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Shirley | ilgiornodeglizombi


Su IlGiornoDegliZombi una dettagliata – e intrigante – recensione a Shirley, film noBioPic ispirato fortemente alla scrittrice americana Shirley Jackson – autrice che adoro ai livelli massimi. Un estratto:

Non è un biopic di Shirley Jackson, mi preme molto sottolinearlo, perché magari molti se lo aspettano, e sappiamo tutti l’effetto che fanno le aspettative deluse. Ecco, mettetevi anima e cuore in pace: Shirley non racconta la vita della più grande scrittrice della storia della narrativa horror, ma è opera di pura finzione, a sua volta tratta dal romanzo omonimo di Susan Scarf Merrel, pubblicato nel 2013 e, ma tu guarda un po’, inedito nel nostro paese. A parte Shirley Jackson e il marito Stanley Hyman, tutti i personaggi principali del film sono inventati. Se devo trovare un termine di paragone cinematografico, mi viene in mente The Hours, altro raffinatissimo gioco intellettuale tratto da un romanzo che ho letteralmente fatto a pezzi per quante volte l’ho letto, e che utilizzava un simile meccanismo nel mischiare elementi biografici con temi e personaggi presi dalle creazioni letterarie di Virginia Woolf.
Entrambe sono storie incentrate sull’atto dello scrivere, entrambe riguardano scrittrici segnate dai disturbi mentali e alle prese con consorti messi in ombra dal loro successo, entrambe ci dicono qualcosa su come le donne hanno vissuto e vivono il mestiere della letteratura. Ma nessuna delle due può essere, a ragion veduta, definita una biografia.

Shirley Jackson: abbandonarsi alla stranezza | Pulp libri


Su PulpLibri una lunga biografia, a cura di Walter Catalano, di Shirley Jackson, in parte già sviscerata su CarmillaOnLine. L’importanza della scrittrice statunitense è paradigmatica, in grado di definire attentamente i sensi sfuggenti di un mondo che apparentemente non esiste ma che, invece, devasta il nostro reale proprio con ciò che dovrebbe essere inesistente. Dobbiamo soltanto, quindi, metterci d’accordo su cosa è reale, su cosa è interiore e cosa esteriore. L’incipit della bio:

L’8 Agosto del 1965, quando inaspettatamente, a soli 48 anni, Shirley Jackson scomparve per un arresto cardiaco nel sonno, la diagnosi medica ufficiale parlò di occlusione coronarica dovuta ad arteriosclerosi e ipertensione cardiovascolare. Oltre che di certe incontinenze alcoliche e alimentari che la portarono a pesare più di un quintale già in giovane età però, la scrittrice fu probabilmente vittima soprattutto di quel Mother’s Little Helper – micidiale mistura di anfetamine, antidepressivi e barbiturici – che proprio l’anno successivo i Rolling Stones stigmatizzeranno nell’omonimo pezzo del loro album Aftermath. La droga delle casalinghe.

Con quattro figli di età diverse e un marito scrittore – il critico letterario, recensore su The New Yorker, e docente universitario Stanley Hyman – assolutamente deficitario in qualsiasi questione pratica e domestica (ma decisamente sveglio quanto a infedeltà coniugali con ex studentesse), Shirley fu per tre quarti della sua giornata ordinaria, a tutti gli effetti, un’indaffarata casalinga, costretta a ritagliarsi faticosamente i momenti liberi da poter dedicare alla creazione letteraria. Quando finalmente cominciò a guadagnare ben più del marito con il successo della sua narrativa – a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta – questi (autore di due monumentali lavori di saggistica, The Armed Vision: A Study in the Methods of Modern Literary Criticism, del 1947 e The Tangled Bank: Darwin, Marx, Frazer and Freud as Imaginative Writers, del 1962: testi critici di tutto rispetto ma non certo dei best seller) cominciò a rinfacciarle il tempo sprecato a scrivere lettere o qualsiasi altra cosa non fosse fiction vendibile. Mamma, moglie, casalinga (e quindi cuoca, colf, donna delle pulizie, autista, amministratrice domestica, ecc.) e insieme fonte principale di reddito familiare, non stupisce che le responsabilità, l’ansia e la frustrazione (il suo precoce decadimento fisico e le frequenti scappatelle del coniuge) abbiano minato profondamente e irreparabilmente la sua salute.

Hill House: l’infestazione di un classico – Carmilla on line


“Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola”.

Su CarmillaOnLine, Walter Catalano esamina a fondo uno dei romanzi cardine della mia sensibilità, The Haunting of Hill House (in Italia La casa degli invasati) di Shirley Jackson. Lo fa ponendo dei paragoni profondi tra il romanzo e la rilettura che NetFlix ne ha fatto tramite la serie, in definitiva profondamente diversa eppure assimilabile al mood della Jackson; un estratto, che sottolinea la necessità di leggere, e rileggere, questo capolavoro gotico, o weird, oppure horror – fate voi il sottogenere di appartenenza – che fa accapponare la psiche a ogni scena, in ogni particolare, nelle frasi perfettamente calibrate dei dialoghi.

La protagonista del romanzo Eleonor Vance, trentaduenne che ha passato tutta la sua vita adulta a prendersi cura della madre inferma – la cui recente scomparsa l’ha finalmente liberata dal giogo ma l’ha costretta a vivere con la sorella che odia – è invitata a unirsi al gruppo di ricercatori che si stabilirà a Hill House e, infelice e solitaria com’è, coglie al volo l’occasione. Il dottor Montague – bizzarro antropologo e ricercatore sperimentale sui fenomeni paranormali – ha selezionato in base alle precedenti esperienze psichiche verificate in loro, una dozzina di persone: in ultimo ne ha scelte due. Una è Eleonor, che da bambina aveva vissuto un episodio poltergeist, una pioggia di pietre sulla sua casa per tre giorni dopo la morte del padre; l’altra è Theodora, una chiaroveggente con sconcertanti poteri empatici, l’esatta antitesi di Eleonor, è un’artista dalla vita bohemienne, solare, allegra e provocante, di tendenze allusivamente lesbiche. Oltre al dottore e alle due medium sarà presente anche Luke Sanderson, l’erede della proprietà, la cui zia – la padrona di Hill House – lo ha inviato, a nome della famiglia, a presenziare alle investigazioni. La casa ha un passato di catastrofi e di sfortune: la moglie del primo proprietario e costruttore, Hugh Crain, morta per il ribaltamento della sua carrozza nella rimessa; la seconda moglie scomparsa in seguito ad una misteriosa caduta; le sue due figlie ed eredi, spietatamente in lotta fra loro per il possesso della proprietà, finché una delle due non si è impiccata alla garitta della torre. Nel cuore della casa, proprio sulla soglia della stanza che un tempo era la nursery, c’è un angolo sempre inspiegabilmente gelato, tipico segnale d’infestazione. Le manifestazioni sovrannaturali iniziano già dalla seconda notte di permanenza: misteriosi colpi alle pareti che ricordano ad Eleonor quelli della madre malata che la chiamava dalla camera accanto alla sua, misteriosi messaggi scritti con gesso e sangue sulle pareti che chiedono di aiutare Eleonor a tornare a casa. Quando arriva la moglie di Montague, una buffonesca medium, che tenta di contattare gli spiriti tramite una specie di tavoletta Ouija, il messaggio è di nuovo rivolto a Eleonor: “Cosa vuoi?” – chiede la medium. “Casa” – le viene risposto. A un certo punto ogni personaggio esprime la propria definizione di paura: “Abbiamo solo paura di noi stessi”, dice il dottor Montague; “Di vederci come siamo senza travestimenti”, dice Luke; “Di sapere quello che davvero vogliamo”, dice Theodora; “Io ho sempre paura di essere sola”, dice Eleonor. Proprio la notte successiva Eleonor si sveglia all’improvviso, stringendo la mano di Theodora addormentata accanto a lei; la voce di un bambino piagnucola: “Ti prego non farmi male. Ti prego fammi tornare a casa”. Eleonor urla e accende la luce rendendosi conto che Theodora non dormiva accanto a lei ma in un letto all’altro capo della stanza. “Mio Dio, la mano di chi stavo stringendo?” – si chiede Eleonor. L’episodio non è solo un eccezionale causa di brividi per il lettore, ma una metafora estremamente esplicita. “La paura e la colpa sono sorelle” dirà il dottor Montague, ed Eleonor confesserà di aver ignorato il richiamo della madre la notte prima della sua morte, così Shirley elaborerà il velenoso rapporto con Geraldine, sua madre, le cui insistenti e spietate critiche – sul suo aspetto fisico trascurato, sul suo look informale, sulla sua accentuata pinguedine – l’avevano condizionata ad accettare di essere sminuita e tradita da Stanley, l’estraneo accanto al quale dormiva da anni. “La mano di chi stavo stringendo?” – Nella splendida biografia Shirley Jackson: A Rather Haunted Life – alla quale sono debitore di gran parte delle notizie, aneddoti e citazioni qui riportate – l’autrice Ruth Franklin riferisce che nella conferenza Experience and Fiction, parlando di Hill House, la Jackson raccontasse di aver avuto degli episodi di sonnambulismo, durante la composizione del romanzo, una mattina ha ritrovato sulla sua scrivania, scarabocchiate sulla carta gialla dove amava scrivere le sue opere, le parole “Dead Dead”, ma – aggiunge la Franklin – nell’archivio di appunti e abbozzi relativi al romanzo, questo foglio non è mai stato ritrovato: ce n’è invece un altro molto simile alla descrizione ma in cui sono scarabocchiate le parole “Family Family”. “La casa è Eleonor”, spiegò la Jackson nello stesso testo, puntualizzando di non credere ai fantasmi: Eleonor che indulge in fantasie domestiche, che s’immagina in varie case viste durante il tragitto in auto verso la sua destinazione infestata, creando per ognuna una diversa situazione, una diversa famiglia; che mente al gruppo inventandosi la descrizione del suo appartamento ideale nel quale sostiene di abitare. Perfino Theodora ignorerà la sua richiesta di andare ad abitare insieme una volta lasciata Hill House: Eleonor così non ha alcun posto dove tornare, la sua paura di restare sola può acquietarsi solo arrendendosi a Hill House. “Sono a casa, sono a casa” penserà nei suoi ultimi momenti mentre guida a folle velocità intorno all’edificio, prima di andarsi a schiantare contro un albero. Ma il romanzo si chiude con le stesse parole dell’inizio: le fantasie di unità di Eleonor non saranno mai soddisfatte, così come la vana speranza di Shirley che il matrimonio avrebbe posto fine alla sua solitudine. Non c’è posto per Eleonor neanche fra i fantasmi di Hill House, con i quali s’immaginava in comunione. Qualunque cosa cammini là dentro, ancora cammina sola. L’unico momento in cui Eleonor ci ha svelato la sua vera natura repressa, il suo desiderio eternamente frustrato, è nello splendido episodio dell’incontro casuale con la bambina intravista in un ristorante: la piccola non vuole bere il tè in una tazza qualsiasi ma reclama la sua cup of stars e la madre cerca di convincerla a non fare i capricci e a bere lo stesso: “Non farlo, disse Eleonor alla bambina; insisti per avere la tua tazza di stelle; una volta che ti hanno incastrata e costretta ad essere come loro, non vedrai mai più la tua tazza di stelle; non farlo; e la bambina le lanciò un’occhiata e le fece un sorrisetto scaltro, tutto fossette, assolutamente consapevole e scosse la testa in direzione del bicchiere, cocciuta. Intrepida bambina, pensò Eleonor; saggia, intrepida bambina”.

Intervista a Giuseppe Lippi | Mangialibri


Un’altra intervista per tenere vivo il ricordo di Giuseppe Lippi, morto due settimane fa, tra lo sconcerto e l’incredulità di tutto il mondo del Fantastico italiano (e non solo di quello nazionale). Da MangiaLibri.

A quali autori o anche opere sei particolarmente legato?
Gli autori della mia vita tornano costantemente nel lavoro che faccio. Negli Oscar ho tradotto o ripresentato scrittori come Fredric Brown, Fritz Leiber, Richard Matheson, Theodore Sturgeon, Robert Bloch, Isaac Asimov, H.P. Lovecraft e Robert E. Howard. Passando a Urania sono tornato su questi nomi, che a mio avviso meglio di altri mostrano il profondo legame che esiste tra sf e letteratura fantastica tout-court, e vi ho aggiunto Jack Finney, Shirley Jackson, Amanda Prantera, Valerio Evangelisti, John Crowley, Harlan Ellison, Greg Egan, Michael Swanwick, Bruce Sterling, Robert J. Sawyer… È stato come evolvermi insieme alla science fiction moderna.

Svelaci qualche curiosità: come è organizzata la tua giornata lavorativa?
Comincia con un’occhiata sospettosa alla scrivania di marmo su cui riposa, dopo una notte di aggiornamenti, il mio vecchio computer portatile. Guardo con affetto il bello studio al primo piano di casa, sfoglio qualcuno degli ultimi libri o fumetti e poi, con un sospiro, accendo il computer. Il sospetto, la reticenza e il pudore insiti nel dover intaccare una così bell’alba con mansioni lavorative è fugato; entro nel vivo della giornata, che però non esiste in quanto giornata-tipo, perché le esigenze del lavoro cambiano nell’arco del mese. Diciamo che entro la prima decade devo fornire quarte di copertina e indicazioni per l’illustratore, mentre entro il 15-20 le chiusure dei fascicoli e cioè biografie, bibliografie, interviste e rubriche d’appendice. Ogni giorno devo leggere il blog per dare eventuali risposte in tempo reale; sbrigata la corrispondenza, passo a vagliare nuovi racconti, romanzi e recensioni. Bisogna tenere aggiornati i contatti con gli agenti e gli autori, fare le mie schede di lettura, risolvere eventuali problemi della redazione, eccetera. Tra gli eccetera ci sono le traduzioni o revisioni dei testi di cui mi occupo personalmente. In determinati momenti vado in questo o quel posto d’Italia a tenere dibattiti, incontri o conferenze. Ultimamente l’università si è interessata molto del nostro lavoro e sono stato a tenere “lezioni” a Varese, a Roma e alla Cattolica di Milano. Come ho accennato, comincio a lavorare verso le otto o al massimo le nove del mattino, interrompo a mezzogiorno e riprendo per alcune ore nel pomeriggio. Se posso, evito di lavorare fino a sera tardi.

Silent…


Oltre il concetto di Male… E di ambiguo non esistere.

Dive – Crosses are Burning | Concrete Jungle | Welcome to Hell IV


Visto ieri sera al Traffic di Roma. Terrific, mi verrebbe da dire, poderoso e granitico, oscuro, psicotico, inossidabile. Da amare oscuramente. Questi sono tra i pezzi che ho più interiorizzato nel tempo, perfetta colonna sonora del romanzo La casa degli invasati, di Shirley Jackson; pensateci, i riverberi industrial-EBM sono perfette dissonanze weird.

The Haunting of Hill House: Timothy Hutton entra nel cast | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di qualcosa che mi ha subito fatto drizzare le antenne: un serial TV basato sul romanzo di Shirley Jackson, La casa degli invasati. Ecco i dettagli:

Timothy Hutton è stato ingaggiato per recitare in The Haunting of Hill House, la serie tv tratta dal romanzo di Shirley Jackson pubblicato in Italia con i titoli L’incubo di Hill House o La casa degli invasati. A scrivere, dirigere e produrre lo show sarà Mike Flanagan.

Il libro racconta di Eleanor Vance, una ragazza che da bambina era stata protagonista di un fenomeno di poltergeist. La giovane donna viene invitata da un antropologo interessato ai fenomeni paranormali, il professor Montague, a trascorrere l’estate a Hill House, una casa che si suppone infestata. Montague convoca qui diverse persone protagoniste di eventi soprannaturali, pensando che la presenza di sensitivi possa essere utile ad attirare i fantasmi nella casa.

Inutile negarlo, non vedo l’ora di vedere il risultato di cotanto hype.

In arrivo una nuova serie Netflix ispirata a “The Haunting of Hill House” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di un nuovo serial (su NetFlix) che verterà su La casa degli invasati, il terrificante romanzo di Shirley Jackson ambientato nella più spaventevole dimora di sempre. Un estratto dalla segnalazione:

Questa la sinossi del libro: Eleanor Vance, una ragazza che da bambina era stata protagonista di un fenomeno di poltergeist, viene chiamata da un antropologo interessato ai fenomeni paranormali, il professor Montague, a trascorrere l’estate a Hill House, una casa che si suppone infestata. Montague convoca qui diverse persone protagoniste di eventi soprannaturali, pensando che la presenza di sensitivi possa essere utile ad attirare i fantasmi nella casa.

Il Brutto Posto: i luoghi infestati, dai miti a “Loney” | L’indiscreto


Un lungo articolo, su L’Indiscreto, che traccia i percorsi dei luoghi infestati attraverso passi celebri dei maestri della letteratura del terrore. L’esempio di Shirley Jackson è secondo me il più calzante:

“Nessun organismo vivente può continuare per molto a mantenere la propria sanità mentale in condizioni di assoluta realtà; anche gli uccellini e le cavallette, dicono, sono capaci di sognare. Hill House, insana, stava da sola contro le colline, contenendo in sé solo il buio, era stata così per ottant’anni e poteva rimanere tale per altri ottanta. All’interno, le pareti continuavano a essere erette, i mattoni a stare uno accanto all’altro, i pavimenti erano saldi e le porte erano assennatamente chiuse, il silenzio si stendeva sul legno e la pietra di Hill House, e qualsiasi cosa vi fosse dentro, era sola.”

Articolo da leggere tutto d’un fiato, ora che è notte.

La casa dei misteri | SherlockMagazine


Da SherlockMagazine una bella e oscura storia, case infestate che esistono sul serio e rispecchiano romanzi famosi, come il suggerito Rose red di Stephen King ma anche, aggiungerei soprattutto io, La casa degli invasati, di Shirley Jackson. Ecco perché:

Sarah Pardee Winchester nacque nel 1839 a New Haven, in Connecticut. Nel 1862 sposò William Wirt Winchester, destinato a ereditare dal padre la ditta Winchester Repeating Arms Company. Quattro anni dopo la coppia ebbe una figlia, la quale tuttavia visse soltanto per poche settimane e la sua morte lasciò Sarah in preda alla depressione. Come se questo primo decesso non fosse stato abbastanza, nel 1881 William morì di tubercolosi, appena un anno dopo la morte del padre. A causa di questo susseguirsi di tragedie famigliari Sarah iniziò a convincersi di essere caduta vittima di una qualche maledizione, motivo per cui decise di chiedere aiuto ad alcuni spiritisti.

Probabilmente fu proprio uno di essi a spiegare a Sarah che sulla sua famiglia gravava la maledizione degli spiriti di tutte le persone uccise dalla carabina Winchester, arma storicamente usata dai coloni americani nella loro espansione verso la parte occidentale del continente, tanto da essere generalmente conosciuta come il “fucile che ha fatto il West”. Inutile precisare che si trattava di un prodotto della Winchester Repeating Arms Company.

Come liberarsi della maledizione? Secondo quanto il medium avrebbe detto a Sarah, l’unica soluzione era trasferirsi a ovest e là costruire una nuova casa per gli spiriti. Sempre secondo la leggenda, Sarah avrebbe anche appreso che, il giorno in cui i lavori per la futura abitazione fossero terminati, lei sarebbe morta.

Fu così che nel 1884 Sarah si trasferì in California, nel luogo che oggi è la città di San José, dove acquistò una fattoria in costruzione: la futura “casa per gli spiriti”. I soldi non erano certo un problema: alla ricchissima eredità lasciatale dal marito si aggiungeva infatti il 50% della Winchester Repeating Arms Company, patrimonio che la vedova utilizzò per finanziare il suo impressionante progetto. I lavori sulla fattoria appena acquistata… non ebbero mai fine: continuarono per ventiquattro ore al giorno, per 365 giorni all’anno per i successivi trentotto anni.

A causa della mancanza di un progetto complessivo, la casa divenne una sorta di grande labirinto, tanto che i membri del personale avevano bisogno di una mappa per aggirarsi al suo interno. A ciò si aggiunge la presenza di porte che si aprono su muri, scale che non conducono da nessuna parte, false finestre… e il ricorrere del numero tredici, che tanto affascinava la padrona di casa: tredici bagni, tredici lampadari, finestre composte da tredici lastre di vetro, candelabri con tredici bracci e così via. In effetti sarebbe stato impossibile che un tale edificio non venisse “riciclato” per una storia dell’orrore.

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