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Archivio per Sandro D. Fossemò

Massoneria e vendetta in “Il barile di Amontillado” | HorroMagazine


Su HorrorMagazine un’interessante analisi di Sandro Fossemò su alcuni scritti di Edgar Allan Poe; il dettaglio in cui affonda il relatore è notevole, meritevole di ulteriori approfondimenti.

Il breve  racconto gotico intitolato Il barile di Amontillado (The Cask of Amontillado,1846) è un esempio perfetto di arte poesca dato che vi sono tutti gli elementi legati al principio artistico del grottesco e dell’arabesco. Nell’elemento grottesco vi rintracciamo la derivazione di grotta che coincide in pieno all’ambientazione del racconto situato in una fredda cantina che, essendo utilizzata pure come una catacomba dalle pareti umide,  vi si legge anche un significato legato alla gelida oscurità dell’abisso con la sua deforme e mostruosa profondità. Nell’arabesco si vuole esprimere qualcosa di intricato, di bizzarro o di difficile interpretazione. Quindi, il breve racconto esprime una vena enigmatica e allo stesso tempo arcana e ritualistica  da indurre il lettore a un’esegesi  attenta e minuziosa per poter comprendere appieno il rilievo semantico, all’interno di un difficile intreccio simbolico. Effettivamente, è esattamente in quel contesto grottesco e arabesco che si nota come l’autore abbia sviluppato uno stile misterioso volto a compenetrare l’ambiente alla trama. Ovvero, essendo il contenuto situato in un fosco sotterraneo, anche la storia diviene a sua volta criptica con frasi e simboli a doppie interpretazioni.

Orrore e follia nel genio di Poe – Parte terza | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la terza e ultima puntata del piccolo saggio di Sandro Fossemò su Edgar Allan Poe e l’interazione con la psicoanalisi.

Sospetto che proprio la dissociazione dal reale abbia reso possibile a Poe di essere un grande esegeta della psiche. Voglio dire che lo scrittore, da come ci viene testimoniato anche dalle riflessioni in Marginalia, dissociandosi coscientemente ma involontariamente dalla realtà, vale a dire senza cadere vittima dell’alterazione psichica, finisca per analizzare e studiare l’anima fino a comprendere paradossalmente, in modo dissociativo, quel volto oscuro della psiche descritto nei personaggi schizofrenici dei racconti. Quindi è totalmente falso e assurdo quello che sostiene Maria Bonaparte.

Edgar Allan Poe, per impedire alla sua natura strana, instabile e ossessionata di far di se stesso un vero criminale o un vero pazzo, aveva ancora a disposizione un’altra “droga”, una droga il cui uso non è alla portata di tutti; intendo parlare dell’inchiostro, con cui fissò sulla carta la sua scrittura bella e curata, le ”immagini” macabre, orribili ma consolatrici, che lo sollevavano ancora dal suo lutto.

Lo scrittore al contrario usa la propria dissociazione non per salvare se stesso dalla follia ma per indagare nella follia del prossimo. La scrittura non è stata un mezzo per evadere dalla propria pazzia ma per immergersi nella pazzia altrui. È assai probabile che Poe sia stato in un certo senso uno psicologo geniale, talmente brillante da usare la propria nevrosi per comprendere la schizofrenia umana. In questo senso, Poe era mentalmente sano perché, a differenza dei folli, era bravo nel comprendersi e nel comprendere. Solo una persona sana di mente può capire quando la ragione si trasforma in “lucida follia” perché diviene eccessivamente strumentale o maniacale a causa di un grave disturbo dissociativo  destinato a sfociare nella schizofrenia.

Interessanti punti di vista, ma la chiosa di tutto l’articolo è illuminante, come se nell’opera di Poe si trovassero elementi connettivi che ricollegano le essenze del nostro mondo con un filo sciamanico, antropologico, surreale. Connettivista, se mi permettete…

La discesa agli inferi di Poe diventa un delirio nevrotico che si trasforma in un mezzo dissociativo ma necessario non solo per esprimere la potenza del sogno nella creatività artistica ma forse anche per stimolare una certa sincronicità attraverso l’archetipo, nell’abisso dell’arte metasimbolica che esprime una rappresentazione del mondo quantico, dove tutto è connesso nella coscienza collettiva universale.

Le esperienze visionarie dello scrittore americano ricordano in particolar modo gli studi dello psichiatra Rick Strassman sugli effetti psichedelici della dimetiltriptamina (DMT) prodotta dalla ghiandola pineale. In questi stati di coscienza espansa, provocati spontaneamente o con la meditazione oppure da determinate sostanze, si riesce a liberare la mente dagli abituali e rigidi schemi mentali per avere accesso a esperienze mistiche dove si possono avere intuizioni brillanti. Può darsi che gli stati visionari provocati  dalla DMT possano facilitare la connessione sincronica dell’archetipo, anche con l’influenza di quelle entità intelligenti che Strassman ipotizza presenti negli stati alterati di coscienza.

Dato che Jung e Pauli hanno collegato le “connessioni significative” al futuro viene spontaneo associare la sincronicità alla sintropia. Conseguentemente, nell’arte metasimbolica di Poe possiamo ipotizzare la descrizione di eventi sintropici quando gli avvenimenti premonitori della morte vengono simbolicamente descritti sotto forma di visioni oniriche. La sintropia è un fenomeno scoperto dal grande matematico Luigi Fantappié (1901 – 1956) che ha teorizzato un tempo che scorre al contrario, vale a dire dal futuro verso il passato. In altre parole, avviene che la causa si trova nel futuro e l’effetto nel passato per il raggiungimento di uno scopo. Se dai racconti di Poe la sintropia ha luogo nei sogni allora possiamo dedurre, visto che il «sogno è l’anima» (Hillman), che l’anima sia probabilmente il cuore della sintropia. A questo punto viene spontaneo chiedersi se i sogni premonitori, senza escludere quelli legati alla morte, siano dei fenomeni sintropici, come avviene proprio nei racconti di Poe. Seguendo questa riflessione possiamo provare a proporre un altro accostamento tra HillmanFantappié  legato alla possibilità che la sintropia si manifesta in qualche modo anche nel processo di individuazione.

Orrore e follia nel genio di Poe – Parte seconda | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la seconda parte di tre del piccolo saggio di Sandro Fossemò dedicato a Poe e alla lettura psicoanalitica delle sue opere.

Secondo Poe, colui che sognava a occhi aperti sviluppava molta fantasia ed era in grado di comprendere la realtà nella sua complessità al prezzo di uno stato di dissociazione visionaria diretta a esprimere una “suprema forma d’intelligenza”. Gli stati di alterazione psichica erano un mezzo per sviluppare fantasia creativa perché permettevano all’inconscio di emergere vertiginosamente nella sfera percettiva. Una caratteristica della percezione geniale consiste nella compenetrazione tra sogno e realtà provocata da stati mentali alterati, forse dovuti a traumi psicologici o all’assunzione di sostanze stupefacenti, in cui avviene la dissociazione dal reale. Carl Gustav Jung (1875-1961) analizza ottimamente il fenomeno in cui l’individuo perde la cognizione della realtà per lasciare spazio all’inconscio.

La forze eruttate dalla psiche collettiva portano confusione e cecità mentale. Una conseguenza della dissoluzione della persona è lo scatenamento della fantasia che, evidentemente, è né più né meno che l’attività specifica della psiche collettiva. Questa irruzione di elementi fantastici introduce violentemente nella coscienza materiali e impulsi della cui esistenza non si aveva alcun sospetto. Si scoprono tutti i tesori del pensiero e del sentimento mitologico. Non è sempre facile resistere a impressioni talmente travolgenti. Questa fase va annoverata tra quelle che rappresentano un vero pericolo nel corso dell’analisi, pericolo da non sottovalutarsi.

Si comprenderà facilmente come questa condizione sia talmente insopportabile che l’individuo desidera porvi termine al più presto possibile, dato che la somiglianza con l’alienazione mentale è finanche troppo stretta. Come è noto, la forma più comune di pazzia , la demenza precoce o schizofrenia, consiste essenzialmente nel fatto che l’inconscio espelle e soppianta, in larga misura, le funzioni della mente cosciente. L’inconscio usurpa le funzioni del reale e vi sostituisce una propria realtà. I pensieri inconsci diventano udibili sotto forma di voci, oppure sono percepiti come illusioni o allucinazioni corporee, ovvero si manifestano sotto forma di giudizi insensati, ma irremovibili, sostenuti in opposizioni alla realtà.

Allorché la persona si dissolve nella psiche collettiva, l’inconscio viene spinto entro la coscienza in un modo simile, ma non identico. L’unica differenza rispetto allo stato di alienazione mentale è che l’inconscio viene portato in superficie mediante l’analisi cosciente; almeno questo è ciò che accade al principio dell’analisi, quando si devono ancora superare forti resistenze di ordine culturale. Più tardi, dopo l’abbattimento di barriere erette nel corso di anni, l’inconscio invade la coscienza spontaneamente e talvolta irrompe nella mente come una fiumana. In questa fase la somiglianza con l’alienazione mentale è strettissima. Però si tratterebbe di vera follia solo se i contenuti dell’inconscio diventassero una realtà che prendesse il posto della realtà cosciente; in altri termini, se il soggetto vi prestasse fede senza riserve.

Solo una mente preparata come quella di Poe era pronta ad accogliere le invasioni dell’inconscio senza crollare completamente nella totale alienazione mentale perché lo scrittore era genialmente in grado di sfruttare la disfunzione percettiva come mezzo conoscitivo della realtà, servendosi dell’analisi razionale della propria fantasia. Di conseguenza, Poe non era uno schizofrenico che aveva completamente perduto il senso del reale, ma piuttosto era un forte visionario, pieno di talento, capace di interpretare coscientemente le proprie visioni. L’analisi junghiana sulla dissociazione della realtà con particolare visioni trova quasi un certo riscontro quando lo scrittore descriveva il suo stato mentale nei momenti in cui “sognava a occhi aperti” nel saggio Marginalia, facendo proprio riferimento in modo impreciso a delle improvvise “fantasie”.

Orrore e follia nel genio di Poe – Parte prima | HorrorMagazine


Sandro D. Fossemò avvia un’altra indagine sul mondo del Fantastico Horror classico, quello di Edgar Allan Poe, per capirsi. Tema dell’indagine tripartita è Orrore e follia nel genio di Poe, su HorrorMagazine. Uno stralcio, giusto per capire di cosa parliamo:

La psicoanalisi ha scoperto che vi può essere un legame psicologico tra la percezione geniale e la dissociazione mentale presente in modo conflittuale ma creativo nell’artista che nella propria nevrosi soffre di disturbi percettivi. La concezione meccanicistica della psichiatria positivistica ha invece quasi sempre bollato l’anormalità come malattia mentale, negandone così le implicazioni creative che sono profondamente legate al mondo della percezione. Proprio come avviene a quell’ostrica che, grazie a un piccolo difetto della conchiglia, permette a un granello di sabbia di penetrare all’interno fino a generare una perla così avviene per chi ha un disturbo nella percezione della realtà dove la perla diventa l’arte. La psicoanalisi junghiana si presta discretamente a uno studio che lega l’inconscio con l’espressione geniale e nevrotica del visionario americano perché la percezione del mito è direttamente influenzata dall’archetipo. Anche se non mi sogno neanche lontanamente di introdurre un discorso analitico sulla complessa e geniale mente del noto poeta posso comunque provare a immaginare un tracciato psicologico ma solo intuitivo della notevole creatività artistica dello scrittore  e affermare senz’ombra di dubbio che spesso le menti più brillanti sono quelle più sensibili e, in un certo senso, anche le più “devastate” a causa di un singolare modo di percepire la realtà che oltrepassa quella comune per indagare meglio su quella “nascosta”.

Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft – Parte quinta | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la quinta e ultima parte dell’excursus cosmico che va da Poe a Lovecraft; qui, qui, qui e qui le puntate precedenti.

Il delirante spirito animalesco che insorge ferocemente  contro quello apollineo e prometeico del mondo  razionale richiama in mente il risveglio dell’istintivo e potente  Cthulhu,  terribile messaggero di una legge spietata dominata da caos e violenza, che genera un mondo folle e depravato in preda a piacevoli riti orgiastici e  crimini sacrificali.

Il culto non sarebbe scomparso finché gli astri non  avessero occupato la giusta posizione, dopodiché i criptosacerdoti avrebbero sottratto il grande Cthulhu alla tomba ed Egli avrebbe risvegliato i Suoi sudditi e ripreso il dominio della Terra. Sarebbe stato facile riconoscere quel tempo poiché per allora l’umanità si sarebbe comportata come i Grandi Antichi: libera e senza freni, al di là del bene o del male, con leggi e morali gettate da parte, avrebbe passato il suo tempo a bestemmiare, uccidere e ad abbandonarsi al piacere.

In un certo senso è come se Lovecraft ci volesse totalmente disilludere dalla pretesa di vivere in un cosmo benevolo, solo apparentemente sano e razionale, servendosi proprio dell’“ignoto” come una porta verso il mondo reale in cui «tutto imputridisce  e muore, dove nelle cantine buie e nelle soffitte sbarrate di quasi tutte le case strisciano, gemono, saltano e latrano mostri». Una porta che, però, viene custodita da Yog-Sothoth, il temibile guardiano dell’inintelligibile, inteso a rappresentare l’impossibilità psicologica di contemplare il volto della realtà, senza rischiare di morire o di cadere in preda alla pazzia.

Possiamo finalmente concludere l’analisi sostenendo che, per poter esserci terrore cosmico, si deve riuscire a esprimere un certo clima d’arcano e inesplorabile  flagello distruttivo in particolari ambienti dominati dall’esistenza, eternamente ripetitiva, di anonime e intangibili forze o presenze diaboliche ultraterrene o anomale, in grado di sorprendere e ingannare con rapidità o intelligenza  le nostre difese naturali o conoscenze scientifiche, fino al punto di trascinare la nostra mente   nel   baratro di un caos senza vie d’uscita. Come ricordano le ultime parole di Nahum: «Non te ne puoi andare… ti attira… sai che qualcosa sta per prenderti e non ci puoi fare niente…»

Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft – Parte terza | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la terza puntata del Terrore cosmico, da Poe a Lovecraft. I confronti della visione lovecraftiani con quella di Nietzsche s’intrecciano e danno a origine a interessanti punti di vista. Qui e qui le puntate precedenti.

Lovecraft condivide con il filosofo tedesco non solo l’anticristianesimo pagano ma anche  la vuota inclinazione che ha l’uomo  verso l’esistenza umana, priva di una qualsiasi “verità”, perché costretta a una incessante e inevitabile lotta per la sopravvivenza, la quale si pone oltre i limiti morali di bene o di male in quanto noi  non  possiamo «discendere o salire ad alcun’ altra “realtà”, salvo appunto quella  dei nostri istinti…». Il dogma  del cristianesimo viene ridotto a essere visto solo come un ingenuo punto di vista dovuto all’inconsapevolezza degli uomini  o un’impostura religiosa. «L’obiezione generale mossa al cristianesimo è che esso ha soffocato la libera espressione artistica, calpestato benefici istinti e creato falsi e ingiusti modelli. Sulla base di questa convinzione, un mio amico, il signor Samuel Loveman, ha scritto una magnifica Ode a Satana.[…]La nozione di Dio è la logica conseguenza dell’ignoranza, perché la mentalità primitiva non concepisce alcuna azione che non sia il risultato di un atto di volontà di un determinato individuo.» In poche parole, per lo scrittore non esiste e non è mai esistita nessuna “retta via” ma più propriamente siamo e saremo sempre vittima di un profondo e intangibile dissidio cosmico, universalmente imparziale per tutti. «Ma non possiamo far predizione né determinare il futuro, perché non siamo nient’altro che creature condannate a un destino cieco.» È ovvio, quindi, che un siffatto sistema  non può assolutamente coabitare  con  degli “esseri umani” ma più naturalmente con delle “bestie” la cui natura selvaggia e stolta  vi convive  in perfetta  armonia e simbiosi. Ma Lovecraft, forse, sta parlando degli uomini? La sua arte macabra nasconde una drammatica denuncia all’infernale condizione umana resa difficile nella dura e brutale lotta per la sopravvivenza contro i suoi simili?

Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft – Parte seconda | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la seconda parte di cinque de Il terrore cosmica da Poe a Lovecraft (la prima è qui). Un estratto:

Nella difficile esegesi relativa all’immaginario lovecraftiano non v’è l’esigenza di dover dare spiegazioni scientificamente dimostrate a tutto ciò che accade perché ciò minerebbe la naturale inclinazione immaginosa della letteratura fantastica ma, invece, si cerca di far leva sull’impossibilità umana, nonostante vi siano i mezzi e le conoscenze scientifiche, di dominare  una Natura  talmente meccanicistica e caotica da diventare  pericolosamente  imprevedibile fino a generare orrore cosmico. «Per tutta risposta, mi limiterei a dire che nessuno dei miei racconti aspira a precisione scientifica o a dichiarata universalità, essendo ciascuno di essi, più che altro, una mera trascrizione d’un singolo stato d’animo o di un’idea con relative ramificazioni fantastiche». Anche se Lovecraft tenta sempre, comunque, di rendere credibile il fantastico, ovvero di pervadere l’aspetto scientifico con quello ultraterreno in modo da far diventare  più coinvolgente e suggestivo il racconto. Difatti, la paura umana viene alimentata proprio dal fatto che l’avvenimento mostruoso potrebbe  anche accadere se si verificano certe combinazioni scientificamente probabili, i cui esiti sono  a noi incogniti.
Se per Schopenhauer l’uomo è almeno un “animale metafisico” che si domanda in continuazione il senso dell’esistenza,  per Lovecraft  invece l’uomo è un  misero “animale intrappolato” e abbandonato solo a se stesso nella sperduta giungla dell’universo, senza la Provvidenza perché la vita viene inesorabilmente aggredita da sconosciuti travolgimenti cosmici, infestati da tenebrose creature mostruose, senza che la vittima abbia almeno  la speranza di salvezza in una  vita ultraterrena. L’unica possibilità di salvarsi  è legata solo alle esclusive capacità e alle forze dell’aggredito.

Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft – Parte prima | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la prima parte di una ricerca sul Fantastico, che coinvolge i concetti del terrore cosmico, da Poe a Lovecraft. Eccone un estratto:

Quando il maestro della ghost story M.R. James legge il  saggio L’orrore soprannaturale in letteratura (Supernatural Horror in Literature) di Lovecraft  non coglie il significato profondo del termine “cosmico” e finisce ingenuamente nel ridicolizzarlo a un amico. James commette un errore clamoroso perché non si rende conto che quell’aggettivo è la chiave per accedere proprio al cuore  della letteratura fantastica in cui l’uomo deve spesso fronteggiare, solo con le proprie forze, un mondo terribilmente caotico e quindi  difficilmente comprensibile dalla razionalità umana. Come scrive giustamente Roger Caillois, nel suo saggio Dalla fiaba alla fantascienza, il fantastico «rivela uno scandalo, una lacerazione, un’invasione insolita, quasi insopportabile nel mondo reale.[..] Con il fantastico affiora uno smarrimento nuovo, un panico sconosciuto.» In una tale situazione, vale a dire drammatica e  psicologicamente decentrata, la realtà è incognita e diventa  indomabile a causa di  forze, non sempre   soprannaturali, che la governano a discapito del sistema cosmico o terreno che noi crediamo strutturato e razionale, appunto.  Pertanto, a causa di un ambiente alieno e avverso, viene a determinarsi una lacerazione psichica che per Edgar Allan Poe emerge dall’anima malata e per Lovecraft dall’universo impazzito ma, per entrambi, questo squarcio interiore è una porta verso l’orrore diretta a chiudersi con la morte o il delirio psicologico.

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