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L’orma Editore presenta “Automi, bambole e fantasmi” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di un’uscita particolare, dedicata ai racconti di E.T.A. Hoffmann: Automi, bambole e fantasmi. Un estratto dalla quarta:

Qui tutto sembra essere in segreta relazione, il segreto della vita, il feticcio, l’arroganza faustiana, l’incanto dell’arte, il vampirismo – Michele Mari.

E.T.A. Hoffmann: per Baudelaire era l’autore del «comico assoluto», per Walter Scott più che di un critico, avrebbe avuto bisogno di uno psichiatra, per Goethe le sue storie nuocevano alla salute, mentre per Freud era il maestro del «perturbante». Pareri discordi di fronte a uno scrittore originalissimo, capace di far affiorare regioni inesplorate della fantasia.

In Automi, bambole e fantasmi troviamo alcune tra le figure più suggestive e affascinanti che costellano le sue pagine: giocattoli animati, violinisti folli, ossessionanti apparizioni e presenze fantasmatiche. E poi scenari che evocano mondi vertiginosi: gli abissi di una miniera, le finestre di una casa desolata, la guerra in miniatura di una stanza di bambini, il labirinto della città.

Tutti invitati al Festival dell’estasi – Carmilla on line


A fronte dell’esame condotto nel 1971 dall’antropologa Erika Bourguignon su 488 società di diverse aree del mondo, è emerso che “nel 90 per cento dei casi esistevano rituali istituzionalizzati per raggiungere una condizione di perdita dei confini dell’Io”. Non nella società occidentale, come conseguenza dell’Illuminismo “e del passaggio da una visione del mondo incantata [in cui la psiche umana è “porosa”] a una di stampo materialista”, dove l’estasi è una semplice illusione della mente e i Sé sono schermati, separati dalle altre persone da una sorta di muro e dalla natura per opera della nostra autocoscienza razionale. “Il controllo razionale è alla base della moralità, e la perdita di questo controllo è qualcosa di cui vergognarsi”. In fase di introduzione, l’autore propone dunque una sintesi di come si sia arrivati a una demonizzazione dell’estasi, poi a un suo revival negli anni Sessanta e alle successive analisi del fenomeno come rilevante a quattro livelli (corpo, mente, cultura e spirito) e nei suoi portati positivi (l’estasi guarisce, motiva e agisce da collante sociale) ma anche negativi. Nel procedere idealmente da un padiglione all’altro della ricerca rileveranno – secondo la terminologia di Timothy Leary – il set (atteggiamento mentale del soggetto) e il setting (il contesto dell’esperienza estatica).

Questa è una sorta d’intro redatta da Franco Pezzini al suo articolo ferragostano per CarmillaOnLine, in cui analizza il saggio di Jules Evans, Estasi: istruzioni per l’uso, ovvero L’arte di perdere il controllo, un manifesto d’intenti esplorato poi nel dettaglio, producendo perle di chiarezza cognitiva e surreale, spirituale soprattutto, che scaldano l’anima. Un estratto, quindi:

Attraverso la realtà del sogno (“la più comune delle esperienze estatiche”), le letture di Freud e Jung e il rapporto con l’Ombra, si arriva al macrotema delle arti: “secondo Jung, ci rendono capaci di comunicare con la nostra mente subliminale per mezzo del linguaggio onirico dei simboli, delle metafore e del mito” (il che è una sintesi un po’ concentrata, ma si può perdonare la semplificazione all’autore che un po’ in tutto il libro lavora di sintesi su posizioni di enorme latitudine o complessità). Dopo essersi interrogato se le arti possano essere un sostituto della religione, poi sul rapporto tra culto e cultura e sulla separazione consumata a seguito della Riforma, che prepara alla distinzione tra scienza e arti dell’Illuminismo – con una salutare liberazione, va detto, delle medesime dai vincoli religiosi – nota però che dopo la cancellazione delle visionarie, incantate processioni medioevali dei Misteri per opera dei puritani, un nuovo tipo di spettacolo, il teatro elisabettiano e in particolare di Shakespeare, prende il posto delle liturgie vietate. Con effetto tanto febbricitante che Huxley segnalerà: “L’aggettivo che più spesso vi si applica è transporting: ti trasporta, ti trascina fuori da questo mondo, e ti conduce in un Mondo Altro”.

L’indagine prosegue con il rock and roll (IV), con impagabili incontri tra reverendi canterini, memorie delle leggende della musica, libertà estatica nella danza, commistioni di sacro e profano (“Puoi salvare delle anime!” urla il produttore Sam Phillips a Jerry Lee Lewis, dubitoso di incidere Great Balls of Fire in quanto presuntamente demoniaco), musica che cura, autorizzazioni a perdere il controllo e venerazione degli idoli rock. Come afferma Springsteen al “New Yorker”, “Sul palco sei un po’ uno sciamano che guida la congregazione […] Sei il canale di contatto”, magari attraverso alter ego funzionali all’uscita dall’Io e per sbloccare aspetti subliminale della psiche. Dove i festival diventano “zone temporanee autonome”, come li definisce il filosofo sufi Kakim Bey, “spazi per il sogno collettivo”.

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La nostra recensione di “Zothique 11” dedicato a Grabinski | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a Zothique11, la rivista weird che ha dedicato in questo numero uno speciale a Stefan Grabinski, edito da Edizioni Hypnos con la pubblicazione Il villaggio nero ma, anche, autore segnalato da altre realtà di genere nostrane. Un estratto della recensione:

Il critico Karol Irzykowski lo ha definito, forse un po’ forzatamente, il “Poe polacco”, ma indubbiamente dal punto di vista del valore il paragone non suona blasfemo. Grabinski è un autore modernissimo, contemporaneo di H.P. Lovecraft. Assieme a quest’ultimo, e ad altri scrittori weird come William Hope Hodgson e Jean Ray, ha contribuito a svecchiare i topos della letteratura gotica sulla base delle nuove scoperte scientifiche di Einstein che hanno ridimensionato l’importanza dell’uomo nel tempo e nello spazio.
Un’altra importante influenza deriva dalla psicanalisi e dalla scoperta dell’inconscio da parte di Freud. Non a caso Francesco Corigliano, nel suo ottimo La letteratura weird. Narrare l’impensabile, ha paragonato l’opera di Lovecraft e Jean Ray a quella di Stefan Grabinski, tutti autori che hanno saputi cogliere le pulsioni della modernità. Ora, dopo Il villaggio nero – edito da Edizioni Hypnos  e tradotto da Andrea Bonazzi, che è stato anche un pioniere nel far conoscere lo scrittore polacco in un numero della fanzine Hypnos ormai introvabile – e Il demone del moto edito da Stampa Alternativa, la rivista Zothique (curata dall’instancabile Pietro Guarriello) dedica uno speciale all’autore.

Come sempre gli interventi sono molto approfonditi: Michols Magnolia in Vita di Stefan Grabinski: dalla Polonia alla Fantasia ci parla della biografia dello scrittore e dei suoi temi, individuando anche un possibile parallelo con H.P. Lovecraft (le affinità tra i due sono evidenti, tanto che Stanislaw Lem ha definito Grabinski “il Lovecraft polacco”).
Sicuramente i due hanno punti in comune, ma bisogna stare attenti alle forzature. La narrativa di Grabinski è molto originale e assomiglia solo a se stessa, come ben mette in luce Obsidian Mirror nel suo articolo Il villaggio nero. Obsidian Mirror analizza alcuni dei racconti migliori di Grabinski mettendo in relazione gli agganci con la filosofia di Bergson e il suo concetto di tempo.

Sulla letteratura fantastica è invece un saggio dello stesso Grabinski in cui vengono messi in luce i suoi gusti e la sua idea di fantastico. Sostanzialmente l’autore divide il fantastico in “moderno” (diretto, esteriore e convenzionale) e “di ordine superiore” (interiore, psicologico o metafisico) da lui definito “psicofantastico” o “metafantastico”. Nel primo tipo fa rientrare E.T.A. Hoffmann, autore da lui non particolarmente apprezzato, mentre del secondo fa parte ovviamente Edgar Allan Poe. Molto interessante anche l’intervista a Grabinski in cui l’autore ribadisce proprio la sua affinità con Poe piuttosto con E.T.A. Hoffmann. Dice inoltre di apprezzare Alfred Kubin e Gustav Meyrink mentre, un po’ a sorpresa, non nasconde il suo disprezzo per Hanns Heinz Ewers da lui ritenuto un ciarlatano e dichiara il suo orrore per i critici che lo paragonano alla sua opera.

Il mostro di Genova – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Movimento e stasi, poesie di Massimo Palma che indagano le illusioni e le utopie di venti anni fa, culminate nel G8 di Genova. Un estratto:

Le bastonate con i manganelli tonfa impugnati al contrario, i calci in faccia, le costole rotte, le urla nelle carceri, le violenze sessuali, l’urina che cola nei pantaloni, il proiettile che entra nel cranio di un ragazzo minuto con la canottiera bianca e un rotolo di scotch al braccio. È questo il trauma di una generazione che sfidò il Potere con mani dipinte di bianco, scudi di plastica e protezioni di gommapiuma. Persa la memoria del ciclo di lotte degli anni settanta, non era preparata a quell’orgia di sangue e umiliazione.
I ragazzi e le ragazze che nell’estate del 2001 si recarono a Genova scoprirono un mostro, ebbero le carni lacerate dai suoi denti e non vennero creduti. Subirono una di quelle esperienze che, secondo Sigmund Freud, per la loro natura insopportabile, generano contenuto rimosso, cioè l’interiorizzazione del mostro. Dopo la stagione della controinformazione, dei processi e delle testimonianze, Massimo Palma, a vent’anni di distanza, nella raccolta di poesie Movimento e stasi, sperimenta una nuova terapia politica.

Utilizzando sia versi liberi che prose poetiche, l’autore crea immagini, stabilisce assonanze, si inserisce nelle contraddizioni dei ricordi: al realismo dei fatti subentra così una storiografia poetica capace di far emergere significati nascosti.
Il libro è diviso in tre parti. Nella prima si raccontano gli antecedenti e il poi del trauma: la gioia della vigilia, l’euforia dello stare insieme, incordonati, forti di ragioni che, pensano i manifestanti, i potenti non potranno non ascoltare (“Voi G8, noi 6 miliardi” recitava lo slogan), ma anche via Caffa, il lungomare, “le corse ai pullman gli occhi rossi / e ancora divise che salgono prelevano. / I manganelli i cortili morti nel sudore tra i sedili. / E urla riviste di notte e carceri”. Nella seconda parte scorrono le immagini del mentre. Siamo a Piazza Manin, le ragazze con i capelli rosa e i seni nudi fronteggiano il rimosso della Repubblica, il fascismo eterno (“Fammi una foto fa male / una rideva da terra / sputava i suoi denti”), le camionette sbuffano come draghi, i bastoni si alzano e si abbassano senza sosta. Ma il più doloroso dei paradossi di quella generazione è “Che a caricare fu chi ha / il mandato di difendere / chi gettò i carri sulla folla”. L’ultima sezione si intitola “Stasi” che in greco indica “sia stasi sia movimento dentro equilibrio. È una sintesi inquieta di due opposti” dice Palma. “La sua inquietudine pone enormi problemi nell’uso dei ricordi.”

Banquo riappare a Macbeth che lo ha assassinato sotto forma di spettro. Freddy Krueger nel ciclo di Nightmare rappresenta il simbolo dei traumi adolescenziali che ritornano come incubo capace di uccidere. Per Stephen King, It è il passato rimosso di un’impresa lasciata incompleta (la mancata uccisione del mostro): i Perdenti, i bambini traumatizzati ormai adulti, sono costretti ventisette anni dopo a ricordare; solo così possono attivare il dispositivo capace di sconfiggere il Male. La memoria riorganizzata attraverso la fatica del lavoro analitico contrasta il dominio della nevrosi. La memoria elaborata dei sogni finiti nel fango sottrae la soggettività collettiva all’impotenza e la prepara a nuove avventure.
Da questo punto di vista i versi di Massimo Palma sono pallottole d’argento sparate nel buio del nostro rimosso. Colpiscono nel segno e fanno male anche a noi, ma la carne del mostro finalmente sfrigola.

L’importanza de “La casa sull’abisso” di Hodgson nell’evoluzione dei Miti di Cthulhu – Ver Sacrum


Su VerSacrum la recensione di Cesare Buttaboni a uno dei pilastri della letteratura fantastica mondiale: La casa sull’abisso, di William Hope Hodgson.
Perché questo testo è così importante? Perché è uno dei primi esempi di cross-over tra generi, weird e SF si danno la mano in un compendio che prevede anche le future incursioni di Lovecraft, dove l’oscurità è sì un luogo dell’anima, ma anche fisico, siderale, un incubo…

La casa sull’abisso è un romanzo “incubo” che descrive le angosciose vicissitudini di un “Recluso”, abitante, assieme alla sorella e al cane Pepper, di una casa irlandese sperduta, situata in una regione ignota alle cartine geografiche nei pressi del villaggio di Kraighten: la casa diventa il fulcro dove si scatenano allucinanti e diaboliche potenze extra-cosmiche che assumono la forma di orripilanti creature dall’aspetto suino, simbolo dei fantasmi che si annidano nella psiche umana portati alla luce da Freud, dimostrazione dell’estrema modernità dell’opera “hodgsoniana”. La casa, con le sue stanze, è una sorta di metafora dell’essere umano: la parte superiore aspira al cielo e al Paradiso mentre la cantina simboleggia invece il lato più oscuro in cui si annidano gli inferni personali che celano i mostri nascosti nell’inconscio.

L’atmosfera che si respira è di una solitudine metafisica assoluta che rende l’opera unica nel suo genere: il Recluso si dedica allo studio e passa molto del suo tempo nello scrittoio. Un giorno la sorella viene attaccata dalle misteriose creature suine: è l’inizio di un assedio spietato in cui il Recluso si difenderà con ogni mezzo prendendo a fucilate i mostri. A questo punto inizia un’accurata esplorazione dei dintorni della casa: scopre che la casa è sospesa per mezzo di una roccia su un pozzo di una profondità insondabile: un vero e proprio Abisso. Esplora poi le cantine dove scopre una botola di quercia che protegge la casa da un enigmatico pozzo: scoprirà poi che si tratta di un prolungamento dell’Abisso.

Nel corso delle sue disavventure il Recluso avrà delle terrificanti “visioni” in cui la casa viene riprodotta su scala gigantesca ed è assediata da un enorme essere suino di colore verde. In un’altra allucinazione “vede” – in un vero e proprio viaggio al di là del tempo e dello spazio – il collasso del sistema solare e della terra e verrà catapultato al centro dell’universo dove si troverà di fronte due soli, uno nero e uno verde: questa “visione” rappresenta qualcosa di realmente incredibile: è l’essenza stessa dell’orrore cosmico e prefigura e supera molta fantascienza successiva. Dal sole verde si staccano dei globi in cui riesce a penetrare e a ”vedere” la sua” amata” e a trovare la pace in una sorta di limbo chiamato “mare del sonno”. Da quello nero fuoriescono globi oscuri che lo proiettano in una sorta di Inferno denominato “La pianura del silenzio” dove vede la casa assediata dalla creatura gigantesca e vi entra all’interno. Qui termina il suo viaggio “iniziatico”, ricco di simbolismi a cui alludeva lo stesso Hodgson all’inizio del testo. Il viaggio metafisico e temporale del protagonista è quello che si definisce un vero e proprio “viaggio astrale”. Non è così sorprendente questo aspetto “occulto” del romanzo tenendo conto che queste tematiche erano all’epoca molto diffuse: basti pensare alla notorietà di un personaggio come Crowley e alla celebre Golden Dawn, società segreta basata sulla Qabalah di cui però Hodgson, a differenza di Arthur Machen e altri nomi celebri, non ha mai fatto parte.

Gli abissi che si celano sotto la casa da cui fuoriescono gli esseri extra-terrestri sono una metafora degli insondabili segreti dell’inconscio umano.  La casa sull’abisso è un’opera ricca di riferimenti ermetici ed esoterici: il libro può essere “letto” sia su un piano microcosmico che su quello macrocosmico. Non a caso il celebre critico Jacques Van Herp l’ha definito “un piano d’interpretazione di altri piani”, definizione quantomai calzante che coglie in pieno l’atmosfera “incubica” del romanzo. La casa si trova “on the borderland” ovvero sul confine su altre dimensioni ignote del reale. L’edificio rappresenta il microcosmo, sorta di “piccolo Inferno” personale del protagonista mentre il modello gigantesco dell’edificio nella Pianura del Silenzio che il Recluso scorge nella sua “visione” simboleggia il macrocosmo. La struttura dei diversi “piani” e modelli della casa sembrano riflettere le parole del grande Ermete Trismegisto: “ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare i miracoli della realtà una”.

“La letteratura Weird: narrare l’impensabile”. Intervista a Francesco Corigliano – A X I S m u n d i


Su AxisMundi intervista a Francesco Corigliano e al suo mondo weird, alla sua saggistica e al suo immaginario autoriale. Un estratto:

Ciao Francesco, nel primo capitolo scrivi che «definire cosa sia la weird fiction, a partire da ciò che è comunemente indicato come tale, è possibile individuando delle costanti ed escludendo progressivamente ciò che non è certamente weird». Puoi riassumerci in breve queste costanti e i generi affini al weird che non vi rientrano?

Inizio col dire che il saggio, dovendo affrontare una materia di difficile definizione, è strutturato in modo tale da cercare un equilibrio tra inclusione ed esclusione. Ho cercato di delimitare abbastanza il campo della ricerca, e al contempo di delineare uno strumento classificatorio che permettesse di riconoscere il weird con il grado di approssimazione più accettabile. Fin da subito mi sono approcciato al weird non come a un genere, ma come a un modo letterario, rifiutando quindi una categoria troppo rigida e cercando di delineare i tratti di un oggetto fluido, di un atteggiamento narrativo, di un’interfaccia organizzativa. Appoggiandomi alle teorie di Ceserani, per definire il modo weird ho individuato dei “paletti” stilistici e tematici: la tematica dell’inconoscibilità del soprannaturale; la narrativa tendente al verosimile; l’utilizzo di procedimenti narrativi di allusione e di omissione. La mescolanza di queste costanti permette di riconoscere il weird, ma ovviamente ciò non significa che esse non possano essere trovate singolarmente in altri contesti letterari. Per esempio, il weird in parte coincide con ciò che normalmente è definito modo fantastico, nel quale si trovano – oltre al soprannaturale – i procedimenti narrativi allusivi e di omissione. Inoltre, è inevitabile che questo modo letterario si infiltri, come l’acqua di un ruscello sotterraneo, tra le pietre di altre categorie letterarie, e che quindi si possa rintracciare all’interno di opere di genere definito (per esempio nella fantascienza o nel giallo) o che si alterni all’uso di altri modi letterari.

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Scienza e pratica del sogno lucido tra Tibet e California – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un lungo articolo che esplora i meandri del Sogno Lucido, tecniche di visione sciamaniche arrivate fino a nostri giorni. Un estratto:

La storia del sogno lucido in Occidente è piuttosto recente, soprattutto se comparata con quella di alcune tradizioni contemplative che, come quella tibetana, mostrano di conoscere a fondo il fenomeno da oltre un millennio. Benché la possibilità di sognare sapendo di sognare fosse nota già ad Aristotele e se ne trovi menzione qua e là nella letteratura filosofica, è solo nel 1867, con il marchese d’Hervey-Saint-Denys, che viene pubblicata la prima opera interamente dedicata all’argomento: si tratta di un volume prezioso, contenente oltre vent’anni di resoconti, ipotesi ed esperimenti sul tema (d’Hervey-Saint-Denys, 1867). Probabilmente anche grazie alla fama del marchese, l’esistenza del sogno lucido giunge alle orecchie di Sigmund Freud, che tuttavia pare non sia mai riuscito a reperire una copia dell’opera (LaBerge, 1988, p. 15). Sarà forse anche a causa di questa sfortunata circostanza che il padre della psicoanalisi dedica scarsissima attenzione al sogno lucido, menzionandolo in pochissimi passi nei quali il fenomeno viene perlopiù ricondotto alla tipica concezione freudiana dei sogni come “guardiani del sonno”: dire a se stessi “non è che un sogno”, secondo Freud, sarebbe soltanto un modo per acquietarsi qualora si manifestassero nel teatro della psiche contenuti onirici troppo disturbanti, una maniera cioè per scongiurare il risveglio e proseguire il sonno, garantendo la soddisfazione del desiderio di dormire.

L’autore de L’interpretazione dei sogni, dunque, non sembra riconoscere il fenomeno della lucidità onirica in tutta la sua portata, forse anche per la sua dissonanza con i fondamenti teorici della teoria psicoanalitica, entro la quale i sogni sono sempre contenuti camuffati dell’inconscio, intelligibili soltanto a posteriori e pertanto incompatibili con uno stato di piena consapevolezza, in cui tutte le capacità critiche del soggetto siano attive. Questo disinteresse ha evidentemente influenzato anche i successivi sviluppi della corrente psicoanalitica, i cui esponenti si sono mostrati assai refrattari nei confronti del sogno lucido – con l’eccezione di Jung, il quale, benché inizialmente ritenesse il fenomeno impossibile, mutò opinione proprio in seguito all’incontro con il Buddhismo tibetano.

Una seconda figura significativa per lo studio del sogno lucido in Occidente è invece Frederik Willems van Eeden, psichiatra olandese che conia il termine “lucid dream”: nel 1913 è autore del primo articolo sull’argomento pubblicato in una rivista scientifica, nel quale l’insorgenza della lucidità onirica è descritta nei termini di una completa reintegrazione delle funzioni psichiche, uno stato cioè di perfetta consapevolezza nel quale è possibile controllare e indirizzare volontariamente la propria attenzione, nonché compiere svariate azioni deliberatamente (van Eeden, 1913). Nonostante l’apprezzabile attitudine sperimentale e analitica dell’autore, il limite di questa stagione di studi è che, come nel caso del marchese d’Hervey-Saint-Denys, si tratta di ricerche basate unicamente sull’esperienza in prima persona – l’articolo di van Eeden, per esempio, si concentra su trecentocinquantadue sogni avuti dallo psichiatra stesso – e dunque ancora lontane dagli standard di oggettività e ripetibilità richiesti dal moderno concetto di scienza.

Dr. Myas and Sister Lade (Victoriana 25) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la continua ricerca delle origini e risvolti del Fantastico, tramite la rubrica Victoriana, analizza approfonditamente pezzi di realtà passata, che poi non è molto diversa dall’attuale. Un estratto:

Ora, se il tema dell’identità costituisce una sorta di ossessione letteraria lungo tutto l’arco dell’epoca vittoriana (pensiamo solo alla sensation novel), in forme sempre più clamorose, in queste testimonianze ne cogliamo le trasformazioni ultime, già imbevute dei dubbi del Novecento; e del resto proprio Dion Fortune, coi suoi studi di psicologia e psicanalisi e i tentativi di sposare la tradizione ermetica alle moderne scienze umane (Freud, Jung) testimonia che il quadro sta cambiando.

Compton stesso argomenta del resto che una persona può conoscere per vie ordinarie una profonda modifica di personalità (a proposito di un impagabile personaggio, il dottor Vulsame, che da alcolista diventa militante dell’Esercito della Salvezza, sia pure senza perdere spiacevolezza); e lui stesso al termine dell’avventura si ritrova mutato parecchio rispetto all’uomo dell’incontro parigino del 1905. A fronte poi dell’ipotesi razionalista della doppia identità avanzatagli dall’amico dottor Habaden – Alice Lade crederebbe di ospitare in sé quella dell’ammiratissimo coniuge morto – e guardata da Compton con una certa avversione, resta da chiedersi se questo sia un narratore affidabile. Pirandello, potremmo dire, non è lontano. Ma la fecondità del linguaggio fantastico sta nell’imbarazzo che ci resta, nell’impossibilità di una risposta certa, e nel fatto che in fondo quel dubbio dal caso del singolo, sulla sua vera identità sessuale, dilaga a interpellare ansie e insicurezze, pregiudizi e nervi scoperti di un’intera società. Allora come oggi, fino – potremmo dire – agli sbarellamenti reazionari di certi dibattiti su gender & dintorni.

Sabina, o della Mutazione – Carmilla on line ®


Danilo Arona torna sui concetti della Sincronicità cari a Jung, e sulla psicoanalisi in genere, compresa di Freud. Lo fa su CarmillaOnLine citando, tra le altre cose, anche l’articolo di Mario “Black M” Gazzola comparso su NeXT 17. Un estratto della trattazione di Danilo.

Questa dimensione “occulta” della vita di Jung è ancora una delle componenti più affascinanti e discusse del fondatore degli archetipi. Nel film di Faenza, in due momenti diversi, Jung dice: «Io sento le cose prima che succedano» e, al termine di un incubo angoscante, «Ogni giorno che passa, il buio diventa sempre più opprimente, si insinua nel nostro essere e sparge semi di terrore”, con implicito riferimento al nazismo che avanzava e alle tragedie collegate.

Un Metodo Pericoloso, ma quanto intenso! | Posthuman.it


Ricordate la segnalazione di Un metodo pericoloso? Mario “Black M” Gazzola sul suo sito Posthuman.it fa una splendida recensione al film, che vi consiglio di leggere integralmente perché propedeutica a un altro articolo che comparirà più avanti in altra sede. Intanto, vi copincollo una selezione dell’articolo:

Forse anche perché vissuto, letteralmente scavato nella carne di una passione primordiale e devastante, sadomasochistica a ruoli alternati: prima Sabina sviscera il proprio desiderio di rivivere le punizioni corporali di un padre violento (le scene più “pulp” del film, griffe del Cronenberg più ardito); poi è Jung a finire vittima della passione e ritrovarsi svuotato e distrutto dal demone che ha risvegliato in sé attraverso la paziente-allieva-amante. E che la sua educazione cattolica gli impedisce di vivere fino all’estremo “edonismo panico”, che gli suggerirebbe il collega-libertino Otto Gross, una sorta di Wilhelm Reich ante litteram.

“Sono io il malato”, dice infatti di sé Jung-Fassbender. E “Solo il medico ferito può guarire”. Ecco perché, anche se a Venezia molti hanno criticato Cronenberg di “non esser più quello di una volta”, A Dangerous Method è invece (come i suoi recenti noir così lineari e poco sperimentali) un ulteriore passo di approfondimento di un cammino autoriale d’una coerenza che ha ormai del titanico: passata dal mettere in scena i mostri di una scienza deviata a sondare quelli dei media, della droga, del nostro stesso corpo, del sesso e dell’identità, della mente e dei lati oscuri che possono erompere anche senza bisogno di esperimenti faustiani.

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