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Archivio per Sardegna

Brigata Stirner – 7 maggio 2022 – Tributo a Franco Serantini


Il ricordo e l’omaggio che la Brigata Stirner fa a Franco Serantini, sottolineando così uno degli infiniti episodi di sopraffazione ideologica e fisica operati da parte di chi non esita un istante a opprimere il senso di libertà.

Il profumo dello stramonio | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione a un romanzo di Nicola Verde ambientato, ancora una volta, in Sardegna. Si narra di nuovo di antichissimi riti religiosi e di persone che si muovono perfettamente in quella tradizione; un estratto che parla quindi, di Il profumo dello stramonio.

Nicola Verde ci ha abituati negli anni alla discreta e tenace presenza del maresciallo dei Carabinieri Carmine Dioguardi, personaggio della sua serie dei polizieschi sardi. Verde non è sardo, ma conosce perfettamente gli antichissimi miti e leggende della Sardegna interna e quindi selvaggia e violenta.

Ne“Il profumo dello stramonio – Il richiamo della strega. Storie sarde del mistero” – l’autore ci regala un testo di antropologia sarda in forma di raccolta di racconti del mistero inteso in senso lato.
Il titolo è molto appropriato: la datura stramonium è una pianta dalle proprietà narcotiche e allucinogene, detta anche era del diavolo o della strega. I dodici racconti, intervallati da intermezzi, preceduti da un prologo e seguiti da un epilogo, sono tenuti insieme dalla figura di un unico narratore, Salvatore Pinna, un vecchio dell’entroterra sardo, che incontra il nuovo maresciallo dei Carabinieri appena trasferito sull’isola.

Corrono gli anni Sessanta: alcuni elementi di modernità dal continente sono arrivate sull’isola, che però mantiene ancora gelosamente uno zoccolo duro di antiche credenze e tradizioni popolari. Il maresciallo si trova a indagare sulla sparizione di un bambino, l’ultimo di una lunga serie. Altri bambini in un lontano passato sono spariti… inghiottiti dal nulla.Inizia così il racconto di storie di una terra senza tempo, con i suoi miti orrorifici, di cui fanno parte mostri marini, il mistero celato nelle antichissime domus de janas, streghe vere o presunte che tornano da un lontano passato, tori che annunciano la morte, guardiani della terra che dormono sotto i nuraghi, e altri misteri fuori dal tempo e dallo spazio. Per chi vuol conoscere tanti aspetti della cultura sarda arcaica, è un testo imperdibile dallo stile scorrevole.

La nave dei folli – la società cibernetica globalizzata che procede verso l’inevitabile naufragio


Qualcuno ricorderà questa mia segnalazione di un po’ fa in cui una cover di The End dei Doors è eseguita in uno scenario mozzafiato dai Machina Amniotica di Arnaldo Pontis e Roberto Belli; questa versione è inserita ora in un podcast critico e analitico sulla cibernetica e sul mondo modellato su essa, reperibile su LaNaveDeiFolli, da cui estraggo sotto un abstract significativo.
Ritornando sul brano, la produzione è dei ragazzi di Nautilus; e come poteva essere altrimenti?

Altro importante contributo di Heinz von Foerster all’edificazione della Seconda cibernetica è di aver dimostrato la necessità di includere l’osservatore nel sistema osservato – posizione che, oltre a porre le basi del costruttivismo, è stata anche uno dei fulcri dei lavori di Bateson e del gruppo di Palo Alto. Rispetto a una prima cibernetica che si basava sui “sistemi osservati”, durante il corso tenuto nel 1973 all’Università dell’Illinois Foerster propone il passaggio ai “sistemi osservanti”.

«Che c’è di nuovo negli sforzi dei cibernetisti di oggi? La novità è che ci siamo resi conto che per enunciare una teoria sul cervello, ci vuole un cervello. Ne consegue che se una teoria sul cervello pretende di essere completa, deve spiegare la sua stessa scrittura… Trasposto nel campo della cibernetica: i cibernetisti devono rendere conto della loro attività, la cibernetica diventa la cibernetica della cibernetica o cibernetica di secondo ordine.» (Ethics and Second-Order Cybernetics)

Prendendo spunto dai biologi cileni Humberto Maturana e Francisco Varela che, ispirati a loro volta dai precedenti lavori del fisico austriaco, da poco hanno sviluppato la teoria dei sistemi autopoietici (Autopoiesis: The Organization of the Living), secondo Foerster «Nel mio linguaggio da computer, direi che l’autopoiesi è quell’organizzazione che computa la sua stessa organizzazione. (…) I sistemi autopoietici sono termodinamicamente aperti, ma organizzativamente chiusi.» (Disorder/Order: Discovery or Invention?)

Per Maturana e Varela ogni sistema vivente è come una macchina che continuamente produce, rigenera e mantiene sé stessa, in ogni sua parte e in tutti i suoi processi, in base a un’organizzazione auto-diretta. Questo punto di vista controbilanciava la tendenza della biologia molecolare di allora ad assegnare massima centralità al processo informatico operante nel DNA e nella riproduzione cellulare, anche se in fin dei conti condivideva lo stesso approccio concettuale: i sistemi viventi sono delle macchine.

Questa autonomia interna dei sistemi, però, non ha più nulla a che vedere con l’autonomia soggettiva, nel senso che le attività cerebrali non rappresentano che una frazione dei processi autopoietici, di cui la coscienza è a sua volta soltanto un’infima parte. E malgrado le riserve espresse da Varela circa l’ampliamento di questo modello biologico al sociale, come vedremo alcuni pensatori non esiteranno a estenderlo all’insieme della vita umana.

Mebitek – The Void Without You


Quel senso di spleen e malinconia che strugge anche il corpo…

YouTG.NET – Brigata Stirner al Contemporary Festival 2021 con un live ispirato a J.G. Ballard.


Su YouTG una lunga intervista video a Brigata Stirner – Arnaldo Pontis e Roberto Belli – e sulle loro interazioni con l’altro progetto, Machina Amniotica. Un lungo excursus artistico che spazia dalla musica al cinema alla letteratura, con le attività live a metà strada tra la sperimentazione sonora e l’impegno ideologico. Un estratto:

Nella bella intervista in studio, accompagnata da immagini di repertorio in parte inedite, il duo ha ripercorso le principali tappe della propria carriera, raccontandoci anche diversi aneddoti riguardo la loro lunga collaborazione.

Roberto Belli è stato infatti il frontman di due band che hanno fatto la storia della musica alternativa in Sardegna negli anni ‘80 e ‘90, i Rosa delle Ceneri e Hannibal the Cannibal, mentre Arnaldo Pontis proveniva dai  TH26,  altro noto progetto sonoro elettronic e industrial fondato da Corrado Altieri (oggi Uncodified)  con il quale Arnaldo ha collaborato a lungo durante i primi anni ’90 e fino all’inizio degli anni 2000. Più recentemente, Arnaldo Pontis ha fondato anche un proprio progetto solista,  Magnetica Ars Lab, attraverso il quale realizza colonne sonore per il cinema e la video-arte.

Arnaldo e Roberto, musicisti provenienti da ambienti musicali abbastanza diversi ma con un immaginario culturale e poetico comune,  fondano nel  lontano 1993 la loro formazione “Materia Prima” che, come loro stessi ci raccontano durante l’intervista,  nasce quasi per caso e dopo essersi incontrati in quegli anni nella redazione della nota rivista di poesia Erbafoglio, di cui hanno fatto parte entrambi per lungo tempo. La pubblicazione della rivista di Poesia venne interrotta nel 2003, ma durante l’intervista, ci viene anche rivelato in anteprima che il gruppo dei poeti di Erbafoglio sarà protagonista di una attesa reunion dell’intero collettivo all’ExMA di Cagliari il 10 settembre.  E la sonorizzazione dell’evento, sarà affidata proprio a Brigata Stirner.

Materia Prima nasceva quindi allora come un  personale progetto di ricerca per creare “performance multimediali di immediatismo sonoro, di rumore, e poesia” come loro stessi amavano definirle. Nell’intervista il duo di musicisti ci racconta anche come abbiano entrambi tratto forte ispirazione per la creazione di Materia Prima dalle operazioni di cut-up letterario alla William Seward Burroughs e dalle “Temporary Autonomous Zones” descritte da Peter Lamborn Wilson, scrittore meglio noto con lo pseudonimo di Hakim Bey E durante l’intervista scorrono alcune immagini di repertorio di queste performance, realizzate in quegli anni nei principali festival e spazi d’avanguardia. Tra cui il Palazzo d’Inverno a Cagliari e lo Spazio Arka ad Assemini.

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Neroinchiostro | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione di Franco Forte a Neroinchiostro, giallo storico di Sara Vallefuoco uscito per Mondadori. Un estratto di questo intrigante romanzo che si dispiega su territori impervi e arcaici.

È l’estate del 1899, e l’Italia è più unita sulle mappe che nel cuore dei suoi abitanti. Il giovane vicebrigadiere Ghibaudo viene trasferito nell’entroterra sardo con un gruppo di carabinieri provenienti da tutto il Regno per fondare un avamposto nella lotta al brigantaggio. Il mondo che lo attende è profondamente diverso dalla Torino in cui è cresciuto: i crimini sono tanti, ma poche le denunce, a dimostrazione che lì i torti vengono raddrizzati non dalla legge ma dai coltelli. È dunque una sorpresa quando la popolana Lianora si rivolge ai carabinieri per un caso di furto. Nelle stalle della donna, però, il vicebrigadiere scopre qualcosa che cambia totalmente il volto dell’indagine: il cadavere di un collega dell’Arma. I sospetti ricadono su Anania, bracciante di Lianora, ma alcuni indizi spingono Ghibaudo a sospettare che la verità sia più complicata – e scura – di così. E mentre il carabiniere cerca di fare i conti con i sentimenti inconfessabili che si accorge di provare, un assassino prende di mira i poeti al volo, rimatori di strada che girano di paese in paese denunciando i torti subiti dalla loro gente.

Il racconto di Neroinchiostro da parte di Sara Vallefuoco:

“Neroinchiostro è una storia di confini. Cos’altro è uno scritto se non un confine tra l’immaginazione e il mondo? Tra un’idea e la sua attuazione? Tra una minaccia e un crimine?
Sarà per questo che alla stazione dei carabinieri di Serra le lettere anonime si custodiscono con cura in una scatola più pesante di un capretto. Lo sa bene il vicebrigadiere Ghibaudo, che vorrebbe tirare una riga netta tra la legge del Regno e quella dei briganti: una bella linea d’inchiostro nero chiamata giustizia.
E magari, già che c’è, con lo stesso inchiostro disegnarsi sul cuore una mappa del desiderio, dell’amore perfino. Salvo scoprirsi incartografabile, come dice lui, che è ancora molto giovane e affetto da romanticismo.
Il suo collega, il brigadiere Moretti, un bel confine l’ha trovato: si chiama scienza forense. Di notte legge Galton, Lombroso e Conan Doyle, sogna schedari di impronte, foto segnaletiche, misure antropometriche, Roma e la sua Lauretta. Di giorno si aggrappa a polverine e lenti di ingrandimento, convinto che il crimine d’ora in poi dovrà combattersi così.

Dieci, cento mille anni – Joe Perrino (voce), Arnaldo Pontis (suoni), Matteo Casula (chitarre).


La pelle percorsa dai brividi del tempo andato…

Sa morte secada | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione a Sa morte secada, riedizione del primo romanzo di Nicola Verde, uscito nella prima edizione più di quindici anni fa. Vi lascio a una parte della valutazione:

Sa morte secada, dice all’inizio del romanzo una delle protagoniste e qualche pagina dopo l’autore spiega, servendosi del dialogo fra il maresciallo Carmine Dioguardi e il prete del paese, cosa significa l’espressione sarda. “Siamo un popolo preistorico che ancora crede che dalle ossa si possa resuscitare, un detto ormai in disuso, più o meno vuol dire tagliare la morte e deriva probabilmente da un antico rito pagano. Vuol dire che bisogna andare in fondo, fino all’osso.” (pp. 14,15)

Intorno al grumo dei riti preistorici, innestati per quanto compatibili nei riti della religione cristiana, si sviluppa faticosamente l’indagine del maresciallo Dioguardi sulla morte cruenta di un bambino, il cui corpo era stato ritrovato scarnificato sopra un antico amuleto. Il paese è Bonela, centro agropastorale nel cuore della Sardegna. Altri personaggi chiave sono due sorelle dalla vita antitetica: una divenuta prostituta dopo una violenza subita da ragazzina dal padrone della casa dove prestava servizio e da altri dopo, l’altra si chiuderà nel suo mondo di visioni, di preghiere e di credenze religiose, poi ci sono i notabili del luogo, il brigante Farore e infine due sacerdoti, anch’essi antitetici: Don Melchiorre, ascetico e intuitivo, Don Mario detto preide Bertula, abituato ad assecondare e a far prevalere i suoi istinti peggiori.

Nel linguaggio, Nicola Verde utilizza molto il sardo sia per le espressioni idiomatiche che nei dialoghi, non mancando di tradurle per i suoi lettori. Il maresciallo, campano come il suo autore, venuto dal “continente” con la segreta speranza di ritornarci, si impegna nell’indagine ma, essendo estraneo alla cultura “preistorica” sarda, è impossibilitato per anni a dare una soluzione a quella morte misteriosa. Si avvicinerà alla verità dopo molti anni, quando, ormai in pensione, potrà dire di aver compreso il lato oscuro della sua terra di adozione.

Torna disponibile “Sa morte secada” | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine la segnalazione della riedizione di Sa morte secada, romanzo d’esordio del 2004 di Nicola Verde. La sinossi:

Anni Sessanta. Il maresciallo Carmine Dioguardi, campano, sposato senza figli, viene mandato in servizio a Bonela, centro agro-pastorale di una Sardegna in piena trasformazione economica dove il nuovo, vale a dire la costruzione di una fabbrica, deve trovare il modo di convivere con una civiltà risalente ai nuraghi e che talvolta risente ancora dell’influsso di riti arcaici e panteistiche credenze. Il corpo del piccolo Cosimo ucciso a colpi di pietra, spolpato dagli animali selvatici e fatto ritrovare a Fardighei, dove già un tempo era stata lasciata a mo’ di sacrificio al fiume una testa umana, dà il senso di quanto intricate per Dioguardi si presentino le indagini. Cosimo è figlio di Natalia Frau, bella e traviata che si mantiene prostituendosi in città. Il bimbo è affidato a sua sorella Costantina, e un giorno scompare. Cosimo è figlio del peccato se è vero, come si mormora, che suo padre è niente meno che preide Bertula, il parroco di Bonela che ama il “latte d’asina”, pratica l’usura ed ha tanti nemici che però lo temono. E c’è poi il bandito Farore e c’è l’amore giovanile di Natalia che nasconde un segreto struggente e straziante.

Un bel romanzo a più voci questo di Verde, dove alle indagini di Dioguardi si sommano le visioni di Costantina e un mondo tutto da scoprire e decifrare per andare in fondo “finzas a sa morte secada”, cioè fino a tagliare la morte per capire quanto profondo è l’abisso umano.

YouTG.NET – “Dieci, cento, mille anni”, un videoclip inedito per “L’ultimo pizzaiolo”


Su segnalazione di Arnaldo Pontis dei Machina Amniotica, link un articolo di YouTG in cui il clip musicale del film L’ultimo pizzaiolo.

L’ultimo Pizzaiolo è un racconto per immagini che ci guida attraverso le sale cinematografiche della Sardegna chiuse, abbandonate e cadenti: per raccontare un pezzo di memoria collettiva e immortalare questi luoghi prima che vengano cancellati dal profilo urbano di città e paesi. L’ultimo pizzaiolo, lungi dall’essere elegia del cinema e dei suoi anni più fulgidi, vuole essere la difesa di una memoria pubblica e privata che appartiene a tutti: il racconto di un recente “come eravamo” che si riverbera nella storia sociale, economica e culturale della Sardegna, e merita di non venire coperto dall’oblio.

Il film presenta anche le testimonianze di 4 anziani protagonisti delle sale cinematografiche in Sardegna: Mario Piras, storico operatore del cinema Olympia di Cagliari, Luciano Cancedda, che ha lavorato nel cinema dal 1957 per diventare poi proiezionista del Moderno di Monserrato fino alla chiusura; di Dante Cadoni, che ha iniziato nel 1966 a 15 anni nel cinema Garibaldi di Villacidro e Pino Boi, cagliaritano verace, “figlio del cinema” come si definisce lui. Il padre era proiezionista e rumorista già ai tempi del muto all’Olympia, e oltre a seguire le orme paterne poi abbandonate, è stato fattorino, magazziniere, distributore: una vita in mezzo alla pellicola. È stato l’ultimo gestore del deposito di pellicole della Sardegna, un tempo carico di bobine di celluloide

“Una rapida morte – spiega il regista, Sergio Naitza – dagli anni ‘80 ha cancellato repentinamente luoghi simbolo di ogni centro abitato, grande e piccolo, frantumando un tessuto sociale che si era formato nel corso del tempo. Ogni città ha la sua via Gluck celentanesca: dove c’era il verde – e la sala cinematografica era un luogo di divertimento, cultura, condivisione, speranza – ora c’è una città, ovvero l’ingordigia immobiliare che ha cambiato la destinazione d’uso e soppresso una memoria collettiva.

Pontis è stato coinvolto con alcuni nomi della scena musicale alternativa sarda, come Joe Perrino, che ricordo benissimo come gruppo di spalla in uno dei tanti concerti visti nella mia gioventù; il progetto filmico è molto bello, poesia allo stato puro e le note che suggellano l’opera visiva sono semplicemente magnifiche. Vi incollo qui sotto il clip, buona visione.

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