Roma di fatto l’incontrastato dominio del mar Egeo e ricchezze inestimabili, Publio Cornelio non viene salutato da Roma come crede di meritare. Lontano dall’essersi arricchito, è tuttavia accusato, insieme al fratello Lucio, di aver accettato doni e denaro da Antioco, per una negoziazione giudicata da Roma troppo mite. È così che Scipione l’Africano, l’uomo che aveva sottratto l’Africa ad Annibale, e che aveva fatto di Roma la sua ragione di vita, decide di ritirarsi a Liternum, in Campania, dove la morte lo coglierà nel 183 a.C.

Scopa mi aveva detto che sconfiggere i catafratti era impossibile. Che per fermare l’avanzata di una cavalleria corazzata di tale portata non c’era altro modo che possederne una identica da opporle. Se il re Antioco, sostenuto da Annibale, avesse utilizzato abilmente le proprie armi, saremmo stati annientati. O forse no. Man mano che ci addentravamo in Asia pensavo solo a come affrontare quella potentissima arma del nemico. A Zama riuscimmo a fronteggiare gli elefanti in campo aperto, cosa che mai nessuno prima era riuscito a fare. Nel fondo della mia anima albergava la speranza che prima del combattimento finale sarei riuscito a elaborare una strategia che ci avrebbe permesso di ottenere la vittoria. Solo pochi giorni prima del grande evento, in preda alle febbri che avevano nuovamente preso possesso del mio corpo, mi si delineò una soluzione. Non era una decisione definitiva, né nulla di nuovo. Ero stato talmente soggiogato dalla mia vanità da cercare disperatamente una maniera innovativa e originale per sconfiggere i catafratti, mentre avrei dovuto guardare al passato, poiché la soluzione era lì e, proprio come era accaduto in passato, il successo dell’impresa poteva ripetersi. Mi venne in mente una lezione del nostro antico pedagogo, Tindaro, che mio padre aveva assunto per istruirci durante l’infanzia. È curioso come la necessità possa farci rammentare tanto nitidamente qualcosa vissuto tanti anni prima. Chissà, forse fu proprio la febbre ad aiutare la mia mente a schiarirsi, a mettere insieme i tanti pezzi che dovevano completarsi per comporre il grande mosaico di manovre che avremmo dovuto seguire per sconfiggere un esercito magnificamente armato che ci raddoppiava in numero. La chiave era rappresentata dai catafratti, ma ciò che davvero mi preoccupava era di non avere abbastanza forze per condurre la battaglia. Dovevo cedere il comando a Lucio e avevo due timori: che non fosse all’altezza del compito e che i legionari si sentissero traditi nel vedermi ripartire in direzione del mare. Tuttavia, le febbri mi avevano lasciato invalido e non c’era altra possibilità. Però, avevo incastrato le tessere del mosaico anche in modo tale da eliminare Gracco, l’uomo di Catone nella campagna, approfittando delle manovre che le legioni avrebbero seguito. Quella fu una mossa meschina della quale non vado affatto orgoglioso. Non ripeterei mai una simile azione. Anche chi ha saputo ottenere grandi cose rimane consapevole del fatto che avrebbe potuto fare di meglio, che molti errori potevano evitarsi. Solo un illuso, un superbo, ripeterebbe le proprie azioni passate nello stesso identico modo. Ci sono filosofi che avrebbero molto da insegnare su questo tema.

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